martedì 7 dicembre 2010





PAURE INDEFINIBILI



Romanzo di Maurizio Cannavò




Capitolo 1 Una misteriosa aggressione

Se dovessi cercare di capire sempre tutto penso che impazzirei. Ci sono delle cose che non riesco a capire e che probabilmente non capirò mai. A volte, di fronte a qualche cosa che abbia appena le caratteristiche poco chiare, mi sembra di perdermi in un labirinto.
Mi avvilisco perché a volte mi pare di essere proprio un incapace, ma come potrei capire quello che per me riesce del tutto incomprensibile, come si fa ad entrare in una casa che è chiusa con chiavi e serrature di sicurezza ed è sbarrata alle finestre, da soli non ci si riesce, bisogna per forza chiamare qualcuno munito di idonei attrezzi ed occorre rompere qualcosa, ecco , è del tutto inutile sentirsi degli incapaci come io mi sento di fronte alle mie difficoltà nel comprendere. Più semplicemente mi manca quel poco di intuito che a volte spalanca ogni porta e quel poco di fantasia che aiuta a comprendere la realtà.
Insomma questa riflessione sulle mia incapacità mi stava prendendo tutto ed ero seduto da solo nel Tribunale, stavo aspettando il mio turno per entrare dentro una cancelleria, una ragazza vicino a me si divertiva a giocare con un gingillo che poi doveva essere un gioiello e che le adornava la scollatura, feci finta di osservarla più che altro per non sfigurare completamente ed anzi mi uscì quasi meccanicamente che era un bel gioiello, lei mi guardò sia sorpresa della mia sfacciata intrusione che lieta della stessa e disse che era un pezzo pregiato e di valore, io non la seguivo nel suo ragionamento sui gioielli, per me poteva essere plastica o platino sarebbe stata la stessa cosa. Ecco era una cosa che non capivo e che non avrei mai capito, non è detto per il sesso maschile, ci sono degli uomini che sanno apprezzare i gioielli, ci sono degli esperti di sesso maschile in materia, ci sono uomini che li indossano , gli anelli dei vescovi e dei cardinali sono famosi, io sono uno di quelli che non li capiscono, anche se capiscono l’importanza che essi possono avere, sono degli oggetti preziosi e come tali vengono vissuti molto spesso. Comunque feci finta di essere interessato all’oggetto che divenne occasione di una conversazione con una ragazza piacevole.
In quel momento passò un individuo che trascinava le sue gambe a fatica e parlava da solo a voce alta. Subito pensai che non fosse del tutto normale, doveva avere qualche problemino, quello mi guardò, mi fissò e sembrava aver capito quello che mi passava per la testa e sorrise, e poi fece :”Ah, lei sta qui, ci rivediamo fra un po’, avvocato” ed io sentii chiaramente l’espressione di una minaccia nei miei confronti ed incominciai a aver paura di quello strano tipo che si allontanò rapidamente nei corridoi dell’edificio.
Un’ora dopo circa, uscendo dal Tribunale, rividi quella stessa persona che stava aspettando evidentemente qualcuno e mi accorsi che mi fissava, pensai che non dovevo essere io colui o colei che stava aspettando ed invece mi si avvicinò repentinamente e cominciò ad inveire contro tutti e tutto ad alta voce , io tacevo e cercavo di allontanarmi alla chetichella ma lui mi stava appiccicato come una sanguisuga e strillava, al che presi il mio coraggio e lo invitai a lasciarmi perdere.
Non l’avessi mai fatto! Si staccò, ma cominciò a seguirmi, e cominciò a prendersela con me. Io non lo conoscevo, ma lui evidentemente sì, mi chiamava per nome e cognome che pronunciava con espressione di disprezzo a voce alta, mi rivoltai verso di lui e lo minacciai, scoppiò a ridere fragorosamente e mi disse che non facevo paura a nessuno, che non potevo fare paura perché ormai ero morto, io pensai che dovevo ignorarlo, forse era la cosa migliore, ma lui continuava ad urlare che ero un morto che camminava, ed il paragone non era certamente dei più piacevoli, comunque ero arrivato vicino alla mia autovettura, mi ci infilai dentro come per sfuggire ad un incubo. Chiusi le serrature elettriche e lui rimase fuori ma rimase immobile in attesa che mi allontanassi. Io di fatto provai ad accendere l’autovettura, ma non rispondeva. Forse si era scaricata la batteria. E proprio in quel momento! O forse era la mia paura che stava paralizzando anche l’automobile. C’era qualcosa di molto strano nel fatto che proprio in quel momento l’auto rifiutasse di avviarsi, io fui preso da un senso di angoscia perché tutto mi stava sfuggendo e tutto mi riusciva incomprensibile.
Quel folle cominciò a prendere a calci la mia macchina, io dentro che non avevo il coraggio di uscire, nessuno nel piazzale del parcheggio. Finalmente arrivarono due uomini, ma fecero finta di niente mentre quello aveva preso a scalciare contro i vetri, erano duri ma avrebbero potuto essere infranti ed infatti con un calcio poderoso mi ruppe il vetro posteriore, poi con un’altra pedata quello anteriore, intanto si era formato un gruppetto di spettatori, io pensai che dovevo chiamare la polizia, ma qualcun altro doveva averci già pensato , perché arrivarono due poliziotti, l’uomo scomparve dietro una folla che intanto aveva affollato il piazzale e fece perdere le sue tracce. I poliziotti mi chiesero i motivi del litigio, io non seppi spiegarglieli e loro mi chiesero di seguirli al commissariato dove avrei potuto sporgere denuncia. Anzi mi aiutarono a salire sulla loro autovettura, io ero entrato in una specie di terrore per cui nulla mi riusciva più facile a capirsi, e cominciai a balbettare.



Capitolo 2 Al Commissariato


Mi portarono al commissariato e mi fecero entrare in una stanzetta e mi dissero di aspettare il funzionario di servizio che avrebbe redatto la relazione di servizio. Fui lasciato solo, ero tranquillo alla fine, ero uscito da una grande paura, quel folle mi aveva terrorizzato, sentii che le gambe mi tremavano ancora, nella parte dei polpacci un movimento del tutto involontario mi rendeva necessario ogni tanto di scalciare, alla fine mi alzai e cominciai a camminare nervosamente nella stanzetta mentre nel corridoio c’era un andirivieni degli agenti del commissariato.
Finalmente arrivò il funzionario, entrò con un sorriso e mi chiese subito un documento, io gli diedi la mia carta di identità, lui la osservò con attenzione mi guardò ripetutamente e poi me la restituì dicendomi cordialmente che era scaduta, che non aveva più alcuna validità, mi morsi le labbra nervosamente e gli chiesi se la patente andava bene lo stesso, lui disse che non ce n’era bisogno, mi chiese che cosa mi era successo. Io cominciai a raccontargli l’episodio e gli descrissi l’individuo che mi aveva terrorizzato, gli dissi che mi aveva cominciato ad insultare e che sapeva non so perché e come il mio nome e il mio cognome. Il funzionario mi guardò incuriosito e mi chiese se io lo conoscevo: gli risposi di no . Lui si irrigidì e mi chiese come faceva quello a sapere le mie generalità se non ci conoscevamo, io rimasi perplesso e gli dissi che non ne avevo la minima idea, mi chiese se per caso avevo partecipato a qualche trasmissione televisiva o avevo qualche altro motivo per cui ero diventato una celebrità, io gli risposi tranquillamente che non lo ero, e allora si vede che ha incontrato un mago od un veggente dell’anagrafe, fece quello come spazientito, poi mi chiese se ero stato io a chiamare la polizia, io gli risposi che volevo farlo ma fortunatamente qualcuno ci aveva pensato prima di me, perché mi chiese il funzionario.
“Perché la situazione si stava facendo veramente pericolosa ” risposi.
“Insomma chi ci ha chiamato?” chiese il funzionario.
“Oh, bella, questo non lo so proprio!!!”
“Allora dovremmo far finta che è stato lei, sarà bene così……”
“Va bene, sebbene io non capisca l’importanza……”
“Lei non deve capire, non ci interessa quello che lei capisce, io debbo raccogliere la sua denuncia e già con le sue generalità entriamo in difficoltà, poi lei vuole capire……”
“Mi scusi ispettore, mi scusi, se questo non è il momento migliore forse è meglio….”
“E che altro c’è, adesso dopo che abbiamo perso tutto questo tempo lei vorrebbe rinviare la sua denuncia, che succede, ha paura di qualche ritorsione improvvisamente?” mi chiese l’ispettore piuttosto irritato; e si vedeva che si stava innervosendo di più ed io cercai in ogni modo di tranquillizzarlo.
“Ispettore, guardi che io non avevo intenzione, non è per causa mia che mi trovo qui, è successo quello che le stavo per raccontare…..”
“E bravo, e allora me lo racconti e poi la forma della denunzia la trovo io”.
Ricominciai con il racconto. Lui scriveva ad un computer. Mi lasciò raccontare, ogni tanto mi interrompeva e scriveva. Al termine del racconto, finì di scrivere, poi rilesse a voce alta la mia denuncia contro ignoti, avevo descritto l’individuo ma certo non lo conoscevo e non si capiva come mai lui mi conosceva, su questo l’ispettore riprese a farmi delle domande, le domande erano sempre più precise, le mie risposte sempre più vaghe, tanto che ad un certo punto l’ispettore si spazientì e cominciò ad insinuare che io gli nascondevo la verità, cominciai a trincerarmi dietro al mutismo, cominciai ad aver paura di essere sotto interrogatorio invece che a sporgere una denunzia, l’ispettore esclamò che la mia reticenza mi poteva costare molto cara, io mi resi conto che si era fatto molto tardi e chiesi se ne avevamo ancora per molto, quello mi guardò divertito e disse che dipendeva da me, che la mia denunzia poteva essere considerata anche una denunzia falsa e che io potevo essere incriminato, chiesi di poter telefonare a casa e mi fu negato, l’ispettore chiamò un suo collega ed in sua presenza mi disse: “Egregio signore, a questo punto le contesto formalmente il reato di denunzia falsa, insieme a quello di generalità dubbie, la mia relazione tiene conto di tutto ciò ed il Pubblico Ministero verrà informato, lei o meglio il suo avvocato, a proposito ne ha uno di fiducia?”
Risposi di no, al che lui mi tranquillizzò dicendo che avevo diritto ad un avvocato comunque e sarei stato comunque assistito da un avvocato d’ufficio, non commentai, oramai avevo una paura terribile di qualunque cosa uscisse dalla mia bocca, per cui mi chiusi in un assoluto mutismo. Comunque fortunatamente fui lasciato libero, questo avverbio comincia a stare bene perché la situazione si era fatta via via più intricata ed io temevo di finire subito in gattabuia.
Uscii dal Commissariato e mi incamminai verso la zona del Tribunale, al che mi ricordai che volevo telefonare a casa, presi il cellulare e chiamai mia moglie, cominciai a spiegarle quello che mi era successo ma sentivo dal suo silenzio che non mi credeva, mi avrebbe dovuto interrompere con qualche esclamazione, invece era evidente che nemmeno mi stava a sentire. Alla fine le chiesi se poteva venirmi a prendere perché ero molto provato, lei allora mi rispose e mi disse di si.
Mi misi ad aspettarla lungo un vialone alberato. Faceva un caldo piacevole, era una giornata autunnale, cominciai a tranquillizzarmi e osservai il cielo, era tutto azzurro salvo una piccola nuvola bianca che vagava ad alta quota, vidi un aereo che lasciava la sua traccia, mi misi a seguirla nell’attesa. Sul palazzo ad un balcone c’era una signora affacciata che mi osservava. Sentii che mi stava guardando ed abbassai lo sguardo. Mi concentrai sul traffico automobilistico del viale. Aspettavo mia moglie. Dopo una ventina di minuti arrivò e mi portò a casa.



Capitolo 3 Amarezze

La mattina seguente al risveglio ebbi la sensazione di essere stato torturato da un incubo. In sogno mi si era affacciato il maniaco aggressore che mi aveva salutato con una risata sgangherata e mi aveva detto chiaramente che io non avrei mai capito , poi l’ispettore di polizia si era mischiato alla figura del maniaco e aveva cominciato a percuotermi , io lo schivavo ma lui si faceva sempre addosso minaccioso, io avevo risposto alle sue minacce fisiche , ne era nato un parapiglia e ci trovavamo al centro di un ring, era un vero e proprio match di lotta, tutto attorno una folla inizialmente muta poi rumorosa ad ogni colpo, la folla era eccitata dalla violenza del combattimento ed ogni tanto gridavano:”Ammazzalo, ammazzalo” insomma non era un incontro sportivo qualunque, era uno scontro all’ultimo sangue, io indetreggiai terrorizzato, l’ispettore mi incalzava con dei colpi violenti delle mani e dei piedi, io scavalcai le corde, sì, ricordo che c’erano le corde del ring ed io fuggii in mezzo alla folla che rumoreggiava e che l’ispettore mi inseguiva. E che mi ero ritrovato ad un tratto solo, in un piazzale e che c’era di nuovo il maniaco, che rideva, mi guardava e rideva.
La sensazione del risveglio da questo sogno spiacevole era aspra in bocca, aveva un retrogusto amarognolo che mi fece desiderare intensamente qualcosa di dolce per uscire da questa sensazione poco gradevole, mi alzai in fretta e mi sciacquai la bocca e mi lavai i denti con cura, mi preparai un buon caffè e mangiai con sommo gusto un pezzo di pane, ma la sensazione di amarezza rimase di fondo, stava nella mia gola e riemergeva appena ricercavo il sapore, il sogno mi aveva lasciato tracce nel sistema nervoso, pensai, ma poi mi resi conto che doveva esserci qualcosa di strano in quell’amarezza che mi aveva colto di sorpresa al mattino, pensai al mio fegato, al mio intestino, mi accorsi di essermi perduto dietro ai miei organi interni in una specie di rincorsa.
Parlai dell’amarezza con mia moglie che subito mi disse che dovevo consultarmi con un medico, e non solamente per quello. Gli chiesi che cosa intendesse con quel non solo per quello e lei accennò a tutti quei fatti strani e disse che forse avevo anche bisogno di farmi vedere da qualche specialista, che c’era qualcosa di strano in tutti quegli avvenimenti che si concatenavano tra loro, forse c’era qualche cosa di patologico, io la ascoltavo annoiato, mia moglie forse lo diceva per il mio bene, però stava insinuando che io dovevo avere qualche patologia psichiatrica, alla fine mi impegnai che sarei andato dal medico generico e che mi sarei consultato con lui sull’opportunità o meno di farmi visitare da qualche specialista.
Verso le 11 andai dal dottore.
L’ambulatorio era affollato da persone che volevano farsi misurare la pressione ed a questo provvedeva un’infermiera piuttosto piacente che stilava anche le ricette. Presi il mio numeretto e mi misi seduto nella sala d’attesa. Presi una rivista e cominciai a sfogliarla distrattamente.
La rubrica che mi piace leggere delle riviste sono le lettere. Così cominciai a leggere le lettere al direttore, in cui gli si chiedevano consigli ma soprattutto si esprimevano opinioni, c’era una signora che si lamentava del fatto che il Governo avesse preso un provvedimento di clemenza rispetto ai detenuti, diceva che aveva paura che il paese si sarebbe riempito di nuovi crimini, perché i detenuti messi in libertà non avevano alternativa che commettere nuovi reati, certo era un bel dibattito quello sui provvedimenti di clemenza rispetto ai detenuti. C’era un signore che lamentava una eccessiva tolleranza nel nostro paese rispetto agli extracomunitari e proponeva che fossero ammessi solamente quelli che dimostravano di avere già un lavoro stabile. La risposta era molto spiritosa e diceva che questo era un requisito rispetto al quale chissà quanti cittadini italiani avrebbero potuto dimostrare di essere in regola.
Toccava a me ed entrai nella stanza del dottore. Il titolare non c’era, c’era un dottore più giovane che lo stava sostituendo, mi trovai un pochino imbarazzato, ma lui mi chiese subito quale era il disturbo che accusavo, gli parlai dell’amaro in bocca, gli cominciai a raccontare qualcosa di quello che mi era successo e gli dissi che collegavo queste sensazioni di amarezza agli ultimi miei avvenimenti, il dottore taceva ed ascoltava, poi mi disse che questa sensazione doveva pur avere una qualche causa fisica, forse era il fegato, forse era lo stomaco che era soggetto ad un’infiammazione o meglio ad un’infezione, mi ordinò delle analisi sia rispetto al fegato che rispetto allo stomaco, rispetto al fegato bisognava controllare la funzionalità epatica e soprattutto la presenza o meno di calcoli alla cistifellea, prima avrei dovuto fare questi esami, poi in caso negativo avrei dovuto indagare sullo stomaco e sulla presenza o meno di colonie batteriche che mi potevano determinare il fastidio dell’amarezza. “Per quanto riguarda il suo racconto,mi disse, forse è bene che ne parli con uno specialista”; ed alla mia domanda quale specialista mi disse che avrei dovuto parlarne con uno psichiatra, perché aveva la sensazione che soffrissi di manie di persecuzione. Io assentii a tutto, ma dissi che avrei prima fatto le analisi che mi consigliava per le sensazioni di amarezza, poi nel caso avrei seguito il suo consiglio e sarei andato da uno specialista psichiatra.
Uscii dall’ambulatorio un pochino deluso e preoccupato, perché oltre a mia moglie anche il dottore aveva visto qualcosa di strano in tutti quei fatti ma li aveva collegati con qualche problema mio e mi aveva consigliato di rivolgermi ad uno psichiatra. Eventualità che io avevo senza dubbio alcuno escluso finché me ne aveva parlato mia moglie, ma che ora cominciavo a sentire incombente. Non avevo molta voglia di farmi vedere da uno psichiatra anche perché la psichiatria in generale mi sembrava un regno di stregoni col camice bianco che facevano finta di frugare nelle menti umane ma cercavano delle ragioni strane rispetto a dei disturbi spesso inspiegabili. Insomma la psichiatria non riscuoteva la mia simpatia.


Capitolo 4 Ricerca delle cause

Mi misi di buona lena alla ricerca delle causa delle amarezze. L’antipatia per la psichiatria contribuì ad uno zelo nel dedicarmi alle analisi rapidamente, nel rispettare scrupolosamente gli appuntamenti con i laboratori, sicuro che si sarebbe trovata la causa fisica del mio disturbo dell’amarezza, e soprattutto perché speravo assolutamente con tutte le mie forze che fosse trovata questa eziologia fisica, perché ero terrorizzato dalla paura che invece tutto potesse avere un’origine psichica e che mi dovessi rivolgere alla psichiatria e agli psichiatri. Era una questione di sicurezze interiori, avevo bisogno di credere di essere normale, e poi mi chiedevo in continuazione a che cosa corrispondesse la normalità e non riuscivo facilmente a rispondere a questa domanda, ero ossessionato dalla paura di apparire diverso dalla normalità, e per questo mi buttai anima e corpo nelle analisi. L’analisi della funzionalità epatica rivelò un fegato in condizioni eccellenti, una buona funzionalità delle vie biliari ed escluse qualsiasi problema alla cistifellea. Non ero molto soddisfatto e chiesi al medico del laboratorio molte spiegazioni fino quasi a farlo spazientire ed egli mi ripeté più volte che potevo rifarle quelle benedette analisi se proprio non volevo essere sicuro, ma che per lui non ce ne era bisogno alcuno. Allora io gli dissi che avrei fatto le altre analisi allo stomaco alla ricerca di eventuali infezioni, ma che se non le avessi trovate avrei fatto nuovamente le analisi del fegato, perché non mi convincevano. Il dottore mi disse che ero libero di rifarle ogni mese o addirittura più volte nel mese anzi lui era contento perché il laboratorio ci avrebbe potuto guadagnare , però lui era un medico ed aveva innanzitutto doveri professionali ed un codice deontologico da rispettare, e doveva consigliare il paziente secondo scienza e coscienza, e non capiva le mie insicurezze. Io gli dissi che francamente le mie sicurezze erano affari miei, il dottore allora quasi si offese ma doveva essere abituato alla scortesia perché mi disse con un tono molto persuasivo che lui avrebbe potuto dedicarmi altro tempo ma aveva degli importanti adempimenti per cui mi doveva lasciare e mi salutò.
Tornato a casa, non dissi nulla a mia moglie dei risultati delle analisi del fegato, ma lei se ne ricordò e mi chiese se le avevo ritirate, io le risposi che dovevo ancora andare perché avevo avuto degli impegni, lei si offrì di andare lei a ritirarle in mia vece, io le dissi tranquillamente che ci sarei andato io, così nel caso avrei parlato col medico del laboratorio e mi sarei fatto spiegare i risultati. Mentivo spudoratamente ma d’altra parte ero sicuro di doverlo fare per impedire a mia moglie di cominciare ad insinuare che quei disturbi dell’amarezza avevano un’altra origine, erano dovuti ad un mio cedimento psichico, ero sicuro che avrebbe insistito subito per un mio colloquio con qualche specialista, e questo anzitempo, prima dei risultati definitivi delle altre analisi e di una eventuale ripetizione delle analisi al fegato.
La bugia a mia moglie mi mise però in uno stato di ansia, per quanto fosse una bugia del tutto veniale, l’avevo fatto per una opportunità sentita istintivamente, però mi resi conto che se se ne fosse accorta, della mia menzogna, mi avrebbe fatto vedere i sorci verdi, perché lei era sicura che io le avessi detto la verità e non avrebbe capito nessun motivo di una mia menzogna. Mi ripromisi che non avrei mentito mai più in nessuna occasione con mia moglie, e cominciai a temere che se ne accorgesse. Nascosi con cura il referto delle analisi in un cassetto che conteneva cianfrusaglie varie e in cui mia moglie non ficcava mai il naso.
Uscii di casa per prenotare le analisi allo stomaco, ma quando ero arrivato quasi al nuovo laboratorio, perché questo era specializzato in questo tipo di analisi, mi prese il terrore che mia moglie avesse trovato il referto che avevo nascosto e tornai precipitosamente a casa. Fortunatamente non era successo nulla. Allora presi il referto, lo nascosi nella tasca ed uscito lo misi nel portabagagli della mia autovettura, tra i ferri della ruota di scorta, accuratamente nascosto dal tappetino del portabagagli. Quello era un posto veramente inaccessibile a mia moglie!!


Capitolo 5 Analisi e ossessioni

Mi ero talmente impegnato con questa faccenda delle analisi che erano due giorni che non fumavo neanche una sigaretta anche perché nell’ultimo pacchetto c’era una scritta che avvertiva che il fumo provocava a volte dei disturbi alla digestione, e mi era rimasto impresso questo avvertimento ennesimo sui danni del fumo, però lo preferivo a quell’ altro secondo il quale il fumo influiva sulle capacità sessuali e determinava impotenza per non parlare del messaggio “il fumo uccide” che veramente mi aveva stancato oltre ogni limite. Però forse per quel messaggio sulle influenze sulla digestione non avevo avuto voglia alcuna di fumare per 2 giorni. Il fatto mi sorprendeva e mi incoraggiava rispetto alle mie capacità ed alla mia forza di volontà, avevo sempre pensato che fosse difficilissimo per me smettere di fumare perché non avevo una grande forza di volontà, però quel fatto che non avessi sentito il bisogno di fumare per due giorni mi inorgogliva e mi faceva sentire più sicuro. Per cui potevo tranquillamente mandare a benedire ogni considerazione sulle mie debolezze, ero sicuro delle mie capacità, e per questo senza neanche accorgermene mi infilai da un tabaccaio e mi comprai le sigarette e ne accesi una voluttuosamente e debbo dire che provai piacere, l’amarezza si attenuava inizialmente con le boccate di fumo, poi però riprendeva più intensa, certo non è causata dal fumare pensai e comunque questa deve essere anche una considerazione che dovrebbero fare i medici, l’amarezza non mi era derivata dal fumo ed anzi sembrava che il fumo in qualche modo la attenuasse. Mi ripromisi di parlarne con un medico al più presto e per verificare mi accesi subito un’altra sigaretta.
Le analisi allo stomaco le avrei dovute fare qualche giorno dopo a digiuno. Mi accennarono che mi avrebbero fatto bere una specie di bibita molto amara e mi volli informare di che tipo di sostanza si trattasse. Avevo un amico biologo che aveva lavorato in un laboratorio di analisi ed egli mi spiegò che il bibitone era un composto in cui c’era una buona percentuale di urea, io dissi che la cosa mi faceva schifo, bere dell’urea, che è poi presente nelle urine, non sarebbe stata una cosa gradevole, lui disse che era necessario, perché l’urea rivelava la presenza di batteri nocivi, parlò di un batterio, si chiamava elicobacter, io gli dissi come l’elicottero, lui rispose di sì sorridendo, era quello un batterio corrosivo perché con le sue eliche andava a distruggere le mucose dello stomaco, io pensai a come fosse pericoloso un batterio con le eliche, doveva essere un’arma micidiale, la questione dell’urea mi faceva schifo però sapevo che l’avrei dovuta superare, perché altrimenti sarei dovuto incappare nelle maglie della psichiatria, allora ringraziai il mio amico e prenotai le analisi.
Il beverone faceva veramente senso, aveva un odore nauseabondo, però affrontai questa terribile prova pur di sfuggire allo psichiatra e alla camicia di forza, lo vedevo già pronto, maligno, che mi aspettava al varco, sorrideva e diceva che prima o poi, il mio dialogo tra me e il camice bianco psichiatrico che mi minacciava nella mia mente si svolgeva così, lui diceva ridendo “ Prima o poi…!!!” ed io lo guardavo con compatimento e facevo :” Poi, poi, poi, alla fine di qualunque cosa, mai prima di aver fatto tutto quello che bisogna fare!”.
Lo psichiatra immaginario era in camice bianco, aveva gli occhiali, era alto e magro, aveva i capelli bianchi, anche le sopracciglia erano bianche, tutto era intonato a quel camice bianco, anche la montatura dei suoi occhiali. Aveva anche una cinta bianca del camice con la quale si divertiva e giochicchiava nervosamente con le mani intrecciandola tra le dita; questo suo continuo movimento delle mani e della cintura io lo sentivo come un gesto provocatorio e lo invitavo a smetterla di gingillarsi, che mi dava fastidio, e lui mi guardava sornione e continuava ad inanellare le sue dita con la cintura e diceva “ Prima o poi!!!!” il che contribuiva ad innervosirmi ulteriormente. Aveva delle scarpe nere e dei calzini bianchi. Gli occhi erano scuri, corvini, ed erano icorniciati dai suoi grandi e spessi occhiali, le pupille nere nere, e in fondo ai suoi occhi c’era qualcosa di profondo e misterioso, io preferivo non guardarlo negli occhi perché avevo paura delle sue capacità ipnotiche ma soprattutto avevo paura dei suoi sguardi clinici, sapevo che con un’occhiata mi poteva fare rinchiudere per un periodo lungo a seconda del suo sguardo e della sua diagnosi. Insomma lo psichiatra immaginario era una specie di folle in camice bianco che mi metteva una paura terribile ogni volta che mi compariva innanzi.


Capitolo 6 L’Agnese

Nel laboratorio analisi mi incontrai con quella giovane del gioiello con cui avevo conversato in Tribunale. Lei mi salutò con una certa espansività, io facevo finta di non riconoscerla perché preferivo restare anonimo, però di fronte al suo saluto che esprimeva quasi una gioia nel rivedermi non potei fare a meno di contraccambiare con un’espressione sorpresa di questo nuovo incontro in un posto differente. Lei mi disse che era venuta per ritirare delle analisi della madre, mi disse che già da qualche tempo la mamma soffriva di terribili mal di testa ed erano preoccupati ed ora le avevano fatto un esame completo sui vasi del capo, per cercare di capirci qualche cosa. Io ascoltavo con un certo interesse e capivo che in quel momento spartivo le mie preoccupazioni con altri, nel senso che condividevo i miei affanni con quelli altrui, inoltre il suo racconto mi distraeva dal mio rimuginare sulle mie condizioni di salute e volli esprimere alla giovane ragazza la mia gratitudine proponendole di prendere insieme un aperitivo. Lei accettò esprimendo una certa riconoscenza e scendemmo al bar. Ci sedemmo ad un tavolino e cominciammo a chiacchierare. Lei si chiamava Agnese e faceva pratica come avvocato presso un mio collega. Io mi presentai pomposamente: “Pino Renzulli, avvocato” ma poi ridimensionai subito e cercai di accorciare le distanze tra di noi chiedendole se potevo darle del tu, lei rispose certamente, però disse che non avrebbe fatto la stessa cosa con me perché non se la sentiva e mi avrebbe chiamato avvocato, mi disse che si sentiva in soggezione e che le sarebbe sembrato di mancarmi di rispetto. Stavamo tranquilli a quel tavolino, venne un cameriere ed ordinammo degli aperitivi, che però erano accompagnati da tartine di vari tipi, da pizzette e da un pezzo di pizza rustica, da patatine fritte e noccioline americane, insomma ci si poteva abbuffare ed io dimenticai subito le mie amarezze digerenti e mi tuffai sulle noccioline, sulle tartine e sulle olive. Lei continuava a parlare e mi riferiva le sue impressioni sul Tribunale, sulle cancellerie, sulle difficoltà che incontrava nella pratica, era una chiacchierona e per me andava benissimo, io snocciolavo qualche oliva ed assentivo con severità, un poco distratto, immerso con i miei pensieri in quella specie di pasto che era quell’aperitivo. C’era della musica nel locale e immaginai di trovarmi in un caffè anni 30, quelli dove avvenivano gli incontri romantici e che sono descritti in tanti libri e in tanti film. Ad un certo punto sotto al tavolo sfiorai le sue ginocchia. Non lo feci volontariamente ma mi accorsi che la cosa mi faceva piacere e le sfiorai, volontariamente stavolta, un’altra volta. Cominciai a pensare alla possibilità di avere un’avventura amorosa con lei. Era da tanto tempo che un’idea del genere non mi sfiorava neppure, ora eccomi che invece mi trovavo davanti l’occasione pronta, in un ambiente che sembrava suggerirla, e pensavo al proverbio sull’occasione e sui ladri. E mentre lei continuava a raccontare le sue avventure nel mondo legale, io continuavo ad assentire con severità ma cominciavo a pensarla concretamente l’avventura, era certo una cosa difficile, bisognava tenere la cosa ben nascosta, il mondo del Tribunale era un covo di vipere, se qualcuno ci avesse scoperto mi avrebbe potuto ridurre in un attimo veramente a malpartito, però, con i dovuti accorgimenti, si poteva fare, pensai, cominciai a prendere coraggio, però bisognava trovare il modo di rivederci, potevo proporle un altro incontro, sì però non potevo andare avanti con il bar, ci avrebbero notati, bisognava che il nostro rapporto cominciasse sotto l’aspetto professionale, insomma mi feci animo e le chiesi se era soddisfatta del suo rapporto con l’avvocato presso cui faceva la pratica. Lei cominciò a ridere di gusto, disse che quello per lei era una specie di mezzo parente, che non le faceva fare quasi niente perché si preoccupava soltanto di suo figlio, che era anche lui un praticante, ma che non aveva molta voglia di fare l’avvocato, così in fondo non è che le dedicasse molta attenzione, le dava quelli che erano i compiti di una segretaria, controlli nelle cancellerie, battere sul computer degli atti, preparare dei fascicoli, però così si impara praticamente, feci io quasi a difendere il mio collega e poi mi accorsi che in questo modo non facilitavo certo il mio tentativo, e mi corressi, ci vorrebbe un’attenzione più professionale, bisognerebbe che lui le insegnasse qualcosa sul serio, lei mi fece un bel sorriso e mi chiese se io avevo bisogno di una praticante, che lei sarebbe stata ben lieta di fare un poco di pratica con me, anche io ne sarei stato ben lieto e pensavo ad una serie di pratiche anche non strettamente giuridiche, ero diventato quasi rosso per l’emozionante momento e le dissi di sì, e così cominciò il rapporto professionale con l’Agnese.



Capitolo 7 Rapporto professionale

Bisogna qui subito precisare che l’Agnese era molto scrupolosa per sua natura. Era una persona molto precisa, veniva tutte le mattine allo studio e io le diedi subito le chiavi perché io ci andavo saltuariamente, quando mi ricordavo dei miei impegni e quando proprio non potevo farne a meno. E per non trovarmela in attesa al portone, cosa peraltro che lei faceva con molta dignità, le diedi le chiavi senza indugio. Poi le feci vedere un pochino tutte le mia pratiche e lei era molto interessata, si vedeva che con l’altro avvocato aveva imparato qualche cosa ma che era molto desiderosa di capire ed apprendere meglio. Ed io mi misi nei panni del docente, anzi più precisamente in quelli del docente universitario, quasi avessi una cattedra da cui parlare, il mio tono divenne molto professorale e professionale e dimenticai quasi subito il motivo della mia proposta, infatti se ero rimasto in qualche modo affascinato dall’Agnese, il fatto di poterle insegnare qualcosa già mi dava un grande senso di appagamento e mi faceva dimenticare i propositi differenti con cui le avevo fatto la proposta. In fondo questo ruolo di docente mi stava bene e mi dava una sensazione di posizione di sicurezza, non è che fossi molto pronto per un’avventura amorosa e poi pensavo alle fastidiose conseguenze che inevitabilmente ci sarebbero state, per cui mi tenevo sulle mie perché ci stavo ripensando sopra e quella dell’avventura era una strada tortuosa che mi dava una certa apprensione.
L’Agnese da parte sua era molto severa, sì questo è giusto, attenta e scrupolosa, e non dava nessun segno di volersi spostare dal ruolo della praticante a quello di un’avventuriera amorosa, anche lei stava ben inquadrata e stava attenta agli sguardi, ai sorrisi e soprattutto ai suoi movimenti. Ed evitava, si vedeva bene , con estrema attenzione che noi ci si trovasse vicini, quando io invadevo involontariamente il suo spazio lei si ritraeva subito con eleganza e spostava il suo corpo quasi inavvertitamente ristabilendo tra noi le giuste distanze.
Cominciai ad essere più presente nello studio, cominciai a rendermi conto che avevo trascurato per parecchio tempo la mia attività e che molte pratiche erano un poco come abbandonate, grazie all’Agnese molti fascicoli furono rimessi in ordine ed ebbi finalmente la precisa cognizione di quella che era la mole del lavoro che avevo.
I miei clienti invece si accorsero subito che c’era una giovane fanciulla nello studio e cominciarono a ripresentarsi e a venire più frequentemente.
Ogni scusa era buona, giungevano allo studio senza appuntamento e alle ore più impensabili, cominciai ad avere il dubbio che qualcun altro stesse cercando un’avventura con l’Agnese, perché c’erano quelli che si piazzavano in attesa la mattina presto ed altri che aspettavano nel primo pomeriggio, orari in cui in genere avevano ben altre cose da fare. E poi si fermavano a parlare con l’Agnese e si vedeva che si disinteressavano di tutto, della loro pratica, del loro rapporto con me, che bene o male ero il loro avvocato, anzi direi che mi evitavano vistosamente e cercavano un colloquio con l’Agnese, che le prime volte schivava con molta sapienza rimandandoli da me, ma poi quando si accorse che quelli erano molto insistenti per parlare con lei e che io in fondo non potevo impedirglielo pensò che quello era un aspetto della pratica che le era sfuggito finora e cominciò ad avere dei lunghi colloqui. Tra l’altro imparò a chiudere la porta in modo da avere maggiore riservatezza. Io mi trovai un pochino spiazzato ma non riuscivo ad impedire questi incontri professionali e cominciai a chiedermi se l’Agnese si voleva prendere la mia clientela, quei signori quando uscivano dal colloquio erano visibilmente soddisfatti , mi salutavano e si complimentavano con me che avevo una collega tanto brava e capace. Io mi stavo un pochino avvilendo e questa novità non è che la prendessi tanto bene e fumavo molto nervosamente in un angolo dello studio.
Anche i miei colleghi mi facevano i complimenti per la mia nuova praticante, però poi si fermavano a chiacchierare fitti fitti con lei, e lei aveva una bella parlantina, era spiritosa, piacevole era anche la conversazione con lei, io mi ritrovai messo un pochino in disparte anche nel rapporto con i miei colleghi.
Il mio collega anziano a cui ero molto legato affettivamente si accorse della faccenda e che io stavo entrando in crisi per questo motivo, allora mi volle parlare e mi disse che l’unica cosa che potevo fare seriamente era provarci, io gli confessai che avevo paura sia delle chiacchiere che delle conseguenze che un tentativo magari affrettato e mal condotto avrebbe potuto avere poi sulla mia posizione e sulla mia reputazione. Ma che te ne importa degli altri, mi fece lui, ma io mi resi conto che quella benedetta reputazione me l’ero costruita faticosamente negli anni e non potevo mandarla a gambe all’aria ed a farsi friggere in un attimo, e gli risposi che non me ne importava molto ma che ci stavo in mezzo io e che ne dovevo tenere conto in qualche modo.
“Però se non ci provi in maniera visibile penseranno male di te e la tua reputazione ne risentirà in maniera peggiore!” mi fece lui con aria sapiente.
E così il tentativo diventava un fatto obbligatorio, proprio per salvare l’onore maschile.
Di fronte al suo ragionare che senza dubbio mi apparve un pochino spietato ma anche un pochino antiquato e direi superato mi trovai spiazzato. L’Agnese non doveva diventare un problema insolubile, bisognava trovare una qualche soluzione, ma nel frattempo avrei adottato la tattica del rinvio, anche perché era una scelta obbligata, almeno finché non avessi capito le sue intenzioni: da parte mia, io non avrei preso, mi ripromisi, alcuna iniziativa nel senso di provarci, aspettavo giustamente che l’Agnese mi facesse capire con qualche oscuro messaggio che lei era disponibile. Quello dell’iniziativa maschile poi, per me, era un pregiudizio radicato e privo di veridicità, l’iniziativa vera e propria in un rapporto era quella femminile, il maschio rispondeva ai segnali, il semaforo secondo me era comandato sempre e comunque dalla donna, era lei che dava le luci rosse, gialle e verdi, io come maschio dovevo solo aspettare che si facesse luce verde ma se la luce era rossa dovevo rimanere immobile. Per cui non tenni in considerazione le affermazioni ed i consigli del collega anziano, anche perché sentivo nelle sue parole una certa invidia ed una certa fretta di sapere delle novità che forse magari non ci sarebbero mai state.
Però mi rendevo conto che mi trovavo di fronte a delle novità che non avevo in nessun modo previsto e che ero spiazzato, questa delle novità che mi sconcertavano e mi mettevano in seria difficoltà era un pochino una cosa che mi succedeva da sempre, di fronte alla novità mi ci dovevo adeguare e lo facevo lentamente, però inizialmente entravo in una certa difficoltà perché non sapevo proprio come comportarmi, allora aspettavo con un poco di pazienza, a volte però la paura della novità e di quel qualcosa di misterioso che stava dietro l’angolo mi avvolgeva e entravo in severe difficoltà.




capitolo 8 Amarezze e interpretazioni

Le amarezze del gusto si erano però un pochino attenuate ed io interpretai favorevolmente questo segno e mi lasciai andare con maggiore tranquillità nella nuova situazione, evidentemente mi ero distratto dalle fissazioni su me stesso e le mie condizioni di salute erano migliorate. Anche mia moglie da qualche giorno mi trattava con maggiore gentilezza per cui mi trovavo in una situazione differente. L’analisi allo stomaco non trovò però traccia alcuna dell’elicottero che io pensavo fosse la causa, le amarezze si erano però molto ridotte per cui rimandai ad altro momento la mia ricerca sistematica, finché un giorno mi incontrai per strada con il giovane medico che mi aveva visitato il quale mi chiese se avevo fatto le analisi, gli riferii ogni cosa dettagliatamente e lui rimase perplesso poi mi disse che bisognava che facessi altri accertamenti, occorreva che prendessi un appuntamento con uno psichiatra perché la faccenda aveva senza dubbio degli aspetti psicologici e lui mi consigliava di indagare in quel senso, perché un disturbo così misterioso era senza dubbio alcuno manifestazione di uno squilibrio e di qualche patologia di origine psichica. Gli dissi che avrei preso in considerazione la faccenda, lui mi disse che dovevo farlo prontamente e al più presto, perché altrimenti avrei potuto avere qualche sorpresa inaspettata, quei disturbi si sarebbero espressi in qualche altro modo e chissà come. Ci salutammo con finta cordialità.. Almeno da parte mia, perché tutto quel sapiente insistere sulla strada psicologica non mi aveva fatto assolutamente piacere, e poi era stato una manifestazione di scienza ma anche di presunzione di fronte al mistero, e anche questo mi aveva infastidito, come faceva il giovane medico a partire sicuro sulla via nuova dei disturbi psicologici, questo era un fatto indefinibile, dentro di me gli rimproveravo una certa fretta nelle sue conclusioni ed anche il fatto che mi aveva gettato in un allarme che io avrei gradito che non ci fosse, mi ero quasi completamente dimenticato di tutta quella problematica quando improvvisamente un giovane medico, peraltro non titolare del rapporto professionale con me, ma che mi aveva visto in occasione di una sostituzione mi aveva investito con delle problematiche nuove sulla mia salute e del tutto inaspettatamente e soprattutto senza che nessuno glielo avesse chiesto. Per cui la mia cordialità era del tutto finta, avrei desiderato non incontrare più quel giovane, o almeno che egli non avesse parola con me, che ci incontrassimo e magari ci limitassimo ad un saluto formale, un buongiorno e basta, come si era permesso di farmi tante domande e di dare le sue opinioni, chi gliele aveva chieste. Insomma, ero un poco risentito. Ma anche preoccupato.
Perché quella analisi così spietata, lo capivo, sarebbe stata anche l’analisi del mio medico, di mia moglie e di tutti quelli che si sarebbero pronunciati su quel fatto. Il giovane medico inoltre aveva senza dubbio la responsabilità di aver fatto ricomparire nella mia immaginazione il fantasma dello psichiatra immaginario, che mi si ripresentava in ogni possibile occasione e ricominciava a giocherellare con la cinta del suo camice e diceva sorridente “Prima o poi!!” ed io lo guardavo torvo, e lui se ne accorgeva e invece di sorridere cominciava a ridere e insisteva con la sua stupida argomentazione, tanto che io mi innervosivo e lui rideva a crepapelle e diceva “Ora più prima che poi, senza dubbio!!!” e alle mie parolacce rivolte contro di lui si sganasciava e continuava con quei giochetti sugli avverbi di tempo che mi mandavano in bestia.


Capitolo 9 Pubblico e privato

Quello che più di ogni altra cosa mi lasciava perplesso era l’interessamento pubblico diffuso ad una mia avventura con l’Agnese, cosa alla quale mi rendevo conto sempre più non ero preparato e comunque mi si poneva un interrogativo di fondo sulla mia libertà, in effetti questa dell’avventura o del provarci diventava quasi un tentativo obbligatorio o meglio obbligato e non era più una mia facoltà, ero senza alcun dubbio condizionato dalle aspettative che si stavano creando intorno a me e all’Agnese, c’era una direzione quasi imposta, a me questo fatto della limitazione della libertà individuale non è mai piaciuto, figuriamoci se si parla della mia, ma il trovarsi vincolato dalle aspettative altrui crea senza dubbio un limite, un vincolo, una specie di catena alla quale ci si deve bene o male tenere. Io sopporto male questi obblighi, mi sembra di essere quasi un prigioniero con le catene, ho voglia di liberarmi dai pesi e dalle oppressioni, per cui mi sentivo addosso questa costrizione e la rifiutavo, anche perché avevo cominciato a vedere l’Agnese sotto tanti aspetti e sinceramente non mi attirava più l’idea di un’avventura con lei, che però sembrava quasi fosse diventata un dovere sociale. Insomma mi ponevo seri dubbi sul condizionamento dell’individuo da parte della società e su come si creino nella collettività delle aspettative di tresche, di avventure amorose, e come sia difficile per l’individuo sfuggire a queste che diventano delle ineluttabilità, obblighi ineludibili, una specie di doveri sociali, per far contento il pubblico. Ma quale pubblico, poi mi chiedevo e sostenevo tra me e me che non c’era nessun pubblico, ma di fatto mi rendevo conto dagli sguardi e dalle sfrecciatine e dalle allusioni che c’era un grosso pubblico, tanti spettatori che erano partecipi dello spettacolo che senza meno doveva essere per i curiosi il fatto di me e dell’Agnese. Peraltro io come uomo sposato avevo anche il rischio di improvvise sortite di mia moglie per cui l’idea dello spettacolo a direzione obbligatoria era cominciato a diventare problematico,controverso e poco chiaro né d’altra parte era facile che ne parlassi o mi confidassi con qualcuno, vista anche l’esperienza che avevo avuto con il mio collega anziano che non mi aveva fatto piacere. Mi ero un pochino rassegnato a lasciare andare avanti le cose da sole, se son rose fioriranno, ma non avevo nessuna intenzione di farmi condizionare dagli altri, grande o piccolo fosse il pubblico. Ogni tanto però pensavo di stare al centro di una specie di circo massimo, e con me l’Agnese, e sugli spalti un pubblico che gridava, l’Agnese all’inizio sembrava spaurita, poi mi incoraggiava, ma io ero resistente, il pubblico si infuriava, l’Agnese mi ripeteva che avrebbero potuto arrabbiarsi molto, ma io le ripetevo che nessuno mi poteva costringere, il pubblico si eccitava e faceva delle ole pazzesche, era certamente uno spettacolo, però che dovessimo essere obbligati questo era riprovevole e quando uscivo da questi pensieri ero come disgustato dalla volgarità di quel pubblico ma anche impaurito dalle sua grida. Tra l’altro mi era sembrato di intravvedere tra il pubblico anche mia moglie, che era una delle più scalmanate, e non capivo se voleva che mi buttassi senza indugio nella storia con l’Agnese o fosse infuriata per la gelosia. Comunque mi guardai bene dal chiederglielo.


Capitolo 10 L’investigazione

Una mattina in Tribunale mi imbattei nuovamente nel tipo che mi aveva minacciato e mi aveva impaurito terribilmente, che io dentro di me avevo soprannominato il maniaco. Lo vidi da lontano, lo seguii con lo sguardo evitando in ogni modo di farmi vedere e poi cominciai a pedinarlo. Saliva le scale del Tribunale, girò per alcune cancellerie, sembrava molto indaffarato e ogni tanto salutava qualcuno, anche qualche avvocato. Io stavo sempre molto attento a nascondermi dietro qualcuno piuttosto grosso o a qualche gruppo, non dovevo assolutamente farmi vedere, però notai che aveva dimestichezza con il Tribunale, forse per questo mi conosceva, forse aveva assistito a qualche mio processo, però non capivo perché quella mattina mi aveva aggredito in quella maniera così terribile, tanto che la polizia aveva messo in dubbio le mie parole, era una cosa incomprensibile, d’altra parte non sempre la realtà ci si presenta piana e semplice, a volte tutto diventa assolutamente misterioso. Ad un certo punto mi sembrò che il maniaco mi avesse visto, in un momento in cui ero un pochino scoperto rispetto ai gruppi e alle persone, ma che poi avesse preferito proseguire nelle sue faccende. Però ebbi la sensazione che il suo sguardo si fissasse per qualche attimo su di me con attenzione, ma che poi lo avesse distolto per sua volontà. Ebbi molta più cura di rimanere nascosto alla sua vista e lo seguii che usciva dal Tribunale. Dal momento che aveva salutato molte persone, pensai che fosse conosciuto e chiesi di lui a qualcuno, descrivendolo sommariamente, ma sarà stata la mia descrizione, sarà stata la difficoltà nella domanda, mi resi conto che così era difficile identificarlo, né conoscevo i colleghi che aveva salutato. Pensai di focalizzare bene la mia mente in modo da poterlo descrivere a qualche mio collega che forse lo conosceva. E così cominciai a tracciare su un foglio una specie di identikit dell’uomo misterioso con la speranza di risalire alla sua identità e capire perché quella mattina se l’era presa tanto con me. Tuttavia debbo ammettere che il disegno non è mai stato il mio forte né riuscivo a mettere sul foglio di carta le caratteristiche fondamentali del volto dell’uomo misterioso, mi uscivano al massimo delle macchiette, anzi, me ne resi conto e cominciai a divertirmi a fare delle figurine divertenti ma poi anche se facevano sorridere mi mettevano paura lo stesso. L’uomo sconosciuto rimaneva lontano dai miei fogli ed i tentativi di identikit erano un fallimento. Forse sarebbe stato meglio rivolgersi ad un professionista!
Seppi da un’impiegata della cancelleria che l’uomo misterioso veniva spesso in Tribunale e che molti pensavano addirittura che fosse un mio collega. Io glielo avevo descritto sommariamente e lei aveva capito o almeno sembrava aver capito di chi parlavo. Peraltro la storia delle minacce che mi aveva rivolto non si era risaputa o almeno era rimasta ignota nell’ambiente, al contrario di quello che normalmente succedeva, evidentemente doveva essere successo qualcosa di molto più importante per cui la mia storia era passata inosservata e non degna di ricordi. Per cui ogni mio tentativo di ricollegare l’individuo a quello che era successo nel parcheggio si risolveva in una serie di domande su che cosa era successo e siccome io non avevo molta voglia di raccontarlo sorvolavo poi elegantemente sull’argomento, che peraltro mi aveva portato a delle conseguenze con la polizia per cui ero molto prudente nel parlarne. L’impiegata però mi disse dopo una mia sommaria descrizione di aver capito subito di chi parlavo e mi disse che era un personaggio un pochino misterioso, che forse cercava di fare qualche affaruccio. O forse aveva qualche causa da seguire, o forse era un appassionato della giustizia e delle aule dei tribunali, o forse stava scrivendo un libro, magari un saggio. Davanti a tutti questi forse mi trovai un poco disorientato. Pensai bene che forse era meglio lasciarla perdere l’impiegata, che forse mi stava prendendo in giro. Decisi che se lo avessi rivisto avrei fatto in modo di seguirlo, senza farmene accorgere, si capisce. Io però non ero uno specialista in pedinamenti, per cui mi rimaneva un poco difficile anche semplicemente immaginare la mia ipotetica indagine.


Capitolo 11 Psichiatria

Mia moglie prese per me un appuntamento con uno psichiatra. A mia insaputa, mi disse che lei lo conosceva, che era una brava persona, che dovevo fidarmi, che insomma occorreva per la mia salute venire a capo dei miei disturbi. Io le feci osservare che non è che avessi molti disturbi, lei però era irremovibile, mi disse che non dovevo avere paura, non mi sarebbe costato molto, peraltro, anche questo pensai, occorrerà spendere dei soldi per una cosa del tutto inutile, ma se lo sognano che io ci vada davvero, mi riproposi di ingannarla.
Però lo psichiatra telefonò di persona a casa per avere conferma dell’appuntamento, nemmeno che fosse la sua segretaria, era lui in persona ed io mi ritrovai a rispondere al telefono e per educazione non seppi dire di no, dissi di sì e confermai l’appuntamento preso da mia moglie.
Al giorno stabilito indugiai a lungo davanti allo studio dello specialista, pensai che non ci dovevo andare, che nessuno mi poteva obbligare, che insomma ero io che dovevo prestare il mio consenso a qualunque genere di terapia e non dovevano essere gli altri ad impormela, insomma feci tutti questi ragionamenti che non facevano una grinza, e quando mi aspettavo che avrei deciso di andarmene via e lasciare con un palmo di naso lo psichiatra e mia moglie, invece avvenne l’irreparabile, mi sembrò che mia moglie mi stesse osservando e stesse aspettando le mie mosse, pensai addirittura che mi stesse osservando con qualche cannocchiale da una delle innumerevoli finestre che si affacciavano su quella strada, insomma fui preso dal panico del cannocchiale e delle conseguenze di una mia libera decisione di andarmene su due piedi, in fondo non ti ucciderà, e poi non sarà più cattivo di quello psichiatra immaginario con cui sei sempre in discussione, pensai, e così suonai il campanello.
Il portone si aprì subito elettricamente. Salii pochi scalini e mi trovai dentro lo studio, una segretaria mi chiese se ero l’avvocato Renzulli e mi fece accomodare in una sala d’attesa.
Ero in leggero anticipo, cercai delle riviste, ma non c’era niente da leggere, la stanza era completamente disadorna, c’era solamente una poltrona sulla quale mi ero accomodato subito ed un quadro, che raffigurava una serie di donne molto grasse che sorridevano, io pensai ad una famiglia di cicciotelle, però mi accorsi che mancavano i bambini e mancavano gli uomini, mi cominciai a chiedere quale fosse il significato di quel quadro con sole donne e tutte dalle forme abbastanza opulente quando si aprì una porta e si affacciò la segretaria che mi chiamò e mi disse che era il mio turno.
La stanza dello psichiatra era altrettanto disadorna, mancavano del tutto i quadri e c’era soltanto un divano sul quale senza dubbio mi sarei dovuto sdraiare e la scrivania del dottore, il quale si alzò con cortesia, si presentò con nome e cognome, dottor Nicola Strimpelli, e mi disse di mettermi comodo sul divano.
Lo psichiatra reale era completamente differente da quello immaginario, era giovane ed alto, aveva i capelli neri ondulati, non aveva gli occhiali e neppure barba e baffi, faceva di tutto per avere un aspetto gradevolmente medio ma io pensai che i suoi sforzi erano comunque vani e rimaneva un essere ripugnante perché di lì a poco avrebbe cominciato a fare i suoi sforzi per entrare nelle mie segrete stanze e chissà quale metodo avrebbe usato per conoscere i miei segreti più intimi, insomma la mia ostilità verso la psichiatria era piena ed in quel momento si caricava di maggiori tensioni dentro di me.
Il dottor Strimpelli cominciò col chiedermi se avevo precedenti esperienze in campo psichiatrico, io gli risposi “No, naturalmente, questa è la prima e spero l’ultima” e lui sorrise. Aveva un blocco in mano e mi chiese come mai l’appuntamento lo aveva preso per me mia moglie. Io risposi che per me non ce ne era bisogno, che mia moglie era convinta però che io avevo bisogno di questa visita e perciò l’appuntamento lo aveva preso lei.
Il dottore mi chiese quali erano i miei problemi, al che io gli raccontai l’episodio del maniaco che mi aveva aggredito senza alcuna spiegazione e gli dissi che conosceva il mio nome e il mio cognome ma io non lo avevo mai conosciuto, lui mi chiese come poteva succedere una cosa del genere, io rimasi interdetto e gli dissi che non lo sapevo ma nemmeno riuscivo a pensare a qualcosa, vidi lo psichiatra che mi guardava perplesso e pensai che non mi credesse ed allora gli dissi che avevo fatto una denuncia alla polizia, lui mi chiese subito come avevano reagito i poliziotti, io cominciai ad innervosirmi perché le sue domande erano tendenziose, cominciai a guardarlo meglio e mi accorsi che aveva un modo di fissarmi che mi metteva a disagio, era come se cercasse dei particolari nelle mie reazioni alle sue domande, ad un certo punto mi accorsi che scriveva qualcosa su quel blocco, mi incuriosii e gli chiesi che cosa aveva scritto, delle generiche annotazioni mi rispose, cominciai a fissarlo perché non mi sembrava del tutto normale, da tempo aveva maturato la convinzione che gli psichiatri a forza di andare con lo zoppo imparano a zoppicare, era stato un mio amico a dirmelo una volta, che gli psichiatri in genere frequentando i matti finiscono per cedere lentamente alla follia, cercai di trovare i segni della follia nel giovane medico che avevo davanti, lui si accorse che lo stavo studiando e mi chiese se nella mia professione avevo sviluppato particolarmente alcune capacità, non molte risposi studiando la risposta che forniva di me un’immagine modesta.
Insomma lo psichiatra studiava me e le mie risposte, io cercavo di dargliene più complicate possibili e nel frattempo studiavo lui e i suoi movimenti, era un duello psicologico che si era instaurato senza che io me ne accorgessi, lui doveva essersene accorto perché spesso mi diceva di rilassarmi e di non preoccuparmi, cosa che sortiva l’effetto opposto. Continuammo nel duello misterioso per una buona mezzora, poi lui cominciò a parlare e disse che il mio caso era piuttosto strano, che comunque era opportuno che io facessi una serie di sedute da lui e mi confidassi in maniera sincera con lui, io gli chiesi se il suo mestiere era il confidente ed allora sorrise e disse che quello era il suo lavoro, di cercare di scoprire i segreti più nascosti che a volte turbano la tranquillità delle persone, e che era necessario che ci rivedessimo, io gli chiesi se poteva lasciarmi una pausa di riflessione, avevo bisogno di un poco di tempo per maturare una decisione del genere, lui si disse d’accordo e mi disse di richiamarlo di lì ad una settimana per fissare un nuovo appuntamento. Così rimanemmo, o meglio così rimase lui perché io non mi impegnai in nessun modo e poi la cosa aveva un costo e non era mia intenzione di buttare del denaro in una cosa in cui non credevo, Questo naturalmente non lo dissi. Uscii tranquillo dallo studio con la sicurezza che mai più mi avrebbero rivisto.


Capitolo 12 Di nuovo al Commissariato

Mia moglie mi disse che mi aveva cercato la polizia, sarà per quella tua storia mi fece, inutilmente gli chiesi chi mi aveva cercato, lei non aveva saputo chiedere il nome dell’ispettore o della persona che aveva telefonato. Mi recai così al Commissariato ed anche io non ricordavo il nome dell’ispettore al quale avevo raccontato i fatti che mi erano successi, per cui cominciai a chiedere al piantone che non aveva la più pallida idea ma che ad una mia descrizione fisica dell’ispettore si illuminò e mi disse che dovevo aver parlato con l’ispettore Speranza, la descrizione era quella, così mi indicò la sua stanza. L’ispettore Speranza (era proprio lui) mi accolse mentre leggeva un giornale sportivo e mi guardò, fece un cenno col capo ricordandosi di me e mi chiese se avevo delle novità. Trovai la domanda molto strana, gli dissi che qualcuno dal Commissariato mi aveva cercato ed io speravo che lui avesse qualche buona nuova per me.
Lui si grattò la testa, mi chiese se ero sicuro che mi avevano cercato dal Commissariato, risposi che me l’aveva detto mia moglie, io non c’ero al momento della telefonata, , lui continuò a grattarsi la testa e mi guardava piuttosto stralunato, era come se io gli avessi chiesto qualche cosa di molto difficile, ebbi anche l’impressione che non si fidasse di me e che stesse facendomi delle domande per farmi cadere in contraddizione, cominciai a stare guardingo. Lui si attaccò al telefono e cominciò a chiamare dei suoi colleghi chiedendo se mi era stata fatta una telefonata e i primi gli rispondevano di no, e lui alla conclusione di ognuna mi guardava, storceva la bocca e mi faceva capire che cominciava a dubitare molto della mia affermazione, al che io lo interruppi e ribadii che me l’aveva riferito mia moglie e che forse si era sbagliata lei, io non c’entravo se c’era stato un errore od un equivoco. Alla quinta telefonata spuntò fuori che effettivamente mi avevano cercato peraltro dalla stanza attigua alla sua. E così mi indirizzò ad un altro ispettore. Questo si presentò ed esordì dicendomi chiaramente che nella mia denuncia c’erano molte cose strane per cui mi aveva chiamato per i necessari chiarimenti.
Guardai sulla scrivania e vidi il nome dell’ispettore Delosu ed io subito pensai che doveva essere sardo di origine ma poi cominciai a studiare meglio la parola, l’anagramma più semplice era deluso, mi usciva anche du sole cioè due suole, questo mi sembrò migliore del precedente, comunque cercavo qualcosa per distrarmi dalla tensione che mi stava prendendo, ero incuriosito da questa ricerca ma anche avevo un poco di paura. E poi avevo una certa diffidenza per un funzionario di polizia sardo, non è che io ce l’avessi con la Sardegna, però sapevo che i funzionari di polizia sardi erano molto scrupolosi e conducevano le indagini con grande pazienza . Infatti l’ispettore mi chiese la cortesia di aspettare un momentino che avrebbe letto meglio il fascicolo e si mise a leggere, però ci metteva un pochino di tempo e se ne stava silenzioso ed attento, io avrei gradito qualche interruzione sdrammatizzante, qualche domanda, invece lui leggeva in silenzio e sembrava che ammiccasse alle parole che gli scorrevano davanti, ogni tanto muoveva il capo e non capivo se era per assentire e che tutto cominciava ad essere chiaro oppure perché aveva dei dubbi e mentalmente cercava una risposta. Dopo un periodo che non riesco a quantificare ma che era abbastanza lungo in cui io cercavo di guardare tutte le cose della stanza e mi ero concentrato poi alla fine sui lacci delle mie scarpe, non sapendo più dove ancora posare gli occhi, l’ispettore Delosu chiuse il fascicolo e mi chiese quando avevo conosciuto l’aggressore e perché mi aveva aggredito. Io risposi che non ne avevo la minima idea, l’ispettore mi fece un sorriso e mi disse che un’idea in quel periodo me la dovevo essere fatta e che mi chiedeva semplicemente quale era la mia opinione in proposito. Pensai tra me se era il caso di raccontargli che avevo rivisto il maniaco e che lo avevo seguito ma decisi che era sicuramente meglio di no, la faccenda era già molto ingarbugliata così e al nuovo racconto chissà che cosa mi sarebbe potuto capitare, ero diventato estremamente diffidente verso tutta la faccenda per la piega che stava prendendo.
Durante questa riflessione rimasi in silenzio. L’ispettore mi fece notare che non rispondevo alla sua domanda e che il mio modo di comportarmi era indisponente e lo lasciava perplesso, che non sapeva come interpretare i miei lunghi silenzi, io cominciai a pensare tra me al significato del silenzio, o meglio a quello che gli può essere attribuito in generale e stavo per cominciare ad esporre la mia riflessione, ma poi pensai che era molto meglio lasciarla inespressa. L’ispettore mi sorrise e mi disse che capiva di trovarsi di fronte ad una persona incerta e confusa, mi chiese se intendevo ritirare la mia denuncia, io lo guardai meravigliato ed anche un pochino interessato, forse era la cosa migliore , pensai dentro di me, lui mi disse che se non rispondevo neppure su questo lui cominciava ad avere dei dubbi forti sulla genuinità del racconto, io cominciai a protestare vivacemente, dissi che il racconto era genuino, magari come era stato scritto poteva lasciare qualche perplessità, l’ispettore allora mi chiese se avevo dei problemi rispetto alla verbalizzazione in generale oppure rispetto all’ispettore che lo aveva redatto, guardò il nome e disse qualche frase di elogio rispetto all’ispettore Speranza, io dissi che forse mi ero espresso male, lui mi disse che non mi ero espresso male, anzi che non mi ero espresso quasi per niente e che avevo lasciato intendere dei dubbi su come era stata scritta la denuncia, non intendevo questo feci io, l’ispettore Delosu mi sorrise e mi disse che lui aveva capito che io non intendevo quello, però non aveva capito a che gioco stessi giocando.
“Ma io non sto affatto giocando!” esclamai con un tono quasi spazientito.
“Tutti giocano, quando recitano! “ fece sorridendo l’ispettore Delosu.
Insomma era convinto che io stessi recitando qualche strana parte e io non capivo più che cosa mi stesse succedendo. Ero stato aggredito, mi avevano portato alla polizia, mi avevano fatto delle domande e io avevo risposto, loro avevano scritto, non ero stato io a scrivere, per cui adesso quello che si leggeva era il frutto della scrittura dell’ispettore precedente e raccoglieva insieme tutte le sue perplessità e tutti i suoi dubbi, ma se lui aveva avuto dubbi io non ci potevo fare nulla, però ora questo ispettore Delosu leggeva quel fascicolo come se fossi stato io a scriverlo e mi chiedeva qualcosa di strano, mi faceva domande strane, e metteva in dubbio tutto, e mi accusava apertamente di recitare e di prendermi gioco della polizia.
In conclusione mi disse che dovevo aspettarmi una comunicazione giudiziaria, perché anche lui avrebbe redatto un verbale in cui avrebbe detto proprio queste cose, che io avevo detto una serie di fandonie e che avevo messo su una denuncia falsa. E alle mie proteste disse che avrei potuto spiegare tutto per bene al Pubblico Ministero che si sarebbe occupato dell’inchiesta.



Capitolo13 Identikitting

Uscii dal Commissariato piuttosto contrariato, quello che mi cominciava ad apparire evidente è che gli ispettori pensavano che io mi fossi inventato tutto di sana pianta, che l’aggressione doveva essere stata una mia macchinazione messa su chissà per quali oscure finalità e soprattutto che pensavano che io dovessi avere una qualche patologia, e questo era quello che mi dava maggiormente fastidio, il fatto che la questione della mia salute mentale rispuntasse da ogni parte ed in ogni momento mi creava dei disturbi, insomma io avevo già i miei problemi con lo psichiatra immaginario che mi torturava, ora la psichiatria e gli psichiatri spuntavano da tutte le parti come funghi, deve essere un periodo favorevole per la psichiatria , rimuginavo tra me e me, ma mi irritavo sempre di più e non riuscivo a prendere la cosa con calma e soprattutto a pianificare le mie attività in modo da uscire da quella situazione incresciosa che si stava creando intorno a me.
Sentivo come un accerchiamento dal quale mi era difficile uscire, da una parte la patologia delle amarezze ed il giovane medico e mia moglie e lo psichiatra con il quale avevo ingaggiato un difficile duello psicologico, dall’altra la mia denuncia dell’aggressione che avevo subito e rispetto alla quale c’era l’incredulità degli ispettori di polizia e soprattutto la convinzione che io stessi inventando tutto, insieme con la convinzione, non espressa per la verità, ma che si leggeva in ogni parola ed in ogni atteggiamento, che dovevo soffrire di chissà quali turbe psichiche per comportarmi così. L’unica cosa che mi rimaneva era gettarmi a capofitto in quella mezza indagine che avevo iniziato una volta che avevo rivisto il maniaco. Il mistero era che quello ce l’aveva con me e io non l’avevo mai visto prima. Seguendo una mia prima interpretazione, avevo pensato che fosse uno squilibrato, un folle, ma poi avevo meditato e ponderato e sul perché ce l’avesse proprio con me e come mai conoscesse bene il mio nome e cognome e li avesse pronunciati con un certo disprezzo e carico di odio ; questo non riuscivo proprio a capirlo e questo d’altra parte era il motivo per cui non ero stato creduto al Commissariato. Ora se loro si rifiutavano di credermi, io dovevo fare ogni sforzo per capire quale mistero c’era dietro questa vicenda anche per uscire fuori dai guai con la giustizia che cominciavano a profilarsi per me.
Siccome non ero riuscito a fare un identikit anche perché non ero molto capace con il disegno e mi erano uscite effettivamente delle macchiette, pensai che sarebbe stato opportuno rivolgermi ad un esperto in materia in modo da avere un disegno o una rappresentazione grafica o fotografica somigliante al maniaco. Sapevo di un fotografo che aveva lavorato tempo addietro con la polizia e che era diventato una specie di esperto di identikit . Lo andai a trovare un pomeriggio. Aveva un laboratorio di sviluppo fotografico ed era sempre molto occupato. Gli accennai che avevo bisogno della sua esperienza in identikit e lui mi disse che erano anni che aveva lasciato perdere, che forse era meglio che mi rivolgessi a qualcuno più aggiornato e che non aveva molto tempo. Capii che le sue obiezioni erano per farsi corteggiare un pochino e poter tirare su il prezzo della sua prestazione, cominciai a dire che mi avevano parlato molto bene di lui, lui mi chiese chi, io non ricordavo quando e come avevo appreso di queste sue capacità, e mi inventai un nome, lui disse che non lo conosceva o almeno non se lo ricordava, però si faceva più abbordabile, io dissi che mi avevano detto che lui era un esperto e che sapeva usare bene anche il computer, lui mi disse che lo aveva fatto qualche volta, poi però tagliò corto e disse che non aveva tempo in quel momento, ma che ci saremmo potuti rivedere due giorni dopo e sparò un prezzo, io rimasi perplesso e cominciai a dire che erano troppi soldi, lui disse che quello era quanto lui normalmente chiedeva e non poteva scendere, tira e molla riuscii ad ottenere un prezzo un pochino più basso, insomma ci accordammo per duecentocinquanta euro.
Il fatto è che li voleva anticipati e dovetti lasciargli un assegno.
Due giorni dopo effettivamente era libero da impegni e mi stava aspettando. Dovetti riprendere la storia dell’aggressione misteriosa e lui si incuriosì molto, poi cominciò a chiedermi se ricordavo l’altezza, se ricordava qualcosa dei capelli, del naso, del colore degli occhi, e piano piano cominciò a disegnare il suo identikit al computer, aveva un programma speciale. Il risultato però non era affatto somigliante al maniaco. Io lo correggevo, ma più si andava avanti, più l’immagine del maniaco scompariva anche dal mio ricordo, sebbene io avessi la sensazione di ricordarmene benissimo intimamente. L’esperto mi disse che succedeva così normalmente, che l’immagine spesso scappava e si andava ad annidare da qualche parte nella memoria, bisognava ripescarla pian pianino. Però la stranezza del fenomeno per me e la sua tranquillità mi la sciavano perplesso.
Il fatto strano è poi che sembrava proprio che lui se ne stesse tranquillamente in una barca a pesca,e che cercava qualche segno preciso da me e se ne stava paziente a bordo della sua imbarcazione, aveva in mano una matita e sembrava che avesse una lenza e che aspettasse tranquillo che il pesce abboccasse all’amo. Il pesce era chiaro che non ero io, anche se avevo un certo sospetto e una qualche impressione di esserlo un pochino, il pesce della sua metafora erano quei segni dell’immagine della persona che si doveva cercare di ricostruire e che sembravano essere sfuggiti da tutte le parti. Però questo suo atteggiamento da pescatore mi sembrava poco professionale, riflettevo che lui doveva pur avere un metodo quasi scientifico e che non poteva mettersi in attesa di un’ispirazione qualunque. Lui sembrava che avesse intuito le mie perplessità e cominciò a riflettere a voce alta su come le immagini ad un certo punto vanno a nascondersi in una specie di misteriosa caverna, che niente ci torna in mente ed allora non resta che aspettare che qualcosa si illumini misteriosamente nella nostra memoria, non so un particolare qualunque, la punta delle orecchie per esempio, io ci pensai e mi sforzai di cercare di ricordarmi delle orecchie, ma niente da fare, non so un brufolo sul mento, ed io cominciai a cercare un brufolo ma niente da fare , era vero che l’immagine se ne era andata o almeno non mi riusciva di esprimerla in alcun modo.
Lui mi fece presente che non c’era fretta, che tutto però dipendeva dalla mia memoria, e che a maggior tempo avrebbe fatto inevitabilmente compagnia una maggiorazione del compenso, io sospettai che lui si era messo apposta nella posizione di attesa e che questa forse era una sua tattica per aumentare i suoi emolumenti, al che gli chiesi quale metodo utilizzava quando lavorava per la polizia, lui mi rispose che erano loro che avevano i loro metodi, loro facevano le domande e cominciavano sempre dal naso, perché per loro era il particolare che rimaneva meglio impresso, e difficilmente sfuggiva e poi era il particolare centrale intorno al quale poi si mettevano gli occhi, le sopracciglia, le guance, la bocca, le orecchie e poi per ultimo i capelli, anche se lui sosteneva che i capelli erano il particolare che rimaneva più impresso, lui avrebbe cominciato a fare le domande sui capelli e poi sulla fronte e poi eventualmente sul naso. I capelli erano piuttosto ordinati e con la riga, feci io, al che lui cominciò a mettere i capelli al loro posto con la riga, si ma di che colore erano mi chiese, erano scuri bruni, c’era qualche capello bianco però, allora lui fece i capelli, allora mi tornò in memoria un particolare delle sopracciglia, aveva delle folte sopracciglia, ma una tirava più in su, qual’era fece lui, quella sinistra o quella destra, quella destra feci sicuro io, destra di chi, domandò lui, come sarebbe a dire di chi, feci io meravigliato ed anche un pochino perplesso e sospettoso, la destra di lui o la destra di lei, fece lui per chiarire la sua domanda che si faceva però sempre più difficile ed oscura, insomma fece lui quando dice a destra intende dire la destra sua corrispondente a lei o la destra propria del personaggio di cui stiamo rifacendo l’identikit, io ci pensai un poco sopra poi risposi che mi sembrava la destra sua del personaggio ma non ero molto convinto, forse me ne sarei ricordato meglio in seguito, allora lui si disse d’accordo e disse che avrebbe messo verso l’alto il sopracciglio destro del personaggio, del maniaco feci io, e lui cominciò con le sopracciglia. Pian pianino mi venne in mente qualche altro particolare, dissi che aveva una piega della bocca verso sinistra, lui ricominciò con la domanda già fatta per la destra, io a questo punto cominciai a scoraggiarmi. Pian pianino venne fuori un disegno che somigliava un pochino alle macchiette con cui io mi ero cimentato per l’identikit, ma lui mi disse che bisognava avere pazienza, che i dati cominciavano a riaffiorare, io lo vedevo sempre tranquillo a pesca e mi spazientivo. Insomma dopo tre sedute che portarono ad un aumento sostanzioso del compenso, venne fuori qualcosa di simile al maniaco, ma allora io mi resi conto che a me non serviva affatto perché lo ricordavo così bene che lo avrei riconosciuto comunque nella mia indagine ed alla polizia era meglio che non mi ripresentavo se no mi schiaffavano dritto dritto in gattabuia e dovevo lasciar da parte ogni immagine o disegno perché inevitabilmente avrebbero aumentato i sospetti già molto forti sulla veridicità della mia denunzia.


Capitolo14 Punti oscuri e fantasmi

La mia vita stava diventando un inferno. Ero diventato intrattabile ed ero ossessionato da tutti quei misteri. Mi aveva cominciato a prendere una forte angoscia e temevo a volte di esserne sopraffatto per cui il mio umore si oscurava e mi rendevo conto anche che gli altri mi evitavano in quei momenti, in cui rimanevo solo con i miei fantasmi. Cercavo disperatamente di uscire da questa sensazione opprimente di solitudine e dalle inquietudini che mi turbavano, ma mi rendevo conto di essere poco socievole e evidentemente facilmente irritabile, perché avevo la sensazione di essere quasi un appestato o comunque un malato di una terribile malattia perché sembrava che gli altri avessero il timore di esserne contagiati. E pensare che io non avevo mai avuto da tanto tempo difficoltà nei miei rapporti con gli altri e che mi inorgogliva il fatto di riuscire a parlare con tutti e di essere capace di mettere tutti a proprio agio nel colloquio: in quel periodo tutte queste capacità era come se fossero improvvisamente sparite ed io mi ritrovavo puntualmente da solo a riflettere sui misteri che da un po’ di tempo mi circondavano. C’erano senza dubbio troppi punti oscuri nella vicenda che mi stava capitando e nella quale ero rimasto intrappolato. Quei punti oscuri che avevano destato i sospetti della polizia rispetto alla mia denuncia nonché avevano messo in moto tutti i dubbi sulle mie capacità psichiche che avevano spinto mia moglie a farmi visitare dallo psichiatra. Punti oscuri che si agitavano nella mia mente come enormi punti interrogativi, che poi vedevo uscire dalla mia testa e concretizzarsi e farsi bastoni nodosi che mi percuotevano e mi facevano male. Mi facevo continuamente delle domande alle quali non riuscivo a trovare alcuna risposta e questi punti interrogativi bastoni era come se mi torturassero il cervello e come se volessero abbattersi su di me con forza. La loro pesantezza e la forza con cui mi percuotevano mi faceva sentire dei dolori a volte lancinanti, sentivo spesso mal di testa, ma era un dolore da percosse pesanti.
Ero poi angosciato dai miei oscuri fantasmi, e la paura di essere uscito o di stare per uscire di senno del tutto si ripresentava continuamente, io cercavo di riprendermi la mia tranquillità ma era chiaro che non riuscivo più a trovarla facilmente. Su questo punto vorrei chiarire che questi esseri misteriosi mi apparivano improvvisamente e cominciava un dialogo tra me e loro, diciamo che non erano i classici fantasmi bianchi che appaiono nei tetri castelli inglesi e che mettono una grande angoscia, più che altro erano delle creature misteriose che improvvisamente mi si paravano davanti ma non erano corporee, cioè era chiaro che erano creature prive di un corpo, ma che pur tuttavia erano molto polemiche nei miei confronti e mi schernivano in continuazione. Così per esempio il fantasma dello psichiatra che mi appariva ogni tanto e mi prendeva in giro dicendomi che prima o poi mi sarei dovuto confrontare con la psichiatria che io tanto cercavo di evitare e della quale non avevo alcuna stima; e con la quale peraltro mi ero dovuto confrontare grazie alla volontà di mia moglie e ne era uscito quasi un incontro di lotta libera psicologica tra me e lo psichiatra che mi aveva lasciato perplesso e comunque non mi aveva impressionato favorevolmente e aveva lasciato i suoi strascichi. Ritornando ai miei fantasmi poi ogni tanto, ma si trattava di sogni, mi appariva mia moglie, ma non posso dire che si trattasse di un fantasma essendo lei in vita, diciamo che era un’ossessione, anche per come si comportava nei miei confronti. Perché sembrava che stesse sempre in attesa di un qualche evento negativo per me, perché quella volta che mi era apparsa tra il pubblico di una specie di circo massimo che gridava e io e l’Agnese eravamo al centro del circo e ci incitavano e ci spingevano e si esaltavano lei era quella che strillava di più e che sembrava fosse la più interessata allo spettacolo. Adesso poi c’erano questi misteriosi punti interrogativi bastoni che mi percuotevano ed io sentivo tanto dolore come se fosse vero. Da una parte avevo l’impressione che la mia immaginazione fosse ipereccitabile, e cominciavo a pormi dei seri dubbi su tutte le vicende che mi erano accadute, il dubbio concretamente era che esse non fossero una realtà ma fossero il frutto della mia immaginazione, poi però rientravo in me e capivo che i dubbi non erano degni di un esame scrupoloso, quello che era accaduto non era assolutamente il frutto della mia immaginazione che seppur estremamente vivace e fervida non poteva indurmi a pensare quelle cose che realmente mi erano accadute e rispetto alle quali io non riuscivo a trovare alcuna spiegazione plausibile. Purtuttavia il mio stato d’animo era sempre più estremamente confuso anche dalle novità dei bastoni che mi percuotevano e dai miei discutibili ed indefinibili problemi, che invero andavano poi a toccare tutta la mia esistenza e si rivelavano forti fonti di insicurezza.
Cercai di confidarmi con l’Agnese, ma lei evitò subito ogni mio sfogo e ogni ricerca di colloquio, si vedeva che anche lei era intimorita dal mio stato d’animo. Il fatto poi che le mie ricerche non dessero molti frutti ed anzi aumentassero i dubbi e le incertezze mi toglieva anche il credito delle persone più vicine. Ero poi terrorizzato dai sospetti che ormai avevo io stesso sulle mie condizioni psichiche, ed il fantasma dello psichiatra immaginario aveva raggiunto ormai un’espressione quasi di trionfo.


Capitolo 15 Scoperta e novità

Mi recai una mattina alla Corta d’Appello per prendere delle informazioni in cancelleria. Stavo abbastanza tranquillo, era una giornata invernale abbastanza mite, nel viaggio pur breve in treno mi ero abbastanza sentito a mio agio ed ora ero immerso nella folla che si agitava per i corridoi del palazzo di giustizia, e mi stavo dirigendo verso la cancelleria, quando da lontano scorsi il maniaco che mi aveva aggredito. Istintivamente mi nascosi dietro una colonna e così lo vedevo avvicinarsi.
Stava discutendo animatamente con una persona che grossomodo era un mio coetaneo, e che man mano che si avvicinava mi accorgevo che mi somigliava, quando mi furono molto vicini notai che la somiglianza dell’altro con me era veramente impressionante e peraltro aveva anche molto del mio modo di muovermi e di camminare, e notai anche che indossava un pastrano simile a quello che indossavo io. Mi tenevo sempre nascosto dalla colonna e loro si avvicinavano sempre discutendo animatamente e mi passarono vicino ed allora ebbi la sensazione che quello fosse la mia immagine che se ne andava girando per il tribunale, ebbi paura della straordinaria somiglianza che aveva con me, quando sentii qualcuno dalle scale che chiamava a voce alta “Avvocato Renzulli!” io guardai ma vidi nel frattempo che anche quello che ormai potevo definire il mio sosia si era voltato, allora cominciai a pensare che ci doveva essere qualcosa che non andava bene, forse la mia fantasia mi stava mettendo in un groviglio inestricabile, però lui si era voltato e la persona che aveva chiamato si era avvicinata a parlare con lui, allora oltre ad essere il mio sosia si chiamava come me, cominciai a tremare tutto dalla testa ai piedi ed ebbi la sensazione che i miei capelli si fossero alzati tutti e fossero in tiro, mi sembrava anche di avere la febbre e mi andai a rifugiare in un bagno che stava lì vicino. Mi lavai con estrema accuratezza la faccia, cominciai a sentirmi meglio, cominciai a pensare con maggiore tranquillità, non tremavo più, dunque c’era una persona che si chiamava come me e che mi assomigliava come una goccia d’acqua. Mi rinchiusi dentro un gabinetto a pensare.
Mi venne in mente che forse mi trovavo di fronte ad un mio fratello gemello di cui avevo sempre ignorato l’esistenza o che mi era stato volutamente nascosto dai miei genitori e che poi per una strana combinazione aveva intrapreso la mia stessa strada professionale. Dovevo svolgere delle indagini in questo senso, pensai che avrei contattato i miei fratelli per saperne qualcosa, ci doveva essere un legame di sangue, altrimenti non era possibile la straordinaria rassomiglianza e soprattutto il fatto che si chiamasse con il mio stesso cognome. Col cellulare dal gabinetto chiamai subito mio fratello e gli cominciai a chiedere se per caso era a conoscenza dell’esistenza di un mio gemello, lui mi disse che non ne sapeva niente e che trovava la mia domanda piuttosto strana, io gli dissi di non preoccuparsi di questo ma che bisognava che si facessero delle indagini in questa direzione, lui mi disse che dovevo essere impazzito del tutto insomma poco ci mancò che litigassimo per telefono, io lasciai da parte quella domanda e gli chiesi come stava e come stavano i suoi lui riprese il filo della conversazione normale con estremo piacere come con piacere si chiuse la telefonata. Sì in qualche modo avevo avuto piacere di risentire mio fratello, però quella mia idea del gemello mi frullava per la testa ed aveva bisogno di verifiche, forse avrei avuto notizie da una zia anziana che era sopravvissuta ai miei genitori. Che nel frattempo mi ricomparvero dinanzi e mi guardavano con delle smorfie di disprezzo, io andavo a turbare la loro tranquillità, ma io avevo bisogno di sapere chi era quell’individuo misterioso, che portava peraltro il mio cognome, insomma mi riproposi che avrei cercato di parlare con la vecchia zia e forse il mistero si sarebbe svelato.
Uscii con estrema cautela dal gabinetto, mi riimersi nella folla della corte d’appello e cercai il mio sosia, non c’era più, me ne andai verso la cancelleria ma un signore mi fermò, avvocato Renzulli lei deve pagare delle marche, io non ricordavo di avere questo onere, ebbene sì avvocato, l’ho riconosciuta e mi sono ricordato che lei non ha pagato le marche scambio in una causa in cui ha depositato delle memorie e mi parlò di una causa che io non avevo mai trattato.
“Forse lei mi scambia con qualche altro” feci io.
“Perchè, lei non è l’avvocato Renzulli ?” fece quello con aria un poco sbalordita.
“Sì, feci io , ma ci deve essere un equivoco”
“Ma quale equivoco, se lei è l’avvocato Renzulli, è proprio lei che cercavo per sistemare quella questione delle marche”
“Sì, ma io non sono quello che lei cerca” feci io.
“E che mi vuole prendere in giro, avvocato, paghi le marche e la smetta di prendersi gioco di me”.
Io non avevo scampo. O mi mettevo a parlare del sosia che forse era un mio gemello, oppure dovevo acconsentire alla richiesta e pagare quelle marche che non mi riguardavano. La cosa era del tutto ingiusta, però o si chiariva tutto oppure avrei fatto una figura meschina. Pagai le marche e rimasi con pochi soldi in tasca, ripromettendomi che avrei poi cercato il mio omonimo e anche sosia e mi sarei fatto restituire quanto indebitamente pagato.
E peraltro ero andato in cancelleria per depositare delle memorie in cui dovevo pagare dei diritti e rimasto senza soldi sufficienti mi dovetti far prestare qualche cosa da un collega cui lasciai il mio biglietto e gli dissi che gli avrei rimesso il denaro tramite un vaglia.


Capitolo 16 Una cliente sconosciuta e pericolosa
Stavo uscendo dalla Corte d’appello ed ero molto confuso dalla scoperta del sosia e dalla strana richiesta di marche da bollo della cancelleria, quando una signora piuttosto appariscente mi incontrò e mi salutò, io galantemente risposi al saluto con un “Buongiorno signora” tutto sorridente, lei invece si rabbuiò e mi aggredì verbalmente, cominciando sottovoce ma alzando sempre più la voce, diceva che facevo finta di non conoscerla, tutti uguali gli uomini, gli avvocati poi, e qui si lanciò in una serie di considerazioni negative verso gli avvocati e verso di me in particolare. Al che replicai che io non avevo il piacere, che anzi avrei gradito molto, non trascurando nulla della mia galanteria tradizionale, insomma non ero certamente io, mi confondeva con qualche altra persona.
“Avvocato Renzulli, ma insomma Pino, Pinuccio, pimpirimpimpino, fai finta eh, ma non ci riesci, siete tutti uguali, prima ve la spassate con noi illudendoci con una serie di paroloni, meravigliosa, straordinaria, affascinante, seducente, e poi, dopo un po’, quando vi siete stancati vi dimenticate persino di salutarci quando ci incontrate, eh no , caro il mio Pinuccio così non si può, non ci si deve comportare, è vietato perfino dalla legge se non sbaglio, ma io di legge me ne intendo tanto poco, ma ci sarà poi una legge morale che impedisce di andare a letto insieme e poi di far finta di non conoscere nemmeno la donna che hai riempito di illusioni sul tuo amore, io sono furibonda su questo, che adesso fai addirittura finta di non conoscermi, non ci posso credere che ci si possa spingere ad un grado così elevato di perfetta abiezione, l’indifferenza ostentata mi da un fastidio terribile, mi viene voglia di spaccarti la faccia con questa borsetta qui davanti a tutti….” E cominciò a roteare la borsetta minacciosamente, io indietreggiai intimorito, poi cominciai a guadagnare l’uscita e la fuga con maggiore coraggio, il fatto era evidente che lei mi scambiava con il mio sosia ma come facevo a spiegarglielo e poi era evidente che non avevo molte possibilità dal momento che non sapevo nulla di lei e non potevo in alcun modo cavarmela o sperare di calmare una donna tanto infuriata..
“Ah, te la vuoi svignare adesso, però era diverso prima, Annetta, Annuccia, Annarella, mi facevi sentire un’attrice quando mi chiamavi……..”
“Suvvia Anna si calmi” approfittai subito della fortunata combinazione del nome rivelato.
“Tu , proprio tu, mi dici di calmarmi, ma non ti vergogni neanche un po’, dopo quello che hai avuto da me e come mi tratti, come una sconosciuta, con tutti i guai che mi hai procurato…”
“Suvvia Anna, calmati, c’è stato un equivoco che ti potrò spiegare….”mi ero fatto più coraggioso, volevo dare una svolta a quel colloquio, comunque avevo ripreso parte della mia galanteria
“L’equivoco ce l’hai nel cervello, te lo dico io, tu sei un tipo equivoco, prima tutta passione, poi l’indifferenza, e la mia causa poi, ci avevi messo il cuore e l’anima, ti interessavano tutti i particolari, poi al momento giusto te ne sei proprio dimenticato e mi hai lasciato con una mano davanti e l’altra….”
“Fermati, fermati, non sono quello che tu credi, anzi se ti posso offrire un caffè, ti potrò spiegare…”
“Ma che cosa mi devi spiegare ancora, Pinuccio Pimpirimpimpino, che cosa mi devi spiegare, forse il tuo comportamento non può avere spiegazioni, tu sei un mostro…ma si può prendere un caffè con un mostro?” Questa domanda la rivolse ad una giovane avvocatessa che passava tutta avvolta nei suoi pensieri e nella sua toga la quale mi guardò vagamente e disse chiaramente “C’è di peggio”
“Vabbene, allora lo posso prendere questo caffè, se lo dice l’avvocata…..bisognerà pure fidarsi di qualcuno.” Si vedeva che voleva ora prolungare quel colloquio ma non potevo capire con quali intenzioni, forse voleva essere risarcita, chissà come fu mi si mise sottobraccio e mi portò lei al bar, era un bar piuttosto affollato di avvocati e clienti, d’altra parte era l’ora giusta per il bar, io mi feci portare da lei in perfetto silenzio mentre lei continuava a parlare da sola, e sentivo sempre che ce l’aveva con me, che mi avrebbe fatto chissà che cosa volentieri, tanto che disse che se mi fossi fatto vivo un’altra volta me l’avrebbe fatto capire lei l’amore vero, forse alludeva a qualcosa di violento, io lasciai da parte la mia galanteria intimorito, forse sarebbe spuntato un coltello o una rivoltella dalla borsetta.
Presi in silenzio il caffè, e lei mi guardava e disse:”Eh allora, c’è stato un equivoco, mi hai scambiato per un’altra, quale è stato questo equivoco cui alludi?”
“Mah……”feci io guardandomi intorno e cercando disperatamente soccorso in quella folla di avvocati e clienti che chiacchieravano animatamente tra loro “ mah………….”
“Eh, sì, il mio caro Pino che sa tante belle parole ora le ha perse proprio tutte , non sa dire che mah….. e che vorrà dire questo tuo mah… di oggi, forse cerchi mamma tua, ma tu una mamma vera non ce l’hai, chissà di chi sei figlio tu…”
“Mah…” feci io sempre più perplesso e non sapevo più come uscire da quell’incontro e da quel bar, forse la cosa migliore era squagliarsela, mi alzai di scatto andai verso la cassa, c’era una ressa enorme, io non ce la facevo più, lei poteva aggredirmi come voleva ma io ora me la sarei filata, feci finta di andare verso il bagno, guadagnai invece precipitosamente l’uscita e la sentii gridare alle mie spalle che ero un vigliacco, che me l’avrebbe fatta pagare cara, che non potevo credere di poterla trattare così, me la battei di filato in una stradina laterale misteriosa, poi a piedi allungando il passo imboccai verso la circonvallazione Clodia, presi al volo un autobus e me la squagliai.
Me ne tornai piuttosto amareggiato verso la stazione ed al treno e cominciai a riflettere su tutta la vicenda, e tornai al pensiero che forse avevo un gemello e che bisognava, per saperne qualcosa,(se qualcuno ne sapeva qualcosa) che ne andassi a parlare con la vecchia zia, mio fratello certo non ne sapeva niente, ma quello là doveva essere per forza un mio gemello, l’anziana zia avrebbe senza dubbio saputo tutto di questa oscura vicenda che peraltro mi era costata delle marche che io non dovevo e che quell’impiegato mi aveva chiesto con estrema decisione, e vagli a far capire che c’era una specie di mio gemello che faceva anche lui l’avvocato, e poi quella signora Annetta, Annuccia, quella era pericolosa, mi aveva aggredito solo verbalmente, ma con una violenza inaspettata ed imprevedibile, si vede che aveva subito torti su tutti i fronti, sia come cliente che come donna, io avevo però dovuto subire le sue ire che certamente non erano dirette verso di me. Insomma per tutto il viaggio non feci che rimuginare su tutto quanto mi era accaduto e sul sosia, che comunque era una scoperta davvero sensazionale e metteva un poco in chiaro tutti i problemi per come si erano presentati, oscuri ed insolubili finora.

Capitolo 17 Dalla vecchia zia

A casa mi guardai bene però dal parlarne con mia moglie, ma mi ero molto tranquillizzato, e il mio umore tetro se ne era andato di colpo, questa scoperta del sosia mi aveva spalancato un grande nuovo filone di indagini ma mi aveva tolto quell’angoscia in cui tutta la vicenda finora mi aveva portato. Telefonai alla mia vecchia zia, e le preannunciai una mia visita. Lei fu contentissima di risentirmi anche solo al telefono e all’idea che mi avrebbe rivisto.
La andai a trovare il giorno dopo, abitava in un paesino della Toscana, era un paese che io avevo visitato altre due volte ed era rimasto come tanti anni prima, pochi gli abitanti che si conoscevano tutti e stavano tutti sulla via pubblica, le donne con le loro seggiolette davanti agli usci, gli uomini si davano da fare con qualche lavoretto , e tutti che chiacchieravano tra loro con grande cordialità, magari con la stessa cordialità si mettevano a sparlare di qualcuno e lo facevano a pezzi con le loro paroline cordiali, sembrava di stare cento anni prima; e mia zia abitava in un vicoletto in una vecchia casa che se ne stava bella e sorridente sulla stradina. Mi aveva preparato le fettuccine fatte in casa e la trovai ancora indaffarata agli ultimi ritocchi. Mi accolse con una gioia indescrivibile, mi sembrava proprio una bambina per l’innocenza e la bellezza della sua contentezza, la mia visita le faceva brillare gli occhi per la felicità. Insomma era così raggiante che io la strinsi forte forte nell’abbracciarla e mi chiesi se era giusto che io non l’avessi più vista da oltre quaranta anni. E mi chiesi perchè avevo trascurato così una persona che mi voleva tanto bene.
Cominciai a raccontargli della mia vita, la mia vita coniugale, raccontai anche quella di mio fratello e lei riceveva con tanta meraviglia ogni notizia che le davo. Poi le dissi di mia sorella che viveva a Roma, che aveva avuto dei problemi col marito ma che ora si era rimessa con un altro uomo e sembrava che le cose andassero per il meglio.
Lei mi chiese come mai avevo pensato di andarla a trovare dopo tanti anni. Io entrai nel ricordo dei miei genitori, avevo bisogno di una introduzione, poi bruscamente le chiesi se lei sapeva se io avevo avuto altri fratelli e in particolare se avevo un gemello. Lei mi guardò sospettosa, poi mi disse che la mia domanda era molto strana, e mi chiese perché gliela facessi.
“É per saperlo, zia, ho bisogno di saperlo”
“Mah, che io sappia tu non hai mai avuto altri fratelli oltre quelli di cui mi hai appena parlato” fece la zia, che peraltro si era insospettita per la bizzarria della mia domanda.
La tranquillizzai che non c’erano questioni, che era una mia curiosità e basta, ma lei mi chiese se avevo dei problemi con l’eredità, io le dissi di no, assolutamente no, ma lei continuò a guardarmi con un certo sospetto e la serenità della mia visita fu turbata, tanto che lei ad un certo punto perse tutto quell’aspetto gioioso nei miei confronti che aveva e cominciò a fremere per qualunque domanda che le facevo e che evidentemente la metteva a disagio.
Ma io non ero rimasto affatto soddisfatto e pensavo che lei mi celasse qualche cosa e insistevo cercando di tornare sull’argomento per vie oblique, con discorsi e trasversali giri di domande e di parole, perché ero sicuro che lei sapesse qualche cosa che voleva nascondermi.
Però poi alla fine mi rassegnai e smisi di torturarla con le mie domande e lei riprese il suo aspetto gioioso e nel salutarci mi regalò una fotografia in cui io ero piccolo insieme ai miei fratelli ed ai miei genitori e c’era anche lei. Nel momento del saluto nel pomeriggio l’abbracciai di nuovo con forza e lei protestò, disse che gli abbracci non si misuravano con il vigore della stretta e che le facevo male, mi sorrise e mi schioccò un bacio sulla guancia ed un buffetto sulla nuca, che mi fece ritornare bambino tutto d’un colpo. E le promisi che sarei tornato a trovarla di lì a poco, ora che avevo scoperto di avere un simile patrimonio affettivo non volevo perderlo di nuovo per mia trascuratezza, lei mi sorrise e disse “Chissà se ti rivedrò un’altra volta” io feci di tutto per rassicurarla e lei si raccomandò vivamente che non ricominciassi con domande strane ,e su questo la rassicurai e mi accomiatai.



Capitolo 18 Reazioni istintive

Non si trattava di un gemello o almeno la zia non ne aveva voluto proprio parlare, insomma l’argomento sarebbe rimasto misterioso e la mia ipotesti non avrebbe trovato riscontri effettivi di alcun genere. Questo fatto mi lasciò nel più profondo sconforto, trovarsi un sosia e non avere alcun rapporto di sangue asseverato da nessuno con lui, questo mi lanciava nello sgomento, come sarebbe a dire che noi siamo unici al mondo che nessuno è veramente uguale all’altro che ci sono dei tratti unici per ognuno di noi e poi uno si ritrova ad avere un sosia che non solo è la sua controfigura per un’eventuale apparizione cinematografica o per altre evenienze, tipo si sostituisce a te del tutto e completamente nel tuo ruolo professionale fino al fatto che un cancelliere ti chiede di pagare delle marche per lui che usando il tuo nominativo ha fatto delle attività, ma lasciamo da parte lo sgomento professionale per le marche e tutte le altre eventualità, ciò che mi lasciava veramente sbigottito era il fatto che ci potesse essere una copia perfetta di te e che non ci fosse alcun legame tra te e lui, questo era contrario ai concetti fondamentali della vita e della origine di tutti noi, insomma il fatto stesso per come mi si era presentato mi faceva precipitare nel caos più profondo, in una vita disorganizzata completamente e disordinata e selvaggia, mi sentivo un uomo primitivo che si ritrovava a stento tra i suoi simili ma finiva per non capire più nulla del linguaggio comune, che cosa poteva significare origine se poi le origini si confondevano, che cosa individuo, se poi un individuo poteva essere copiato a tal punto e sostituito da un altro completamente, tanto che una bella signora mi aveva scambiato per il suo compagno di letto o amante e mi aveva maltrattato perché io mostravo indifferenza, ma io non la conoscevo affatto e non riuscivo a capire ed ero rimasto terrorizzato dalle sue accuse di freddezza, in effetti lei inizialmente mi aveva scaldato e aveva stimolato le mie naturali reazioni di galanteria, poi tutto era piombato nel mistero del sosia, già questo era il mistero come aveva fatto quest’individuo ad impadronirsi della mia persona a tal punto che perfino i cancellieri mi scambiavano per lui e mi chiedevano dei valori bollati con la sicurezza che io fossi il debitore, come aveva fatto costui ad impadronirsi della mia identità a tal punto che quella signora era sicura che io fossi lui o che lui fosse me, insomma mi accusava di aver mostrato indifferenza e di essermi dimenticato della sua causa, per non parlare del famoso maniaco che mi aveva aggredito per non so quale ragione ma che adesso cominciavo ad intuire.
Insomma la mia prima reazione istintiva era quella di cercare questo mio sosia e di farlo fuori, di farlo scomparire per sempre dalla faccia della terra, egli si era approfittato senza dubbio di me ed io dovevo fare in modo che ciò cessasse del tutto. Cominciai a chiedermi come mai si faceva chiamare Pino Renzulli, come me. Mi aveva rubato anche il nome, questo senza dubbio. D’altra parte io mi ritrovavo ad essere iscritto nell’albo del Consiglio dell’Ordine degli avvocati della città della Corte d’appello, ed ero l’unico Pino Renzulli. Perciò lui era l’abusivo, che si era preso la mia identità personale e professionale.
Avrei denunciato ogni cosa al Consiglio dell’Ordine, questa fu la mia prima idea. Poi ripensai un momento e mi resi conto che mi trovavo in una specie di trappola. Perché certamente il Consiglio avrebbe fatto delle indagini, ma ci sarebbe voluto del tempo per chiarire chi era il vero titolare del titolo e della iscrizione all’albo, e nel frattempo mi sarei trovato invischiato in un dubbio gigantesco da parte di tutti, da parte del consiglio dell’ordine, da parte dei clienti, da parte dell’opinione pubblica che senza meno sarebbe venuta a conoscenza del caso. Insomma io avrei rischiato tutto, lui niente. Dopo un’attenta riflessione scartai questa idea della denuncia al Consiglio dell’Ordine. Scartai anche l’idea della denuncia alle autorità perché mi resi conto che avrebbe potuto procurarmi più noie che altro. Pensai ad un sistema pratico. Avrei dovuto eliminare il sosia, dovevo farlo al più presto, e pensai a toglierlo di mezzo. Ma per questo ci voleva un sicario, io non sarei stato capace di farlo di persona, poi anche quell’idea dell’eliminazione fisica mi ripugnava, perché sarei stato intrappolato dai rimorsi per tutta la vita. Forse la cosa migliore era determinargli una grave forma di invalidità fisica tale da costringerlo a rinunciare ad ogni attività professionale. Pensai che era bene azzopparlo. Mi sarei munito di una pistola, lo avrei pedinato , mi sarei nascosto e lo avrei colpito con precisione in modo da azzopparlo definitivamente. Ma poi? Anche da zoppo egli avrebbe potuto proseguire, e poi bisognava mettere in conto il fatto che c’erano degli ortopedici capaci di fare miracoli, insomma l’idea di azzopparlo fu scartata.
Pensai di accecarlo. Lo avrei pedinato, mi sarei mascherato in modo da non farmi riconoscere e poi lo avrei accecato, pensai ad Ulisse con Polifemo, la cosa mi affascinava aveva del mitico, io Ulisse, lui Polifemo, io gli avrei ficcato un tizzone ardente nell’occhio, solo che lui non era Polifemo, di occhi ne aveva due, avrei avuto bisogno di due grandi tizzoni e avrei dovuto avere la capacità di sorprenderlo tale da accecarlo completamente, pensai che il metodo di Ulisse poteva essere considerato superato, però cominciai a vedere tutte le difficoltà che c’erano nell’accecarlo, e poi mi venne in mente che anche accecato avrebbe potuto tranquillamente continuare a fare il sosia servendosi di un accompagnatore e di un paio di occhiali scuri. L’idea brillante di accecarlo fu accantonata. Le reazioni istintive erano violente, sentivo il nemico e volevo liberarmene. Poi cominciai a calmarmi, pensai che era stupido pensare di prevalere su di lui facendomi ragione da me, avrei potuto avere dei guai con la giustizia, oddio non è che non avessi dei problemi nella situazione in cui mi trovavo, però avrei potuto avere delle severe conseguenze penali, al che mi domandai se per caso non avevo già dei problemi penali in corso e non ne ero a conoscenza, questo scambio di personalità forse mi nascondeva anche dei fatti e degli atti che dovevano pervenire a me e che invece erano dirottati altrove. Insomma tutto quel pensare a quella situazione non mi faceva bene, anzi più andavo avanti e più mi ritrovavo confuso e spaventato. Dovevo parlarne con qualcuno, esclusi subito mia moglie perché mi avrebbe risposto che non era possibile e che io ero senza dubbio impazzito, pensai all’Agnese, ma mi resi conto che avrebbe dubitato subito della storia intera, non era certamente una storia verosimile, scartai l’Agnese anche per non metterla in difficoltà superiori secondo me alle sue capacità. Pensai al mio amico avvocato, ma mi ricordai del consiglio che mi aveva dato rispetto all’Agnese per il quale mi era scaduto molto, e scartai anche lui. Pensai di confidarmi con un sacerdote, forse in confessione era meglio così era vincolato dal segreto professionale. Non ero molto religioso e non mi confessavo almeno da una ventina di anni, per cui non sapevo nemmeno se la confessione avveniva ancora nei confessionali o era cambiata. Andai nella Chiesa e verificai. La confessione non era cambiata, le persone andavano al confessionale si inginocchiavano e raccontavano i loro peccati. Ma quale era il mio peccato? Uscii dalla Chiesa senza essermi confessato, più che di un peccato sarebbe stato un mistero quello che avrei raccontato e cercavo, più che un’assoluzione, un consiglio pratico che certamente un prete non mi avrebbe potuto facilmente dare. Insomma non trovavo una soluzione pratica e l’idea migliore che mi venne fu di ficcarmi in un bar piuttosto appartato, di bere un paio di bicchieri di vino e cominciai a raccontare la storia al barista che mi ascoltava pazientemente, ogni tanto mi interrompeva e si faceva ripetere perché non aveva capito bene, si fece raccontare tutta la storia ed io ero mezzo brillo, poi alla fine scosse la testa e disse “Ma guarda un po’ che storia, a raccontarla sembra incredibile!” al che io annuii e non gli chiesi il consiglio che avevo intenzione di chiedergli, gli chiesi quanto gli dovevo e me ne andai.



Capitolo 19 Reazioni meno istintive
Insomma dovevo trovare una soluzione a quella situazione insostenibile e soprattutto non dovevo farmi prendere dalla passione, altrimenti avrei agito sconsideratamente con conseguenze imprevedibili e pericolose per me e per i miei cari. Dovevo riflettere con calma, ma dovevo agire con una certa rapidità. Pensai che per prima cosa dovevo verificare la veridicità dei miei sospetti, cioè se veramente il mio sosia si serviva della mia figura professionale e si sostituiva a me nell’attività professionale. Questo potevo farlo anche per telefono, cercando dell’avvocato Renzulli alla Corte d’Appello e cercando i suoi recapiti. Mi attaccai all’apparecchio e telefonai all’a Corte d’appello chiedendo dell’avvocato Renzulli, e mi dettero il mio recapito ed il mio numero di telefono. Dissi che avevo provato a quel numero ma che mi rispondeva sempre la segreteria telefonica, se mi potevano dare il cellulare dell’avvocato perché avevo urgente bisogno di conferire con lui. Mi dettero il mio cellulare ma poi anche un altro cellulare che mi davano in grande segretezza perché l’avvocato si era raccomandato di lasciarlo alle persone che chiedevano di parlare con una certa urgenza. Bene avevo questo cellulare, che mi era stato fornito dall’ufficio della Corte d’appello, lo provai e mi rispose una segretaria dicendo che l’avvocato Renzulli era occupato su un’altra linea, se potevo lasciare il mio numero mi avrebbe richiamato lui di persona, dissi che non avevo fretta e che avrei provato più tardi.
Bene allora la verifica aveva dato i primi risultati, questo signore si serviva proprio del mio nome e della mia attività professionale per esercitarla in proprio ma coperto dal mio nome, e tutto questo avveniva grazie alla straordinaria somiglianza che aveva con me, tanto che io avevo pensato che si trattasse di un mio gemello.
Pensai a quale poteva essere il modo migliore per farlo smettere. Avevo passato uno ad uno i metodi violenti, ora che ero più calmo cominciai a pensare che l’unica vera maniera di farlo smettere fosse la persuasione personale. Pensai che lo avrei potuto scoraggiare facilmente anche per telefono facendogli capire che mi ero accorto di tutto. Lo richiamai. Rispose sempre la segretaria dicendo che l’avvocato era occupato su un’altra linea come prima. Stavolta feci l’aria adirata e dissi che io volevo parlare con l’avvocato Renzulli, che mi aveva dato quel numero di telefono e pretendevo di parlare con lui, ma la segretaria tirò di nuovo fuori la solita tiritera di prima. A questo punto riattaccai e mi resi conto che lo strumento telefonico così era inutile, richiamai e lasciai il mio numero di cellulare alla segretaria. Ma evidentemente il mio cellulare era già noto perché non ricevetti alcuna chiamata. A questo punto l’approccio telefonico era fallimentare, mi resi conto che i miei numeri erano conosciuti per cui lui si sarebbe guardato bene dal richiamarmi per mettersi in contatto con me.
Pensai di servirmi di un altro telefono e chiesi a mia moglie di prestarmi il cellulare per un giorno, per ché il mio era in riparazione ed avevo bisogno di ricevere delle chiamate sul cellulare. Lei me lo diede senza problemi e chiamai dal cellulare di mia moglie, la solita tiritera, lasciai il mio numero di cellulare e dopo cinque minuti ero in colloquio telefonico con il mio sosia che mi aveva chiamato. Cominciai a farfugliare che avevo bisogno di un appuntamento urgente, una causa ereditaria, lui mi chiese chi mi aveva suggerito il suo nome e chi mi aveva dato il suo numero, io risposi il Consiglio dell’Ordine, poi insistetti per avere un appuntamento, lui mi disse che prima di una settimana non era possibile, ci mettemmo d’accordo per il giovedì successivo alle 16,30, lui mi dette un indirizzo nella capitale mi disse di citofonare e di chiedere di lui, io chiesi se avrei trovato la targa fuori, lui disse secco di no, io gli dissi che andava bene ma gli chiesi come l’avrei riconosciuto, lui mi diede una sommaria indicazione della sua statura, che coincideva con la mia, dei suoi capelli, che erano uguali ai miei, e disse che avrebbe indossato un completo blu scuro, grosso modo come me. Io dissi che lo avrei riconosciuto senza alcun dubbio al che lui mi rispose che non era difficile, che tutti lo riconoscevano subito, io scoppiai a ridere per telefono e lui mi disse che era una cosa molto semplice, gli chiesi se dovevo portargli un anticipo e lui fu categorico, mi disse che avrei dovuti lasciargli un anticipo di almeno quattrocento euro, a me sembravano tanti, lui disse di non presentarmi nemmeno se non con quella cifra in contanti da lasciargli, gli chiesi un piccolo sconto, ci accordammo per trecentocinquanta euro. E così io avevo preso appuntamento col mio sosia e gli avevo promesso di portargli almeno trecentocinquanta euro altrimenti non mi avrebbe ricevuto.
Guardai sulla mappa l’indirizzo indicatomi e vidi che si trattava di una strada periferica sulla Portuense, vicino ai vecchi mercati generali. Fui preso dalla curiosità e decisi di recarmi subito sul posto. Presi l’automobile e in poco più di un’ora, di traffico scorrevole, arrivai. All’indirizzo c’era un locale che forse poteva essere stato un grande magazzino che ora era adibito forse ad una sala giochi.. Doveva forse esserci stato un errore o da parte mia o nelle indicazioni che mi erano state fornite . Non mi sembrava affatto possibile che il mio sosia esercitasse la professione legale in un ambiente simile, non era affatto corrispondente al minimo delle esigenze per poter ricevere dei clienti e per poter esercitare l’attività di uno studio legale, così ad un primo contatto sembrava una enorme casa da gioco e vidi anche che era molto frequentata. Decisi di allontanarmi e di tornarmene indietro, perché ero convinto dell’errore. L’unica cosa da fare era richiamare ed avere la conferma dell’indirizzo. Al che richiamai ed ebbi nuovamente un colloquio telefonico con il mio sosia, gli dissi che non avevo preso nota precisa dell’indirizzo e se me lo poteva ripetere, lui me lo confermò e corrispondeva precisamente alla grande sala giochi che avevo visto poco prima.



Capitolo 20 Inattesi timori

Cominciai a temere tutta la vicenda, da quando era cominciata erano cominciati i guai ed ora se ne profilavano degli altri, questo sosia non doveva certo essere uno stinco di santo e nemmeno un galantuomo, perlomeno da come mi aveva trattato la signora che mi aveva aggredito scambiandomi per lui avevo avuto la sensazione che desse delle enormi fregature, e poi il maniaco senza dubbio mi aveva scambiato con lui e mi aveva aggredito brutalmente e da lì erano cominciati i miei guai ed il cielo invece di rasserenarsi si anneriva sempre di più e la matassa invece di dipanarsi si faceva sempre più ingarbugliata e arruffata. Cominciarono a venirmi delle paure rispetto a quell’incontro che avevo programmato per venire a capo di tutta la vicenda e per stanare finalmente il sosia che mi stava rovinando l’esistenza. Temevo che invece egli avrebbe trovato il modo per uscirne elegantemente e mi avrebbe dato un’altra fregatura. Era una paura cupa e indefinibile che si aggirava con me e si ingrassava dei miei pensieri cupi che ora riempivano la mia mente, i miei sguardi e le mie sensazioni, stavo facendomi prendere dal panico, ora la cosa più semplice sarebbe stata quella di non andare all’appuntamento e di far passare un po’ di tempo. Però ero consapevole che ogni rinvio avrebbe prodotto ulteriori danni, che la questione andava affrontata e risolta,o almeno ci si doveva provare. Questa sensazione di avere una unica via obbligata, quella dell’incontro col sosia, era quello che mi metteva maggiormente in angoscia, avrei preferito avere diverse possibilità e magari scegliere, invece non c’era questo, sarei stato costretto, per venire fuori da tutta quella intricata vicenda a vedermi col sosia, ma mi faceva paura.
Pensavo continuamente a come sarebbe stato l’incontro, egli mi avrebbe aperto la porta dello studio e sarebbe impallidito, si sarebbe sentito scoperto ed allora forse avrebbe chiamato qualcuno, qualche suo complice ed insieme mi avrebbero aggredito e mi avrebbero immobilizzato e chissà, forse avrebbero tentato di farmi del male. Insomma come mi era venuto in mente di andare nella tana del lupo senza prendere degli accorgimenti per non farmi squartare, proprio non lo capivo. Pensavo che la mia scelta era una scelta folle, era un suicidio premeditato, il sosia si sarebbe difeso con le unghie e con i denti, io certo non potevo mettermi a competere con lui sulle vie del malaffare, in cui lui si era mostrato molto preparato. E poi quel luogo, quella specie di grande bisca, chissà che studio legale ci poteva essere.
Decisi di tornare per fare una ispezione o meglio una verifica del luogo, ma non potevo andarci senza mascherarmi, così pensai di procurarmi una parrucca, ma mi resi conto che sarebbe stato facile per chiunque capire che non erano i miei capelli, rinunciai alla parrucca e ripiegai su dei baffetti finti , un paio di occhiali scuri, una sciarpa approfittando della stagione invernale ed un cappello. Alla fine della mascherata ero un pochino diverso, insomma non ero facilmente identificabile, così riandai alla grande sala giochi.
Parcheggiai la macchina distante, mi avvicinai con fare un poco furtivo, ero ancora abbastanza incerto se entrare o meno, alla fine mi decisi e varcai l’ingresso che era una porta automatica e mi ritrovai in questa grande sala. Alle pareti c’erano delle macchine, molti videopoker ma c’erano anche delle slot machines ed io non potei fare a meno di avvicinarmi e poi mi feci dare alla cassa dei gettoni e mi misi a provare con una slot ma persi, come era prevedibile, ma a me serviva per prendere confidenza con l’ambiente. C’era una scala che saliva al piano superiore, salii e sopra c’erano dei tavoli e c’erano dei giocatori che giocavano, , non riuscivo a capire dove il mio sosia ricevesse, lo vidi improvvisamente in un tavolo, era intento a scrutare le sue carte, io mi tenni distante, un signore mi si accostò e mi chiese se volevo giocare alla roulette, io dissi di sì, mi erano passate tutte le paure e mi aveva preso una grande curiosità, puntai sul nero e vinsi, allora cambiai puntai sul rosso e vinsi ancora, mi esaltai puntai sul 14 ed uscì il 14, la gente cominciò a guardarmi con un grande interesse, avevo vinto molto, tentai di uscire ma fui fermato dalle proteste a voce alta di molti giocatori, intanto da lontano spiavo il mio sosia ma ora la mia attenzione era presa dal gioco, quelle vincite inaspettate mi avevano entusiasmato, puntai di meno sul nero, persi, ma avevo ora l’opportunità di uscirmene con una piccola vincita, però non avevo capito ancora dove e come si sarebbe svolto il mio colloquio con il mio sosia. Che non mi aveva visto, immerso completamente nel suo gioco.



Capitolo 21 Un breve rinvio

Ebbi tuttavia la netta sensazione che ci fosse qualcuno, e magari più di una persona che stava spiando tutti i miei movimenti e di non essere passato inosservato. Che si fece più forte quando arrivato alla macchina trovai una pubblicità di un negozio di giocattoli che reclamizzava uno scheletro che parlava. Ne fui impressionato negativamente, ma si accrebbe la sensazione che qualcuno mi avesse osservato a fondo. Uno strano malessere mi prese, forse la reazione a quell’ambiente così complesso e insieme però che mi aveva in qualche modo affascinato, soprattutto nel momento in cui stavo vincendo, tuttavia una sensazione strana di un crampo allo stomaco che poi si allargava a tutto l’apparato digerente, erano dei doloretti, degli spasmi leggeri, però dolorosi, guidai così con questo malessere per tutto il viaggio di ritorno e a casa me ne andai a letto senza cenare, preoccupato dagli spasmi dei visceri. Mia moglie che mi chiese che cosa mi sentivo mi disse che senza dubbio erano delle reazioni psicologiche, le detti subito ragione per evitare ogni discussione e lei disse che mi dovevo far vedere dallo psichiatra perché stavo senza dubbio peggiorando, io non replicai nulla e lei disse che non dovevo essere prevenuto rispetto allo psichiatra, io annuii.
Non mi sentivo però bene per niente e la situazione peggiorò rapidamente ed evolse in un attacco di dissenteria, per cui nel giro di poche ore dovetti andare al bagno 7 volte, mi stavo letteralmente squagliando, mia moglie alla sesta volta mi chiese se non era il caso di chiamare il medico, io annuii perché non riuscivo proprio nemmeno a parlare. Arrivò il dottore in visita domiciliare, mi palpò a lungo il ventre, poi disse che era un episodio influenzale, l’influenza quest’anno colpisce anche così, disse, io mi tranquillizzai e difatti gli attacchi cessarono di colpo e mi venne un certo appetito, mangiai che avevo proprio fame e bevvi molta acqua, mi sentii meglio.
Il giovedì dell’appuntamento era ormai prossimo, io mi resi conto che avevo paura di quell’incontro, che ero anche indebolito dall’influenza, insomma mi convinsi che non era proprio il caso che ci andassi, però avevo bisogno di rinviarlo, non volevo assolutamente evitarlo, se anche il rinvio mi appariva come un tentativo di allontanarlo nel tempo. Quell’incontro era al centro dei miei pensieri e stava diventando una grossa preoccupazione. Mia moglie, che aveva ricominciato ad osservarmi con attenzione, mi chiese che cosa c’era che mi preoccupava tanto in quell’ultimo periodo. Io le risposi che ero preoccupato per un processo, lei mi guardò fissandomi intensamente e mi disse che dovevo smetterla di farmi coinvolgere così dalla mia professione, che dovevo imparare ad avere un maggiore distacco e che comunque rimaneva dell’idea che avessi bisogno di una assistenza psichiatrica, io provai a replicare qualcosa, ma mi uscì una specie di farfuglio indecifrabile, lei alzò le spalle e se ne andò in cucina.
Occorreva decidere per il rinvio dell’appuntamento col sosia. Presi furtivamente il cellulare di mia moglie e chiamai il sosia. Mi rispose lui personalmente, stavolta non ci fu la trafila della segretaria. Io cominciai da lontano, poi dissi che ero terribilmente influenzato e che pertanto per il giovedì non potevo andare all’appuntamento, lui si mostrò preoccupato per la mia salute e rinviammo l’appuntamento alla settimana successiva, sempre di giovedì, sempre lo stesso orario delle 16,30.
La facilità con cui tutto era andato liscio, l’aver ottenuto così senza problemi un rinvio mi sorprese favorevolmente, sebbene la mia vita professionale fosse fatta sempre di brevi o lunghi rinvii e si fosse sparsa la voce che io ero un esperto della tattica del rinvio, cosa che non era affatto vera. Nel processo difatti c’era sempre un momento in cui per un motivo qualunque le cause venivano rinviate senza alcuna attività nell’udienza, ma io non ero uno specialista in nessuna tattica, semmai ero vittima del sistema che si stava facendo sempre più complicato. Invece il rinvio di quel colloquio con il sosia fu per me molto gradito, avevo paura di quel confronto, sebbene pensavo che lo avrebbe dovuto temere molto di più quell’imbroglione del mio sosia.



Capitolo 22 Di nuovo lo psichiatra

Mia moglie nel frattempo sempre a mia insaputa mi aveva fissato un nuovo appuntamento con lo psichiatra e la segretaria di questo mi telefonò per la conferma, io rimasi perplesso, farfugliai che io non ero stato io a prenotare quella visita, ma la segretaria mi disse che questo non era molto importante che voleva solo la mia conferma, io rimasi titubante e lei disse che allora confermavo, forse basandosi sull’antico detto chi tace acconsente e così mi ritrovai nuovamente nello studio dello psichiatra.
Il dottor Strimpelli mi accolse con una certa cordialità, per quanto ne fosse capace e mi chiese se avevo incontrato ancora quel maniaco di cui gli avevo raccontato la volta precedente. Io mi meravigliai che lui se ne ricordasse, gli dissi che lo avevo rivisto ma che lui non mi aveva visto, lo psichiatra mi guardò sorridente e mi disse che forse stavamo giocando a nascondino, io gli dissi che non stavo giocando a nascondino e che non ci avevo giocato molto neppure nell’infanzia, lui mi guardò interessato e cominciò a chiedermi quali erano i giochi che facevo nell’infanzia, di quali mi ricordavo, io feci uno sforzo e mi ricordai delle costruzioni, ero un appassionato delle costruzioni e facevo delle grandi case con le porte le finestre ed il tetto, lui mi interruppe e mi disse che il tetto era verde, io risposi di no, il tetto era giallo, cominciammo a discutere sul colore del tetto, poi lui disse che probabilmente il tipo di costruzioni che avevo io era diverso da quello che aveva lui e mi disse che lui costruiva anche le automobili, io mi ricordai che anche io avevo questa capacità, insomma passammo un buon quarto d’ora con le costruzioni, poi lui insistette sulla storia del mio maniaco, io non gli rispondevo però ero rimasto colpito dalla tattica che aveva usato, mi aveva preso con il ricordo delle costruzioni ed ora voleva entrare nei miei territori segreti con maggiore facilità, la mia diffidenza nei suoi confronti risbucò fuori e cominciai a fare il vago e a rispondere a monosillabi incomprensibili, il dottor Strimpelli andò letteralmente in bestia e mi accusò di prenderlo in giro, io continuavo a monosillabi incomprensibili, al che lui si scusò per lo sfogo, sa a volte divento nervoso ed intrattabile, mi confessò, io risposi con un discorso che un poco tutti eravamo spesso nervosi e lui che faceva lo psichiatra non poteva certamente fare eccezione alla regola.
Il dottor Strimpelli mi guardò con uno sguardo interrogativo e mi chiese che cosa ne pensavo della psichiatria. Io risposi che non ne avevo una idea precisa, perché non la conoscevo, ma si vedeva che mentivo spudoratamente, perché lui incalzò dicendo che aveva avuto l’impressione che io non riponessi molta fiducia nella psichiatria, io continuai nella tattica della vaghezza, lui mi disse che lui d’altra parte non aveva molta fiducia negli avvocati in genere, perché abituati come erano a girare le frittate in favore dei loro clienti erano abili nel mutare con le loro descrizioni le cose ed erano poco affidabili, io rimasi sorpreso da questo attacco professionale, dissi che noi facevamo un mestiere che ci costringeva spesso a convivere con le menzogne dei nostri clienti, lui disse che questo era vero anche per gli psichiatri, che dovevano prendere tutto quello che gli veniva detto dal cliente e rielaborarlo, insomma voleva quasi convincermi che la psichiatria era una lontana parente dell’attività forense, io gli risposi subito dicendo che loro pretendevano però di sapere la verità, lui mi rispose piccato che ognuno nella vita ha la sua verità e certo gli psichiatri non possono non credere nella loro, io gli dissi che però se uno non è veramente convinto di una cosa non può crederci con una fede cieca altrimenti diventa tutto molto simile alle verità religiose, al che lui replicò che io non potevo paragonare la scienza medica con la religione, io gli dissi che ero liberissimo di farlo, tanto più che non credevo che ci fosse una scienza medica ma semmai un’arte della medicina, lui disse che lui faceva il medico e che quella era una visita, io gli replicai che quel colloquio lo aveva organizzato mia moglie e io ci ero andato per pura cortesia, lui si mostrò molto seccato, io gli dissi apertamente che non avevo alcuna fiducia nelle sue stregonerie, lui mi rispose che poteva offendersi per questo, che lui non era affatto uno stregone.
La guerra psicologica e il duello era ripreso in grande stile. Affondai il colpo ricordandogli che in tempi passati molti di coloro che dicevano di esercitare la medicina venivano processati dai tribunali che spesso li condannavano al rogo. Lui sorrise e replicò che quella caccia alle streghe cui io avevo accennato era finita da un pezzo, che proprio grazie ai medici ed alla medicina la qualità della vita era migliorata e la vita si era allungata. Io replicai che forse la vita si era allungata, ma certamente non si dovevano ringraziare gli psichiatri.
Mi fissò con uno sguardo in cui trovai una fiammata di odio. Forse ho esagerato, pensai tra me.
Rimanemmo in silenzio per un minuto lunghissimo per me, poi lui mi chiese se mi volevo distendere sul lettino, io gli risposi che non ne sentivo assolutamente il bisogno, ma così non si rilasserà mai mi disse, dottore io non ho bisogno alcuno delle sue cure in cui peraltro non credo, gli feci, stavolta mi guardò perplesso, poi mi disse che se le cose stavano così che c’ero andato a fare, gli risposi che era per fare contenta mia moglie che ci credeva con una fede assoluta e cieca.
“E allora si sdrai un momento sul lettino e faccia finta” fece lui.
“Per fare contenta mia moglie, ma solo per questo” risposi.
E mi sdraiai sul lettino e proseguimmo la nostra conversazione che si era fatta meno polemica e più pacata e piacevole, lui non mi chiedeva niente della mia infanzia dei miei sogni e delle mie tentazioni sessuali, io non gli rompevo più le scatole con la mia polemica sulla psichiatria.
Presi un appuntamento nuovo di lì a due settimane e lui mi disse che se avevo qualche problema o qualche altro impegno che bastava che lo avvertissi qualche ora prima.
“L’importante è l’apparenza” mi fece con un sorriso congedandomi.



Capitolo 23 A tu per tu con la controfigura

Il colloquio con lo psichiatra, pur nella sua conflittualità, in fondo mi aveva tranquillizzato, l’influenza e i problemi intestinali erano passati, mi era venuto improvvisamente il coraggio che prima mi era mancato, il giorno stabilito cioè il giovedì successivo presi così l’ autovettura e mi recai presso quello stabile dove avevamo appuntamento.
Scesi con sicurezza dalla macchina, mi infilai nell’edificio che conoscevo bene, ebbi qualche tentennamento quando la porta automatizzata si richiuse alle mie spalle, ma ormai ero deciso e salii le scale e vercai al primo piano, c’era una signora che faceva le pulizie e quando gli chiesi dello studio legale mi disse che dovevo salire al piano di sopra, salii ancora le scale e mi trovai in un piano che era una specie di ripostiglio generale, c’erano varie cose le più disparate che si accumulavano, per esempio c’erano delle scatole di succhi di frutta accatastate insieme a cartoni di wisky e vicino a queste c’erano delle seggiole da bar di plastica rosse tutte infilate l’una nell’altra.
C’era una porta chiusa e fuori , su un interruttore, c’era attaccata un’etichetta studio legale.
Era l’ora del mio appintamento, feci per bussare ma la porta si aprì e sbucò il mio sosia che senza guardarmi nemmeno mi chiese se ero io che avevo chiesto l’appuntamento, gli confermai, mi fece accomodare dentro esenza nemmeno richiudere la porta, mi chiese come stavo e se avevo superato bene l’influenza, gli dissi di sì, si informò se avevo portato l’anticipo pattuito, io dissi di sì, allora mi chiese come mi chiamavo e aprì con fare professionale un blocco di appunti sulla scrivania.
Meccanicamente dissi:“ Sono Pino Renzulli, professione avvocato, nato a….”
Lui aveva scritto il nome alzò il viso e mi guardò con attenzione, poi cominciò a scrutarmi e a guardarmi bene e disse :“ E così, lei sarebbe il mio omonimo, che però vive in una cittadina, non ricordo , mi hanno molto parlato di …..”
“E così, lei sarebbe quel famoso sosia di cui mi hanno parlato, che si spaccia per me e insomma, che imbroglio è questo?” partii sparato all’attacco.
“È un caso di omonimia, tutto qua” fece lui, che stava evidentemente cercando di uscirne in qualche modo e prendeva tempo.
“Ma quale omonimia, mi faccia il piacere, qui ci sono diversi reati, tanto per cominciare sostituzione di persona, false generalità, sì perché se lei non lo sa io potrei in questo preciso momento per legge rivestire la qualifica di un pubblico ufficiale e…..”
“Ma certamente, ma certamente, non vorrà dare una lezione di diritto ad un suo collega, però…..”
“Però che? Chi vorrebbe inpersonare adesso, chi vorrebbe essere, non credo che le stia bene nella circostanza vestire ancora la mia identità………”
“Mah, se dovessi essere sincero mi coglie impreparato, non mi aspettavo assolutamente la sua visita, avvocato Renzulli, ma ne sono comunque onorato…….”
Tacemmo per qualche istante e i nostri sguardi si incontrarono. Debbo dire che il confronto non mi metteva ansia, anzi ora mi sembrava di averlo tra le mani, ma mi accorgevo che lui non mi temeva molto, anzi, dopo un primo momento di sconcerto appariva rilassato.
“E così lei, non so come chiamarla…….” e mi interruppi sperando che alla fine si presentasse, ma lui mi guardò con aria interrogativa, come per chiedermi che cosa andavo cercando.
“Insomma, lei signor….. diciamo allora signor sosia, perché è questa l’unica realtà, insomma lei si è approfittato della mia professione e si è sostituito a me ….. ma come ha potuto fare una cosa così riprovevole, come ha potuto credere che nessuno se ne sarebbe accorto, e poi…. I danni …. I danni… insomma mi dica qualcosa, non vorrà certo negare l’evidenza…….”
Mentre parlavo ormai accalorato e gli ponevo queste domande lui mi guardava fisso, pensai che forse stava cercando di ipnotizzarmi, mi tranquillizzai però dicendo a me stesso che il suo silenzio era l’unica arma che possedeva, solo che avesse aperto bocca si sarebbe tradito da solo e gli rimaneva questo sguardo inebetito, insomma non era certo in grado di difendersi con qualunque messa in scena e neppure era in grado di replicare, e neppure dovevo temere il suo sguardo che affrontai con severità. Abbassò gli occhi, poi li rialzò, mi fissò ancora e aprì bocca:
“Cosa vuole che le dica, mi ha pizzicato, ora sta a lei l’iniziativa, mi può aggredire se vuole, altrimenti può andare per le vie legali, cosa vuole che le dica, insomma……”
Aveva certamente una gran bella faccia tosta.
“Ma come le è venuta mai questa idea, io prima non avevo mai sentito parlare di cose del genere…”
“In carcere, in carcere mi è venuta l’idea!”
“ E come…..come ha pensato questa specie particolare di imbroglio, di truffa,……”
“In carcere , in carcere…..”
Tacemmo per qualche minuto: la mia foga iniziale si era esaurita, anche il suo stupore si era attenuato. Ci guardavamo ogni tanto, lui rimaneva perplesso, io lanciavo qualche esclamazione di disappunto.
“Insomma , se proprio ci tiene, stavo in carcere e il mio compagno di cella era stato suo cliente e mi dice che io ero spiccicato a lei, che ero la sua copia vivente, al che io ricordo che gli chiesi se anche nei tatuaggi eravamo uguali, lui si mise a ridere e disse che su quello non poteva sapere perché non aveva mai visto lei senza giacca e cravatta, debbo dire che questa è forse la nostra differenza che io non posso cancellare, io sono pieno di tatuaggi, li ho sulle braccia, guardi….” E si era tolto di slancio la giacca e arrotolata la manica della camicia apparve un tatuaggfio che raffigurava forse una donna, .. proseguì dopo avermelo mostrato “ i tatuaggi ce l’ho dappertutto, sulla schiena, sul petto, sulle gambe, in questo sono certo che siamo differenti…”
“Ma che cosa vuole che m’importi dei suoi tatuaggi….”
“Era per dire che quello lì insisteva tanto che io gli dissi che non ci credevo che poi eravamo così uguali e lui mi disse che aveva una sua fotografia, e tirò fuori un ritaglio di giornale con una fotografia scattata durante il suo processo in cui c’era lei con la toga, la foto era piccola ma si vedeva una certa somiglianza tra di noi, il fatto è che quando sono uscito di galera nessuno mi ha voluto dare un lavoro onesto, io volevo riprendere la strada maestra, ma come si fa, nessuno ha fiducia quando uno è stato in carcere, e allora mi ricordai della somiglianza e cercai altre fonti e mi resi conto insomma che la somiglianza era piena, anche nel taglio dei capelli, insomma restavano i tatuaggi, ma io non sono poi obbligato a farli vedere a nessuno………..”
“A qualcuno credo proprio che li avrà dovuti mostrare!” lo interruppi ripensando all’incontro con la misteriosa Anna che mi aveva aggredito nei corridoi della Corte d’appello.
“A nessuno, mi creda , a nessuno, è stato un imperativo che mi sono imposto. D’altra parte ne andava della mia reputazione……”
Io avevo voglia di smascherarlo su questo, poi però pensai a quella signora, mi aveva aggredito come se fossi un vero avvocato, oddio come se lui fosse….. certo che se avesse visto tanti tatuaggi si sarebbe accorta di qualche cosa, comunque pensai che forse l’amore lo avevano fatto vestiti, pensai di chiederglielo, ma mi sentii imbarazzato e poi non avevo alcuna voglia di entrare nelle sue stanze da letto. Ero abbastanza arrabbiato per quello che mi stava raccontando.
Lui proseguì nel racconto, io però quasi non lo volevo ascoltare, mi era subentrata una grande rabbia ma insieme una sensazione di impotenza, mi rendevo conto che oramai la situazione era difficile e non si poteva tornare indietro, non si poteva più impedire il fatto che ormai era successo.
“Almeno però potrebbe fare le cose in regola, l’altro giorno si figuri che il cancelliere mi ha fermato e mi ha quasi costretto a pagare un mare di marche da bollo per qualcosa che io non conoscevo neppure…..” lo interruppi con fare scontroso.
“No, questo non è possibile, ho sempre pagato tutto fino all’ultimo centesimo, io mi faccio pagare anticipatamente, come credo lei, insomma è il cliente che paga…..”
“Insomma, se io dico qualche cosa lei non mi crede e invece è lei che dovrà andare sotto processo…”
“Per le marche? Ma via ci metteremo d’accordo, ci deve essere stata una dimenticanza da parte della mia segretaria……”
“Ma no, non dicevo……”
“Eh no, io non consento, lei mi deve dire quanto le hanno fatto pagare, magari ingiustamente, sa quella cancelleria è fatta apposta per farti tirare fuori quattrini continuamente…”
“Ma io non ci penso neppure alle marche, quello che mi meraviglia….”
“Deve essere stato un errore della mia segretaria, me ne scuso per lei, sa, è una ragazza giovane ed ha tanti grilli per la testa……”
“E così anche una segretaria giovane e magari carina…”
“ Perché, secondo lei è meglio una segretaria vecchia, brutta e magari racchia?”
Non avevo risposte. Lo guardai trasecolato, stupefatto dalla sua faccia tosta, pensai tra me e me che forse era meglio interrompere quel colloquio, mi sembrava che non stava prendendo la piega che io mi ero aspettato.
“Comunque, ora che ci siamo conosciuti di persona, sarà meglio che ci rivediamo spesso….”mi anticipò lui, che forse mi aveva letto nel pensiero.
“Sì sarà bene che proseguiamo questo colloquio un’altra volta, anche perché ora ho degli impegni..”
“Va bene anche per me” fece lui come prendendo la palla al balzo.
“Chiamo io o chiama lei?”chiesi.
“Chiami lei, avvocato” mi rispose placidamente.



Capitolo 24 Ricerca di normalità

Nel tornare a casa con la macchina ripensai continuamente al colloquio e ogni volta che cercavo di ricordare i particolari e di rivederli vedevo la faccia placida del mio sosia che mi guardava con tranquillità e questo mi faceva crescere dentro uno sdegno sempre più forte, insieme ad una forte angoscia, insomma io ero entrato sicuro di me in quella stanza e alla fine lo avevo smascherato, però, chissà perché, ero io che mi sentivo in difficoltà, ero io che mi sentivo quasi in colpa per aver tolto il velo al mistero, e tutto sommato non avevo ottenuto nessuno dei risultati che speravo. Lui si era mostrato tranquillo, lo avevo beccato, ecco, tutto lì, non è che avesse mostrato un pochino di rimorso e nemmeno un poco di dispiacere per i danni che mi stava arrecando, anzi di questi abilmente aveva fatto in modo che non se ne parlasse, oppure forse ero stato io che gli avevo lasciato condurre le danze e che ad un certo punto mi ero trovato sconsolato di fronte alla sua indifferenza verso i miei problemi. E più ci pensavo e più mi cresceva una rabbia insolita, era una rabbia profonda che lievitava fermentando dentro le mie viscere ma non si faceva concreta nelle mie riflessioni, questa era una rabbia strana, che confondevo con un senso opprimente di colpa, quasi che io fossi stato la causa di tutto. Man mano che mi allontanavo dal luogo dell’incontro capivo che ero stato io a non prepararmi adeguatamente all’incontro; e poi che se volevo davvero smascherarlo quello scostumato, lo dovevo far fare da altri, così mi ero andato da solo a ficcare nella gabbia del leone e per fortuna che ne ero uscito incolume. Nella mia professione mi era capitato diverse volte di avere a che fare con delle persone dedite ai delitti più disparati e non mi ero mai trovato in difficoltà, ma in questo caso la situazione era differente, il reato era consumato alle mie spalle ed in mio danno, e più ci pensavo e più mi convincevo che non avrei mai dovuto infilarmi da solo in quella stanza. Però c’era il fatto che, per come si era messa su via via tutta la vicenda, io di sicuro non potevo agevolmente chiedere soccorso alle autorità di polizia. Mi tornò in mente l’ultimo colloquio in questura con l’ispettore dal cognome sardo che ora non mi veniva che mi aveva detto apertamente che riteneva la mia denuncia completamente falsa e che probabilmente si stava orientando verso una mia incriminazione. Mi venne un forte sgomento al pensiero che quasi certamente avrei dovuto subire un processo anche perché la questione diventava sempre più intricata, in questura avrebbero comunque continuato a dire che mi ero inventato tutto , sì ma le prove del sosia, l’esistenza del sosia, il fatto che si era sostituito a me, che aveva assunto la mia identità, erano tutte cose che potevano essere verificate in maniera molto semplice, però sentii con amarezza che anche questa volta non sarei stato creduto facilmente, e che tutto sommato avevo fatto molto bene a muovermi da solo, anche se il risultato non era stato quello che mi aspettavo. Io prima del colloquio ero sicuro che una volta smascherato il mio sosia mi si sarebbe gettato alle ginocchia implorando il mio perdono e supplicandomi disperato che non facessi nulla contro di lui, e in effetti io mi ero preparato a chiedergli una bella somma in risarcimento dei danni subiti e che lui cessasse subito ogni attività. Le cose invece, almeno finora, erano andate in maniera completamente differente. Lui non solo non si era mostrato pentito, ma mi aveva quasi convinto che per lui era l’unica cosa da fare per riuscire a sopravvivere, e poi come mi aveva trattato, come un suo collega, senza mostrare nessun timore e invece facendo chiaramente vedere che del mio futuro comportamento lui era del tutto disinteressato.
Man mano che mi avvicinavo a casa mi prese una voglia disperata di dimenticarlo completamente, di tornare alla mia vita normale, non potevo continuare a vivere nel grande tormento, dovevo finirla con questa storia, in un modo qualunque bisognava che io ne uscissi, feci qualche chilometro e mi resi conto che i danni non erano poi così gravi, che lo sgomento stava andandosene via con la lontananza da quella stanza. Avevo bisogno di uscire da quella specie di incubo.
Tornato a casa, salutai con calore mia moglie e cercai di baciarla, lei mi sfuggì con un moto istintivo e mi guardò stupita, io le dissi che volevo darle un bacetto e lei sorrise e non fece domande e mi sentii un pochino più tranquillo.
Cenai con la sensazione del piacere di stare a tavola e capii che la mia rabbia strana forse si era acquietata o forse si era andata a nascondere da qualche parte. Alla televisione facevano la replica di uno sceneggiato che mi era piaciuto, parlava della storia di due fratelli che si riincontravano dopo tanti anni e lo guardai con piacere, era da tempo che non mi sentivo così rilassato, forse quel colloquio aveva tutto sommato avuto un effetto benefico, avevo bisogno di sapere quali erano i problemi , ora che li conoscevo ero più tranquillo, o almeno avevo il desiderio di esserlo, soprattutto avevo un gran desiderio che tutto tornasse nella sua normalità.
Avevo come l’impressione che una bufera che si era abbattuta sulla mia vita e che mi aveva tormentato per diverso tempo stesse per finire, anche se avevo piena la consapevolezza che la situazione era tale e quale e che di fatto nulla era cambiato. Però intimamente qualche cosa stava cambiando in me. E poi avevo assolutamente bisogno di uscire da quella sitruazione paradossale in qualsiasi modo, avevo bisogno della normalità della vita quotidiana, non potevo avere dei timori continui ed esserne angosciato, non potevo continuare a vivere nella situazione di non capire assolutamente niente di quello che mi stava succedendo. Forse era questo, il fatto che ora avessi la piena consapevolezza della realtà e che in qualche modo comunque la vicenda della tormenta stava per finire mi aveva riempito il cuore di fiducia.
Lo spettacolo televisivo era finito, a letto chiesi a mia moglie il permesso di leggere un poco per addormentarmi, mi immersi nelle pagine di un romanzo che avevo abbandonato da diversi mesi, la lettura mi prese, il romanzo si faceva sempre più avvincente ed io ero riuscito ad uscire dai miei tortuosi percorsi intimi, ero riuscito tutta la sera a non ripensare alla mia vicenda, il romanzo con il piacere della lettura, fino a che mia moglie protestò perché era da oltre mezzora che leggevo e lei non riusciva a prendere sonno con la luce accesa.
Spensi la luce e mi concentrai per cercare di addormentarmi e pensai ad una volta che eravamo in vacanza in Sardegna in una casa vicino ad un ovile e le pecore rientravano la sera all’ovile ed io le guardavo e le contavo ma non riuscivo perché il gregge era fitto e le pecore erano tante ed era difficile contarle, me le trovai davanti visivamente e provai a contarle e nel tentativo caddi in un sonno profondo.
La mattina mi svegliai pieno di energie ed andai allo studio. Ripresi un poco in mano la situazione anche se debbo dire che la Agnese conduceva brillantemente ogni cosa e mi sostituiva spesso in udienza egregiamente. L’Agnese mi vide di buon umore e mi chiese se avevo fatto un buon incontro, io mi rabbuiai un pochino pensando all’incontro col sosia, ma poi dissi che mi ero rischiarato un pochino le idee su una vicenda difficile e lei mi sorrise.

Capitolo 25 Incertezze

Mi tuffai a capofitto nel lavoro per un paio di giorni, controllai scrupolosamente i verbali di due cause importanti, presi degli appunti sullo svolgimento possibile, mi infilai in una ricerca giuridica approfondita sulle servitù prediali, ma quel tentativo di riprendermi la tranquillità con il lavoro mi fece riflettere subito che per me non era mai stato facile trovare soddisfazioni piene nel lavoro, diciamo che lo avevo preso sempre con una certa fatalità, come qualcosa che mi era capitato ed anche in quell’occasione non è che avessi cambiato il mio atteggiamento, per cui le ricerche e il cercare sollievo e distrazione nel lavoro non mi riuscirono, dopo due giorni ero stanco di quel superlavoro, pensai che ci doveva pur essere qualche cosa che mi distraesse a fondo da tutto, pensai di darmi al gioco e mi infilai in una sala scommesse, si scommetteva su tutti gli sport, io l’ avevo praticata già qualche volta, ma il gioco non mi appassionava. Comunque feci delle puntate su alcune partite di calcio, ma quando uscii dalla sala giochi mi resi conto che non me ne importava niente, non ero uno che si faceva prendere completamente, insomma come giocatore ero un fallimento, il gioco non mi prendeva e forse mi sarei del tutto dimenticato delle scommesse, infatti avevo lasciato il mio numero di telefono ad un giovanotto che raccoglieva le puntate chiedendogli di avvisarmi se per caso avessi vinto, che figura, anche nella scommessa forse mi ci voleva una persona che mi sostituisse, pensai tutto sommato che al gioco era meglio che ci pensasse il mio sosia.
Insomma né col lavoro né col gioco ero riuscito ad uscire da quello stato di incertezza che mi stava prendendo e pian piano mi tornava ad avvolgere del tutto. Mi sentivo come se mi venisse a mancare la terra sotto i piedi, qualunque cosa facessi ogni mia sicurezza sembrava essersene andata via del tutto, ero profondamente turbato dalla situazione che mi si era determinata e soprattutto dal fatto che non mi sentivo assolutamente in grado di intravvedere una via di uscita. E poi ogni volta che cercavo di non pensarci rispuntava da tutte le parti la storia, e più facevo sforzi per allontanarla dai miei pensieri, più forte ed ostinata si impadroniva di essi. Dovevo trovare qualche cosa che mi distraesse ma non riuscivo a trovarla.
Pensai di scrivere la mia vicenda e di raccontarla al mio migliore amico, all’avvocato al quale avevo confidato i miei dubbi sulla questione dell’Agnese, ma ci ripensai subito, questa vicenda non potevo divulgarla perché sarei caduto subito nel ridicolo e ben presto tutti mi avrebbero preso in giro forse nelle maniere più volgari, scartai l’idea di confidarmi con l’amico, però mi misi al computer e cominciai a preparare una lettera promemoria sul caso. Forse con una lettera anonima avrei potuto interessare a fondo la procura, forse di fronte alla segnalazione del caso anonima la procura avrebbe cambiato orientamento nei miei confronti.
Abbandonai gli appunti ben presto, tra l’altro c’era una signora che mi cercava e la ricevetti. Mi immersi con profonda attenzione nell’ascolto, la signora aveva subito uno scippo però aveva paura delle ritorsioni e voleva sminuire al massimo le conseguenze della sua denunzia, anche perché il giovane scippatore l’aveva minacciata e lei ora aveva paura che in qualche modo mettesse in atto le sue minacce, ecco qui un’altra persona che si trova ad aver a che fare con un malfattore che comunque la tiene in pugno, le dissi che capivo benissimo i suoi timori, la donna cominciò a sfogarsi e disse che finora nessuno la voleva ascoltare su questo punto, tutti gli dicevano che non bisognava abbassare la guardia di fronte ai criminali, ma quello è un ragazzo e tutto sommato mi fa pena, e poi bravi bravi loro a pontificare, però loro non stanno vivendo la storia in prima persona, loro non hanno sentito le minacce. Le dissi che condividevo a pieno tutti i suoi dubbi e che la comprendevo perfettamente perché anche a me stava capitanto qualcosa di simile. La signora si incuriosì e mi chiese qualcosa di più preciso sulla mia storia, ma io dissi che ero purtroppo legato a delle promesse che avevo fatto pubblicamente e che non potevo dirle di più. Lei non insistette.
Avevo cominciato a guardarla con un certo interesse e pensai ad una distrazione amorosa, la signora era una bella donna sui trentacinque, peraltro molto ben messa in carne, era quello che ci sarebbe voluto per distrarmi dai miei angosciosi tormenti.
Cominciai a guardarla con un occhio diverso da quello professionale, cominciai a percorrere con lo sguardo tutto il suo corpo, lei sentì il mio sguardo ma non si scompose, continuava a parlare delle sue paure e diceva che era venuta da me sicura che io avrei trovato la soluzione più adatta, io la rassicurai, ma le dissi che tutto sarebbe stato più tranquillo se insieme fossimo andati alla procura ed avessimo parlato del suo caso al pubblico ministero. Da una parte ciò mi avrebbe dato la possibilità di uscire dallo studio insieme con lei e di rassicurarla, dall’altra avrei rimesso piede nella procura per cose diverse dalla mia vicenda, e poi avrei trovato il modo di provarci
I miei pensieri erotici cominciarono a sfarfallare per la stanza Per me erano caratterizzati da leggeri suoni di sottofondo che io solo percepivo e che li accompagnavano nel volo che era caratterizzato dall’andare dal basso verso l’alto e poi riprendere in direzione contraria. Cominciai a guardare la mia cliente con occhio penetrante e la spogliavo mentalmente ma non è che mi riusciva facilmente, soprattutto quei benedetti jeans erano stretti stretti in vita ed io ero tutto intento mentalmente a sfilarglieli, ma ben presto in quella specie di sogno mi resi conto che era un’impresa impossibile senza forzare la situazione per cui mi alzai per mettere in atto lo sfilamento dei jeans, poi mi rimisi a sedere rendendomi conto che il vagheggiamento erotico mi aveva preso completamente e stavo per fare delle sciocchezze per cui mi ridiedi il contegno professionale. E mi rimisi seduto, in pieno attanagliato dalle miei angosce.
La signora però mi chiese se mi sentivo bene, aveva notato che c’era qualcosa di strano, io le chiesi se voleva qualcosa dal bar, io mi stavo per far portare un caffè, lei chiese un the freddo alla pesca.
Lei cominciò a lamentarsi dell’indifferenza del marito, gli era capitato quel brutto affare dello scippo e lui non le aveva prestato quel minimo di attenzione che lei si sarebbe aspettata, poi lui quel giovanotto lo voleva veder marcire in galera, mentre lei era piena di paure che volesse vendicarsi del fatto che lo aveva descritto così bene che l’avevano acchiappato quasi subito.
Venne il cameriere, portò il caffè ed il the, volevo riprendere il mio vagheggiamento ma mi resi conto che ormai era del tutto improbabile che la mia fantasia si lasciasse andare completamente, mi ero rinchiuso nuovamente a riccio. E se per qualche istante avevo sognato di trovare insieme distrazione e consolazione in un rapporto con quella bella signora, eccomi, ero di nuovo precipitato nella realtà lontano lontano dalle mie fantasie e chiuso dalla mia vicenda personale che orami non mi lasciava un attimo di tregua.

Capitolo 26 Pensieri di cani

Nel tornarmene verso casa quella sera mi colpì un signore che attraversò la strada con un grosso cane lupo, la sua andatura tranquilla, la forza del cane, l’andatura sicura e sincronizzata dell’uomo e dell’animale insieme.
Pensai che sarebbe stato bello andare dal mio sosia con un bel cane come quello e fargli capire che ero disposto a farlo aggredire dal mio cane, pensai che con un cane come si deve bisogna avere un altro cane come si deve a disposizione e che ti ubbidisca.
Non avevo mai avuto un cane ed il pensiero di averlo mi cominciò ad affascinare.
Così decisi che il giorno dopo avrei fatto visita ad un mio amico veterinario per farmi consigliare e poi avrei preso un cane, sarebbe stata una cosa che mi avrebbe dato maggiore sicurezza e soprattutto avrei potuto intimorire chiunque volesse farmi del male. E mi gustavo già l’idea di presentarmi dal temuto sosia con un bel cane che magari mostrava i denti e vederlo ballare dalla paura.
Lo studio del veterinario stava vicino ad una piazza, in un negozio che stava attaccato ad un altro in cui c’era una toilette per cani. C’erano molti padroni con cani in attesa del lavaggio e parlavano tra di loro, si sentiva che parlavano dei loro cani, che stavano accanto ed erano un poco irrequieti, ma i padroni li sgridavano continuamente, gli strillavano che dovevano stare tranquilli, anche perché le povere bestie dovevano portare rispetto ai loro padroni e signori che stavano scambiando due chiacchiere. Pensai nell’occasione che io sarei stato molto più liberale, avrei lasciato che il mio cane si comportasse come meglio credeva, non lo avrei continuamente rimproverato, comunque avevo bisogno di parlare con il mio amico veterinario, che però era molto occupato. Inaspettatamente lui uscì proprio in quel momento dal suo studio, aveva finito una visita ad un pastore belga, io mi avvicinai con fare tranquillo e gli chiesi se si sarebbe preso un caffè con un vecchio amico, lui mi sorrise sorpreso dalla mia visita, poi disse che un piccolo break gli andava proprio bene, pregò i prossimi clienti di aspettare qualche minuto e ci infilammo nel bar vicino, qualche decina di metri più in là. Mi chiese qual buon vento mi portava, io gli dissi che avevo bisogno di un consiglio perché volevo farmi un cane, oh finalmente ti sei deciso, fece lui, io gli dissi che mi serviva un cane di una certa taglia perché così mi piacevano, non avrei gradito un cane di taglia piccola, mi chiese che cosa pensavo di farci, dissi che era un poco per la guardia un poco per sentirmi più tranquillo, però lo dovrai addestrare, perché lo dovrai prendere da cucciolo. A questo non ci avevo pensato, il fatto di dover far passare un poco di tempo prima che arrivasse alla taglia giusta ed il fatto che lo avrei dovuto addestrare da cucciolo proprio non mi serviva: tra me e me pensai che non sarebbe certo stato utile presentarsi al sosia con un cuccioletto, certamente non si sarebbe spaventato. Gli chiesi se lo potevo avere già grande e lui mi disse che era possibile, se cercavo al canile degli amici degli animali avrei trovato qualche cane un poco avanti negli anni, i bastardi sono i più affettuosi, sì però presentarmi con un bastardo magari un poco spelacchiato per mettere paura al mio sosia proprio non riuscivo ad immaginarlo. Il mio amico mi chiese di andarlo a trovare quando avrei avuto le idee più chiare ed allora mi sarebbe stato di aiuto e mi avrebbe potuto consigliare meglio, adesso doveva tornare alle sue visite. Ci salutammo e rientrò nell’ambulatorio, mentre fuori i padroni continuavano a sgridare i loro cani che in effetti cercavano in tutti i modi di andare via e non ne volevano sapere dell’ambulatorio e della toilette.
Questo pensiero fisso del cane me lo portai per un paio di giorni, andai a vedere a quel canile ma vidi un paio di animali di taglia un pochino grande, ma non è che potessero mettere paura a qualcuno, sarà che stavano lì e si vedeva che aspettavano con ansia che qualcuno li adottasse, erano sperduti anche se li trattavano molto bene, mi dissero che erano stati abbandonati dai loro padroni, la cosa faceva rabbia, uno prima si decide a farsi un cane, questo gli si affeziona totalmente così come fanno gli animali e poi lo abbandona lontano da casa e in modo che non possa farci ritorno, una vera crudeltà pensavo, però non ero disposto molto a prenderne uno, perché in primo luogo io non avevo mai avuto dei cani e poi perché ciò che mi spingeva era il fatto di dover incutere timore al mio sosia, e quei cani non facevano paura nemmeno ad un ragazzino piccolo.
Dopo un paio di giorni mi resi conto che quello del cane era un impegno troppo oneroso per me e abbandonai l’idea velocemente, altrettanto velocemente come l’avevo abbracciata. C’era anche da considerare il fatto che il cane non lo avrei potuto tenere fuori di casa, perché ancora non si vedevano in giro degli studi legali con cane, l’Agnese forse non avrebbe avuto molte difficoltà ma forse dopo qualche giorno avrebbe lasciato sconsolata lo studio, il cane insomma dovevo tenerlo a casa, ma non mi ero ancora consultato in proposito con mia moglie e la sola idea di iniziare una discussione infinita sull’amore per gli animali mi lasciava molto perplesso, come ero sicuro che sarei dovuto alla fine rimanere molto tempo in casa per badare al cane. Poi pensai anche al fatto dei bisogni, che il cane bisogna portarlo fuori per abituarlo a fare i bisogni fuori di casa, e quello inevitabilmente e senza discussioni sarebbe diventata la mia occupazione principale. E poi c’era il fatto che avrei dovuto munirmi di palette speciali per raccogliere i bisogni fatti dal cane e sarebbe stata una continua battaglia per tenere puliti i marciapiedi od i prati, battaglia perduta in partenza.
Infatti vedevo che i padroni dei cani non si preoccupavano molto della faccenda e lasciavano che i loro animali tranquillamente la facessero sui marciapiedi o nel prato, però erano ben consapevoli che rischiavano delle multe molto salate, erano un poco come quegli automobilisti scriteriati che corrono pur sapendo che da qualche parte ci sta uno strumento misterioso e nascosto pronto a scattare una fotografia. Insomma quello che mi scoraggiò del tutto fu questa faccenda dei bisognini e delle palette, un combattimento continuo si profilava all’orizzonte ed allora abbandonai del tutto l’idea.
Tutto sommato pensai che in un nuovo incontro col sosia non avevo bisogno di particolari strategie per intimorirlo, era rimasto del tutto indifferente rispetto al fatto che l’avevo scoperto, figuriamoci se sarei riuscito a mettergli paura con un animale. Comunque era necessario che ci rivedessimo, perché non si poteva lasciare così la situazione, io subivo gravi danni e lui doveva smetterla, questo era il pensiero che mi portava alla necessità di un nuovo incontro chiarificatore.
Dovevo assolutamente trovare il modo per convincerlo a smetterla con quella specie di truffa e sapevo che non sarebbe stata una cosa facile, considerato il suo comportamento durante il nostro incontro. Ma più riflettevo su quali argomenti potessero risultare convincenti per il mio sosia, meno ne trovavo. Il fatto che non era una cosa lecita e che era perseguibile sotto ogni profilo, anche e soprattutto quello penale, non mi sembrava che lo potesse interessare particolarmente, lui era una persona che aveva sempre masticato qualcosa di illecito, per cui quello che magari lo infastidiva era il fatto che avrebbe avuto delle noie, che però facevano parte di tutto il suo gioco, questo era il rischio e lui lo sapeva dall’inizio della storia, per cui non sarebbe senza dubbio stato un argomento che lo potesse dissuadere dal continuare nel suo comportamento.
Ed io brancolavo tra i miei dubbi e le mie domande, e non riuscivo facilmente a venirne a capo, mi immergevo talmente in essi che ad un certo punto ne ero confuso e non riuscivo più a districarmi .
L’idea del cane poi mi era venuta perché era anche legata ad un altro pensiero, al fatto che venivo scambiato col mio sosia, che era talmente identico a me che non vi erano dubbi nelle persone, ciò che mi aveva colpito era la sicurezza del cancelliere nel richiedermi le marche e l’aggressività manifestatami in maniera così convinta sia da quello che io definivo il mostro sia dalla misteriosa signora, un cane sarebbe invece stato sicuramente in grado di riconoscermi, mi tornava in mente il cane mitologico di Ulisse che riconosce il suo padrone dopo tanti anni di assenza.
E avevo pensato che un cane avrebbe risolto facilmente tutti i problemi di riconoscimento e tutte le difficoltà di cambi di identità, però io il cane non ce l’avevo e prima che diventasse utile sotto questo profilo ci sarebbe voluto un poco di tempo per cui l’idea, per tutte le problematiche connesse, soprattutto i bisognini, venne scartata.



Capitolo 27 Pensieri in confusione

Passavano i giorni e non riuscivo a districarmi e nemmeno a decidermi, riuscivo a malapena a vivere alla giornata, perché adesso che sapevo della confusione possibile e degli scambi di identità e del sosia e delle sue losche attività usando la mia identità mi trovavo un pochino a disagio e soprattutto cominciavo ad avere perfino io dei dubbi su chi fosse veramente l’avvocato Pino Renzulli, che poi ero io, dove egli esercitasse effettivamente la sua attività professionale, che poi era la mia, insomma mi si affacciavano i dubbi più strampalati ora che avevo appreso il mistero che c’era sotto. Il fatto che il mio sosia stesse compiendo delle attività del tutto illecite man mano che passavano i giorni diventava meno grave ai miei occhi, mi chiedevo come facesse a portare avanti un’attività professionale come quella dell’avvocato senza avere la necessaria preparazione teorica, poi però mi chiedevo quanto questa preparazione teorica era veramente di aiuto se poi i clienti andavano più facilmente da dei tizi che si spacciavano per altri e che evidentemente sapevano spendere bene qualche nozione che erano riusciti ad appiccicare insieme, tant’è che cominciai ad invidiare il mio sosia e la sua posizione, di fatto lui se ne stava tranquillo, qualunque grave errore sarebbe ricaduto su di me, io ero il vero titolare della posizione professionale, quello iscritto all’albo e quello che pagava le tasse. Questo pensiero poi mi tormentava, mi aspettavo che da un giorno all’altro qualche ispettore un pochino più scrupoloso del normale delle Imposte volesse indagare sulla situazione e magari pensasse che io avevo un altro studio nella capitale e mi attribuisse guadagni iperbolici, questa era una preoccupazione, qualcuno avrebbe potuto pensare ad un mio improvviso arricchimento, chissà che cosa sarebbe scaturito da una piccola indagine tributaria. E poi mi preoccupava seriamente anche la responsabilità professionale, che bene o male ricadeva tutta addosso a me, ed ero preoccupato molto per questo, chissà di quante truffe, chissa di quante negligenze sarei stato di lì a poco ritenuto responsabile. Purtuttavia la cosa più stupefacente era che queste preoccupazioni duravano pochi secondi, poi subentrava un senso di invidia nei confronti del mio sosia della sua tranquilla posizione e del fatto che chissà come si era andato ad inventare quella sistemazione, ed io, che inizialmente ero stato travolto dalla rabbia, pian pianino mi logoravo, era l’invidia che mi prendeva e mi tormentava. Avrei scambiato volentieri la mia posizione con la sua.
Mi sarei messo tranquillamente e ben volentieri nei suoi panni.
La sera cominciai ad andare al cinema, per distrarmi, ma al buio della sala guardavo lo spettacolo ma non potevo fare a meno di rimuginare sulla mia situazione. Insomma , io chi ero? Che cosa mi stava succedendo? D’accordo, era una miserabile truffa, però io cominciavo ad avere dei dubbi sulla mia vera identità, cominciavo a pensare che quello che era successo era stato voluto dal destino, e che metteva così in discussione tutta la mia vita fino a quel momento, ora c’era un altro al posto mio, io lo lasciavo fare e tutto sommato lo invidiavo, ma non riuscivo più a capire dove stava la mia persona e dove la sua, effettivamente se era riuscito a combinare uno sconquasso era dentro di me, mi accorgevo ogni giorno che passava che avevo dei dubbi sempre più giganteschi, mi facevo delle domande che non mi ero mai fatto, dubitavo perfino della mia esistenza, qualcuno potrà pensare che stavo uscendo di senno.
Mia moglie colse lo stato confusionale in cui versavo e mi suggerì di cambiare psichiatra, io che avevo trovato delle combinazioni e degli accordi segreti con quel benedetto dottor Strimpelli mi opposi decisamente, anzi cominciai a pensare che mi sarei potuito confidare con lui e che lui magari mi avrebbe potuto dare un buon consiglio, ma poi mi resi conto che mai e poi mai ne avrei parlato con nessuno, non ne avevo il coraggio, soprattutto per le conseguenza inevitabile dello scherno che ne sarebbe in un modo o nell’altro derivato, ed io non potevo sopportare che oltre alla difficile situazione mi andassi a cacciare in posizioni di pubblico ludibrio, questo no, non doveva succedere mai, la mia situazione si sarebbe risolta in breve tempo e nessuno ne sarebbe venuto a conoscenza e soprattutto non sarei diventato oggetto di scherno di un vasto pubblico.
Cercare qualcuno con cui confidarsi però diventava ogni giorno un imperativo che sentivo dentro, bisognerà che ne parli con qualcuno, altrimenti qui ci scoppio, mi dicevo continuamente, e così vagavo per gli uffici e guardavo gli sconosciuti cercando di vedere se trovavo una persona che mi avrebbe ascoltato, sì, perché da una parte sentivo questo bisogno impellente di confidarmi con qualcuno, dall’altra avevo il terrore di parlarne con persone conosciute per la paura dche la storia poi venisse raccontata di bocca in bocca e che diventasse pubblica ma soprattutto per il terrore di diventare oggetto di derisione e di conversazione dei salotti della città. E cercavo gli sconosciuti, ma poi non sapevo proprio da dove incominciare e mi mancava la parola, per cui magari iniziavo una conversazione poi diventavo intrattabile e brusco e la interrompevo improvvisamente lasciando l’interlocutore che non mi conosceva abbastanza perplesso.
Alla fine dopo diversi giorni in cui cominciavo a trovarmi in difficoltà anche di equilibrio, decisi che sarei andato a trovare il mio sosia e che bisognava che chiarissi questa situazione e che la
smettessi di tormentarmi. Gli telefonai, mi rispose personalmente e sembrò contento di risentire la mia voce, ci accordammo per vederci al suo studio il giovedì pomeriggio.



Capitolo 28 Psichiatria di sostegno

Poi però fui preso da un terrore vago ed imprecisato, stetti molto male e passai un brutto quarto d’ora. Preoccupato, fissai di corsa un appuntamento per il giorno dopo col dr Strimpelli, pensavo che era necessario che mi confidassi con lui o che cercassi da lui dei suggerimenti, qualunque cosa, per affrontare meglio tutte le problematiche e soprattutto per uscire da quello stato di confusione interiore in cui ero scivolato, che cominciava ad angustiarmi seriamente e che era la causa del malessere.
Entrato nel suo studio, il dottore mi chiese se volevo sdraiarmi sul lettino molto garbatamente, io feci cenno di sì e mi accomodai, lui mi chiese se volevo dirgli qualche cosa di particolare, io pensai qualche minuto poi cominciai dicendo che erano alcuni giorni che avevo una crisi di identità, che mi sembrava di vivere la vita di un’altra persona diversa da me ed avevo la sensazione che quest’altra persona stesse vivendo la mia vita.
Il dottore mi guardò con molta curiosità mentre gli dicevo queste cose, poi mi chiese se stavo recitando oppure se stavo parlando sul serio, io risposi sorridendo che purtroppo parlavo sul serio.
In effetti mi ero tenuto un poco sul vago, non gli avevo detto tutto quello che mi era accaduto, però avevo cominciato a metterlo su una strada che secondo quel poco che avevo potuto cogliere mi stava succedendo veramente, io ero entrato in una grande crisi ed in una grande confusione da quando avevo parlato con il sosia e non riuscivo facilmente ad intravvedere una soluzione prossima e soprattutto avevo sentito venir meno improvvisamente molte delle certezze su cui si basava la mia esistenza, tanto da dubitare perfino di me stesso.
“Che cosa significa esattamente che lei sente di vivere la vita di un’altra persona diversa?” chiese il dottore.
“Vede dottore, ho la sensazione di camminare e di fare la strada di un altro, di percorrere i suoi passi, di pensare i suoi pensieri, insomma…..”
“Ma quest’altro è un suo antenato, suo nonno, non so, oppure suo padre, forse?” chiese.
“No,no, non è un mio antenato, non è mio padre, è un altro che peraltro prende il mio posto e percorre i miei passi e si ruba la mia vita e la mia identità !”
“Insomma lei sta facendo dei passi al posto di un altro che invece fa i passi al posto suo, questo mi sembra che mi stia dicendo…..”
“Esatto dottore, proprio così, proprio così….”
“Ma lei quest’altra persona la vede, riesce a capire chi è!”
“La vedo perfettamente, dottore, è una persona del tutto simile a me ma diversa da me che improvvisamente si è messa a vivere la mia vita!”
“Capisco, è un altro, però è come se fosse lei che si muove in un’altra dimensione, in un altro luogo…”
“Eh sì, proprio così, è questo quello che mi sta succedendo….”
“Insomma lei vede un suo duplicato che si muove e vive e questo le crea dei problemi, perché forse non riesce a capire dove sia veramente lei…”
“ Problemi sì, dei grossi problemi, anche perché bisogna uscire da questa posizione di doppiezza, io non capisco come si possa, ma bisogna uscirne…..”
“Certamente, lei mi sta descrivendo perfettamente uno stato patologico classico per noi psichiatri…”
“Per me il fatto è assolutamente una sorpresa e una novità che mi lascia interdetto…..”
“È talmente perfetto il quadro che mi ha descritto che non riesco a capire bene se lei se lo sia studiato prima di venire qui oppure……”
“No, dottore , assolutamente, io non sto recitando, io mi trovo esattamente nella situazione di grave difficoltà che le ho descritto, metta da parte e lasci perdere i malintesi tra di noi…!”
“Certo che lei è proprio un bel tipo, prima mi ha messo ko con la sua sfiducia nella psichiatria e adesso mi viene a raccontare una situazione molto classica diciamo di….psicosi , anche se lei descrive perfettamente una patologia schizofrenica, io rimango sorpreso e un pochino dubbioso…”
“La chiami come vuole lei dottore, per me è indifferente…”
“Tanto indifferente non dovrebbe essere, perché se è una è una forma patologica forse più leggera, se è l’altra, è una forma più grave, ma che necessitano entrambe di cure serie e da subito….”
“È lei dottore che deve interpretare questa vicenda, io non sono in grado……”
“Ma lei con quest’altro ci convive?....”
“No, diciamo che ogni tanto, una volta ogni 3 settimane, diciamo……”
“Allora è la forma meno grave, se i tempi sono questi…”
“Sì, ci incontriamo, ma siamo due persone diverse, ma siamo identici, tanto che ci si potrebbe scambiare…..”
“Potrebbe essere senza dubbio una forma di psicosi in cui lei pensa ad uno sdoppiamento della sua persona….”
“Ma questo sdoppiamento di fatto esiste, dottore….”
“Eh, allora potrebbe essere la forma più grave, sebbene tutto stia nell’intensità con cui lei vive questi fenomeni psicologici!....”
“Per me questa è la realtà…..”
“Però questo sdoppiamento si verifica raramente, mi diceva circa una volta al mese….”
“Quello è il tempo degli incontri, diciamo, con l’altro……”
“In alcuni casi di sdoppiamento della personalità è utile lo scambio delle posizioni” fece il dottore riflettendo molto seriamente massaggiandosi il mento con la destra.
“Che cosa sarebbe questo scambio di posizioni?” chiesi interessato
“Occorre provare a calarsi a pieno nella posizione dell’altra persona che emerge” sentenziò il dottor Strimpelli.
Seguì un buon minuto di assoluto silenzio. L’affermazione del dottore mi aveva colto del tutto di sorpresa, avevo cominciato a pensarci su, anche se tutto il colloquio si era svolto sulla base di un equivoco, era chiaro che il dottore parlava di patologie psichiatriche riferendosi a me mentre io gli avevo descritto qualcosa che succedeva realmente e non nella mia mente considerata malata.
C’era un equivoco tra di noi, io parlavo di qualcosa che concretamente mi stava accadendo, il dottore pensava a una situazione patologica vissuta da me interiormente: Comunque questo suggerimento di scambiarsi le posizioni mi faceva pensare.
“Faccia questo tentativo, quando si presenta l’altro lei provi a mettersi nella sua posizione completamente, provi a pensare che l’altro è lei in un’altra dimensione e cerchi di ricondurre tutto ad un’unità…….”
“E l’altro?.....” chiesi quasi balbettando.
“Beh, l’altro dovrebbe essere una specie di proiezione , pian piano dovrebbe identificarsi del tutto con la sua posizione, questo è il senso del tentativo… sempre che riesca….”
“È da provare” feci io
“Sì, può essere un tentativo da fare” fece il dottor Strimpelli.
Ci congedammo con l’impegno das parte mia che avrei fatto il tentativo.
Uscii dall’ambulatorio con una vaga idea, questo discorso di scambio delle posizioni poteva essere molto interessante.



Capitolo 29 Di nuovo col duplicato

E così il giovedì pomeriggio mi recai di nuovo in quello strano locale dove c’era una specie di sala giochi e dove il mio sosia tranquillamente stava aspettandomi. Esordii dicendogli che lui doveva lasciare assolutamente quell’attività, altrimenti mi sarei rivolto alle autorità, lui mi rispose che potevo fare quello che credevo opportuno, ma che a lui non sembrava la soluzione migliore.
Mi ricordai degli strani discorsi che erano usciti con lo psichiatra e cominciai a pensare allo scambio delle posizioni, e cominciai a pensare che avevo una occasione per uscire da una vita che si era fatta piuttosto grigia per me e che insomma, questo sosia mi somigliava davvero molto, la sua personalità poteva benissimo sostituirsi alla mia e cominciai il discorso da lontano.
“ Certo che, se lei non vuole proprio capire, si potrebbe esaminare una qualche altra soluzione…”
“Bisogna trovare una diversa soluzione soddisfacente” rifece lui
“E diciamo che potremmo trovarla insieme….”
“Certo, se troviamo un accordo, io sono sempre favorevole alle soluzioni conciliative” sembrava che volesse tastare il terreno.
“Io penso che bisognerebbe scambiarsi le posizioni…”
“Che cosa? Come sarebbe?”domandò sorpreso.
“Insomma, io prenderei la sua posizione e lei prenderebbe la mia….”
“Non potremmo darci del tu, con questo lei non ci capisco molto, collega” mi fece con tono amichevole.
“Certo, diamoci pure del tu, collega, ma ….insomma mi vuoi dire come ti chiami….”
“Sergio, scusa, mi chiamo Sergio Marmetti….”
“Piacere, Pino Renzulli, ah scusa dimenticavo che già lo sapevi….”
“Figurati, Pino, tra noi, non c’è bisogno di scuse e formalismi……”
“Bene allora, hai capito che cosa ….”
“No, non mi sembra proprio una buona idea, mi beccherebbero subito, tu hai una famiglia e che vuoi che tua moglie…..”
“Sì, praticamente tu ti dovresti sostituire completamente….”
Ma lui cominciò ad urlare ed ad imprecare, io cercai di calmarlo, ma lui si era alterato e bestemmiava come un turco, e malediceva il giorno in cui gli era venuta l’idea di sostituirsi a me.
“Insomma, Sergio, mi sembra che non ti piaccia molto l’idea della sostituzione…”
“No, sarebbe una follia, sarebbe andare a cercare dei grossi guai, queste cose non si debbono nemmeno pensare……”
“E allora dimmi come si fa ad uscire da questa situazione, tu ti rifiuti di fare questo, ma ti rifiuti anche di lasciare la comoda posizione in cui ti sei infilato ed io non posso continuare a sopportare….”
“ Insomma , caro Pino, bisogna cercare qualcosa che soddisfi entrambi!”
Quel caro Pino mi gettò nello sconforto. Ecco, io gli avevo dato una mano e lui si era preso subito tutto il braccio e mi si stava prendendo anche il resto. E poi mi ricordava quello strano colloquio con quella signora che mi aveva costretto alla fuga e che mi aveva scambiato con lui. Quel caro Pino mi mise in un allarme altissimo. Capivo che oramai avevo ceduto su tutti i fronti, che ero nelle mani di questo bel tomo che adesso si sarebbe impadronito del tutto della mia persona o di quel poco che mi restava, mi avrebbe spinto chissà verso quali vorticosi pendii.
Lui prese la parola e cominciò a dirmi che tutta la storia della sostituzione come l’avevo pensata io faceva acqua da tutte le parti, e disse che si scontrava con ogni aspetto etico e deontologico. Sentire da lui queste parole mi lasciò perplesso, d’altra parte ora non ero in grado di replicare e di dire che non accettavo lezioni da lui, mi ero messo in una condizione per cui ora l’unica cosa sensata era smettere quel dialogo e fare finta di non avere detto niente. Lui proseguì dicendo che quello sarebbe stato il classico patto scellerato di due folli o meglio di due asini, che stavano mettendosi d’accordo sulla maniera migliore di buttarsi in un precipizio.
“Nel frattempo io , però, ci sono andato a finire, in quel precipizio….” Finalmente avevo ripreso il coraggio. E riprendevo un’espressione degna.
Ma lui riprese la parola senza cederla e disse che solo pensare a queste cose era disdicevole, che non si poteva farlo senza cadere in tentazioni folli, e soprattutto cominciò un’omelia sulla perdita della dignità che insieme avremmo dovuto subire dalla scelleratezza.
Io lo ascoltavo molto sorpreso, ma anche afflitto, perché così lui stava semplicemente rifiutando qualunque soluzione e stava mettendomi di fronte a qualcosa che non riuscivo a capire, ma comunque interpretavo in una richiesta di denaro per smetterla da parte sua. E la sua insistenza su una soluzione che mettesse d’accordo ambo le parti mi confermava i miei sospetti, bisognava solo dare un poco di corda e avrebbe cominciato con chissà quali richieste, il colloquio stava precipitando verso la mia definitiva rovina, bisognava trovare il modo di troncarlo, dissi che avevo bisogno urgente di andare al bagno e mi andai a sciacquare la faccia, avevo il volto teso ed ero pallido, allora capii che stavo abbastanza male, uscii dal bagno e mi congedai con fare brusco dal sosia e me ne tornai alla macchina .
Il viaggio di ritorno si accompagnò con una crisi sempre più forte, non c’era una via di uscita, quel signore mi aveva infilato in un labirinto e sapientemente mi metteva in difficoltà sempre maggiori, d’altra parte il patto scellerato che gli avevo proposto mi aveva chiuso definitivamente verso un angolo dal quale era difficile venire fuori. E poi c’era la polizia con i suoi sospetti, lo psichiatra che mi doveva aver preso per matto.



Capitolo 30 In un labirinto

Questa benedetta crisi mi cominciò a tormentare anche nel sonno, la notte feci uno strano sogno.
Sognai che mi trovavo in un giardino e che rincorrevo una donna, questa donna aveva una vaga somiglianza con mia madre ma non era mia madre, si poteva pensare che io fossi spinto nell’inseguimento da un impulso erotico, però questo non era ben chiaro, di fatto io ero in questo giardino e correvo, la mia donna misteriosa stava davanti dietro dei cespugli ed ogni tanto la intravedevo intera, poi scompariva e si nascondeva. Ad un certo punto, stanchissimo, mi sedetti su una panca sotto un grande albero di quercia. Qui mi addormentai nel sogno, questo certo era un sogno strano, io che sognavo di addormentarmi, ma di fatto i sogni sono a volte molto bizzarri. Mi risvegliai di lì a poco e non capivo più dove mi trovavo e cominciai a gridare un nome di donna, Eufemia, così gridavo, e di lì a poco mi apparve un uomo di carnagione olivastra e con un turbante in testa che mi chiese che cosa cercavo in quel posto, io gli dissi che mi ero smarrito alla ricerca di una donna, lui sorrise e mi disse che era sempre così, chissà ora questa donna dove è andata a finire si domandò ammiccando, io non lo sapevo e gli dissi che non ne avevo la più pallida idea, e lui mi disse che certamente non potevo trovarla io perché io mi ero perduto, io infatti gli confermai che mi ero perduto e che non ero in grado di tornare fuori del giardino, lui mi disse che mi avrebbe accompagnato per un poco ma che aveva dei grossi lavori da fare per cui non mi poteva dedicare molta attenzione, gli chiesi se voleva che lo aiutassi, lui sorridendo mi disse che i lavori li doveva fare da solo, mi accompagnò dietro al viale e vidi dietro il cespuglio che c’erano trenta figure femminili uguali alla donna che io cercavo, gli chiesi che significava questa moltiplicazione impazzita delle donne, lui disse che le avrebbe eliminate, aveva in mano un’arma, era forse un lanciafiamme, la puntò sul gruppo delle donne, io cominciai a gridare inorridito di fermarsi ma invano, lui sparò e le figure femminili furono tutte insieme avvolte in un grande incendio e scomparvero in breve dalla mia vista, come anche il misterioso personaggio, io cominciai a correre ma non riuscivo a trovare la via di uscita, era un vero e proprio labirinto e puntualmente mi ritrovavo nello stesso punto da cui fuggivo, cominciai a rabbrividire per il freddo e per la paura, e vidi un gatto nero come la pece che mi si fece incontro, aveva due occhi gialli che illuminavano la via come due fari abbaglianti, fui attratto da quegli occhi e lo fissai con curiosità, anche il gatto mi fissava e sembrava una sfida a chi si guardasse più intensamente nell’intimità, io cercavo di scavare a fondo con lo sguardo negli occhi del gatto e cercavo la sua anima, ad un certo punto il gatto fu come se si squagliasse e mi sembrò di vedere la sua anima tormentata, poi però l’animale reagì furiosamente al mio sguardo e con il pelo dritto sulla schiena e sulla coda mi attaccò ferocemente, cominciai a fuggire ma quel gatto mi saltò sul collo e cominciò a graffiarmi furiosamente, si era offeso terribilmente per come lo avevo guardato e mi lasciò malconcio a terra, pieno di graffi e di paura. Da dietro un cespuglio mi riapparve la figura femminile, io rimasi stupefatto perché l’avevo vista poco prima ardere in un grande rogo insieme a una trentina di sue simili, forse erano controfigure, mi attirò dietro un cespuglio, e mi baciò a lungo, io rimasi incatenato a lei da quel bacio poi improvvisamente mi ritrovai avviluppato nelle spire di un fortissimo serpente, doveva essere un pitone, io cercavo di liberarmi ma la sua forza era enorme, ad un certo punto arrivò un uomo con il bastone ed il serpente come terrorizzato allentò la presa e si dileguò, dietro all’uomo mi riapparve il temibile gatto ma questa volta mi guardai bene dal guardarlo, e lui nemmeno mi sfiorò con il suo sguardo. Mi incamminai per la strada bianca di quel giardino, ma giravo e rigiravo e non riuscivo ad uscirne e più cercavo la via d’uscita più non riuscivo a trovarla, finché mi risvegliai in un bagno di sudore, avevo forse sentito caldo, oppure era stata la paura, non lo capivo al buio, guardai l’ora e la radiosveglia segnava le tre.
Ripensai al sogno, c’era forse da appuntarselo per poi raccontarlo allo psichiatra, chissà lo avrei fatto felice, intanto al buio mi apparve il fantasmino dello psichiatra che mi aveva tante volte perseguitato e mi domandò se sapevo chi ero e dove stavo, io mentalmente gli risposi che sapevo benissimo chi ero e che stavo nel mio letto, e lui di rimando mi disse che non potevo esserne così sicuro, se fino a pochi minuti prima stavo scappando da un giardino che poi era una specie di labirinto, io gli dissi che lui non doveva permettersi di entrare nei miei sogni, lui disse tranquillo che lui sui sogni ci guadagnava la sua pagnotta e che insomma non pensassi che lui non poteva transitarvi tranquillamente, il sogno era la sua possibilità di intervento e se gli levavo i sogni lui non aveva molte cose su cui lavorare, gli dissi che a me non interessava nulla del suo lavoro, lui mi diede dell’egoista, anzi egocentrico, questa era la parola che preferiva, perché il mio egoismo era il centro intorno al quale tutto doveva girare, io gli risposi che era del tutto naturale, lui mi sorrise e mi domandò:“ E gli altri?” e poi scomparve nella stanza buia.
Mi ritrovai così insonne nella perfetta solitudine, anche se sentivo a fianco il respiro di mia moglie non è che mi desse molto conforto rispetto all’interrogativo in cui ero rimasto, interrogativo di fondo che mi era stato posto , chi ero e dove era il mio posto. Tra l’incontro con il sosia, il sogno, l’apparizione del fantasmino dello psichiatra, io ora mi chiedevo veramente chi fossi, e quale fosse il mio posto, e la domanda, per quanto possa sembrare assurdo, mi gettava in un terribile turbine di altri interrogativi, l’insonnia in genere apre uno spazio molto grande ai fantasmi della mente che sembravano essere usciti tutti insieme allo scoperto e che non avevano certo paura di invadere la stanza.
Mia moglie respirava tranquilla nel sonno, io mi agitavo nel vortice dei miei pensieri .
Chi ero io veramente? Come avevo potuto pensare di essere un essere unico, se un altro prendeva tranquillamente il mio posto e poi questo benedetto signore mi aveva dato una lezione etica, mi aveva detto che una sostituzione completa non era possibile, avrebbe portato troppe conseguenze nelle coscienze di tutti, io ero rimasto sconvolto da questa lezione, ora non capivo veramente chi fossi io e chi fosse l’altro, quale fosse il mio posto, visto che lui si era impadronito della mia personalità e tranquillo la utilizzava, io non potevo usare la sua perché mi diceva che c’erano dei problemi etici e deontologici, non ci capivo più niente, come faceva un signor truffatore a parlarmi di etica, eppure aveva ragione lui, riflettendo a fondo gli dovevo dare tutte le ragioni, non era possibile una sostituzione completa dell’identità, e questo era il vero problema etico, di fatto però io ero molto confuso ora sulla mia identità, questo secondo incontro mi aveva posto questa crisi di identità alla quale non ero preparato e che era forse all’origine dello strano sogno.
Ripensai al sogno, pensai alla figura femminile, alla sua moltiplicazione nel labirinto, alla grande strage che era stata compiuta, alla donna ed al serpente che mi aveva stretto, ed al ricordo rabbrividivo.
I primi chiarori dell’alba arrivarono e mi rasserenarono, mi alzai, feci il caffè, il letto aveva fatto i vermi ma io ero riuscito a trovare un poco di pace finalmente all’alba.



Capitolo 31 Alla ricerca della luce

Uscii molto presto quella mattina, mi recai allo studio e i negozi erano ancora quasi tutti chiusi, c’era qualche bar che aveva aperto, mi infilai nel bar vicino al Tribunale e fui salutato con grande cortesia dal barista che mi disse che io ero un gran lavoratore, io sorrisi, e presi un cappuccino ed una brioche, il barista mi chiese se mi aveva buttato giù dal letto mia moglie, perché a lui succedeva sempre così, io annui e sorrisi, però pensai che mia moglie forse stava ancora tra le braccia di Morfeo, la chiamai sul cellulare, mi rispose allarmata, le dissi che ero andato via più presto del solito perché avevo una causa importante e avevo bisogno di riguardarla, mi rispose che non era affatto preoccupata e mi salutò abbastanza precipitosamente, penso che avesse fretta perché era in ritardo. Mi infilai nello studio che erano da poco passate le sette, accesi la radio e sentii le notizie del mattino, che si aprivano con un commento sulle affermazioni del Papa e sulla crisi che esse avevano generato. Il Papa aveva commentato non molto favorevolmente un brano del Corano, in una specie di lezione magistrale, e la cosa era stata poco gradita negli ambienti musulmani, c’erano state delle reazioni ufficiali di alcuni paesi a prevalenza musulmana che avevano criticato fortemente le espressioni usate dal Pontefice, erano due giorni che si era scatenato un assalto della stampa a questa guerra tra valutazioni religiose e molti si aspettavano che ci fosse un chiarimento da parte della Santa Sede, chiarimento che tardava ad arrivare. Alzai le persiane e spalancai le finestre dello studio. Il chiarore della mattina invase le stanze e finalmente la luce prese il sopravvento sul buio.
Mi rallegrai intimamente, perché mi sembrava finalmente che tutti gli angosciosi dubbi che mi avevano perseguitato durante la nottata si fossero dissolti nel nulla. Cercai di guardare il risveglio della città. Ma mi ritrovai di colpo come riportato indietro, al buio della nottata insonne, agli interrogativi, al brutto sogno. Sembrava che la luce avesse scacciato le tenebre, ma ecco che la grande oscurità si riaffacciava e si impadroniva della mia persona. Spensi la radio, il rumore mi infastidiva, avevo preso un giornale all’edicola e lo sfogliai nervosamente, ma non riuscivo a leggere nemmeno i titoli, ero come offuscato dai dubbi che mi avevano intrappolato.
Cercai disperatamente di distrarmi cercando degli impegni per la giornata, poi decisi che mi sarei fatto sostituire se avevo degli impegni dall’Agnese, le scrissi un biglietto grande che non sarei potuto venire perché avevo urgente bisogno di fare delle ricerche e me ne scappai dallo studio, perché i tarli della mente avevano ripreso a perseguitarmi.
E me ne andai nel parco , passeggiavo e mi ritrovai sotto una grande quercia e ripensai alla coincidenza, il passaggio di una donna mi diede un altro segnale, finché vidi terrorizzato un gatto nero che si avvicinava alla panchina dove mi ero lasciato andare. Scappai per il parco,ed incontrai uno strano tipo che portava a spasso il suo cane e che mi salutò con cordialità. Io non lo conoscevo, però rimasi colpito dalla sua spontaneità e gli chiesi se potevo scambiare due chiacchiere, gli domandai del cane, era un cocker dal pelo rossastro e con degli accenni al biondiccio, disse che era una femmina e che era molto affettuosa, che per lui era come una figlia, io dissi che il cane è veramente il miglior amico dell’uomo, lui che noi non sappiamo che cosa è la fedeltà del cane, e cominciò a dire che quella degli animali era un’intelligenza particolare, superiore a quella umana, che noi uomini abbiamo perduto il sapere innato, che invece è rimasto agli animali, per cui loro sono capaci di sentimenti che noi andiamo via via perdendo, ed hanno un sapere che noi abbiamo perduto con la nostra cultura di uomini, lei per esempio non sa facilmente usare i sensi di cui è dotato, io riconobbi che era vero, che i miei sensi si erano come addormentati e che le uniche cose che sapevo fare con una certa abilità erano guidare la macchina e guardare la televisione, dissi anche che mi stavo perdendo in una specie di labirinto, lui mi guardò e mi disse che questo stava succedendo un poco a tutti e che tutti avevamo bisogno di ritrovare la nostra vera umanità, io lo guardai stupefatto e dissi che in effetti il problema era di capire chi siamo e dove andiamo, e lui annuì con un sorriso, e mi disse che questo non era il problema del suo cane, che sapeva benissimo chi era e dove andava, sempre al suo fianco.
Mi lasciò perché tornava a casa e poi aveva i suoi impegni per la giornata, ero un pochino rinfrancato, incontrai uno straniero che mi chiese qualche spicciolo, inizialmente lo schivai e gli dissi che non ne avevo, poi preso da una specie di rimorso lo rincorsi quasi e gli infilai nelle mani due euro, la giornata si stava schiarendo, il buio se ne stava andando.



Capitolo 32 Una schiarita letteraria

Continuai a vagare per il parco e incontrai una signora che portava il suo bambino a respirare l’aria del mattino. Feci i complimenti per la bellezza del bambino, la signora sorrise, poi mi disse di non dire la solita frase, tutta la madre, perché il figlio era il ritratto spiccicato del padre e proprio non si poteva dire che le somigliasse.
“Eppure le somiglia” feci io con una certa sicurezza.
“ Certo un pochino mi somiglia, ma in fondo tutti ci somigliamo, questa delle somiglianze..”
“È una vera tortura” dissi io completando la sua frase.
“Più che una tortura, direi che è uno strano gioco in cui ci mettiamo per tutta la vita……”
“È un gioco difficile da capire a fondo” feci io.
“Sa, ogni cosa è difficile da capire, c’è chi semplifica tutto, c’è qualcuno che invece va a cercare chissà che cosa…..”
“Tutto è difficilmente interpretabile, tutto sfiora l’assurdo” feci io che stavo approfittando della conversazione per fare a voce alta le mie riflessioni.
“Certo che lei stamattina non è dell’umore giusto” osservò la signora.
Tacemmo per qualche istante.
Poi lei riprese.
“Questa sua riflessione sull’assurdo mi fa pensare che lei sia influenzato da qualche scrittore, oppure la sua riflessione nasce da sue considerazioni personali?”
Rimasi sorpreso e non capivo bene.
Vedendo che non rispondevo lei proseguì.
“Vede, la sua riflessione sull’assurdo mi ha fatto pensare al mondo di Pirandello, per fare un esempio, di scrittori che hanno vagato nella riflessione sullo scambio tra la realtà e l’assurdo ce ne sono stati tanti…..”
“Beh, certo, Pirandello è stato un grande uomo di lettere, ricordo di aver letto Il fu Mattia Pascal….”
“E questo certo spiega la sua frase, Pirandello fa giocare i suoi personaggi con situazioni assurde, li mette in uno strano confronto con la realtà, spesso determina delle grosse confusioni tra realtà ed assurdo……”
“Ed è quello che poi si verifica nella vita concretamente!” esclamai soddisfatto
“E sì!” continuò la signora, che era un’appassionata di letteratura e di teatro, “spesso ci troviamo a fare i conti con le situazioni più assurde e non riusciamo facilmente a raccapezzarci..”
“Io sento di essermi un poco smarrito, che confondo la realtà facilmente….” mi confidai pieno di speranza.
“Non credo che lei sia l’unico, anzi direi che è in grande compagnia, direi che tutta l’umanità si sta smarrendo via via in strade misteriose….”
“È un po’ come una confusione continua tra sogno e realtà” feci io, che in effetti stavo ripensando al mio sogno.
“D’altra parte, signore, il confine tra sogno e realtà è talmente vago che non si riesce facilmente a distinguere….”
Ero perplesso, non capivo se stavo parlando con un’indovina, una maga, che aveva capito al volo quello per cui mi stavo tanto agitando oppure se mi trovavo di fronte ad una persona normale che stava facendo una riflessione sui valori della letteratura visti nella vita di tutti i giorni.
La seconda considerazione mi apparve la più sensata e mi sentii rinfrancato, sentii come schiarirsi per me l’orizzonte da quel colloquio. Che terminò di lì a poco. La signora nel congedarsi mi disse di essere stata molto lieta di aver avuto quella chiacchierata con me, io le risposi che ero stato contentissimo perché le sue parole mi avevano rasserenato e le confidai che la sua era stata una specie di schiarita letteraria rispetto ai problemi che mi agitavano quella mattina.



Capitolo 33 Scommesse da cani

La mattinata si era fatta più tranquilla, ma il tempo virò verso il nuvoloso e poi incominciò a piovere sempre più insistentemente, io mi rifugiai in un centro scommesse, c’era un reparto in cui riprendevano in diretta la corse dei levrieri da un cinodromo della capitale, lì non pioveva , gli scommettitori abituali si scambiavano commenti, quello degli scommettitori sui cani è un mondo a sé, è diverso da quelli degli scommettitori sui cavalli e degli scommettitori sul calcio, quelli dei cani sono degli appassionati che conoscono a fondo il mondo delle corse canine, sanno tutti i problemi che incontrano i cani, sono sempre informatissimi sui favoriti e sulle quote che danno i bookmakers, si entusiasmano per i loro beniamini. Le corse dei cani erano più brevi di quelle dei cavalli, e con il collegamento televisivo si aveva l’impressione di essere proprio al cinodromo, c’era un telecronista che descriveva con accuratezza l’ambiente , i preliminari delle corse e soprattutto sapeva portarti nel vivo della corsa. Io avevo poca voglia di giocare, volevo solamente distrarmi un poco, un signore con gli occhiali e dei folti capelli ricci, piuttosto grassottello, mi si mise accanto e mi disse che il favorito per la prossima corsa era Liutprando, però lui vedeva bene piazzato Camomilla cui dava anche delle possibilità di vincere. Io pensai di puntare su entrambi, lui mi disse che era meglio se giocavo qualcosa di più su Camomilla perché avrtebbe pagato di più in ogni caso, mi lasciai influenzare e giocai dieci euro su Camomilla vincente e piazzato, mentre giocai due euro su Liutprando vincente. Quel signore mi disse che avevo giocato bene, io annuii, poi però dissi che bisognava vedere, che le corse erano sempre incerte fino alla fine, lui assentì, però disse che tutti i favori dei pronostici andavano su Liutprando e che Camomilla era un outsider, cioè che se avesse vinto sarebbe stata una sorpresa per tutti. Il telecronista annunciò la corsa e lesse le quote, in effetti il favorito netto era Liutprando, che veniva dato a 11, cioè in caso di vittoria gli scommettitori avrebbero riavuto la quota puntata più un decimo della stessa. Camomilla invece veniva dato a 28, non era certo favorito, in caso di vittoria io avrei vinto 28 euro rispetto ai dieci puntati. Pronti partenza, va in testa un misterioso Batman, segue Confucio, Camomilla è terzo, Liutprando viaggia nelle ultime posizioni. Batman mantiene l’iniziativa, alla curva viene attaccato da Camomilla che sembra poterlo superare , ma questo imprevedibile Batman resiste in testa, anzi allunga e se ne va in solitaria staccando tutti, il favorito Liutprando rimane invischiato in mezzo al gruppo degli inseguitori, Batman va a vincere a sorpresa, davanti a Niagara, Confucio e Anatrello, Camomilla arriva quinto un poco staccato.
Insomma ho perso. Il signore mi dice che nessuno poteva immaginare che venisse fuori questo risultato, comincia ad accennare alla prossima corsa, si vede che ci è rimasto male, è uno dei cosiddetti consiglieri delle sale corse, loro ti consigliano, tu giochi, poi se vinci gli devi per una specie di convenzione qualche cosa sulla vincita.
Nella corsa che si sta per disputare comincia di nuovo con i suoi consigli, io gli dico che li ignorerò volutamente, lui si distacca da me un pochino offeso, mentre il cronista dà le quote, io decido di puntare 5 euro sul cane meno quotato, Gramigna. Quando partono il signore mi guarda con aria di compatimento, il mio Gramigna è rimasto ultimo mentre gli altri lottano per le prima posizioni, sembra che non ci siano speranze per me , poi ad un certo punto Gramigna esce all’esterno con una rimonta impressionante, supera tutti gli altri e se ne va a vincere, inaspettata mi arriva la gioia di una buona vincita, Gramigna paga 64, io vinco 32 Euro e mi rifaccio della perdite subite anteriormente, e sono subissato dai complimenti degli scommettitori, che vogliono partecipare, io non ce la faccio ad assistere ad altre corse ed a perdere tutto di nuovo e me ne vado quasi di scatto, esco dalla sala scommesse, con un bilancio tutto sommato favorevole. Peraltro io non sono mai stato appassionato del gioco, per cui questa vittoria mi arriva inaspettata e rischiara un momento un pochino difficile, e me la voglio gustare. Ha finito di piovere, il cielo è ancora nuvoloso, però squarci di sereno rompono il grigio.



Capitolo 34 Fantasticherie

Ripiombai nei miei problemi che mi circondavano da tutte le parti.
I vari tentativi di distrarmi non avevano dato esiti soddisfacenti, anche le riflessioni possono essere state lì per lì rasserenanti, possono aver dato un poco di luce nel buio e nel tormento, ma le difficoltà della mia situazione si riaffacciarono imperiose, pretesero la mia attenzione, la mia concentrazione su di esse, non mi consentivano più evasioni, rispuntavano, come nascono numerosi i funghi dopo le piogge nei boschi, e soprattutto pretendevano che io mi concentrassi tutto intorno ad esse, le difficoltà, i problemi, le ossessioni, l’incapacità di trovare una soluzione, tutto insieme mi ripiombava addosso e la mia vita tornava ad essere una china pericolosa, una forza che ti trascina in basso e rispetto alla quale hai poche risorse. Insomma quello che maggiormente mi perseguitava era quella discussione avuta con lo stramaledetto sosia e quel suo fare scandalizzato rispetto alle mie proposte per una soluzione, quel suo richiamo all’etica e alla deontologia, proprio queste sue parole mi avevano fatto precipitare sempre più in basso, ma da che pulpito viene la predica, eppure non riuscivo a dargli torto, ma dovevo venir fuori da questa situazione che per me stava diventando sempre più intollerabile, bisognava trovare un modo per scoprire quale fosse la via di uscita, non potevo continuare così, come se niente fosse, e soprattutto lui, quello stramaledetto sosia, che si arrogava il diritto di dare lezioni di etica e di deontologia, anche lui non si poteva riparare dietro argomenti morali, doveva riconoscere che lui, la sua idea truffaldina, ilsuo esercizio abusivo della professione sotto falso nome, che poi comunque era il mio, insomma questa erala causa di tutti i problemi, bisognava uscirne, ma chi doveva uscirne, lui doveva andarsene, lui doveva smetterla.
E così mi ritrovavo ad avere un odio sempre più in crescita verso di lui, dovevo trovare il modo di farlo smettere, di piantarla con la sua truffa e con i suoi subdoli ricatti, almeno così io interpretavo i suoi richiami all’etica e alla deontologia, eranoo ricatti per farmi sganciare dei soldoni, erano delle strategie per costringermi a pagarlo.
E pensavo che lui si era impadronito della mia identità professionale e che la aveva sequestrata e che ora per liberarla chiedeva il prezzo del riscatto. E che intanto la polizia pensava che io fossi un grande bugiardo, che mi fossi inventato tutto, e peraltro era sempre più difficile capire che cosa stesse facendo la polizia e la magistratura, io senza troppe difficoltà avevo scoperto tutta la truffa, loro pensavano invece a delle mie menzogne e chissà dove stavano andando.
E il mio odio fermentava, come la vinaccia nelle botti, lievitava, come la pasta del pane prima di essere infornata, si faceva oscuro e minaccioso, sentivo che mi spingeva a meditare azioni violente, cominciai a pensare che il modo migliore per uscire da questa vicenda fosse quello di far scomparire una volta per tutte il mio sosia, il mio odio si nutriva ora di questi pensieri sul modo migliore per togliermelo di torno, inizialmente avevo pensato di minacciarlo in modo da intimorirlo, ma mi rendevo conto che quello della minaccia era un territorio impraticabile.
E allora comiciai a pensare alla maniera migliore per eliminarlo fisicamente. Una revolverata, il fatto è che non posseggo una rivoltella e che dovrei cominciare tutte le pratiche per il porto d’armi, che peraltro si svolgono presso gli uffici della questura, non è che la cosa passerebbe inosservata, una rivoltella mia bisogna escluderla, si può pensare a farsi prestare da qualcuno un revolver, ma chi ti può prestare un revolver così, tranquillamente, senza nemmeno insospettirsi, insomma quella del revolver mi sembrava un’idea difficile, come altrettanto difficili apparivano subito fucili, mitragliette e altre armi da fuoco.
Una bomba, farlo saltare in aria, lui e tutte le sue carte, quel maledetto suo ufficio, una bella bomba, magari a sorpresa. Vagheggiavo l’idea di introdurmi segretamente nel suo studio di metterci una bomba ad orologeria, con un timer in mio possesso, così da lontano avrei potuto farlo saltare per aria senza nemmeno destare sospetti, oddio, la polizia di fronte ad una bomba avrebbe svolto certamente delle indagini, il fatto poi sarebbe comunque stato clamoroso, la polizia avrebbe avuto la necessità di trovare con una certa rapidità i colpevoli, per il suo rumore assordante riportato implacabilmente dalla stampa. Una bomba avrebbe avuto degli effetti collaterali indesiderati.
Forse migliore sarebbe stata la soluzione dell’avvelenamento. E mi ritrovavo a fantasticare su come servirglielo questo veleno e su quale veleno scegliere, e mi rendevo conto che quello era un campo in cui bisognava fare delle ricerche approfondite per acquisire le nozioni necessarie, mi ricordavo di un caso in cui una persona era stata avvelenata con la stricnina, un altro in cui si era usato del veleno per topi, molti casi in cui si era ricorsi al cianuro. L’avvelenamento comunque presentava dei problemi sul fatto che occorreva portare il veleno e poi necessariamente trovarsi con la vittima designata, occorreva incontrarla oppure fare in modo che prendesse il veleno.
Altrimenti c’era l’idea del sicario. Il fatto in sé lo avrebbe commesso lui, che non c’entrava niente, mentre io sarei stato in tutt’altro luogo, facendomi notare ed avendo dei testimoni, così da costruirmi un alibi inattaccabile.
E così mi ritrovavo immerso in questi beati pensieri omicidi, e non sapevo decidermi, mi accorgevo peraltro che queste erano fantasticherie.



Capitolo 35 Scomparsa misteriosa

Insomma , ero immerso nell’odio, però mi decisi, lo avrei cercato e gli avrei fatto capire che ero disposto a tutto, che questa storia doveva finire e che doveva sentire il mio odio che mi aveva portato anche a pensare seriamente di ucciderlo. Lo avrei minacciato, e doveva capire che ormai ero disposto a tutto e non mi interessava più di seguire delle regole, ero disposto a giocarmi tutto, anche a rischiare la mia vita.
Così una mattina a sorpresa mi trovai che ero diretto al suo ufficio, non avevo telefonato ma lo avrei colto senza preavviso e gli sarei piombato addosso inaspettato, mentre mi avvicinavo con la macchina immaginavo la sua sorpresa e mi preparavo a rintuzzare quelle che sarebbero state le sue prevedibili mosse, avrebbe giocato di rimessa come sapeva fare lui, avrebbe fatto sicuramente finta che si aspettava una mia visita e avrebbe cercato di porla sulla trattativa, ma io dovevo essere implacabile, non cadere nei suoi tranelli, dovevo dargli l’ultima intimazione, o la smetti o la smetti, altrimenti qui ci arrabbiamo sul serio, e pensavo che lui avrebbe anche potuto fare finta di niente ma io gli avrei detto che ormai ero disposto a tutto e che niente ormai mi intimoriva, e tra una ipotesi e l’altra arrivai a quello strano edificio dove lui aveva piazzato il suo studio, al piano di sopra di una sala giochi.
Era quasi mezzogiorno e trovai l’ambiente praticamente deserto, c’erano solamente due persone che stavano sedute ad un tavolino e chiacchieravano, dissi loro che avevo bisogno dello studio legale, mi rispose uno dei due, che era molto magro, e mi disse che erano parecchi giorni che l’avvocato non veniva e che non sapeva quando sarebbe tornato, chiesi se si era preso un periodo di vacanza, i due si guardarono e si scambiarono un sorrisetto, sempre lo smilzo che evidentemente dava le risposte ufficiali mi disse che non ne aveva idea, però poteva essere. Chiesi se veniva la segretaria ma ebbi risposta che anche lei non si faceva vedere da parecchio tempo, forse anche lei stava in vacanza, chiesi se sapevano se era successo qualche cosa, mi dissero in coro che nulla sapevano, loro non avevano la più pallida idea, noi peraltro qui siamo clienti, sempre in coro.
“A chi potrei chiedere, per saperne qualcosa?”domandai non sapendo più cosa dire.
Lo smilzo riprese la parola e mi disse che non mi sapeva dare alcuna indicazione, forse potrebbe andare in Tribunale, fece l’altro.
“Ah, beh, certo, se cerchi un avvocato, in Tribunale bisogna andare… oppure davanti alle carceri se fa il penalista, ma mi pare che di penale…..”
“Di questo non ne sappiamo proprio nulla” fece lo smilzo un poco seccato per la conversazione che si stava allungando troppo per i suoi gusti.
Capii che stavo allungando inutilmente un brodo senza alcun sapore né odore e che era già un’acquetta senza possibilità di miglioramento, nessuna notizia usciva da quei due, oltre al fatto che il mio sosia era scomparso da un poco di tempo. Mi scusai per il disturbo e salutai ed uscii dal locale.
L’orario non era buono per andare in Tribunale od alla Corte d’Appello, ormai mancava un quarto all’una e prima che fossi arrivato le cancellerie sarebbero state chiuse, non avrei potuto chiedere informazioni a nessuno.
Così decisi che sarei tornato il giorno dopo per cercare di avere sue notizie in Tribunale. Nel viaggio di ritorno però incominciai a chiedermi che tipo di informazioni avrei potuto cercare, se andavo nelle cancellerie dovevo chiedere dell’avvocato Renzulli, che poi ero io, perché lui si spacciava per me, e sarebbe stato un chiedere piuttosto rischioso.
Pensai che avrei potuto cercare le pratiche a mio nome, ma mi ricordai della volta che il cancelliere mi aveva chiesto le marche ed allora pensai chissà in che guai mi sarei cacciato andando a cercare le pratiche a mio nome. Forse la cosa migliore, più che andare nelle cancellerie, sarebbe potuta essere quella di telefonare e cercare notizie dell’avvocato Renzulli, per sapere se c’erano delle novità che erano arrivate ai cancellieri.
Però anche quella di telefonare di persona era un’idea un poco arrischiata. Perché difficilmente mi avrebbero dato delle notizie. Forse l’unica sarebbe stata quella di fingersi un cliente che stava cercando l’avvocato e che non riusciva a trovarlo da diversi giorni. In fondo questa mi sembrò un’idea brillante, io avrei telefonato, ma mi sarei spacciato per un cliente dell’avvocato ed avrei chiesto sue notizie facendo riferimento ai numeri telefonici di Roma ed al cellulare.
E così feci la mattina successiva, dissi che cercavo da una diecina di giorni l’avvocato Renzulli, diedi il cognome di un mio cliente ma un nome inventato, ero un tale Ercole Granelli che cercavo disperatamente l’avvocato ma non riuscivo a mettermi in contatto con lui, dovevo sapere come era andata una trattativa con un’assicurazione, dalla cancelleria mi dissero che altre persone avevano chiesto, che però loro avevano altri numeri oltre a quelli, che avrei dovuto provare ad un altro numero, e mi dettero il mio numero di telefono.
Da come mi avevano risposto in Cancelleria non dovevo essere il primo ad aver telefonato.
Quello che veniva fuori è che il mio sosia era misteriosamente scomparso da un poco di tempo, che in cancelleria non se ne preoccupavano però avevano ricevuto altre telefonate, che i miei problemi finalmente sembravano trovare una imprevista soluzione, proprio nel momento in cui ero maggiormente disperato e non riuscivo a vedere una via di uscita.
Forse avrei dovuto cercare di sapere qualche cosa dalla Polizia, pensai.
E allora mi venne in mente che il mio beneamato sosia doveva avere sentito una grande puzza di bruciato, doveva aver capito in anticipo che i giochi stavano facendosi troppo rischiosi, anche perché probabilmente le indagini avevano preso una certa piega nei suoi confronti e lui ne doveva avere avuto il sentore.
Per cui, prima che la rete si chiudesse attorno a lui, aveva preferito squagliarsela dignitosamente scomparendo nel nulla. D’altre parte forse c’era stata qualche denuncia nei suoi confronti, o forse nei miei confronti. Forse la polizia stava indagando, forse era arrivata quasi alla soluzione dell’enigma, e lui aveva mangiato la foglia ed aveva sentito la polizia alle calcagna. D’altra parte lui era abituato alle sensazioni della polizia e degli sbirri, sono delle sensazioni che investono tutta la persona di colui che delinque e sono forse misteriose ed impercettibili dagli altri, ma sono per chi delinque dei segni talmente precisi e talnemte intensi che appena si sentono si trova il modo di fuggire e di fare fagotto in un attimo.
E così il mio sosia dopo avermi fatto patire le pene dell’inferno aveva inaspettatamente preso il volo e si era dileguato nel nulla.



Capitolo 36 Una lettera

Tornato a casa avvertii un senso di leggerezza. Sentivo che il mio corpo si era come liberato da un peso oppressivo e avvertivo che il mio spirito tornava a veleggiare verso lidi normali, verso pensieri comuni, pensai alla mia famiglia, a mia moglie, ai miei figlioli, pensai che per fortuna loro non erano stati toccati da quell’angoscia e da quel tormento.
Certo queste prime sensazioni benedette di tranquillità mi portarono anche delle riflessioni, su come ero andato a finire in una specie di trappola e su come avevo vissuto questi disagi, su quanto poco avessi potuto contare su altri e mi lasciava anche degli interrogativi su come si erano comportate le autorità nei miei confronti, peraltro decisi che non sarei andato a chiedere nulla alla polizia, avevo il sentore che le cose fossero andate per il meglio però non volevo smuovere quel mare di incertezze che si era creato nel mio rapporto con gli inquirenti.
La sensazione di liberazione che provavo era come una bella giornata di sole dopo settimane di maltempo, era la quiete dopo la tempesta in cui mi ero dovuto dibattere e finalmente la mia barchetta dondolava serena dopo aver affrontato flutti terribile ed onde che mi avevano fatto temere un naufragio. Cioè era la sensazione propria del naufrago sopravvissuto, che alla fine dopo giorni e giorni di allucinante solitudine e dopo essere stato esposto ai pericoli terribili dell’oceano, tocca finalmente la riva e bacia la terra su cui finalmente può posare i suoi piedi.
Tornai a lavorare con un certo impegno, la mia professionalità in fondo non era stata messa in discussione e questo mi dava una sicurezza di fondo del tutto nuova, sentivo finalmente che la mia navigazione in mezzo alla tempesta era finita e che ero saldamente ancorato in un porto ben protetto.
Il senso di leggerezza poi derivava dal fatto che mi sentivo finalmente libero dal peso ossessivo del sosia e la mia identità tornava lieve, quella figura che in maniera tanto greve era entrata nella mia vita ora ne era uscita come per incanto ed io avvertivo questo sgravamento sia fisicamente che interiormente. La sua presenza mi aveva determinato delle gravi crisi psicologiche, tanto che non sapevo più trovare liberamente la mia identità. La sua uscita di scena mi faceva ritrovare alleviato da tutti quei fastidi e da tutti quegli interrogativi.
La letizia per questa condizione che avevo perduto da un poco di tempo e che riassaporavo con gusto nuovo fu però turbata, dopo circa una ventina di giorni da una lettera.
Ricevetti questa lettera una mattina e non la aprii fino a sera forse perché ne subodoravo la minaccia alla riconquistata tranquillità, forse perché è non aveva alcun indirizzo del mittente e questo mi lasciò subito perplesso. Alla sera aprii la lettera e la lessi. Il testo era questo:
“Egregio avvocato Renzulli, debbo proprio dirle che sono rimasto sconcertato da tutto il suo comportamento e che non si può proprio dire che lei si sia comportato degnamente verso di me: ero venuto da lei cercando assistenza legale ed invece lei ha cercato solamente di imbrogliarmi e di mettersi in tasca quello che spettava a me. Di questo suo comportamento senza dubbio qualcuno si dovrà occupare! C’è chi mi ha consigliato di rivolgermi all’Ordine degli avvocati, ma io ritengo che sarà qualcun altro che mi renderà giustizia, non andrò a lamentarmi con i suoi colleghi, di questo potrà stare tranquillo. Farò invece in modo che lei debba temere in qualunque momento, d’ora in poi, qualunque cosa, solo per il fatto di avermi mancato di rispetto e di avere cercato di imbrogliarmi. Vedrà che le sue giornate trascorreranno serene, in attesa di un giusto epilogo, che sarà giusto, perché se lei crede che la giustizia non sia di questo mondo e forse per questo ama farsene beffa, si renderà conto che qualcosa che le somiglia c’è a questo mondo, potrà chiamarla giustizia terrena, io ci credo, e mi sono rivolto a coloro che ne dispongono e vedrà, uno di questi giorni, qualcuno le farà una bella sorpresa, con ossequi …..il suo cliente ” c’era una firma illeggibile o meglio uno scippo a consacrare la veridivcità del testo e a lasciarmi ancora più perplesso.
Certtamente l’avvocato Renzulli cui la lettera era indirizzata non ero io, era senza dubbio una lettera per il mio sosia, essendosi lui sciolto nel nulla, ora tutti i nodi venivano al pettine ma si indirizzavano alla mia persona, insomma questo non era giusto, io non avevo imbrogliato nessuno, ma come facevo ora, a chi chiedevo di interessarsi della vicenda scabrosa di minacce oscure portate con una lettera anonima e in uno scambio di persone? Non avevo nessuna intenzione di ricominciare le peripezie con la polizia, d’altra parte le minacce erano molto serie e preoccupanti.
La cosa che subito mi addolorò di più fu quella di ritrovarmi immerso da subito in un clima torbido fatto di pericoli oscuri dietro l’angolo e poi, anche se le minacce erano rivolte certo per sbaglio non potevo escludere certamente che tutta la mia famiglia ne sarebbe stata prima o poi fatta oggetto, per quello che comunemente accade in questi casi. E mi sentii molto preoccupato per i miei cari, ora che incominciavano queste minacce gravi a me indirizzate sentivo che anche loro sarebbero stati in un modo o nell’altro coinvolti.



Capitolo37Altre minacce, poi al Commissariato

Di lì a qualche giorno incominciarono le telefonate, i miei allarmi per il coinvolgimento dei miei familiari si rivelarono fondati, mi cercavano a casa e lasciavano dei messaggi minacciosi, a rispondere erano i miei, talvolta mia moglie ma altre volte i miei figlioli, erano delle telefonate arzigogolate che però puntualmente facevano cenno a dei pericoli imminenti per la mia persona e mi mettevano sull’avviso e dicevano che comunque io dovevo aspettarmelo, considerato il mio comportamento, e che di lì a qualche giorno mi sarebbe capitato qualcosa, i miei entrarono immediatamente in un allarme altissimo, i miei figlioli soprattutto ma anche mia moglie, che poi si preoccupava anche del fatto che minacciavano me tramite loro, questo fatto di farmi pervenire messaggi minacciosi attraverso i miei familiari era quello che la colpiva maggiormente, cioè non si accontentavano di minacciarmi, ma creavano insieme il panico nella mia famiglia.
Mia moglie insistette perché denunciassi quanto stava succedendo alla polizia, io obiettai che avevo paura di rimettermi nelle grane , lei però mi fece notare che le minacce erano rivolte a me ma insieme a tutta la mia famiglia indirettamente e che dovevo assolutamente chiedere aiuto alla polizia, anche perché sulle telefonate , per quella che era la comune esperienza e soprattutto per la cultura televisiva diffusa, ci poteva essere un controllo continuo della polizia. Questo argomento fu il più convincente, io le chiesi di accompagnarmi, anche perché lei aveva ricevuto una telefonata minatoria, le altre le avevano ricevute i miei figlioli, cui però volevo evitare fastidiosi contatti con gli agenti di polizia.
Così andai al Commissariato insieme a mia moglie, mi accolse l’ispettore Speranza il quale mi disse che mi dovevano da tempo fare delle comunicazioni rispetto alla mia denuncia, io gli presentai mia moglie, lui fu molto cerimonioso e mi disse che l’indagine aveva portato alla scoperta di una persona che si serviva del mio nome e che peraltro mi somigliava moltissimo e che si era messo a fare l’avvocato a Roma con il mio nome, che aveva truffato alcune persone che si erano rivolte alla polizia, che insomma gli stavano addosso e che lui era scomparso e si era volatilizzato, deve aver sentito che ormai gli eravamo addosso, e poi continuò dicendo che questo spiegava la misteriosa aggressione di cui ero stato oggetto, che l’indagine era stata laboriosa ma aveva portato a dei risultati sorprendenti, peccato che il pesce era riuscito a sfuggire alla rete.
Io mostrai vagamente qualche cenno di sorpresa, mia moglie invece ad ogni frase dell’ispettore faceva seguire delle esclamazioni di stupore e di meraviglia, cui seguivano dei commenti come “ Sorprendente!” o “Stupefacente!” o “Strabiliante!” o “Diabolico!” e altri di entusiasmo per come la polizia era riuscita ad arrivarci. D’altra parte lei nulla aveva saputo di tutta la vicenda se non il fatto della misteriosa aggressione di quello che io chiamavo il maniaco, non aveva avuto poi nessuna notizia sugli sviluppi successivi, però vedevo che durante il racconto dell’ispettore ogni tanto volgeva lo sguardo verso di me come capendo che in fondo non dovevo essere poi stato molto bene in quella situazione e forse ripensava alle sue valutazioni psichiatriche nei miei confronti.
L’ispettore Speranza mi chiese se io avevo avuto ulteriori fastidi dopo la misteriosa aggressione, perché quel misterioso personaggio che mi si era sostituito aveva utilizzato il mio nome e peraltro era molto somigliante a me, gli dissi che ora era arrivata una lettera minatoria e poi avevano cominciato ad arrivare delle telefonate minatorie, e per questo ero lì, per denunciare queste minacce che erano rivolte contro la mia persona, l’ispettore disse subito che probabilmente non ero io l’oggetto delle minacce ma queste si sarebbero dovute indirizzare contro il misterioso personaggio molto somigliante, che nel frattempo si era ben nascosto.
“Certo, non sarebbe mio marito ad essere minacciato, ma un altro, però le minacce arrivano a lui!”esclamò mia moglie che sembrava contenta di potersi esprimere in quel discorso così intricato e di cercare di semplificarlo.
“Eh, sì! Questa è la sostanza, questo è ora il problema” fece l’ispettore.
Fui contento della presenza di mia moglie: ora lei diventava la protagonista, io in gran silenzio uscivo di scena e non c’era nemmeno alcun pericolo di equivoci con la polizia, anche per il rispetto che mostrava l’ispettore verso mia moglie. La quale si offrì di portare personalmente in questura il giorno dopo la lettera minatoria, cui chiaramente andava molta attenzione da parte dell’ispettore: che disse che il telefono sarebbe stato posto sotto controllo, che era una misura necessaria per identificare chi stava facendo telefonate minatorie e per dare una svolta alle indagini. L’ispettore si lamentò perché non era stato avvisato subito, mia moglie gli rispose che avevamo pensato di non dover infastidire la polizia le prime volte, l’ispettore rispose subito con un sorriso che non sarebbe stato nessun fastidio e che loro erano lì per ricevere le segnalazioni dei cittadini e che comunque avevamo tutta la sua comprensione. Provai un poco di invidia verso mia moglie, ma fui contento perché il colloquio e la denunzia erano andati in maniera inaspettatamente del tutto positiva. E pensare che io avevo paura di ripiombare nelle incomprensioni e nei sospetti.
Quando uscimmo mia moglie cominciò a tempestarmi di domande, mi chiedeva se io sapevo qualcosa di tutta questa vicenda, le dissi che avevo sospettato qualche cosa, le raccontai l’episodio del cancelliere che mi aveva chiesto delle marche che io non dovevo e me le aveva fatte sborsare, mia moglie cominciò a mugugnare contro l’Ordine degli Avvocati, disse che questa storia non sarebbe stata possibile senza una complicità di qualcuno dell’ordine, io dissi che non ci avevo pensato, però riflettevo e pensavo che in fondo qualcosa doveva essere successo, però la somiglianza era tale per cui quando si erano trovati di fronte al mio sosia non potevano certo pensare che non fossi io, questo tra me, poi le dissi che avrei fatto i miei passi per scoprire se c’erano delle altre responsabilità, e lei mi disse che mi dovevo muovere in fretta, chissà che bubbone avrei trovato, chissà da quanto tempo andava avanti questa storia, io annuivo, lei mi sollecitava a indagare per conto mio.
Certo che non poteva sapere che io conoscevo bene tutta la vicenda, che avevo visto più volte il mio sosia e che addirittura volevo convincerlo ad uno scambio di ruoli. E chissà come si sarebbe trovata, lei col sosia, qualora lui avesse acconsentito allo scambio delle posizioni? E guardandola ripensai al colloquio col sosia in cui gli avevo fatto la proposta indecente che lui aveva rifiutato sdegnosamente.



Capitolo 38 Vagheggiamenti

Mi ritrovai che pensavo al sosia con un fondo di ammirazione, se ne erano andate vai tutta l’acredine e l’odio nei suoi confronti che tanto mi avevano preso. Quella bellissima sensazione di leggerezza che avevo provato alcuni giorni prima, alla notizia della liberazione, ora era diventata una sensazione differente, leggerezza significava ora che mi mancava qualcosa di sostanzioso, come se la mia identità si fosse in qualche modo cambiata e si sentisse ora la necessità del peso della figura del mio sosia.
Quando mi guardavo allo specchio sentivo la mancanza della sua figura.
Perché ricordavo che durante i momenti in cui sapevo della sua esistenza ogni volta che mi guardavo allo specchio inevitabilmente facevo il paragone tra l’immagine mia riflessa ed il volto del sosia, ora questo non avveniva più da tempo, mi ero liberato della sua presenza che era stata ingombrante; però adesso ne cominciavo a sentire la mancanza.
Chissà dove era andato a nascondersi, benedett’uomo! Sempre alla macchia, sempre in fuga da polizie e oscure minacce di vendette, chissà come se la passava ora, forse si sarà mascherato, dovrà sembrare diverso, la polizia lo sta cercando. Ripensai alle mie mascherate quando lo avevo scoperto per avvicinarmi al suo centro operativo. Ora sarà lui a mettersi barbe finte ed occhiali scuri.
Presi una mia fotografia e mi misi a disegnare una folta barba intorno al volto e degli occhiali scuri, ma mi resi conto che questi trucchetti semplici da soli non sarebbero bastati, avrebbe dovuto quantomeno tingersi anche i capelli, cambiare il colore da castano a biondo o addirittura a bianco. Ecco, molto probabilmente avrà scelto i capelli e la barba bianchi, sembrerà un vecchio, così potrà più facilmente sfuggire alle migliaia di telecamere presenti su tutto il territorio nazionale ed anche all’estero che lo avrebbero inesorabilmente identificato. Presi la mia foto e feci i ritocchi che avevo immaginato. Certo i capelli bianchi e la barba bianca da soli non bastavano, anche le sopracciglia bianche e per non risparmiare un bel paio di baffetti bianchi. Così era più difficile che l’identificassero.
Nel riguardarmi allo specchio pensai all’immagine ritoccata della fotografia e immaginai me con quei ritocchi, mi sentii un poco più grave, era come se il sosia mi fosse vicino.
Mi mancava, inutile nascondersi dietro all’evidenza, mi mancava!
Mi mancava la sua sostanza, la sua compresenza, il suo peso su di me, mi mancava la sua indifferente propensione alla truffa, mi mancava il suo discorso tranquillo, mi mancava!
Non è possibile, pensavo tra me, hai penato tanto per liberartene ed ora pensi che ti manca, non è proprio possibile: eppure più ci pensavo e più ne sentivo vagamente e con nostalgia la mancanza!
Non è possibile, neppure a dire che provi qualche cosa per lui, mi dicevo, tu sei sempre stato più che normale nei rapporti sessuali e nei confronti del tuo sesso, non può essere che improvvisamente…… eppure era inutile divincolarsi, inutile negare: mi mancava!!!
Cominciai a pensare con sospetto a questa specie di nostalgia e insieme a questa sensazione di necessità. Mi dovevo essere bevuto il cervello se, dopo aver passato l’inferno per causa sua, dopo aver subito una truffa a mio danno, dopo aver assistito impotente alle sue operazioni malandrine, in cui sfruttava la somiglianza eccezionale che aveva con me, dopo tutto questo, e non solo, dopo che la polizia aveva dubitato della aggressione che avevo subito e dopo aver corso il rischio di perdere la mia attività, sempre per causa sua, ora mi venivano delle strane nostalgie di quell’individuo.
Forse la sua propensione tranquilla all’imbroglio e la sua dimestichezza con la truffa mi avevano in qualche modo affascinato! Oppure ero stato colpito da quel suo discorso sui problemi etici e deontologici quando gli avevo proposto la sostituzione di persona. Ecco forse questo mi aveva colpito di più, quel discorso sull’etica proprio da lui. Anche se lo avevo odiato per questo, perché ritenevo che fosse un modo truffaldino per estorcermi qualcosa.
Ma che cosa significava che mi mancava? Non è che improvvisamente fossi stato preso da sentimenti di amore per lui, questo proprio no, sta di fatto che le mie crisi di identità, acute nel momento della sua presenza, mi avevano portato a non capire più dove cominciassi e dove finissi io e dove cominciasse e finisse lui, avevo avuto la sensazione che le nostre due persone, così simili, quasi uguali, vivessero un poco della stessa vita, sentivo la sua presenza e per quanto lo odiassi e cercassi in ogni modo la sua eliminazione, avevo fatto l’abitudine alla sua compresenza, avevo il senso di lui mio simile che stava da una parte ma che potevo andare a trovare quando ne avessi avuto voglia, avevo anche, nonostante tutto, una certa ammirazione per lui. Ora che era scomparso nel nulla e non sapevo dove si trovasse mi accorgevo che mi ero abituato alla sua presenza.
E più andavo avanti con le riflessioni, più mi rendevo conto che mi mancava quel sosia, ormai mi ero abituato a conviverci, e che provavo una specie di ammirazione ed invidia nei suoi confronti, forse invidiavo la sua naturale ricerca dell’avventura, anche se truffaldina, forse era stato quel discorso tanto discutibile con cui si era opposto alle sostituzioni, in cui era venuto fuori un modo di delinquere eticamente.



Capitolo 39 Ricerche

Ci pensai su per qualche giorno, ma mi rendevo conto che questa sensazione di mancanza del sosia aveva a che fare con dei particolari problemi psicologici che erano spuntati fuori quando mi ero accorto del sosia, la coscienza di avere un duplicato mi aveva messo in una profonda crisi di identità ma insieme aveva determinato in me la coscienza di essere non un unico esemplare, di essere almeno duplice, sentivo questa sensazione quando lui era presente e visibile, e sentivo che essa mi dava una certa sicurezza, di sentirmi in qualche modo in compagnia. Anche se la stessa coscienza della duplicità contribuiva a determinare una forte incertezza sulla mia identità.
Sì, ricordavo anche la profonda crisi di identità cui lui mi aveva incatenato, i sogni angoscianti, le nottate cupe, però avevo ora forte la sensazione della sua mancanza anche e soprattutto in relazione a quegli effetti di incertezza che aveva causato in me e che non se ne andavano via e rispetto ai quali avevo bisogno della sua presenza.
Pensai che forse era il caso che mi rivolgessi allo psichiatra, dovevo avere qualche strana e perversa patologia se ora che lui si era levato spontaneamente di torno io ne sentivo così la mancanza e addirittura smaniavo per mettermi alla sua ricerca.
Peraltro non sapevo da dove cominciare a cercarlo, il sosia scomparso, non avevo la minima idea di come fare, anche perché la mia ricerca non poteva essere molto pubblica e alla luce del giorno, a chi lo andavo a dire che andavo cercando il mio sosia che mi aveva truffato, a quale organo di polizia avrei potuto raccontare qualcosa di simile, e neppure mi sarei potuto facilmente rivolgere a quella trasmissione televisiva sulle persone scomparse, perché che cosa gli avrei potuto raccontare, che mi mancava il mio sosia per dei particolari problemi psicologici, non credo che nessuno mi avrebbe facilmente preso sul serio.
Rivolgersi ad un’agenzia seria di investigazioni, questo inizialmente mi sembrava che potesse essere una buona idea, peraltro gli investigatori hanno il dono di mantenere la discrezione e la segretezza rispetto alle loro indagini, però questa ricerca mi sarebbe costata in partenza un patrimonio e poi nessuno mi avrebbe assicurato che avrei fatto cosa gradita al mio sosia, anzi più ci pensavo e più mi convincevo che comunque mi sarei mosso, lui avrebbe subito appizzato le sue antenne e come aveva sentito puzza di bruciato rispetto alla polizia, altrettanto certamente si sarebbe insospettito appena avesse avuto la sensazione che qualcuno si metteva sulle sue tracce.
Non avevo idea di come fare ed una mattina, incontrandomi con l’Agnese allo studio, pensai che lei mi poteva essere di aiuto, non dovevo raccontarle la storia del sosia perché gliela avevo già raccontata, era obbligatorio però che la aggiornassi sulle ultime novità dal momento che mia moglie gliele avrebbe senza dubbio dette, ed infatti quando cominciai a raccontargliele già aveva saputo tutto da mia moglie. Quindi non dovevo raccontarle quello che era successo finora, cominciai a dirle che volevo un suo consiglio, lei si sedette docile docile in attesa, pensava che fosse un problema giuridico, ed in effetti io cominciai da lontano, le dissi che la vicenda che mi era capitata ora aveva bisogno di una ricerca su quelle che erano le pendenze che aveva lasciato il mio sosia sostituendosi a me, bisognava cercare di conoscerle in modo da limitare eventuali danni, eh certo avvocato, fece lei, lei è stato messo in una situazione molto difficile, io confermai e dissi che secondo me la cosa migliore sarebbe stata comunque che quel benedetto sosia non fosse scomparso nel nulla, che mi occorreva ritrovarlo, perché avevo paura che, prima o poi, qualche problema grosso si sarebbe presentato per me.
“Ma la Polizia con l’Interpool penso che prima o poi avrà qualche traccia…” fece l’Agnese.
“Ma come si può fare per trovarlo, mi sa che la polizia non faccia poi molto e comunque ritengo che lui sia molto abile nel nascondersi e far perdere le proprie tracce, non credo che la polizia..”feci io in attesa di qualche brillante idea.
“Io comincerei a cercarlo dalle persone che erano i suoi clienti” fece lei.
“Sì, è giusto, però debbo stare attento, molti di questi saranno imbestialiti..”
“Io comincerei a vedere chi sono, ci deve essere traccia almeno delle questioni giudiziarie, alla cancelleria, lei d’altra parte resta il titolare, amche se penso che ci sarà un processo…”
“Ah, certamente, chissà se avrò accesso da parte della cancelleria, chissà se la Procura non abbia posto tutto sotto sequestro, certamente ci sarà un processo, molti di questi signori clienti saranno chiamati a testimoniare…”
“Comunque avvocato, se lei cerca qualche traccia vada a vedere se in cancelleria hanno la disponibilità ed informazioni almeno relativamente alle questioni giudiziali….”
“Sarebbe solo per farmi una vaga idea e cominciare a verificare se posso stare tranquillo” dissi per concludere il discorso. E per non far capire all’Agnese che io invece ero alla disperata ricerca di qualunque cosa che mi potesse aiutare nella ricerca del sosia.
Il consiglio dell’Agnese mi sambrava un giusto punto di partenza, bisognava vedere se era praticabile facilmente, se il tutto non era stato messo sotto sequestro giudiziario dagli inquirenti, non avevo pensato finora che si doveva essere necessariamente avviato un procedimento penale nei confronti del sosia e che tutte le pratiche in cancelleria da lui avviate erano prove per quel procedimento.
Pensai comunque di contattare la Cancelleria, d’altra parte non sapevo come stavano le cose precisamente e avevo pienamente il diritto, almeno secondo una semplice logica, di guardare della pratiche che erano state aperte utilizzando il mio nome e la mia posizione professionale.
Per cui alcuni giorni dopo mi recai di nuovo alla Cancelleria e chiesi al cancelliere di esaminare le pratiche aperte in nome mio dal mio sosia. Il Cancelliere mi obiettò che il tutto era stato posto sotto sequestro giudiziario, che però di fatto le pratiche ed i fascicoli erano rimasti tutti nella cancelleria perché c’era la necessità dell’interruzione dei procedimenti, di portare a conoscenza di tutti gli interessati di quello che stava accadendo e dei provvedimenti delle autorità, ma lei stia tranquillo, abbiamo separato nettamente la sua posizione, io allora dissi al Cancelliere che era opportuno che io dessi almeno un’occhiata per verificare che nessuna delle mie cause fosse andata a finire tra quelle del sosia.
“E poi come avete fatto a separarle?” chiesi veramente incuriosito.
“A questo ci ha pensato la Procura, noi in Cancelleria abbiamo semplicemente eseguito quanto ci veniva detto” disse il Cancelliere che poi proseguì “Vede avvocato, quelle che sono sotto sequestro io non gliele posso far vedere, però a questo punto le consiglio di farsi autorizzare dalla Procura, perché è nell’interesse di tutti che non vengano fatti errori e lei può essere veramente molto utile in questo senso”.
Era giusto, andai alla Procura e mi feci autorizzare a poter prendere visione, sotto il controllo del Cancelliere, che era il custode temporaneo di tutto, delle cause a mio nome ma che si riteneva fossero state iniziate dal mio sosia.
Tornato in cancelleria con l’autorizzazione, cominciai l’esame delle pratiche.
Non erano molte, erano in tutto 12, debbo dire che l’esame delle stesse si rivelava una formalità senza molti possibili risultati. Io non ne avevo conoscenza, avevo saputo qualcosa dalle minacce di quello che io continuavo a chiamare il misterioso maniaco che probabilmente era uno dei protagonisti di qualcuna di quelle cause, e poi da quella signora che mi aveva scambiato per il mio sosia e che mi aveva accompagnato una mattina e che ricordavo bene, si chiamava Anna, trovai due Anne, cercai dal codice fiscale di risalire all’età, potevano essere tutte e due. In quanto al maniaco non avevo nessuna notizia del suo nominativo. Però quelle persone potevano essere a conoscenza di qualche cosa, io trovai il modo di farmi un elenco dettagliato, il cancelliere aveva altro da fare e si fidava ciecamente di me per cui se il mio controllo sarebbe dovuto avvenire sotto la sua stretta sorveglianza di fatto fui lasciato solo su una scrivania e lontano peraltro da sguardi. Il Cancelliere ogni tanto mi chiedeva se tutto procedeva bene e se avevo qualche difficoltà, io lo rassicuravo.
Presi i nominativi, gli indirizzi dichiarati, i numeri telefonici che potei trovare, presi anche i mominativi dei testimoni indicati, ma per essi mancava qualunque indicazione di indirizzo.
Una volta presa nota di tutte le informazioni che mi sarebbero potute tornare utili chiamai il cancelliere e gli dissi che avevo controllato, che mi pareva che non fosse stata fatta alcuna confusione con le mie pratiche, ma che comunque, se non lo disturbava avrei fatto una verifica più completa un’altra volta. E lui mi disse che avevo l’autorizzazione e che finché era valida io potevo guardare quelle pratiche quando volevo.



Capitolo 40 Una vecchia conoscenza

Così mi misi a trascrivere quell’elenco e mi resi conto che nelle pratiche erano annotati con scrupolo i numeri dei cellulari, che annotai in un elenco. Poi cominciai un giro di telefonate, mi presentavo e dicevo che io ero il vero avvocato Renzulli, chiedevo di sapere qualche cosa di più, se avevano avuto dei problemi o dei danni dalla sostituzione di persona, ma dall’altra parte c’era per lo più silenzio e rassegnazione, mi dicevano che gli dispiaceva se c’erano stati dei problemi anche per me ma che loro avevano fatto ogni cosa in perfetta buona fede.
In una di queste telefonate una voce mi risponde ridendo che “ Lei deve essere quell’avvocato che gli ho sfasciato la macchina….” Rimango perplesso poi dall’altra parte è proprio quello che io continuavo a chiamare il maniaco che mi dice che avrebbe piacere di incontrarmi se non altro per scusarsi di persona, io sono d’accordo, penso che le mie ricerche finalmente troveranno qualche punto di partenza, e così fissiamo un appuntamento al Tribunale, lui dice che viene volentieri, ci diamo appuntamento di lì a due giorni.
E così due giorni dopo eccomi che aspetto con ansia il maniaco che arriva abbastanza puntuale, mi riconosce subito e mi chiede se mi può offrire qualche cosa al bar, io accetto ed andiamo dal bar degli antipasti, non faccia complimenti avvocato, d’altra parte io mi devo far perdonare, ed allora via aperitivo, ci mettiamo seduti e lui mi comincia a raccontare del mio sosia, dice che un giorno l’ha incontrato e pensando di trovarsi di fronte ad un avvocato gli ha prospettato una sua situazione, lui ha accettato di difenderlo, d’altra parte chi poteva pensare che era un impostore, che era un avvocato fasullo, era tutto in regola, e poi aveva un modo di fare che era impenetrabile che lasciava perplessi ed anche un pochino affascinati, io ho sperato che mi facesse prendere chissà quanti soldi dall’assicurazione, mi sembrava un tipo molto pratico e poco disposto a farsi prendere in giro dai liquidatori, tanto che mi sono messo a procurargli dei clienti, e lui mi dava qualche cosa su ogni pratica che chiudeva, e chi se lo poteva aspettare che fosse un impostore, d’altra parte però io avevo un poco di dubbi una volta che ha provato a confondermi ed ho avuto l’impressione che cercasse di imbrogliarmi ed allora , proprio allora, ho incontrato lei ed è andata.come è andata..
Io lo ascoltavo senza un grosso interesse, sentivo che questo benedetto signore forse sapeva qualche cosa rispetto al mio sosia e alla sua improvvisa scomparsa e su dove fosse andato a finire ma non me la avrebbe mai detto, avevo questa sensazione che erano ancora legati ma che il maniaco avrebbe protetto il mio sosia da qualsiasi intereferenza e se quello aveva deciso di svignarsela lui forse sapeva dove cercarlo ma non mi avrebbe mai detto nulla. Però c’era il fatto che era stato lui che aveva cercato quel colloquio con me, era lui che aveva detto che gli avrebbe fatto piacere rivedermi, insomma se non voleva aprirsi non si spiegava perché non aveva evitato in tutti i modi di incontrarmi, forse qualche cosa me la avrebbe potuta dire, e cominciai a fissarlo con una certa attenzione. Lui si accorse che lo guardavo fisso e rimase un poco perplesso, poi mi disse che se cercavo il mio sosia per cercare di avere un risarcimento era meglio abbandonare subito quell’idea.
“È molto furbo il suo, come lo possiamo chiamare, diciamo il suo duplicato, sa squagliarsela nel nulla e non credo che si farà mai trovare da nessuno, nemmeno se lei cerca di mettergli delle trappole!”
“E che vuol dire con queste trappole, che cosa potrei in concreto fare, secondo lei?”
“Ma… se ci pensa ci sono in ognuno di noi dei lati deboli per cui veniamo attratti da qualche cosa irresistibilmente, mi sembra che a lui piacessero il gioco, le donne ed il vino, in quest’ordine, le trappole potrebbero essere concepite partendo da queste semplici considerazioni e sviluppandole…”
“Ma che significa, che pensa veramente che si potrebbe adescarlo…”
“Ma, dicevo per dire qualcosa, potrebbe anche essere così, però a mio parere è molto difficile che lui cada in inganni a meno che non siano talmente ben congegnati…”
“Non è il mio caso, sa, io non credo che ne sarei capace, e poi se ne accorgerebbe con estrema facilità, non credo proprio di esserne capace!”
“Ma io dicevo per dire, ma conoscendola appena appena io le consiglio di lasciarlo perdere e di evitarlo in ogni modo a quello là, ma che scherza, e poi se lo cerca per avere dei soldi è meglio che ci metta una croce sopra da subito, non è proprio il tipo che si fa sorprendere, ha una specie di fiuto particolare, lui è capace di imbrogliare gli altri, ma penso proprio che se si cerca di metterlo nel sacco, beh, il sacco si perde o si apre da tutte le parti, in questo è abile, molto abile!”
Io lo guardavo smarrito e mi chiedevo il perché delle mie ricerche, mentre lui parlava mi si era affacciata, forse dietro le sue ipotesi, una domanda sul perché mi stessi agitando tanto e avessi messo su una ricerca cavillosa dietro a quel signore, cominciai a pensarlo con questo nuovo epiteto, quel signore, evitavo di pensare a sosia a somiglianze e ad altro, cominciai a chiamarlo quel signore, o almeno mi proponevo di chiamarlo così, con una punta di disprezzo, quel signore che mi aveva fatto del male, quel signore che si era impossessato della mia vita, che si era preso la mia identità, la mia professione, tutto e mi aveva inferto un colpo terribile, la mia vita era cambiata, ed ora chissà perché mi ero messo in una ricerca disperata di quel signore, che cosa mi spingeva, ora che il mio pericolo si era allontanato, a cercarlo di nuovo, doveva essere qualcosa di perverso, qualcosa che mi occupava tutto.
E mentre il maniaco parlava e continuava a parlare (era proprio un bel chiacchierone) io me ne stavo sui miei perché, e non riuscivo a trovare una risposta. Ci doveva essere qualcosa di pazzoide in me se mi mettevo a cercare così disperatamente quel signore proprio ora, che lui se l’era sapientemente squagliata chissà dove!
Era forse la mia curiosità, il mio desiderio di conoscere a fondo le cose, il bisogno di sapere, la curiosità è la leva su cui si riesce ad alzare i veli del sapere , io ne avevo sempre avuta tanta rispetto a qualunque cosa, forse era questa la spinta per cui cercavo di ritrovarlo.
No, il fatto è che ne sentivo fisicamente la mancanza, era come se noi due fossimo attaccati, da qualche misterioso legame. O eravamo attaccati geneticamente, perché ci doveva essere qualcosa di vero in quella mia ipotesi che fossimo legati da legami di sangue. Oppure il legame misterioso era derivato da qualche altra cosa diversa e più nascosta. Forse anche tra due persone che si somigliano c’è quel misterioso vincolo che lega i gemelli, forse, c’è quel legame avvincente per cui uno vive la vita dell’altro anche a migliaia di chilometri o migliaia di anni di distanza. Pensai che forse era questo quello che sentivo, questa specie di sensazione di privazione fisica che mi avvinceva da quando lui se l’era squagliata, forse era dovuta al fatto che mi ero come abituato fisicamente alla sua esistenza, era una mia certezza, era la sicurezza di un altro che stava tranquillamente al posto mio e che tutto sommato io non avevo fatto molto per evitarlo, era questa specie di assuefazione alla cosa, che con il suo venir meno, mi faceva stare tanto male.
Pensai che era come se io mi fossi drogato con la presenza del mio sosia e che ora la sua mancanza mi faceva venire una specie di crisi di astinenza, non potevo fare a meno di cercarlo, perché la mia vita si era legata alla sua in una maniera molto difficile da capirsi.
Il maniaco ora taceva e mi guardava pensieroso, poi vedendomi uscire dai miei pensieri mi fece:“Mi dispiace avvocato, che questa vicenda le abbia fatto tanto male, se l’avessi saputo, io avrei cercato….mi dispiace, si vede che lei è stato colpito duramente da tutta questa benedetta storia!”
“Sì, sono stato colpito duramente” risposi meccanicamente-“ il fatto è che non riesco ancora a capire qualcosa di preciso, per questo vorrei trovare quel signore…”
“Quel signore che proprio non è un signore, ma direi tutt’altro!” fece il maniaco con un sorrisetto.
“Beh, insomma, io vorrei capirci qualcosa di più, tutto qua, vorrei essere più tranquillo, tutto qua!”
“E allora, se posso darle un suggerimento, è meglio che lo lasci perdere, quel signore, come lei lo sta chiamando, è meglio che lo metta nel dimenticatoio, è meglio che se ne scordi avvocato, la miglior vendetta è proprio quella di cancellare un fatto o una persona, cancellandola uno trova quanto di meglio possa avere!”
“Per lei è facile dirlo, io non ci riesco a cancellare, la storia mi brucia, mi spinge a cercarlo quel signore, non posso farne a meno…”
“ Sarebbe bene che lei abbandonasse questa tensione, si deve lasciar prendere dal tempo, deve lasciarsi indietro questa storia e tutti i suoi ricordi, deve svoltare pagina, avvocato, altrimenti lei si fissa e poi, con quali risultati??!”
Mentre il maniaco mi esortava ad abbandonare le mie ricerche e a scordarmi di tutta le vicenda, mi ricordai della sua ira funesta nei miei confronti, fui mosso a chiedergli che cavolo gli aveva combinato il mio sosia per cui lui se l’era presa con me con tanta veemenza, tanto da farmi pensare che avrebbe potuto uccidermi e stavo per fargli quella domanda, ma poi qualche cosa mi trattenne, ebbi paura di suscitare di nuovo delle improvvise ire, oppure mi prese il timore di mettermi a frugare in cose che non mi riguardavano più. In fondo poi ripensandoci capii che mi astenni dal porre quella domanda perché ora avevo paura di mancare di rispetto al mio sosia, ora lo dovevo lasciare in pace, anche il suo ricordo non poteva essere toccato da certe stupidaggini, la mia curiosità di quel momento svanì, d’altra parte lui si era scusato profondamente con me, io non era stato l’oggetto delle sue ire e se ce l’aveva col mio sosia era meglio che queste cose io non le accertassi in nessun modo, così pensai in quel momento.



Capitolo 41 Questioni di turbe psichiche

Quel colloquio con il maniaco finì in modo quasi patetico, lui forse rivedeva in me il suo socio scomparso nel nulla, per cui sentivo una carica quasi affettuosa da parte sua nel nostro colloquio; io da parte mia avevo paura di mancare di rispetto a quel signore di cui ora tanto mi preoccupavo. Il maniaco mi lasciò il suo indirizzo e mi chiese di andarlo a trovare con i miei, insistette ripetutamente con questo invito, disse che sua moglie era un’ottima cuoca e ci avrebbe preparato una gran bella cena. Tanto per scusarmi, disse. E continuò nell’esaltare le capacità della moglie, e che bisognava che ora ci conoscessimo meglio eccetera eccetera. Io gli promisi che senza meno gli avrei telefonato di lì a qualche giorno, ma fu, almeno penso, da ambo le parti un invito convenzionale, senza intenzioni serie, nessuno dei due secondo me gli dava peso: E comunque non ci andai e non ebbi modo di accertarmene.
Mia moglie in quei giorni aveva capito che io stavo attraversando un periodo delicato, non mi assillava con nessuna domanda particolare, ma avevo la sensazione che mi scrutasse a fondo e che avesse capito che c’era qualche cosa che profondamente mi turbava.
Tanto che uno di quei giorni se ne andò a parlare col dottor Strimpelli, per avere conferme sui suoi dubbi sul mio modo assente di girovagare, per avere una risposta medica a quel suo sospetto che ora si faceva più forte che stessi attraversando un momento difficile tanto che ne era molto preoccupata. Di fatto io mi ero immerso completamente nella mia ricerca e nulla mi occupava oltre quello. E ero chiaramente distratto da ciò del mio lavoro e dalla mia vita affettiva e familiare.
E così mia moglie preoccupata andò a parlarne con lo psichiatra. Ne tornò sconvolta. Il dottor Strimpelli si era mostrato molto inquieto rispetto alle mie condizioni di salute e gli aveva detto che io stavo pericolosamente scivolando verso una grave patologia psichiatrica. Il dottore le riferì del nostro ultimo colloquio di qualche tempo prima, in cui gli avevo detto che avvertivo chiaramente la presenza di una persona al posto mio e che questo era senza dubbio un segno di uno sdoppiamento della personalità caratteristico di gravi patologie. Mie moglie aveva inizialmente collegato il discorso alla vicenda che le avevano riferito al commissariato, il dottore non stette ad ascoltarla su questo e continuava ad insistere rispetto agli aspetti inquietanti psichiatrici delle sue sensazioni rispetto al nostro colloquio. Piano piano aveva convinto mia moglie, tanto che tutto il resto se l’era dimenticato e aveva ascoltato con molta attenzione il dottor Strimpelli e le sue teorie. Poi però non riusciva più a raccapezzarcisi ed era tornata a casa visibilmente contrariata, era andata a cercare una spiegazione e aveva trovato delle forti preoccupazioni, inizialmente aveva collegato il tutto alla vicenda del sosia, poi però si era fatta prendere la mano dello psichiatra ed ora era preoccupata perché non ci capiva più niente.
Tanto che al mio ritorno mi aggredì letteralmente e mi disse che bisognava che io fossi più chiaro, che la smettessi di giocare a nascondino e a non far capire niente a nessuno, io le risposi che ero io che non capivo che cosa volesse, lei mi disse chiaramente che era ora che mi facessi vedere da un altro psichiatra perché aveva l’impressione che il dottor Strimpelli non ci avesse capito un’acca di tutta la vicenda, io le dissi che se lo sognava, che il dottor Strimpelli era l’unico professionista serio che io avevo conosciuto e che non mi sarei lasciato mettere a nudo da nessun altro, lei allora mi disse che il medico aveva parlato di gravi patologie psichiatriche, io la osservai e ricordai vagamente l’ultimo colloquio col dottore e gli accenni che io avevo fatto ripetutamente a persone che prendono il posto di un’altra, lei disse che quello che avevo detto per il dottore era il segno della presenza di una grave malattia.
Rimasi del tutto indifferente all’ipotesi e alle congetture che mia moglie insieme con il dottor Strimpelli facevano rispetto ad una mia patologia psichiatrica.
In quel momento mi ricordai delle mie paure della psichiatria, delle mie fissazioni, dei miei colloqui interiori con lo psichiatra immaginario e mi resi conto che era da tanto tempo che non si faceva più vivo. In qualche modo ne sentivo la mancanza, era una figura simpatica della mia immaginazione e poi era pieno di buon senso ed anche era molto spiritoso: insomma la sua fuga inspiegabile mi lasciava senza un personaggio con cui il colloquio era sempre stato abbastanza piacevole. Se non altro le discussioni con lui mi lasciavano tutto lo spazio e la libertà di esprimere le mie opinioni, il che non è sempre facile, nemmeno con se stessi.
Mia moglie continuava a parlare, io non sentivo una parola. Pensai che tra noi non c’era la migliore comunicazione, pensai ai grandi discorsi che avevo sentito da sempre sull’incomunicabilità che caratterizza la vita ai nostri giorni, alle difficoltà della comunicazione, ma tutto sommato mi resi conto che la riflessione mi lasciava del tutto indifferente, la comunicazione, ma cosa ma ne importava della comunicazione, sentivo che io avevo ora una sola idea in mente, dovevo cercare quel benedetto signore che ora mi faceva sentire così a fondo la sua mancanza, e d’altra parte mia moglie non poteva capire questo, ogni cosa le sarebbe sembrata un’assurdità incomprensibile, tutto avrebbe corroborato la sua convinzione che io stavo scivolando verso la follia o verso gravi patologie psichiatriche. Io non volevo assolutamente darle spago in questo. O comunque le sue convinzioni e quelle del dottor Strimpelli e quelle di qualunque altro mi lasciavano del tutto indifferente.
C’era in tutto quel girovagare intorno alle mie turbe psichiche qualcosa che tornava periodicamente, e debbo dire che tutto questo non faceva altro che confermare le teorie dei filosofi che tutto torna ciclicamente a ripresentarsi. Insomma nella mia storia c’era un vai e vieni di momenti di turbe psichiche che in un modo o nell’altro si inserivano nella mia vita e la mutavano, questa almeno era la teoria di mia moglie, io non ne ero affatto convinto, anche se debbo dire che capivo le sue preoccupazioni, però le ritenevo del tutto prive di ogni fondamento, io avevo certo i miei difetti, non credevo di esserne immune, però per me la sua continua discussione su mie ipotetiche patologie psichiatriche era una sua fissazione, era anche una sua difesa dalle difficoltà che la vita presenta, lei non faceva altro che scaricare tutto sulle mie presunte turbe psichiche e risolveva i nostri problemi di coppia, i nostri problemi familiari ed anche i nostri problemi economici, riportava tutto a quell’ipotesi di cui peraltro non riusciva mai a dimostrare la fondatezza, d’altra parte io non glielo consentivo, ero io che ci andavo di mezzo.
Comunque ora questa sua teoria non mi metteva alcuna ansia, facesse liberamente le sue ipotesi, altre erano le mie preoccupazioni e le mie occupazioni.



Capitolo 42 Dove trovare consigli

La mia occupazione ora era cercare di capire dove fosse andato a finire quel signore come avevo cominciato a chiamare il mio sosia. In questa espressione mi ritrovavo un insieme di riverenza di rispetto e di timore ma non potevo certo nascondermi che la mia ricerca era una specie di strada obbligata, era come se un demone si fosse impossessato di me e non mi faceva pensare ad altro, ed io teorizzavo e cercavo di spiegarmi il fatto di tutto quello che mi succedeva, ma non riusciva a fare grandi progressi oltre a fare delle vaghe teorizzazioni. Peraltro la strada di cercare tra i cosiddetti suoi clienti che ero riuscito a ripescare attraverso una ricerca minuziosa fatta presso la cancelleria non mi aveva offerto altro che il colloquio con il signore che continuavo a chiamare, anche se con un modo affettuoso, il maniaco, che mi aveva sconsigliato di cercarlo e mi aveva messo in guardia dalle sue reazioni qualora si fosse accorto che lo stavo cercando.
Insomma non avevo ricavato molto da telefonate ed indagini e non sapevo dove e come cercare, tanto che un giorno sconsolato me ne stavo allo studio ed avevo un’aria così afflitta che l’Agnese se ne accorse e mi chiese se non mi sentivo bene, io la guardai incuriosito, era la prima volta che qualcuno mi chiedeva informazioni sulle mie condizioni da molto tempo, a parte mia moglie e la sua fissazione con le mie turbe psichiche.
Agnese peraltro aveva mantenuto quel carattere gioviale e spensierato per cui trovava spesso delle soluzioni impensabili per altri. Le risposi che non si doveva preoccupare per la mia salute, stavo benone, il fatto era che quel signore (ed accennai al sosia che aveva preso il mio posto, cosa che era diventata di dominio pubblico) se l’era squagliata ed io ora avevo perduto molta della mia credibilità e volevo rintracciarlo per farmi ripagare dei danni che mi aveva procurato.
Agnese mi guardò incuriosita, poi disse che senza dubbio se aveva da perdere qualche cosa valeva la pena rintracciarlo, altrimenti sarebbero stati sforzi inutili. Io dissi che non sapevo se aveva o meno qualcosa su cui rifarsi, comunque ora avevo bisogno di sapere dove stava e ero preoccupato dal fatto di non riuscire in alcun modo a mettermi sulle sue tracce.
L’Agnese a quel punto mi disse che l’unica era rivolgersi a agenzie specializzate nella ricerca di persone scomparse, perché da un piccolo indizio sapevano dove dirigere le loro ricerche e spesso ottenevano degli ottimi risultati. Io ci avevo pensato, e non avevo molta fiducia in queste agenzie, però l’Agnese insisteva nel discorso, e ripeteva che queste agenzie erano specializzate, insomma mi convinse. Tanto che già dal pomeriggio mi ero messo in contatto con tre agenzie investigative e con altrettanti informatori, ai quali spesso mi rivolgevo per piccole indagini nel penale. Avevo spiegato la cosa così come l’avevo descritta all’Agnese, volevo cercare quel signore per ottenere un risarcimento dei danni subiti. Mi cominciai a muovere alla grande. Avevo fornito la descrizione, cosa peraltro abbastanza agevole, rispetto alla figura fisicamente parlando, avevo preso la mia carta di identità e avevo ripetuto quello che c’era, avevo aggiunto qualche cosa sull’accento che avevo conosciuto, che mi sembrava meridionale, però ero stato abbastanza vago. Tutti mi avevano chiesto qualcosa sull’abbigliamento, io avevo rispostyo che portava un abbigliamento classico, che certo non potevo pensare che indossasse una camicia tutta decorata con disegni di fiori o qualcosa che piaceva ai giovani, abbigliamento classico standard, che poi non voleva dire niente, in effetti loro cercavano di avere indicazioni sull’ultimo abbigliamento indossato perché magari poteva essere ancora utile.
Passano tre giorni, ricevo una telefonata da una delle agenzie e mi dicono che sembra che ci siano tracce di quel signore a Milano, sarebbe stato visto in una tavola calda abbastanza al centro, mi dicono che era piuttosto trascurato nell’abbigliamento, mi dicono che stanno facendo delle indagini abbastanza accurate e che sembra proprio che lo abbiano pescato. Domando se mi possono mandare un fax, certamente sì, rispondono. Poco dopo arriva un fax, hanno scattato anche una foto, non si vede molto, certo l’abbigliamento sembra un poco trascurato, mi dà l’idea di un personaggio che vive alla macchia, mi viene in mente che possa fare la vita del barbone, la foto è poco luminosa, mi viene in mente di partire, l’idea si fa sempre più forte e martellante, preparo uno zainetto, ci infilo dentro qualcosa, mene vado alla stazione e prendo il primo treno per Milano.
Trovo posto a sedere, nonostante non avessi fatto alcuna prenotazione, dopo un poco comincio a guardare il paesaggio dal finestrino, gli alberi che scappano, il cielo e le nuvole che si muovono, i tralicci della ferrovia, i ponti, le case vicine e lontane, i campi coltivati e quelli incolti. Quello che mi colpisce di più e che da molto tempo mi colpisce sono i sempre più giganteschi tralicci dell’alta tensione, peraltro colorati, che da tempo hanno invaso il paesaggio , almeno quello che si vede dal treno. Arriviamo a Firenze ed il treno si ferma, scendono parecchie persone, ne salgono molte altre, mi metto a scambiare due parole con un signore, si comincia a parlare dei treni, lui sostiene subito che sono curati molto poco, soprattutto le pulizie, dice che da quando hanno affidato l’appalto delle pulizie dei treni a delle società esterne la situazione è precipitata, perché queste società cercano di farle con il minimo dispendio di spesa e di lavoro, per cui se una volta i treni erano accuratamente puliti e passati al setaccio ogni momento possibile perché era del personale delle Ferrovie che se ne occupava, oggi la situazione è molto diversa, il personale delle Ferrovie non riprende più i viaggiatori per dove buttano le cartacce o gli avanzi dei panini o del vettovagliamento in genere, poi c’è la pulizia dei bagni che sembra un opzional, mi rendo conto che l’argomento è fonte di conversazione , il mio interlocutore sembra che sia abbastanza preparato sull’argomento, forse viaggia abbastanza e risente dei disagi che la situazione pulizie sta creando. Nel frattempo il treno si inerpica sull’Appennino tosco emiliano e arriviamo presto a Bologna.
Anche qui molti passeggeri scendono. Sento fame e me ne vado al vagone bar, mi prendo un panino e una coca, trovo uno di quei giornali quotidiani gratuiti, mi siedo e leggo mentre mangio il mio panino e sorseggio la coca. Ci sono due donne che chiacchierano animatamente, c’è un signore che fa la Settimana Enigmistica, c’è una ragazza che legge con trasporto un romanzo.
Siamo finalmente a Milano, dopo aver attraversato in una grigia serata un grigia pianura. Scendo dal treno e comincio a cercare proprio alla stazione centrale.



Capitolo 43 A Milano per poco

Non è piccola la Stazione, e di barboni o almeno che sembrino tali ce ne sono tanti, mi comincio a guardare intorno, poi mi viene voglia di richiamare l’agenzia investigativa, sapere almeno dove lo avrebbero avvistato, poi penso che la notizia è almeno di due giorni, nel frattempo chissà quante volte si sarà spostato, decido di cominciare da solo la ricerca, passo al setaccio la stazione pur con notevoli difficoltà dato il continuo via vai di numerosissime persone, gli annunci, i treni in arrivo e quelli in partenza, i viaggiatori che scendono a fiumana e quelli che salgono tutti insieme, quelli che si avviano alla spicciolata, quelli che stanno in attesa del treno a fianco del binario. E i carrelli che passano da tutte le parti. E la massa di gente che si concentra a guardare gli orari delle partenze e degli arrivi. Per un paio d’ore vago da un capobinario all’altro, ormai sono partito e mi accanisco nella ricerca. Dopo un paio di ore decido di avviarmi alla metropolitana, farò una ricerca in tutte le stazioni. Mi rendo conto immediatamente che è un’impresa titanica, la metropolitana ha tre linee funzionanti che a loro volta si biforcano, ci sono un’infinità di stazioni, avrei bisogno di tre o quattro giorni per mettermi a fare una ricerca raffinata, ma poi le ricerche in effetti non si affrontano da soli, quando la polizia cerca qualcuno ci sono tutti i commissariati che sono messi in avviso della ricerca che avviene simultaneamente su tutto il territorio nazionale se non è una ricerca internazionale che riguarda allora se vogliamo tutto il pianeta. Solo allora comincio a rendermi conto della difficoltà della ricerca. Ma ormai sono in ballo, decido di ballare come mi è possibile, mi avventuro sulla linea 2, scendo a Garibaldi, c’è un poco di via vai, ci sono due barboni che aspettano l’orario in cui la metro non viaggia, cioè dopo la mezzanotte, per accomodarsi, mi avvicino e chiedo se per caso hanno visto un signore alto circa quanto me, che mi somiglia alquanto, i due mi guardano smarriti e mi chiedono se per caso mi ero svegliato male quella giornata, io capisco che non è lì, riprendo la metro successiva e scendo a Loreto. Che è proprio il centro di Milano, salgo in superficie, c’è traffico veicolare e pedonale, sono nel cuore pulsante di Milano, non so che fare e me ne vado a piedi lungo corso Buenos Aires, mi fermo ogni tanto a guardare le vetrine. Riprendo la metro più avanti fino a S.Ambrogio, due fermate più in là. Esco in superficie e me ne vado sulla Madunina. Mi ha preso la voglia di fare il turista. Quando arrivo vicino alla statua, mi accorgo che la giornata ormai sta finendo, il sole sta per tramontare, la città è gia tutta illuminata e spicca il grattacielo Pirellone. È ormai ora di riprendersi il treno e tornare a casa a meno che non decida di rimanere a Milano e fare seriamente la ricerca. Scendo dalla Madunina ed esco dal Duomo, mi fermo a pensarci su nella piazza, gli ultimi piccioni si affrettano a raccogliere qualcosa, quando una voce mi chiama, “Avvocato Renzulli” voglia il cielo, l’ho trovato, penso dentro di me, vedo un uomo che si sbraccia, mi avvicino e lo riconosco, è un mio collega di Milano che avevo conosciuto qualche anno addietro e con cui avevo stretto una certa amicizia, lui era venuto a Roma per un processo penale, poi mi aveva chiesto due volte di sostituirlo ed io mi ero appoggiato al suo studio in una causa civile a Milano. Mi avvicino. Anche lui mi viene incontro e ci abbracciamo fraternamente. Lui mi chiede come mai sto a Milano, io mi invento un colloquio di lavoro con una società, non è che gli posso raccontare che ci sarebbe un mio sosia che adesso è scomparso e non so per quale mistero io mi sono messo a cercarlo come un disperato, lui mi invita a cena, io balbetto che stavo per prendere un treno e che volevo tornarmene a Roma, lui allora mi dice di non preoccuparmi, che ha la macchina lì vicino (come avrà fatto, mistero veramente difficile) che mi avrebbe portato in un attimo alla stazione, io a questo punto non posso oppormi e lui mi trascina con sé, mi porta alla macchina, mi accompagna alla stazione alla quale siamo nel giro do pochi minuti e siccome c’è un treno in partenza per Roma mi chiede se già ho il biglietto e accertatosi che tutto è a posto mi carica sul treno, io non oppongo resistenza, la mia ricerca è fallita miseramente ma non potevo organizzarla nel giro di così poco tempo, il treno lascia Milano.



Capitolo 44 Internet

Il treno viaggia veloce, io sono stanco e mi addormento, mi risveglio addirittura a Firenze, si vede che a Bologna dormivo della grossa, c’è un certo traffico di passeggeri chiassosi alla stazione di Firenze, mi guardo intorno e mi chiedo che cosa sto facendo, dove mai sto andando, sto tornando a casa dopo aver trascorso una giornata intera sul treno salvo qualche ora a Milano per correre appresso a chissà che cosa, eppure mi debbo calmare, debbo trovare un pochino di pace nel tumulto dei miei pensieri, questo girare all’impazzata non è certamente produttivo, mi riprometto che debbo trovare qualcosa di più di una segnalazione peraltro molto vaga di un’agenzia investigativa, prima di spostarmi la prossima volta debbo avere notizie precise, questo è un impegno che prendo seriamente con me stesso, mentre il treno ha ripreso a viaggiare e corre verso Roma. Nella riflessione c’è già implicitamente una prossima volta. Ci penso un poco e mi rendo conto che questa ossessione mi ha oramai preso e che anche nei miei pensieri non la posso mettere da parte.
A Roma scendo e prendo un treno locale per la mia città, sono ormai le sette del mattino, arrivo a casa ma ci penso un poco e me ne vado allo studio, mia moglie forse avrà sguinzagliato un esercito alla mia ricerca, non so che cosa inventarmi, preferisco evitare. Allo studio c’è già l’Agnese,sono passate da poco le otto, ed ella mi assale con mille domande, dice che mia moglie è molto preoccupata ed io subito senza pensarci molto le telefono e le racconto che ho dovuto recarmi a Milano e che mi si è rotto il cellulare e che non ho potuto chiamarla, lei mi rimprovera e dice che ha passato una giornata d’inferno, mi chiede se mi ha preso qualche improvviso raptus o se sono improvvisamente impazzito, oppure se ho un’altra donna e la tradisco, io dico che sta fantasticando e che le piace preoccuparsi inutilmente, le giuro che non accadrà più, che è stata una coincidenza la rottura del cellulare, lei sembra che non ci creda molto ma comunque un pochino si è tranquillizzata.
D’ora in poi, mi riprometto, prima di muovermi debbono darmi notizie sicure. Eccomi qua di nuovo con i miei ragionamenti sulla prossima volta che mettono chiaramente in luce come ormai sia in preda ad una specie di furore, ad un pensiero ossessivo, per cui vedo il mio futuro in funzione di questa disperata ricerca. Nel frattempo mi viene in mente di fare io stesso qualche ricerca via internet. Se ci sono gli specialisti delle ricerche, ci saranno pure i dilettanti, ed io comincio a pensare a come mettermi in rete a cercare il mio sosia scomparso.
Nel motore di ricerca metto le parole “persone scomparse ricerca” e mi trovo in un mare di agenzie investigative, di agenzie specializzate nella ricerca di persone anziane affette dal morbo di Alzheimer, di altre specializzate nella ricerca di minori scomparsi, di molte agenzie investigative che promuovono insieme tutte le loro attività, indagini matrimoniali e prematrimoniali, infedeltà, ricerche bancarie e finanziarie ed insieme ricerca di persone scomparse. Sono oltre 20 pagine che peraltro rinviano spesso ad altri siti, rimango inizialmente disorientato, poi mi accorgo che alcuni siti si ripetono più volte, quello che cerco io è il sito di un’agenzia che sia specializzata nella ricerca delle persone scomparse, che abbiano professionalità e che non mi facciano perdere tempo, alla fine mi decido ed apro un sito, mi chiedono informazioni, da quanto tempo è scomparsa la persona, di che sesso è, quanti anni ha, rispondo 50 anche se non so di preciso l’età del mio sosia, mi chiedono poi quale è il motivo della ricerca, insistono con una serie di domande per vedere se ci sono rapporti economici e se lui se l’è svignata col bottino, non è questo il mio caso, ma puntualmente ritornano sull’argomento fino a che ad un certo punto mi consigliano di mettermi in contatto telefonicamente con un numero. Obbedisco, telefono, mi risponde una signorina, dico che ho chiamato perché sono alla ricerca di una persona scomparsa, la signorina mi mette in attesa e poi c’è un signore che deve essere l’investigatore di persona oppure un addetto alle investigazioni, che mi chiede il mio nome e cognome, sa adesso noi facciamo una scheda, non si preoccupi per i suoi dati che le manderemo per posta tutto quando previsto dalla normativa, gli dico tutto quello che mi chiede, poi si fa un quadro del mio sosia scomparso nel nulla, poi mi chiede bruscamente perché lo sto cercando, rimango perplesso e dico per motivi economici per farla breve, ma mi raccomando la discrezione, dall’altra parte vengo rassicurato in mille maniere, poi mi dicono il prezzo e rimango un poco interdetto, vogliono una lettera di incarico professionale ed un anticipo spese di 500 euro, dico che ci debbo pensare un attimo, mi dicono che mi ricontatteranno loro dopo qualche giorno.
Mi inserisco in un gruppo di persone che si contattano per avere notizia su persone smarrite.
Mi chiedono una foto della persona che cerco, mando una mia fotografia ritoccata in qualche modo
Grossolanamente da me in cui ho cercato di inserire una barba e dei baffi, perché penso che il mio sosia per non farsi riconoscere abbia adottato almeno questo sistema, tuttavia qualcuno mi chiama subito per sapere di più sulla barba, gli rispondo che presumo che abbia la barba, mi dicono che è importante saperlo perché è uno dei primi segni di riconoscimento. Mi ritrovo imbottigliato sulla questione della barba.



Capitolo 45 Sulle barbe

Il giorno dopo mi chiama quell’agenzia investigativa e mi chiede di mandare, se, ce l’ho, una foto recente, al che io gli dico che gliela manderò di lì a poco, vado da un fotografo e gli chiedo di ritoccare una mia foto con barba e baffi, ormai sono sicuro che ci vogliono sulla foto, sono sicuro dentro di me che lui si è fatto crescere l’una e gli altri, il fotografo mi chiede due giorni per fare un lavoro abbastanza decente, al ritiro trovo un volto completamente cambiato dal ritocco che è stato fatto con estrema accuratezza e sembra una fotografia originale. Il fotografo mi spiega che è stato un lavoro difficile, che fortunatamente lui aveva salvato la foto ed aveva cominciato a lavorare su una copia che si era fatto e per questo non ha rovinato tutto.
“Deve sapere che è complicato, estremamente complicato inserire una barba e dei baffi finti nelle foto” mi dice professionalmente.
“E perché?” chiedo incuriosito.
“Perché una cosa sono baffi e barba naturali, un’altra è un viso senza, l’espressione è completamente diversa, ed allora mi sono reso conto di dover dare un leggero ritocco anche agli occhi ed alla fronte, vede, non si nota, ma un occhio esperto vede il ritocco.
Mi accorgo di piccoli particolari cui non avevo fatto il minimo caso.
“D’altra parte, non si può pretendere che i ritocchi passino inosservati ad un occhio attento” prosegue il fotografo.
“Beh, certo un professionista li noterà, ma non è detto, sa, c’è una tale scarsezza di professionalità in giro….”
“Dipende “ fa lui con tono abbastanza misterioso.
Insomma esco dal negozio con la certezza che avrò storie con questa foto truccata. Mi chiedo se non era meglio mettersi una barba e dei baffi posticci e farsi fare una foto. A questo punto mi ricordo di avere da qualche parte una vecchia Polaroid e penso che potrei farmi una foto da solo con barba e baffi finti. Torno a casa e mi metto alla ricerca della macchina fotografica, smucino a fondo negli scatoloni del garage, ma non viene fuori, cerco nello sgabuzzino, niente da fare, cerco negli armadi , poi la scopro in fondo ad un baule in cui ci sono i tappeti rimessi via da mia moglie.
Controllo, ma mi accorgo che manca la pellicola. Chissà se posso ancora trovare una pellicola per la Polaroid. So che ormai sono anni che hanno smesso di produrle. Intanto smucinando ritrovo una barba e dei baffi finti. Il fatto è che manca la pellicola per l’autoscatto. Che fare?
Mi decido, vado in una di quelle cabine pubbliche in cui si fanno le fotografie, mi infilo dentro tiro la tendina, indosso barba e baffi e tac scattano le 4 pose, mi tolgo barba e baffi e vado fuori a ritirare. Nel frattempo c’è una signora che passa e guarda distrattamente le foto mentre escono e vede quella barba e penso che abbia notato la differenza ma non me ne importa niente, non ho commesso nessun reato, mi diverto a truccarmi nelle cabine delle foto autoscatto, non vedo che cosa ci sia di male e non vedo che cosa gliene importi alla signora, infatti se ne disinteressa e penso proprio che non mi denuncerà per questo. Però il pensiero che possa sospettare di trovarsi dinanzi ad un terrorista e che magari vada terrorizzata a denunciare il fatto alla polizia mi viene in mente. Al che penso di rincorrerla, di spiegarle tutto, ma mi fermo subito, di fronte all’enorme difficoltà di una spiegazione qualunque, certamente la signora deve essere rimasta sorpresa e forse deve aver pensato di trovarsi di fronte ad qualcuno cui manca qualche rotella oppure a qualcuno che sta preparando uno scherzo. Se poi ha pensato al terrorismo, mah, a questo punto lasciamo correre gli eventi come debbono andare.
Le foto sono poco espressive, c’è un sorriso un poco turbato, poi si vede molto vene che la barba ed i baffi sono posticci, chiunque se ne accorgerebbe. E allora come fare? Dopo un lungo dibattito interiore, decido di mandare la foto ritoccata dal fotografo, accogliendo la teoria che avevo enunciato davanti a lui che non è che ci siano da tutte le parti dei superprofessionisti e che un buon ritocco è comunque meglio di barba e baffi finti.
Certo che barba e baffi cambiano l’identità di una persona! Per questo non mi sono mai fatto crescere la barba. I baffi ricordo di essermeli lasciati per un paio di mesi una volta, avevo un bel baffetto, poi avevo fatto caso che nessuno mi diceva niente, c’era solo mia moglie che si lamentava e mi chiedeva di togliermeli , così avevo resistito un paio di mesi poi me li ero tolti con una certa apprensione su quello che sarebbe successo, sulle reazioni che avrei incontrato, ma ero rimasto deluso anche quella volta dal fatto che la cosa era passata praticamente inosservata tra i colleghi ed i conoscenti.
Inviata la foto ritoccata, vengo di nuovo contattato dall’agenzia investigativa, mi pizzicano per telefono, chiedono che gli mandi l’acconto perché possano iniziare le ricerche, tergiverso, trovo qualche scusa, cerco uno sconto, niente da fare, alla fine invio il denaro richiesto e in un successivo colloquio telefonico mi assicurano che presto mi daranno notizie sulle ricerche.



Capitolo 46 Psichiatria alternativa

Mia moglie aveva continuato, anche se debbo riconoscere senza grande insistenza e anche a volte mostrando una certa insicurezza, a parlare della necessità che io mi preoccupassi di quelle che ormai erano le mie patologie psichiatriche. Sembrava che lo dovesse fare, che qualcuno glielo chiedesse di parlerne ogni tanto, o perlomeno io cominciai a pensare che lei aveva bisogno di quel discorso, ed ogni tanto lo ritirava fuori, io da parte mia non avevo dubbi sul mio stato di salute mentale e tra l’altro c’era anche il fatto che anche i miei fantasmini erano scomparsi nel nulla. E poi ero così occupato nella ricerca che avevo intrapreso che non mi preoccupavo di altro. Però in qualche modo temevo che mia moglie ritornasse alla carica furiosamente con qualche nuovo argomento ed ogni tanto questo pensiero fastidioso mi tormentava.
Ed infatti, è un mercoledì mattina, mi sono appena fatto la barba e vado in cucina per prendere un poco di caffè che lei sta seduta, o meglio abbandonata su una sedia e mi comincia a dire che bisogna che mi decida, che non si può andare avanti così, che la mia trascuratezza mi sta rovinando ma sta costringendo lei ad una situazione intollerabile, io le chiedo con estrema calma che cosa c’è di nuovo, e lei mi aggredisce con una serie di domande sul perché io faccia finta di non capire la gravità della situazione, io continuo a fare lo gnorri ma in effetti il discorso è sempre in agguato, ho capito che si riferisce alle mia presunte patologie, però non lo ha ancora detto apertamente.
Insomma, le assicuro che prenderò un nuovo appuntamento con il dottor Strimpelli, lo faccio per rasserenare l’ambiente, e si scatena la tempesta, non è quello che vuole dire mia moglie, lei anzi mi dice che non ci debbo andare più dal dr. Strimpelli, che bisogna cercare un altro psichiatra, che non ha chiaro quello che è successo ma ha perso la fiducia nello Strimpelli e bisogna cercare un altro strizzacervelli, io le dico chiaramente e subito che mai e poi mai mi lascerò frugare nella mia psiche da altri, avevo ceduto con lo Strimpelli per quieto vivere, ora basta, sono passato anche io ad un tono più battagliero, la discussione si fa abbastanza infuocata, lei è sicura che tra me ed il dottor Strimpelli ci fosse una segreta intesa e che tra l’altro non riesce a capire perché quello le abbia taciuto per tanto tempo le sue preoccupazioni se erano così gravi, io lo difendo, dico che è un professionista serio e che forse ne voleva parlare prima in modo approfondito con me, poi con altri, che lei insomma non poteva pretendere di interferire così liberamente e decidere quale fosse il medico o meglio lo psichiatra di fiducia o, mi esprimo proprio così, di suo miglior gradimento, su questo lei va su tutte le furie, dice che a lei tocca subire le conseguenze delle mie patologie e io le negherei il diritto di interessarsene, che lei lo fa per me, perché non sopporta di vedermi in quello stato, ma in quale stato si potrebbe sapere, chiedo indignato, in quello stato confusionale che non si sa più chi sia, a che cosa pensi, dove me ne vada, che scompaio d’improvviso una mattina e torno il giorno dopo e che lei pensa addirittura che mi sia piombata addosso magari qualche grave patologia neurologica, perché ad un certo punto mi dice che questo fatto di scomparire all’improvviso è una manifestazione caratteristica dell’Alzheimer, io le rispondo che insomma si deve tranquillizzare, che la deve smettere di andare appresso alle sue congetture, lei taglia corto e dice che occorre che io mi faccia vedere da un altro psichiatra.
Ecco siamo di nuovo nella baraonda delle turbe psichiche, anzi ci siamo peggio perché con il dottor Strimpelli avevo trovato un modo di convivere ed una buona intesa, debbo averlo stravolto quando ero andato da lui a cercare consigli e gli volevo parlare del mio sosia però non lo avevo fatto, ora mi ricordo come era andato quel colloquio in cui io avevo misteriosamente accennato ad un’altra persona che agiva e che io mi trovavo a rincorrere, lui chissà cosa deve aver pensato, io parlavo concretamente, lui pensava a mie immaginazioni. Ed ora mia moglie non ci capisce più nulla, sente che il dottor Strimpelli è preoccupato però ha perso la fiducia in lui, e tra l’altro quel mio viaggetto a Milano le ha fatto precipitare la situazione, ora comincia a pensare a discorsi ancora più complessi, parla addirittura dell’Alzheimer, insomma ho la sensazione netta che stia cercando di farmi rinchiudere da qualche parte.
Anche perché la discussione si è fatta troppo forte, stiamo nel litigio su questo argomento, e lei ha detto più volte che o io mi faccio vedere da un medico di sua fiducia oppure lei è costretta a lasciarmi, che non possiamo andare avanti così. Io da parte mia le ho fatto osservare che non mi si può costringere in nessun modo a farmi visitare, che ci deve essere sempre il consenso del paziente per qualunque consulto e qualunque visita e qualunque atto medico, questo è sicuro, senza il mio consenso non si possono fare visite, però mi rendo conto che la situazione va precipitando verso un abisso misterioso, d’altra parte il fatto che da quell’andata a Milano lei tragga argomenti così terrificanti mi lascia perplesso, lei non sa che io sto correndo appresso al mio sosia e nemmeno posso spiegarglielo facilmente in qualche modo, e non posso pensare che l’Agnese le abbia detto qualche cosa in merito, perché con lei mi sono confidato ed addirittura le ho chiesto consiglio, ma sono sicuro della sua discrezione.
Però non posso accettare supinamente il fatto che il mio matrimonio sia messo in seria crisi da queste ostinazioni di mia moglie, che tuttavia io debbo dire che forse in qualche modo ho contribuito a far lievitare. Insomma mi ritiro meditabondo, con un rifiuto netto a farmi vedere da un altro psichiatra, con un rifiuto netto rispetto ad ogni indagine sui sospetti dell’Alzheimer, ma con uno stato di confusione abbastanza evidente, con l’impressione che la situazione mi stia sfuggendo completamente, con la certezza che mia moglie in questo momento è furiosa su questi punti, ed anche con il rimorso di averla trascurata completamente rispetto alle sue preoccupazioni per il mio stato di salute e di avere contribuito con il mio comportamento a farle aumentare vertiginosamente.
Non do molto peso alle sue minacce rispetto al matrimonio, sebbene lo abbia detto con toni molto seri, si tratta di un suo ricatto, o faccio come dice lei o se ne va e mi lascia, questo non è modo di affrontare i problemi se ci sono. E poi sono sicuro che non parla sul serio ed anche se lo facesse che ritornerebbe nel giro di due giorni, insomma è un argomento che non mi preoccupa affatto.



Capitolo 47 Segnali

Passano due giorni e mi sono dimenticato completamente della discussione avuta con mia moglie, lei mi ha messo il broncio per mezza giornata, poi è passata la bufera, almeno per il momento.
Ed io mi immergo nuovamente nelle ricerche affannose, anche perché via internet sono stato contattato da un’altra agenzia investigativa che promette miracoli, io comincio a sospettare che dietro a tutte queste promesse ci sia l’avidità di guadagno, in fondo io sono un pollo da spennare, si deve essere sparsa la voce in giro.
Però sento che forse qualche risultato sta per arrivare, me lo sento, da qualche parte deve essere andato a finire il mio sosia e non può nascondersi sempre, prima o poi uscirà allo scoperto e sarà notato, d’altra parte il fatto che sia seguito dalla polizia che ha lanciato alle sue calcagna l’Interpol gli consiglia di tenersi il più possibile all’oscuro, di mimetizzarsi. Ma una certa fiducia che sta per succedere qualcosa che mi metta sulle sue tracce mi ha invaso da qualche giorno. Sarà anche per reazione alla discussione avuta con mia moglie. Sarà per il fatto che ho cominciato a muovermi concretamente, che seppure in maniera approssimata e con poco metodo me ne sono andato a Milano dietro una vaga segnalazione e l’ho cercato tra i barboni. Il fatto che io possa muovermi, anche se questo lascia mia moglie nella disperazione, ed averlo sperimentato, mi ha infuso una grande fiducia.
Resto in attesa di segnalazioni, la seconda agenzia investigativa comincia a premere per avere un anticipo, io non do peso e resisto, però capisco che senza denari non si canta la messa, ed allora mando un piccolo anticipo ricevendo rassicurazioni che inizieranno subito le ricerche. Non mi chiedono la foto. Questo mi insospettisce, tanto che gli telefono e gli chiedo come hanno intenzione di iniziare le ricerche, loro dicono che hanno abbastanza tracce dalle mie descrizioni, io comincio a pensare che siano tutti una manica di imbroglioni che speculano sul desiderio di rintracciare persone scomparse.
Però questo fatto ha creato un certo movimento nella ricerca, poco dopo anche la seconda agenzia, forse hanno captato i miei sospetti, mi chiede una fotografia, gli mando una copia di quella che ho mandato alla prima con allegate due righe che mettono in evidenza che potrebbe essere quella l’immagine, ma che barba e baffi sono stati inseriti con ritocchi fotografici perché si pensa che se le sia fatte crescere nel frattempo.
Questo piccolo inciso “si pensa” crea una corrispondenza via internet. Mi viene chiesto che cosa si voglia dire con quel “si pensa”, rispondo che la quasi totalità delle persone interessate pensano quello, al che mi si chiede quante sono le persone interessate, rispondo una ventina, così tanto per rispondere, allora cominciano a dire che il discorso è un pochino generico e bisognerebbe specificare se si tratta di familiari, di creditori o di qualche altra categoria, rispondo che si tratta di simpatizzanti, che la persona scomparsa era un attore dilettante che però aveva lasciato una certa impressione nel pubblico, allora mi chiedono se è possibile fare un elenco delle persone interessate per nome cognome ed indirizzo, rispondo che si tratta di dati personali che non ho e che comunque non sarei autorizzato a trattare. Questa risposta dei dati personali fa chiudere la corrispondenza che si era intrecciata sull’inciso “si pensa”. Forse era andata un po’ troppo per le lunghe, di fatto mi aveva fatto venire dei seri sospetti sulla serietà degli investigatori. Ed anche la mia fiducia comincia a calare.
Però dopo un paio di settimane dal termine delle numerose email che mi avevano lasciato un poco perplesso, arriva una segnalazione. Un signore molto simile a quello della foto è stato visto a Vilnius, in Lituania, mi dicono nelle vicinanze del monastero di San Bernardino. Ecco forse si è nascosto tra i frati. I miei pensieri sulla barba ed i baffi non erano sbagliati, sicuramente si è infilato in un convento. E comincio a pensare di come quell’imbroglione del mio sosia abbia potuto fare per convincere dei frati della sua religiosità, tra l’altro dovrebbero essere dei frati ortodossi, e bisogna vedere come se la cava con gli ortodossi, mi vengono mille curiosità e comincio a pensare ad un viaggio in Lituania. Però non ho il tempo di prepararlo e nemmeno di progettarlo, arriva una seconda segnalazione che lo vede, sempre nelle vesti di un religioso, ma stavolta non è un frate, è un pope, lo avrebbero visto a Pietroburgo. Tutto sommato non è molto distante, però non è possibile che sia la stessa persona, telefono all’agenzia che mi ha passato la segnalazione e mi spiegano che ora le iniziative passano a me, loro danno le segnalazioni, poi sta all’interessato mettersi in contatto con la polizia locale, o con chiunque altro per verificarle. Ah, ecco, e le segnalazioni su che cosa si basano. Ci sono degli informatori, oppure delle persone che si mettono direttamente in contatto con l’agenzia e fanno la segnalazione. Sull’attendibilità delle segnalazioni mi assicurano che loro fanno le domande verificando un poco tutti i dati di cui sono in possesso e comunque tutte le possibili varianti, confortati dalla loro esperienza e da quello che comunemente succede.
Arriva un’altra segnalazione, stavolta lo hanno visto in Sardegna, nel nuorese, vestito da pastore o meglio lo avrebbero visto che faceva il pastore. Insomma sarebbe in ogni luogo, onnipresente. Comincio a dubitare fortemente della bontà di queste segnalazioni, questa del pastore mi lascia molto perplesso, si potrebbe solo andare a verificare, la Sardegna sembra più vicina, in fondo un giretto in Sardegna non mi dispiacerebbe, però andarmene in giro nel Nuorese e alla ricerca di un pastore non mi sembra molto facile senza perdersi in molte possibili conseguenze indesiderate od effetti collaterali, come meglio si preferisce chiamarli. Nell’incertezza, tra la Lituania, Pietroburgo e la Sardegna, ecco un’altra segnalazione, questa volta molto più vicina, Villa Literno, nella zona del casertano, lì è pieno di immigrati clandestini che fanno un po’ di tutto, chissà che non sia una buona segnalazione. Villa Literno è a due passi, basta salire su un treno e in un paio di ore sarei nella zona, sono fortemente tentato, poi però comincio a pensare che bisognerebbe avvisare le autorità ed allora tutto il castello in aria viene meno, con queste segnalazioni così vaghe sembra sempre di essere molto lontani da una possibile soluzione.
Comincio a riflettere. Le segnalazioni provengono o da informatori di fiducia delle agenzie investigative oppure da semplici cittadini che hanno avuto notizia della ricerca, bisognerebbe sapere innanzitutto chi è che ha fatto le segnalazioni, poi eventualmente essere messi in condizioni di contattarlo, verificare in qualche modo la bontà della segnalazione prima di muoversi alla ricerca personale. Questa dovrebbe essere la metodica da adottare. Però nel frattempo l’arrivo delle segnalazioni da una parte mi ha lasciato disorientato e sfiduciato, troppe e tutte in un rapido susseguirsi, dall’altra mi ha infuso un poco di fiducia, stanno a testimoniare che effettivamente si svolgono delle ricerche, e questo già è qualcosa.
Arriva un’altra segnalazione, stavolta accompagnata da una descrizione abbastanza dettagliata, viene dall’India, sul Gange, la località che mi viene riferite non riesco a trovarla sull’atlante in mio possesso, comunque sarebbe stato visto vestito da indiano che seguiva un sapiente lungo le rive del Gange che come si sa sono sempre affollate di persone che cercano la verità vicino al grande fiume. Adesso sono proprio tentato di partire subito senza starci a pensare sopra, questa storia della ricerca della verità lungo il corso del fiume è appassionante, ma chissà che cosa va cercando il mio sosia, forse anche lui si trova in un momento di cambiamento della sua vita, in India si va e si cambia, si cambia stile, si cambia modo, si cambia vita.
Comincio a viaggiare con la fantasia.



Capitolo 48 Inaspettato incontro

La mattina dopo esco di casa immerso nei miei pensieri, mi avvicino all’auto, e avverto la presenza di un signore che sta aspettando qualcuno al volante di una macchina nera. Metto in moto ed anche l’auto in attesa si avvia dopo di me. Non gli do molto peso all’inizio, ma dopo un paio di semafori mi sta sempre dietro, vedo che ha lasciato infilare tra noi altre macchine ma ho la sensazione che mi stia seguendo, allora provo a fare una manovra diversiva, cambio completamente il mio percorso abituale, vado in direzione dell’uscita verso la stazione ferroviaria e allora ho la certezza di essere seguito, chi sarà questo nuovo misterioso personaggio che si interessa a me, ora sta diventando insopportabile, perché è da più di venti minuti che mi viene appresso.
C’è un semaforo rosso, mi fermo, lui sta dietro un’altra macchina, si ferma obbligatoriamente anche lui, il semaforo diventa verde e giro in una strada a sinistra, anche lui dietro. A questo punto bisogna non perdere la calma, mi sta innervosendo ma anche mi sta mettendo molta ansia, non capisco più niente e mi fermo.
Mi sorpassa e fa per andare avanti, poi si ferma a circa duecento metri.
Tutti e due fermi a studiarsi in mezzo alla strada. Peraltro abbastanza trafficata.
Passano dei camion grandi che suonano col clackson molto rumoroso perché preoccupati dell’ingombro.
Penso di fare un’inversione ad U piuttosto repentina e sorprenderlo, desisto dal farlo perché è molto pericoloso, aspetto, accendo la radio e mi metto in attesa, la macchina nera sta ferma aspettando le mie mosse.
Scendo dall’auto e mi avvio minaccioso verso l’altra, che però si avvia e se ne va.
Oh bella, mi trovo di fronte ad un vigliaccco che mi vuole mettere paura, poi però appena mi avvicino se la squaglia. Torno trionfante sui miei passi riprendo la guida e me ne torno in città, vado allo studio, sotto lo studio la macchina nera.
A questo punto sono tranquillo, non ho più paura, gli passo accanto, mi fermo e chiedo : “Lei sta cercando qualche cosa da me stamattina?”.
L’altro se ne sta col vetro chiuso, fa finta di non sentire, ma si vede che ha ascoltato la domanda e forse non ha il coraggio di rispondere, chissà chi lo ha mandato a sorvegliarmi, me ne vado tranquillamente allo studio e comincio a pensare alle varie possibilità.
Chissà che non sia qualche investigatore privato che mi vuole tampinare ad ogni costo, il fatto è che me ne sono accorto subito, deve trattarsi di un dilettante.
O forse qualcuno collegato con le vicende del falso avvocato Renzulli , insomma qualcuno che vuole cercare chissà che cosa.
Oppure qualcuno che è interessato ai miei spostamenti, forse un’indagine di mercato, o qualcuno che vuole farmi pagare qualcosa.
Insomma, venisse allo scoperto e chiarisse perché mi sta seguendo. Mi affaccio dallo studio e sta lì sotto, tranquillamente in attesa.
La questione sta diventandomi noiosa, mi sta seccando questo signor importuno e rompiscatole, è venuto a turbare la mia tranquillità, ora non capisco che cosa voglia, se non ha nemmeno il coraggio di abbassare il finestrino e rispondere ad una domanda, scendo con l’intenzione di dirgliene quattro, mi avvicino alla macchina, il tono è nervoso, gli chiedo che cosa vuole, lui apre lo sportello e scende e mi fa: “Ah, non lo immagina, avvocato!”
“Proprio non ce l’ho più l’immaginazione! Me lo dica , presto che non ho tempo da perdere!”
“E invece il tempo lo trova per laboriose e costose indagini…..”
“Che cosa vuole dire, la smetta e mi lasci in pace, altrimenti…”
“Altrimenti che cosa, prosegua tranquillamente” fa lui imperturbabile mentre tiene la mano in tasca.
“Altrimento meno, e le rompo la faccia, così la smette…..”
“Non alzi la voce, avvocato, e soprattutto non…..”
“Ma la smetta, buffone, che si crede di mettermi paura, proprio lei?”
I toni si sono alzati, la mia voce si è fatta minacciosa, si è fatto intorno un gruppo di persone che non intervengono ma sono pronte a gustarsi un incontro di lotta o di pugilato primordiale senza dover pagare, queste sono occasioni che la gente si ritrova per strada uno spettacolo gratuito e subito se ne approfitta, è gratis, non si paga il biglietto.
Gli metto le mani addosso, lui è abile e schiva i colpi che meno all’impazzata e se ne vanno nel vuoto, arriva un suo destro e mi colpisce alla mascella, debbo dire che incasso magnificamente e reagisco con rabbia, ma lui deve essere un professionista perché i miei colpi continuano ad andare a vuoto, una signora disgustata dalla prestazione di boxe veramente pessima che stiamo mettendo in mostra ci grida di smetterla ed andarcene a casa, un altro dice che sarebbe meglio che finissimo l’incontro, mi tornano in mente le mie riflessioni sul pubblico che non si sa mai quando sia contento e che pretende sempre prestazioni altamente professionali, guardo il mio avversario e vedo che se la ride sotto i baffi. Improvvisamente mi sento mettere le mani addosso da una persona che si qualifica come un poliziotto, dice che la dobbiamo piantare lì e che ci prega di seguirlo in Questura.



Capitolo 50 Ancora in Questura

E così mi ritrovo di nuovo in Questura, ormai ci ho fatto l’abitudine, vengo sottoposto ad un breve interrogatorio, l’agente mi chiede perché avevo organizzato quell’incontro di boxe, e capisco che anche lui è rimasto abbastanza disgustato dal mio stile, debbo dire che sono sorpreso dalle sue domande, gli dico subito abbastanza aggressivo che io non ho organizzato un bel fico secco, che c’era quel signore che mi dava fastidio, l’agente mi chiede perché mi dava fastidio, il fatto è che mi ha seguito con la macchina, lui mi chiede dove, comincio a manifestare un certo nervosismo e racconto le cose come sono andate, lui mi interrompe ogni tanto e mi chiede se sono sicuro di quello che sto raccontando, io dico di sì e dichiaro che voglio fare una denuncia per molestie, l’agente mi guarda sorpreso poi prende un modulo e comincia a riempirlo, mi chiede se va bene il testo della denuncia, poi si alza e se ne va all’improvviso, ritorna nella stanza con il signore misterioso di cui evidentemente è finito l’interrogatorio e mi dice che il signore è disposto ad una conciliazione, che altrimenti sarebbe costretto a incriminarci ambedue per rissa, io gli obbietto che eravamo in due solamente, il poliziotto sorride e dice che non ci voleva niente perché si scatenasse il pandemonio, e comunque c’è la tentata rissa, ma come prima si parlava di boxe, faccio io, lei lasci perdere la boxe, fa quel tipo, si vede che lei è un esperto professionista ed io un dilettante, gli rispondo per le rime, dilettante allo sbaraglio, fa lui riecheggiando la sigla di una famosa trasmissione televisiva. Insomma il poliziotto cerca di farci fare la pace immaginando che per un futile motivo siamo venuti alle mani e che per ora abbiamo dato abbastanza un penoso spettacolo, come lo definisce. Io non accetto queste lezioni improvvisate, è chiaro che non sono un esperto, però che lo spettacolo fosse così scadente non mi sembra anche perché si era radunata subito una piccola folla, il mio avversario invece è d’accordo e dice che lo spettacolo era proprio indecente, a questo punto gli chiedo che cosa va cercando, lui mi guarda e mi dice che sono messo sull’avviso, che la debbo smettere, e poi rivolgendosi al poliziotto dice:
“ Sa, perché il signore si è messo a fare l’investigatore…”
“ Magari senza avere la licenza…” fa subito eco il poliziotto
“ Questo non lo so….” fa l’altro.
“ Ma che cosa sta dicendo? Io sono un avvocato e lei si è messo a seguirmi, stamattina, e poi…”
“Ma che cosa crede, che gli altri abbiano il tempo da perdere a mettersi a seguire gli avvocati!” mi risponde il mio misterioso avversario, abile anche nella loquela.
“Insomma, volete piantarla qui, oppure volete che io mi debba preoccupare per queste questioni che non riesco a capire?” chiede il poliziotto.
Ambedue restiamo senza parole.
Poi lui si fa avanti: “Per me va bene!” fa sicuro.
Io lo guardo, ci penso un poco su, e poi “ Anche per me va bene” esclamo.
Usciamo insieme dalla Questura, io faccio per avvicinarlo ma lui mi guarda e mi dice di piantarla lì, che mi ha detto quello che doveva dirmi e se ne va per la sua strada.
Rimango perplesso, insomma che cosa sta succedendo, arrivano dei segnali di avvertimento, evidentemente quel signore (riprendo a chiamare così il mio sosia) ha avuto sentore delle mie ricerche ed evidentemente qualcuna di esse lo ha stanato, e gli debbo avere dato qualche fastidio, se mi ha mandato questo avvertimento. Peraltro non ci capisco più niente, ora la questione sembra farsi di nuovo misteriosa e il mio desiderio di rintracciarlo, che era dovuto ad una sensazione di mancanza della sua presenza, ora diventa un discorso complicato dalle minacce ricevute e dal misterioso alone che circonda quel signore, che evidentemente ha ancora dei buoni contatti se è arrivato così facilmente a farmi minacciare.
D’altra parte quel misterioso avversario che mi doveva semplicemente dare un avvertimento si è dileguato e sarà ben difficile rintracciarlo, e poi che senso avrebbe cercarlo, lui ha fatto quello che gli avevano chiesto, chissà se sa qualcosa di quel signore che tanto andavo cercando in giro per il mondo.
Questo fatto nuovo mi lascia sconcertato, non so più che cosa fare, mi ero appassionato alla ricerca, che peraltro non era stata infruttuosa. Però adesso che avevo ricevuto minacce e severi ammonimenti a lasciare in pace quel signore, che senso aveva continuare?
E il viaggio in India cui avevo cominciato a pensare diventa un pensiero lontano da ogni possibilità di concretizzarsi.
Mi chiedo che senso abbia continuare nelle ricerche.


Capitolo 51 Dottori,dottori

La situazione determinatasi da quell’inaspettato incontro di boxe mi aveva lasciato abbastanza in confusione, dunque mi arrivavano misteriosi avvertimenti perché smettessi ogni ricerca, il fatto è che la ricerca era diventata una specie di droga, soprattutto adesso che mi accorgevo che aveva dato dei frutti, era diventata la mia occupazione principale, passavo le giornate in collegamento con Internet per cercare eventualmente nuove vie, intanto mi rendevo conto che era diventata una specie di ossessione maniacale e che non ne avrei potuto fare a meno facilmente. Per cui il pensiero che aveva cominciato a farsi strada dentro di me di abbandonarla (perché era chiaro che aveva avuto dei risultati che davano fastidio al mio sosia o ad altri personaggi misteriosi con cui lui erano evidentemente in contatto) fu messo da parte con una certa rapidità e mi concentrai di nuovo su di essa.
Peraltro avevo perso un paio di chili dal mio peso forma standard ed il mio volto appariva emaciato più del solito. Era abbastanza evidente che ci davo dentro un po’ troppo!
Cercai di rimediare ad un’apparenza del viso un po’ sciupato con un’acconciatura diversa dei capelli, me li feci mettere un pochino in piega in modo che portassero al volto un piccolo contributo per farlo apparire più rotondo, ma c’era poco da fare, il mio classico aspetto smunto veniva inevitabilmente accentuato dalla perdita di quel poco di grasso che aveva prima appena appena arrotondato le mie gote.
Mia moglie mi chiedeva continuamente di che cosa ora mi preoccupassi tanto da rimetterci evidentemente nella salute, io le rispondevo che avevo semplicemente perduto un paio di chili e che bastava una cena un pochino abbondante e li avrei facilmente recuperati, lei però mi diceva che dovevo avere qualcosa che mi stava consumando e che avrei dovuto parlarne con lo psichiatra, tra l’altro aveva ripreso i suoi normali rapporti col dottor Strimpelli dopo avergli tolto per un certo periodo ogni fiducia, anzi insisteva perché mi facessi visitare regolarmente da lui ed insisteva tanto che alla fine mi lasciai convincere dalle sue argomentazioni assillanti e presi alfine un nuovo appuntamento con lo psichiatra.
Il dottor Strimpelli mi ricevette con ostentata cordialità, mi offrì anche da bere un cognac, e mi chiese come andava con le mie crisi di identità.
Io risposi che mi sembrava che questa fosse una caratteristica di un’intera generazione, oggi i cambiamenti sono molto veloci e tutto insieme si perde un mondo intero di pensieri di certezze di idee e di conoscenze che vengono cambiate tutte insieme, per cui, risposi, credo che la mia sia una situazione di un mondo intero che non si accontenta più ma vuole sempre di più ed in questo sta la sofferenza.
“Così lei ritiene che ci sia una crisi di identità in tutta la società?” mi chiese incuriosito il dottore.
“Penso proprio di sì, il mondo va molto in fretta, non c’è per nessuno il momento della sosta per riflettere su noi stessi, e corriamo tutti sfrenatamente, ed in questa corsa perdiamo le nostre capacità, anche quelle culturali, tra l’altro le conoscenze si fanno sempre più specialistiche e settoriali…..”
“E questo pensa che sia un problema generale? Oppure riguarda solamente alcuni, una parte della società?”
“A me sembra che il problema riguarda un po’ tutti, anche perché con gli scambi così facili di informazioni, con la velocità esagerata delle comunicazioni, noi viviamo qui ma siamo presenti un po’ in tutto il mondo, poi questa corsa, che ci impedisce di fermarci, tutti, uomini, donne, bambini, anche gli animali sembrano presi dalla frenesia, penso agli animali domestici, quelli che noi teniamo in famiglia, sono contagiati dalle nostre crisi….”
“E così siamo diventati tutti frenetici….”
“Sì, per me è così, abbiamo tutti bisogno di uscire da una specie di follia che ci prende sottilmente e che ci ha attanagliato tutti ma non so come si possa fare, non credo che esistano delle cure collettive, le cure sono sempre individuali, ritengo, perché quelle collettive mi sembra che diventino forme di manipolazione politiche, sono le repressioni politiche indifferenziate le cure collettive cui si va incontro, io ho paura che andiamo verso queste direzioni……”
“Lei però non ha paura di una cura individualizzata?” mi chiese il dottore.
“Dipende dottore, ho paura che a volte si facciano degli errori, poi ho una paura generale della psichiatria…”
“Questo me lo ha fatto capire, però mi sembra che lei sia venuto oggi di sua iniziativa e mi pare che le sue vecchie paure siano un poco superate…..”
“Sì. Sì, è vero, molte delle vecchie paure sono andate via, mi rimane un poco di terrore vago quando penso che una diagnosi qualunque può mettermi addosso un’etichetta rispetto alla quale sarà poi difficile divincolarsi ed uscire, un’etichetta che ti rimane appicciata in maniera significativa e che non si leva nemmeno con centomila lavaggi, nemmeno utilizzando potenti mezzi chimici, è un’etichetta indistruttibile quella psichiatrica, io ne ho follemente paura.”
“È un pochino però come la patente di criminale, vede, avvocato, una volta che viene appiccicata addosso ad una persona gli rimane attaccata per sempre. Sa, secondo me, in ogni campo ci sono delle etichette indistruttibili, non è solamente la psichiatria a fare questo, in ogni settore troviamo le stesse cose….”
Tacqui. Anche lui tacque. Poi riprese dicendomi che si era preoccupato per me , la mia situazione lo lasciava molto interdetto. Lo ascoltai con attenzione, ripensai a quel colloquio in cui avevo confidato quello che mi stava accadendo però lasciandolo sul vago e sulle conseguenze che poteva aver indotto nel medico, pensai di fare qualche domanda ingenua sull’argomento.
“Come pensa che stia dottore?” chiesi manifestando una certa apprensione.
Lui mi guardò calmo e dopo aver aspettato un pochino mi disse: “ Oggi mi sembra che lei ragioni perfettamente, tra l’altro fa dei grandi voli nella società, ma quando ci siamo visti e lei mi parlò in modo abbastanza misterioso e che io non capii perfettamente doveva avere una grande sofferenza e tra l’altro io glielo dissi che manifestava…”
“Due diverse forme di squilibrio psichico” continuai io.
“Eh sì, questo senza dubbio, ora non posso credere che lei abbia superato completamente ogni problema di allora, lei si deve curare!”
“Che debbo fare, dottore?” chiesi con un finto tono apprensivo, perché sentivo che il colloquio si stava incanalando inevitabilmente verso forme di cure psichiatriche abbastanza intense e che io non ritenevo affatto utili e necessarie e poi io ero ben a conoscenza di come erano andate le cose nel nostro ultimo colloquio, lui no, ma non gli potevo certo dire che avevo detto le cose a metà o meglio ad un quarto e che lo avevo sbilanciato e squilibrato deliberatamente a pensare che io avessi chissà quale forma patologica, io sapevo come stavano le cose, lui no.
“Lei forse pensa che io abbia fatto con leggerezza le ipotesi patologiche di cui le avevo parlato, avvocato, lei ritiene che io non capissi che lei si trovava a combattere con qualcuno che si era preso la sua identità e che la stava sfruttando, mia moglie mi ha raccontato tutto e tutto torna, bene, nonostante lei creda che io abbia tratto delle conclusioni affrettate dal suo racconto fatto per allusioni, deve pur pensare che io conosco il mio campo, che sapevo perfettamente quando lei mi parlava che mi raccontava una minima parte di quello che le stava accadendo, debbo dire tuttavia che le mie ipotesi di diagnosi si sono rivelate fondate….”
“Ah, addirittura..” esclamai sorpreso.
“Ebbene sì, avvocato, lei sta soffrendo troppo in questo periodo in cui sembra che i suoi problemi siano cessati, almeno per quella che sembrava esserne la causa, per cui ritengo che le debba necessariamente consigliare una terapia adeguata…”
“E che cosa mi consiglierebbe?”
“Senz’altro un ricovero, con dei colloqui sinceri, in cui lei dia modo ai medici di aiutarla, perché se da una parte lei prova una certa ritrosia verso la psichiatria, d’altra parte io faccio lo psichiatra e quando vedo un caso di una certa gravità è mio dovere fare ogni tentativo per persuadere il paziente ad intraprendere i tentativi terapeutici più indicati per il suo caso!”
“E così lei mi direbbe che mi debbo ricoverare, è così dottor Strimpelli?”
“È così avvocato Renzulli!”
Rimasi interdetto, senza una parola, ogni eloquenza era perduta, ogni discorso se ne andava, rimasi anche deluso, mi aveva preso sottilmente con il suo discorsetto sulla nostra complicità, che bisognava che io mi facessi vedere da lui per salvare le apparenze e fare contenta e gabbata mia moglie, però ora scoprivo che lui mi aveva gabbato, che mi aveva osservato sempre con il suo occhio clinico e non era mai uscito da quella visione e ora, con quelle sue idee, io andavo incontro ad un ricovero in una clinica psichiatrica. Trovai il modo di salutarlo frettolosamente, sanza chiedergli quali sarebbero stati i tempi della sua cura, quando secondo lui sarebbe stato opportuno iniziarla e che cosa mi sarei dovuto aspettare.
Uscii dallo studio piuttosto stravolto, pensai al fatto che ero stato incoraggiato a tornare dal dottor Strimpelli da mia moglie e cominciai a chiedermi se non avesse orchestrato tutto perché era lei la vera psichiatra, era lei che forse aveva deciso qual era la patologia di cui io presumibilmente soffrivo e qual era la cura adatta. Ma quello che mi dava maggiormente fastidio nella situazione generale era l’inganno del dottore.
Comunque bisognava agire in fretta, altrimenti rischiavo un ricovero coatto. E rischiavo soprattutto il mio equilibrio psichico perché ora che ci ragionavo sopra mi rendevo conto che esso era diventato via via più labile e che tutto preso dalle mie ricerche ora avevo subito delle forti delusioni e non mi potevo permettere il lusso di abbandonare le mie ricerche per un ricovero che non si sapeva a che cosa dovesse servire. Insomma dentro di me si preparava un piano di fuga.



Capitolo 52 Fuga dalla psichiatria

E di fatto bastarono un paio di giorni perché mia moglie ritornasse sull’argomento dicendomi che aveva saputo della opportunità di un mio ricovero in una clinica dal dottor Strimpelli e che se ero d’accordo si poteva cominciare a pensarci. Io le risposi che volevo un piccolo spazio di riflessione, vidi che lei storceva la bocca ma dovette rispondermi che certo nessuno poteva obbligarmi ad affrettarmi, sebbene le mie condizioni di salute non permettessero di perdere del tempo prezioso. La rassicurai che le avrei dato la mia risposta in pochissimo tempo ma che avevo assolutamente bisogno di qualche giorno per organizzarmi. Certo prima di un ricovero c’era per me bisogno di essere tranquillo rispetto alle mie necessità di lavoro, c’era bisogno di essere sicuro di lasciare tutto ben coperto, che alle udienze ci fosse sicuramente qualcuno in mia vece, che se c’erano atti importanti qualcuno li presentasse da parte mia, insomma la mia risposta sulla necessità di un piccolo periodo di tempo per organizzarmi opportunamente nel migliore dei modi rispetto ai miei impegni di lavoro era legittima sotto ogni profilo e difficilmente criticabile.
Dopo due giorni sentii che mia moglie stava per tornare alla carica ma stavolta sarebbe stato difficile trovare altri spazi ed altri discorsi. Certo potevo oppormi al ricovero, ma forse c’era da aspettarsi anche eventualmente che organizzasse un ricovero coatto e rispetto a quello non avrei potuto veramente fare nulla.
E fu così che presi la decisione di uscire da quella situazione una volta per tutte. E che uscito di casa per il lavoro, salii sulla mia auto e mi diressi verso la capitale deciso a prendere un treno e a non tornare per un bel pezzo a casa, almeno finché il problema non si fosse stemperato. Avevo preso un poco di denaro in contanti, avevo la mia carta di credito e pensai bene di trasferire il denaro che avevo sul conto corrente in un altro solo a me noto per cui la prima cosa che feci fu di andare presso una filiale romana della mia banca di fiducia, mi presentai, dissi che stavo trasferendomi nella capitale e spostai il mio piccolo capitale, in modo che fosse interdetto a chiunque l’accesso.
Poi andai a trovare un mio collega, era in udienza e lo aspettai fino all’una, ora in cui rientrò nello studio, allora gli chiesi se potevamo andare insieme a fare colazione, perché mi sarei fermato a Roma per quel pomeriggio. Lui mi portò ad un ristorantino sull’Aurelia antica, dove lui era conosciuto e dove fummo trattati veramente molto bene, sia per la qualità dei cibi e per la cucina, sia per la signorilità e la prontezza con cui fummo serviti, sia per la giusta entità del conto.Uscimmo dal ristorante veramente soddisfatti ed il mio collega mi chiese dove poteva accompagnarmi, io gli dissi che avevo un dibattimento in Corte d’Appello per cui in un attimo mi portò a Piazzale Clodio dove mi salutò con grande cordialità perché aveva un appuntamento a studio. Mi infilai dentro gli edifici giudiziari, molto incerto sul da farsi, me ne andai nella sala degli avvocati, cominciai a cercare sull’elenco un Internet Point vicino, c’era lì un collega molto gentile che mi chiese di cosa avessi bisogno e mi disse che ce n’era uno a poche centinaia di metri, dandomi un’indicazione talmente precisa che dopo cinque minuti ero dentro il locale, chiesi se c’era una postazione libera, erano tutte libere, per cui mi misi dietro ad un paravento alle prese con un computer portatile molto efficiente e potei andare a cercare nella mia posta elettronica. C’erano due nuove segnalazioni dalle agenzie investigative, una ancora dall’India, un’altra dal Nepal.
Pensai che India e Nepal sono abbastanza vicini tra loro e che forse stavolta le segnalazioni erano abbastanza credibili. Mi misi in contatto con l’agenzia che lo segnalava in India e ripeteva che era al seguito di un santone indiano e lo seguiva in un percorso lungo il fiume sacro, il Gange. Contattai l’altra agenzia che mi riferiva che la persona cercata era stata fermata durante un controllo di polizia.
In effetti le due segnalazioni si addicevano abbastanza a quel signore che ora mi ero messo a cercare disperatamente. Ma perché questa ricerca, perché questa improvvisa sensazione di mancanza, come se mi venisse meno la terra sotto i piedi, perché il bisogno avvertito fortemente di ritrovarlo? Forse perché mi stavo così immedesimando nello scambio dei ruoli che avevo fantasticato che alla fine mi era rimasto dentro un grande desiderio di attuarlo; oppure perché aveva sconvolto a tal punto l’andare tranquillo della mia vita confondendomi sulla mia vera identità; o forse perché aveva travolto in un colpo solo tutta la mia vita e ne aveva determinato la rivoluzione, io ora non sapevo più chi ero, dove andavo, che cosa avrei fatto. Ma tutto questo io lo riportavo al senso di leggerezza o meglio di mancanza di peso che aveva assunto la mia immagine allo specchio da quando lui si era dileguato. Per me era questa la difficoltà maggiore, ad un certo punto non mi sentivo sicuro quando mi guardavo allo specchio e soprattutto sentivo che mi mancava qualcosa. E per scoprirlo mi ero messo in quella ricerca pazza. Ora mi rendevo conto che non potevo facilmente tornare indietro, c’era mia moglie che era molto preoccupata per le mie condizioni psichiche e mi voleva far ricoverare, c’era quel benedetto psichiatra che aveva preso a tormentarmi con le sue diagnosi pazzesche, peraltro io avevo pensato di averlo in un certo senso ingannato e poi mi ero reso conto che lui aveva guardato oltre e che vedeva anche lui in me una grave patologia che necessitava di un urgente ricovero, cosa che io non potevo in alcun modo accettare.
Ed ora avevo deciso di andarmene alla ricerca.



Capitolo 53 Pensieri di viaggio

Cominciai a pensare al viaggio.
Nel senso che ora si doveva decidere su tutto, ora dovevo trovarlo quel benedetto signore, per ritrovare finalmente la pienezza della mia vita e non sentirmi più sperduto, il viaggio diventava la necessità, dovevo muovere tutto il mondo, metterlo sottosopra, ma soprattutto avevo bisogno del viaggio, forse in esso avrei trovato le ragioni della mia inquietudine e forse avrei scoperto nuovi orizzonti.
Il viaggio come soluzione per ogni cosa, per tutti i problemi.
Però. Se era il viaggio quello che cercavo, potevo tranquillamente trovare in esso tutte le soluzioni ai miei problemi e non c’era poi tutto il bisogno di trovarlo, quel benedetto signore, in fondo avrei visto paesi diversi, avrei incontrato persone che non parlavano la mia lingua, avrei dovuto certamente esprimermi in inglese, e questo forse sarebbe stato sufficiente, tutte queste novità messe insieme, a mettermi in un’altra posizione, ad uscire dalla fissazione della ricerca che mi aveva preso di brutto.
Sì, viaggiare, e togliersi di dosso tutte le paure ed affrontare nuove avventure, sì viaggiare, e scrollarsi le briciole rimaste della propria persona e finalmente cambiare, cambiare del tutto e trasformarsi in definitiva!
Ma come potevo pensare queste cose?
Ci ripensavo e ridevo di me stesso, come se un semplice viaggio mi potesse cambiare a tal punto da modificare le mie inveterate abitudini, i miei vizi, i miei difetti, le mie patologie strane, il mio carattere.
Certo potevo cambiare in qualche modo, ma non potevo pensare di cambiare solamente perché mi ero deciso al viaggio
Il pensiero del viaggio però mi prese totalmente.
Andai subito presso un’agenzia di viaggi e cominciai a pensare ad un viaggio in India, poi dissi che mi volevo spingere nel Nepal, c’era una ragazza sorridente che mi diceva mille cose, che sembrava che conoscesse abbastanza sia dell’India che del Nepal, chiesi se c’era stata, lei mi rispose magari e che le notizie le leggeva al computer ed aveva una particolare abilità di combinare quello che leggeva con le sue parole, perché quello era il suo lavoro, rendere affascinante il viaggio e descriverlo un pochino romanzato, io le chiesi se sarei poi rimasto deluso quando il romanzo poi non si sarebbe svolto secondo le aspettative, lei mi disse che era sicura di no, che io avevo bisogno del viaggio e che avrei scritto in esso il mio romanzo.
Le risposi che non mi aspettavo qualcosa del genere, al massimo poi avrei potuto scrivere una commedia molto breve. E mi misi a chiacchierare sul romanzo e sulla commedia, due diversi modi di toccare la letteratura. Nel romanzo la prosa che cerca di narrare e di coinvolgere e di colpire l’immaginazione ma soprattutto di tenere desta l’attenzione del lettore e di portarlo continuamente su nuovi scenari, in modo che non abbandoni la lettura e non ci lasci dalle prime pagine; la commedia invece è teatro, si affida agli attori, certo c’è il testo letterario, però i personaggi sono impersonati dagli attori e poi c’è il pubblico che li guarda li approva o li fischia, c’è l’attore o l’attrice con la recitazione e gli spettatori, tutti insieme a dare un’interpretazione al testo ed alla commedia.
La ragazza disse che io non le sembravo un commediografo, piuttosto un romanziere, e sorrideva. Io le risposi che ero un povero avvocato di provincia che non aveva mai provato a scrivere e che forse era ora di cominciare, e forse il viaggio sarebbe stata l’occasione.
La ragazza mi guardò con un interesse maggiore e mi chiese: “Ma lei va cercando qualche cosa di preciso?”
Rimasi stupito, forse un poco perplesso, era una domanda difficile, che cosa stavo cercando veramente, e che cosa di preciso.
Era quella famosa domanda dalle cento pistole di cui si parla in tanti film western e non si capisce a che cosa si riferisca con il riferimento alle pistole.
Ci pensai un poco, poi risposi: “Cerco me stesso” ed era vero, finalmente avevo capito che cosa andavo cercando disperatamente, era la ricerca di me stesso che mi aveva incanalato alla disperata ricerca di quel signore, ora però che stavo per decidermi a partire per mettermi sulle sue tracce avevo capito che la mia ricerca era indirizzata più verso me stesso, più verso la ricerca di una soluzione ai miei problemi esistenziali, più ad una svolta decisa per evitare di cadere nelle mie paure di vivere.
Cercavo me stesso. E mi accingevo a partire alla ricerca di tracce di quel fantomatico signore.
La ragazza mi lasciò molti depliants, mi incoraggiò a fare quel viaggio, io ancora non avevo deciso ed uscii ripromettendomi che sarei tornato senza dubbio e che avrei cercato anche altri consigli, su eventuali viaggi organizzati, sugli alberghi, sui ristoranti, sulle precauzioni da tenere, insomma, promisi che sarei tornato.
Quando mi ritrovai solo fuori dell’agenzia turistica mi sentii svuotato, non capii perché avevo rinviato, basta dovevo partire, ormai avevo deciso che questa era l’unica cosa da fare e dovevo farlo, e non mi servivano le scuse che dovevo ancora riflettere, che dovevo comunque prendere le precauzioni necessarie per i viaggi internazionali, che dovevo fare le vaccinazioni necessarie, che dovevo sapere a che cosa andavo incontro soprattutto per il cibo e per l’acqua, tutto questo mi sembrava tutta una scusa per rinviare e basta.
Comunque c’era anche il discorso economico, un viaggio così mi sarebbe costato comunque una certa cifra, in qualunque modo l’avessi organizzato c’erano i costi delle tariffe aeree, poi c’erano i costi dei pernottamenti, dei pasti. C’era un grosso vantaggio, che il cambio era estremamente favorevole, sia in India che in Nepal, per cui non sarebbe stato troppo dispendioso, E poi c’erano anche le compagnie aeree low-cost per cui si poteva trovare un’occasione di un viaggio molto economico. Certo bisognava vedere se l’agenzia turistica ti parlava di queste cose, e di questo dubitavo fortemente, convinto che le agenzie turistiche fossero in grado solamente di cercare di spremere il turista sotto tutti i punti di vista.
I pensieri del viaggio ormai si erano impadroniti di me e mi portavano verso tutta una serie di riflessioni, ma indubbiamente verso la scelta del viaggio, che dentro di me ormai si era già fatta ampiamente strada.
Quello che in qualche modo mi lasciava ancora appena dubbioso era la paura di ricevere una grossa delusione, cosa che avevo messo in conto quando avevo cominciato a pensare al viaggio ma che adesso non mi riusciva in nessun modo di tollerare. Poteva succedere che il viaggio non raggiungesse i suoi scopi, che non trovassi riscontro alle tracce che sembravano esservi di quel signore, che trovassi altre difficoltà, per cui mi poteva anche succedere di dovermene tornare senza alcun frutto; e la cosa non mi piaceva per niente pensarla anche se non potevo escluderla in alcun modo. Alla fine bisognava avere fiducia quando si cominciava un’avventura del tutto nuova, era inutile lasciarsi andare ai pessimismi o alle previsioni dei fallimenti, tanto se doveva essere così, non ci si poteva fare molto; invece bisognava pensare ai risultati positivi, alle possibilità finalmente di trovare un riscontro a ciò che andavo cercando.
La domanda della ragazza dell’agenzia turistica però mi aveva sorpreso ed insieme mi aveva lasciato perplesso.
Io avevo risposto in modo un pochino teatrale, che andavo cercando me stesso ed in fondo era vero, ma c’era bisogno di questo viaggio e di tante peripezie alla ricerca di quel signore per cercare me stesso?
La domanda era questa, che cosa avrei trovato se l’avessi trovato veramente alla fine? E come sarebbe andata a finire se non lo avessi trovato in alcun modo? E queste erano due domande che mi lasciavano abbastanza di sasso. E hai voglia a dire di essere ottimisti, che bisogna cercare una soluzione e che la possiamo sempre trovare, la risposta a questi interrogativi mi lasciava sospeso nel dubbio.
E poi la sicurezza della ragazza che io avrei scritto il mio romanzo, questa era un’altra cosa che pesava sulla mia decisione. Il fatto che una simpatica ragazza, anche se per motivi del suo lavoro, aveva accostato il mio progetto di viaggio ad un componimento letterario lì per lì mi aveva stimolato una riflessione e un tentativo di sfoggio di erudizione su romanzo e commedia, ma ora a freddo mi pungolava e mi stuzzicava e mi affliggeva e mi torturava, insomma questo paragone del viaggio con il romanzo mi dava da pensare anche sul fatto che comunque, anche se non avessi scritto un rigo di quel viaggio, esso sarebbe comunque rimasto nella storia della mia vita ed avrebbe inciso notevolmente su di essa fino a scrivere da solo le pagine di un componimento letterario.



Capitolo 54 Viaggiare

Circa un mese dopo il mio viaggio si stava concludendo con nessun risultato rispetto alla mia ricerca. Ero in Nepal a Katmandu, la capitale, dopo avere peregrinato per circa un mese nelle più grandi città indiane. E mi ero trovato sempre nella situazione di chi cerca un ago in un pagliaio. Senza sapere nemmeno da dove cominciare, da chi interpellare, come cercare notizie. Diciamo che tutto si era svolto in maniera molto approssimativa, dilettantesca e senza alcuna organizzazione da parte mia, cercavo un poco in giro, fiutavo un poco le città, dopo un poco mi annoiavo e andavo da un’altra parte, sempre servendomi del treno, l’India ha una rete ferroviaria capillare e funzionante, viaggiare in treno è abbastanza confortevole e ci sono vagoni di prima classe in cui ti senti abbastanza a tuo agio.
Di fatto ero arrivato con l’idea di cercare nel luogo dove era stato avvistato quel signore, almeno secondo le ricerche, ma poi mi ero perduto in una serie di ricerche senza senso nelle grandi città. Ed avevo girato come uno scriteriato, mischiandomi al traffico delle grandi città indiane, rendendomi presto conto che giravo insieme a milioni e milioni di persone che cercavano qualcosa per le strade, la quantità era impressionante, il traffico delle autovetture era ordinato. Ma che cosa speravo dentro di me? In pratica speravo di imbattermi in quel signore, speravo di incontrarlo casualmente.
Avevo incontrato invece spesso alcuni italiani, che andavano in questa od in quella città, sempre in cerca di qualcosa di misterioso, ma avevo capito che erano a volte delle persone che avevano un punto di riferimento religioso in India, altre volte si trattava di commercianti o di imprenditori che cercavano delle possibilità di lavoro.
Nel caos delle città poi c’era sempre la singolarità dell’andirivieni di uomini macchine riksciò il tutto insieme a delle vacche sacre che gironzolavano tranquillamente come fossero le padrone vere delle città, di fatto gli automobilisti di fermavano e le evitavano con cura, anche i pedoni le rispettavano al massimo e c’era qualcuno che portava loro qualche cosa da mangiare. E così in queste grandi città moderne c’era un tocco animale e c’era il rispetto per l’animale sacro. Ero arrivato a Bombay, di lì dopo un paio di giorni nella vicina Poona, poi in treno a New Delhy, poi a Bophal. Qui mi aveva spinto anche la curiosità per una grande tragedia che ricordavo di una nube tossica che si era sprigionata anni addietro da uno stabilimento chimico. Poi a Bangalore nel sud della penisola, chissà cosa mi aveva spinto, forse la fama della città, forse il fatto che è uno dei poli industriali della nuova economia indiana, ma soprattutto l’idea che forse proprio lì avrei potuto trovare chi cercavo, anche perché ormai non sapevo proprio dove cercare e mi lasciavo portare dallla fantasia. Dopo quattro giorni mi stancai di Bangalore e presi un treno per Calcutta. Dopo un viaggio di 36 ore arrivo a Calcutta, mi sento assalire dalla città, è un assalto di persone che girano in cerca di fortuna, Calcutta è veramente una metropoli a sé, ti rendi conto che le persone cercano in ogni modo di sopravvivere e che è un miscuglio di tutto, oriente con occidente terra e mare ma soprattutto di macchine autobus tram ricksciò biciclette pedoni a fiumi e un suono continuo di clacson e rincorrersi di grida, ti sembra di stare insieme in una megalopoli ed anche in un paese intero o anche in una regione a sé, tutti che parlano, tutti che gridano, tutti che vogliono vendere qualche cosa, mi rendo conto che sono lontano mille miglia dalla provincia italiana. E così dopo qualche giorno mi avventuro in un viaggio nel Nepal ed eccomi a Katmandu.
Il Nepal è un paese montuoso, vive ai margini dell’India del Bangladesh ed è vicino a Tibet. Si vedono da Katmandu le catene dell’Himalaia. Ho trovato alloggio in un piccolo albergo.
Ci sono dei tumulti nel vicino Tibet, io sono un poco preoccupato della situazione generale e sto pensando al mio ritorno.
Ed ecco che stamattina due poliziotti arrivano in albergo e mi cercano, io scendo tranquillamente, loro parlano correttamente in inglese e mi chiedono di seguirli al Commissariato.
Fuori c’è un’autovettura della polizia, io entro tranquillamente.
E così in un commissariato nepalese, dove si verifica che io sono ricercato dalla polizia per traffico di stupefacenti, io mi difendo dicendo che non sono io la persona che loro cercano, loro mi fanno vedere una foto ed io riconosco il mio sosia, così finalmente l’ho trovato, o meglio lui ancora no, ma so che la polizia lo cerca, di fatto la polizia non ne vuole sapere di sosia o di somiglianze, chiedo di poter parlare con il console italiano, mi dicono che è inutile, che hanno prove schiaccianti della mia colpevolezza, io mi difendo disperatamente dicendo che sono un turista, mi chiedono le ragioni del mio viaggio, dico che sto cercando il mio sosia, perché, non so rispondere, chiedo di poter parlare con un avvocato, mi dicono, che intanto non se ne parla prima dell’interrogatorio. E mi schiaffano in una cella due metri per due, non si respira, io cerco di tenermi su camminando continuamente, intanto penso che avrei bisogno di parlare con un avvocato, ma chissà a Katmandù se ci sarà un avvocato che possa difendermi, ora che parlano di prove schiaccianti, ho sentito dire che era da tempo che mi davano la caccia, insomma mi sono andato a cacciare nella tana del lupo senza nemmeno accorgermene. E continuo a camminare e penso alle mie disgrazie e maledico il giorno in cui mi sono imbattuto in quel signore, insomma nel mio sosia che ora è diventato nuovamente la fonte di tutte le mie sciagure. Penso di scrivere due righe a mia moglie, chissà se mi starà cercando, in fondo solamente lei mi potrebbe aiutare, e ripenso all’Agnese, che sarebbe senza dubbio alcuno in grado di trovare le prove della mia innocenza.
I miei passi mi portano continuamente verso il muro, la cella è stretta, i miei pensieri mi riportano al muro, ora sono in prigione e non credo che sarà facile per me uscirne. E non ho idea di quale sarebbe la pena che mi aspetta. So però che l’accusa è molto grave e che da queste parti non si scherza con gli stupefacenti.
Mi ritorna in mente come era cominciato il viaggio. All’agenzia turistica. Mi ricordo il colloquio con la ragazza dell’agenzia, le mie disquisizioni sulla poesia e sul romanzo e la sua osservazione che nel viaggio io avrei scritto il mio romanzo.
Purtroppo non è solamente il mio romanzo. È tornata di prepotenza la figura del sosia che è almeno altrettanto protagonista della storia. E forse per questo che mi sono impazzito per cercarlo, e poi alla fine mi sono cacciato nei guai e sempre per causa sua. Il fatto che qui non ne vogliono proprio sapere di sosia e di persone che si somigliano, inutilmente ho chiesto la verifica delle impronte digitali, di fatto non le hanno quelle del sosia per cui per loro è del tutto indifferente. E poi io cerco di parlare in inglese, ma mi rendo conto che qui parlano la loro lingua e usano strettamente l’inglese, io non capisco un’acca del nepalese e loro se ne fregano completamente.
Ripenso a Kafka, al processo da lui raccontato, intravedo una situazione simile, un oltraggio vero e proprio perpetrato contro la giustizia e fatto apposta, forse sarà bene scrivere qualche cosa, interessare la stampa occidentale, forse sarà bene chiamare di corsa mia moglie e Agnese in mio soccorso, loro troverebbero il modo di aiutarmi, di far interessare l’ambasciata ed il consolato. Per cui dopo aver sbattuto diverse volte la testa contro il muro mi decido a chiedere della carta da scrivere e dico che voglio scrivere una lettera, mi avvisano che la leggeranno, io dico che non importa, alla fine ottengo carta, penna e calamaio, sì, proprio il calamaio, siamo tornati a tanti anni indietro, mi avvisano che se sporcherò nessuno pulirà, sento che mi lasciano fare perché sono sicuri del fatto loro e che mi minacciano di continuo anche sulle piccole cose perché così aumenta il loro potere su di me.
Comincio a scrivere una lettera a mia moglie, le chiedo perdono per essermene andato così, le racconto di essere nei guai con la polizia nel Nepal, le ricordo le mie disavventure e le dico che nuovamente sono stato scambiato per quella persona che mi aveva rovinato la vita in Italia, le chiedo disperatamente aiuto, soccorso, le chiedo di interessare l’ambasciata italiana e di prendere personalmente contatto con il consolato, e soprattutto di rivolgersi alla polizia italiana per avere prove della mia innocenza e della sostituzione di persona avvenuta in Italia per potermi difendere. La rileggo, mi rendo conto che i toni non sono disperati come dovrebbero per poter ottenere forse qualche risultato ed allora calco sulle parole, mi lamento della mia sventura più che posso, poi la rileggo e mi rendo conto che adesso è troppo piangente, mi sembra di non riuscire a comunicare, in effetti le dovrei spiegare che cosa ci stavo facendo nel Nepal, dopo essere scomparso misteriosamente senza lasciare la minima traccia o forse chissà, non so se lei abbia messo qualcuno alla mia ricerca, di fatto questa lettera è il primo contatto dopo la mia sparizione, chissà peraltro se la lasceranno passare.
Mi prende un dubbio sulla lettera a mia moglie, comincio a scrivere una lettera accorata all’Agnese, lei mi tirerà fuori dai guai, ne sono convinto, lei è una ragazza veramente a modo e capirà tutto, lei soprattutto si muoverà senza indugio in mio soccorso. La lettera è abbastanza concisa, racconta l’indispensabile, richiede gli interventi che vedo subito necessari, e poi alla fine le chiedo di prendere contatti con mia moglie e di darle mie notizie. In fondo non ho perdonato a mia moglie le sue persecuzioni psichiatriche, che alla fine hanno inciso notevolmente sulla mia dipartita.



Capitolo 55 Scritti

Sono circa dieci giorni che ho consegnato la mia lettera per l’Agnese, sarà arrivata, penso, chissà che cosa si sta muovendo, però i miei carcerieri non mi danno nessuna notizia, ho chiesto di poter parlare con un avvocato, mi hanno detto che doveva decidere un funzionario che dovrebbe esse il loro pubblico ministero, però chissà quando si decide, io intanto confido nell’Agnese e nella lettera.
Mi chiamano. Mi introducono nella stanza del funzionario, vedo che ha in mano la mia lettera ed in inglese comincia a commentarla, io divento rosso rosso in viso, è l’ira che si impadronisce di me, la lettera sta lì, io pensavo che fosse arrivata in Italia e che l’Agnese stesse facendo i suoi passi, il funzionario mi guarda con fare sonnolento poi mi chiede che cosa speravo da quella lettera, io rispondo che mi aspettavo un piccolo interessamento al mio caso, lui mi risponde che se ne stanno già interessando molto e che non c’è bisogno che cerchi delle situazioni inverosimili, usa questo termine, situazioni inverosimili.
Io mi metterei volentieri a discutere sul verosimile e sull’inverosimile, ma lui taglia corto e mi chiede da quanto tempo traffico in stupefacenti, io gli rispondo che non l’ho mai fatto, e lui sorride e dice che tutti si proclamano innocenti, ma che sarebbe bene per me collaborare, perché ci potrà essere uno sconto di pena, altrimenti vado incontro alle misure più severe e mi fa un cenno colla mano sulla gola e capisco che per questo reato è prevista anche la pena di morte, qui nel Nepal. Tutto si gioca ora sulla mia collaborazione o meno. Ma come faccio a collaborare e a raccontare qualche cosa che non ho mai commesso? Lui sorride ed insiste sul fatto che tutti si proclamano inizialmente innocenti, ma poi alla fine per la paura di perdere la vita tutti collaborano con le autorità. Questo funzionario mi ricorda gli incubi che avevo con lo psichiatra immaginario. In fondo gli somiglia un pochino. Solo che lui sta giocando con la mia vita e lo fa veramente, che io sono in un carcere e che rischio gravi conseguenze per reati che non ho mai commesso.
Mi rendo conto di non avere molte energie a disposizione, mi sento debole debole, non mi reggo in piedi e divento pallido, e comincio a sudare freddo, il funzionario mi guarda e mi chiede se le mie colpe ora mi stanno facendo paura, poi mi dice che debbo solamente collaborare, altrimenti le conseguenze saranno sempre meno pietose nei miei confronti.
Lo guardo, non capisco più nulla, gli chiedo se è possibile che me ne torni nella mia cella, non mi sento molto bene lui acconsente ma dice che mi vuole assolutamente sentire e che vuole che io gli racconti tutto.
Una guardia mi riaccompagna nella mia cella.
Penso che la situazione si sta facendo veramente disperata e che non ho molte scelte, alla fine guardo con curiosità la carta, la penna ed il calamaio, certo non è detto che mi debba esprimere oralmente, scriverò la mia storia, scriverò tutto dal principio, dovessi fare un romanzo, questo è il mio romanzo.
E mi metto a scrivere.

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