T R A N U V O L E D I F U M O
di Maurizio Cannavò
P A R T E P R I M A
Capitolo primo
Gaia si alza.
Ormai è più di un'ora che è sveglia e non può ancora starsene a friggere nel letto.
I pensieri del dormiveglia si sono sfogati, i ricordi del sogno si sono affievoliti e sono svaniti.
Si affaccia al balconcino della cucina.
È mattino presto di una giornata festiva, di una bella domenica di metà novembre. La città sta ancora rintanata sotto le coperte. Le finestre hanno tutte ancora le persiane chiuse, la notte cerchiamo di prolungarla, anche se forse molti si agitano nervosi e ci si avvicina sbadigliando a questo dì di festa.
I piccioni invece hanno cominciato da un bel po' a svolazzare dai tetti ai cortili. D'estate e d'inverno, di primavera e d’autunno i piccioni sono sempre in perfette condizioni e seguono con grande entusiasmo (almeno così sembra a Gaia) le vicende della città. Cominciano all'alba e non la smettono nemmeno quando il sole è tramontato, perché hanno capito che si può vivere e svolazzare anche con le luci artificiali, alle quali si sono adattati a meraviglia, ne conoscono gli orari e sanno sfruttarle con abilità, sanno che la sera i cittadini per bene sbattono le tovaglie e fanno cadere le briciole nei cortili, sanno che ad una certa ora i bidoni sono pieni e ci sono tanti che devono lasciare il loro fardello fuori dei cassonetti, e su questo ci contano, loro come i gatti che hanno imparato a sincronizzarsi con le nostre abitudini, sanno esaminarle nel tempo e nello spazio, le memorizzano e poi riescono ad adattarvi le loro esigenze di vita.
Gaia guarda il cielo.
É nuvolo, forse pioverà, c'è un po' di vento.
Passano gli storni. Volteggiano seguendo geometrie imprevedibili nel cielo, volano in gruppo con il piacere di tracciare insieme dei grandi e misteriosi semicerchi che poi si intrecciano e cambiano direzione all'improvviso, Gaia guarda affascinata, chissà se gli storni hanno il senso o la nozione dello spettacolo, sono degli acrobati, dei funamboli che lavorano in grandi gruppi, chissà chi sarà l'organizzatore delle loro esibizioni.
Gli ultimi storni sono un po' come i ciclisti ritardatari, si affannano per non perdere contatto con il plotone, ma si vede che arrancano, il loro spettacolo è un po' frettoloso e non dà una bella impressione, debbono fare in fretta e non si esprimono con naturalezza, arrancano.
Si apre una persiana e Gaia vede un signore piuttosto robusto uscire stiracchiandosi e sbadigliando.
I loro sguardi si incrociano ma nello stesso tempo si evitano simultaneamente.
Tutti e due insieme recitano la parte di far finta di non guardarsi. E invece non fanno altro che cercarsi, con ogni coda dell'occhio. Gaia si volta ma guarda attraverso i riflessi dei vetri. L'uomo si gira, ma cerca di sbirciare.
Gaia si rallegra in cuor suo di aver incrociato per prima la presenza di un uomo, si vede che è un brav'uomo, e lei sente dentro di sé che la giornata è propizia.
Rientra di buon umore in casa.
Accende la radio.
La stazione preferita, su cui rimane le sua radiolina, sta trasmettendo una canzone melodica, poi una pubblicità, che interrompe la melodia e il canto e lancia uno spot.
Mentre Gaia comincia a preparare il caffè, il bollettino meteorologico annuncia temporali al Nord e sull'Appennino, le temperature sono in diminuzione, i mari saranno agitati.
Le piante si agitano, un po' di vento le smuove, i fiori rossi dei gerani tremulano, i palmizi si alzano e si abbassano, le tuie nel loro moto mostrano i capelli marroni dell'autunno.
Il giornale radio si allunga con i titoli, poi le notizie date in fretta, il processo ad un uomo politico che si è concluso con la sua assoluzione e adesso ci sono polemiche sull'inchiesta, un piccolo inciso sui difficili rapporti tra politica e giustizia, poi le parole del Papa sull'importanza dei simboli religiosi, una carrellata sugli avvenimenti sportivi tra cui un'importante partita tra Juventus e Milan e di nuovo uno sguardo al tempo, la pubblicità.
Gaia si sofferma sulla notizia sui simboli religiosi, pensa alla polemica che si è accesa sulla presenza dei crocefissi nelle scuole, i simboli della religione che stanno nelle scuole laiche, il crocefisso che le è rimasto impresso è il crocefisso della chiesa dove è andata l'altro giorno, un grande crocefisso di legno, lei non ne ha paura, nemmeno che le faccia impressione di sofferenza, ci parla, per lei è semplice, chiede qualcosa senza molta convinzione. Non chiede soldi, non chiede fortuna, chiede di avere un poco di ascolto.
Non prende molto sul serio questa polemica che sta montando sui simboli, lei trova semplice questo suo parlare con quel crocefisso, gli racconta le sue storie, si sfoga, lo può guardare senza paura di essere giudicata, ci può fissare lo sguardo per quanto ne ha voglia, sa di essere ricambiata con tranquillità, non deve far finta di non guardare, vive dei momenti di tranquillità.
Squilla il cellulare di Gaia, sul display lei vede il numero della sorella, aspetta un paio di squilli per rispondere, dall'altra parte c'è Fulvia, la sorella più grande, la chiama da Milano dove vive con la sua famiglia, chissà perché preferisce queste ore mattutine del dì di festa, comunque ero sveglia, che tempo fa, piove, qui è nuvolo e minaccia di piovere, che fate oggi, oh andate a vedere la partita di volley, ma io non so, forse resto a casa a riposarmi, forse uscirò stasera, mi deve venire una buona idea, fattela venire fa Fulvia e gli dice che cosa ha in programma per il pranzo, gnocchi di patate , e allora Gaia si mette a parlare dei problemi che gli dà il frullatore con le patate che si appiccicano da tutte le parti, sono le patate di oggi dice Fulvia, devono avere qualcosa di diverso. Le patate sono diverse pensa tra sé Gaia e guarda fuori dalla finestra e vede le piante che si agitano per il vento più forte e saluta la sorella dicendo che deve andare a chiudere le finestre che c'è una corrente indiavolata.
Il vento si calma.
Gaia si infila sotto la doccia, lava anche i capelli, l'acqua è troppo calda, il miscelatore non funziona troppo bene, bisognerà chiamare l'idraulico, Leopoldo ha detto che l'avrebbe guardato quando aveva tempo ma il tempo passa e ancora non gli ha dato la sua famosa occhiata, e poi Leopoldo che cosa ne può capire di miscelatori, lui fa il rappresentante, chissà perché dovrebbe capirne.
Tutto sommato a Gaia non dispiace l'acqua abbastanza calda, piuttosto calda, insomma è quasi un bagno turco solo che è una doccia e ti dà delle sensazioni forti. A momenti scotta veramente troppo e allora deve chiudere l'acqua.
Quando comincia ad asciugarsi, sente il piacere del corpo riscaldato e le piace strofinarsi l'asciugamano sulle cosce e soprattutto le dà piacere asciugarsi le spalle; qui il metodo è personalissimo, è un abbraccio tra un corpo caldo e un asciugatoio, un abbraccio intenso, forte forte.
Si sente tonificata, asciuga i capelli, neri un poco ricci, ha un taglio che adorna come una corona la sua testa e la allarga un pochino, sarebbe troppo allungata senza quei capelli, e ci sono voluti anni e anni per capire qual era il taglio giusto, da ragazza li aveva fatti allungare, ma era un po' diversa fisicamente, poi col finire della crescita lei si era allungata e affinata, e il tipo fisico si era come allungato e stirato verso l'alto, e il viso aveva questa tendenza, con un ovale allungato e una fronte alta sotto la quale si allargano i suoi occhi verdi, tonalità sul chiaro, che illuminano il volto come due luci e insieme danno al volto l'espressione, anche per la loro inclinazione leggera che atteggia l'animo al sorriso, sono leggermente in piega verso l'alto, dal centro, e influiscono sull'espressione in generale, l'occhio è lo specchio dell'anima, ma ciò non vuol dire che dà sempre un'immagine riflessa precisa, diciamo che specchio dell'anima in generale sarebbe più preciso, perché i momenti particolari spesso non li riflette.
E in questo momento non si può dire che Gaia sia serena.
Da qualche mese ha perduto la sua prima gravidanza, era al quinto mese, è stato un colpo duro, come se il suo ventre sia stato colpito da un pugno gigantesco che poi non si sia ritirato indietro e stia ancora lì, da sotto la bocca dello stomaco al fegato alla milza, lei è rimasta stordita dal colpo e ne sente ancora la violenza, il medico le ha detto di stare tranquilla, le ci sarebbe voluto poco per riprendersi, il medico non è una donna, non capisce l'uragano che ha colpito la casa della mamma che si stava preparando in lei, non può capire a fondo ciò che lui riesce ad interpretare in relazione alle variazioni ematiche, alla pressione, ecc.. Il tono dell'umore per esempio per lui è un dato che ha un rilievo scientifico, per lei influisce sulla sensazione del pugno nel ventre.
Certo si sta riprendendo, sta uscendo da quello che si potrebbe, in gergo pugilistico, definire un k.o., il paragone può sembrare stupido e senza senso, Gaia non è un pugile e non stava disputando alcun incontro e non c'era un pubblico che si scaldava per la violenza, solo che un pugno gigantesco l'ha colpita e le è rimasto attorcigliato tra le viscere.
Leopoldo è andato via presto, lui è socio consigliere del Club Alpino, quasi ogni domenica escono per delle camminate, loro dicono che fanno trekking, Gaia sa che il camminare finisce con la mattinata, poi tornano alle macchine e quasi sempre vanno a finire in un piccolo ristorante in cui si riprendono dalla fatica e si danno ai piaceri della tavola. Anche lei sarebbe dovuta andare, ma non se la sente, prima ci andava, da quando è successo il fatto non se la sente, si affatica nel camminare ed anche la compagnia non le fa piacere.
Sa che quell'allegria è spontanea, non artefatta, che è abbastanza genuina. É lei che ora non se la sente. É ancora intontita.
É quasi mezzogiorno, il telefono. Leopoldo.
Hanno finito con la scarpinata, stanno alle macchine, andranno al ristorante, come va lì, tutto bene, torniamo subito dopo pranzo, non preoccuparti, io mi metto a leggere.
Capitolo secondo
Si prepara un panino e si butta sul divano.
Prende gli occhiali e il libro che sta leggendo, La Ciociara, di Alberto Moravia. Sta all'inizio e le piace la narrazione in prima persona femminile. Ha visto il film, ma subito dalle prime righe ha capito che il libro è un altro discorso, quell'indugiare sulla protagonista, sui suoi desideri, sulla sua persona.
Gaia pensa quanto sia difficile per un uomo descrivere un personaggio femminile. Anche se Moravia è un grande scrittore, è lui il creatore di Cesira, è lui che le da quel piglio da lottatrice, è lui che la mette in quella posizione di lotta con il mondo e con il marito. Insomma Cesira è il personaggio che serviva a Moravia e lui se lo è costruito apposta.
Gaia arriva alle considerazioni di Cesira sul sesso e pensa alla violenza nel sesso, e rilegge con attenzione, si accorge che lo scrittore vuole indirizzarsi su questo aspetto, e che forse è una sua sensazione che vuole trasmettere, questo bisogno di dolcezza e trovare dall'altra parte violenza, modo violento.
Chissà come fanno a chiudersi in un castello di modi violenti, pensa Gaia, e spera che a lei non tocchi mai di essere costretta tra quelle mura, lei ha avuto altre esperienze, per lei è stata una scoperta progressiva, sempre comunque accompagnata da gioia e tenerezza, non ha mai dovuto subire prepotenze, ha cercato e trovato il piacere, e si ferma un attimo perché sente fitto il colpo al ventre.
Il piacere e ora il dolore, il figlio non c'era ancora ma lei era pronta quasi completamente come madre, poi quel colpo che glielo ha portato via all'improvviso, da un momento all'altro è dovuta tornare indietro di corsa ma non ha dovuto correre quei cinque mesi è come se la corsa all'indietro si fosse prolungata per anni e anni, è tornata quando era bambina, quando ancora nulla le parlava di sessualità e di femminilità, è tornata indietro a cercare il mistero della regola misteriosa, e ha dovuto ripercorrere il significato di quella regola.
Gaia ricorda con un po' di rimpianto la prima volta che la regola la scombussolò tutta e i grandi interrogativi, in parte risolti dalle spiegazioni che aveva già avuto, sì, le avevano spiegato bene tutto i genitori, anche suo padre era stato bravissimo, ma lei si era ritrovata di colpo in un altro mondo, era una grande sorpresa e insieme un grande senso di smarrimento e c'era il dramma ugualmente, che cosa sarebbe stato da allora, e perché doveva arrivare quel sangue che faceva impressione e dava a tutto un senso diverso.
Poi Gaia ritorna alla riflessione sul crocefisso, quella della mattina, il crocefisso e la sua religiosità si infilano nella sua riflessione sulla sessualità e ricorda le parole accorate che ha rivolto qualche giorno prima, sentiva di doversi confidare con lui, aveva bisogno di mettere in chiaro tutti i suoi dubbi, era piena di sensazioni di colpevolezza, di essersi trascurata e di aver trascurato i suoi doveri e sentiva la forza della punizione della sua colpa, aveva quel dolore intorcinato al ventre che non la mollava ed ora ricorda quel colloquio, lei si rivolgeva con tono confidenziale e chiedeva di tornarsene nella sua tranquillità di prima ma aveva la sensazione di averla perduta per sempre perché è inutile non potrà tornare indietro a quell'attesa gioiosa fatta di nuove sensazioni in cui ti controllavi e sentivi crescere dentro di te la vita e sentivi qualcosa anche se non tirava calci c'era lui o lei e si faceva vivo reclamava sempre la sua parte di acqua di aria di cibo.
Gaia è stanca e gli occhi le si chiudono e si appisola. Prende il sonno. Pian piano si stacca qualche luce negli occhi chiusi e arriva il sonno dolce consolatore del suo dolore grande amico delle sue tenebre grande aiuto alla sua difficoltà di equilibrio instabile, il sonno la porta via lontano da quelle turbolenze e per un poco il mondo dei sogni la prende con sé.
Nel dormiveglia poi, uscendo dal sonno Gaia si sorprende a fissare nella tenda in cui gli appaiono dei volti, sono figure maschili e femminili che si sovrappongono, c'è una donna con gli occhiali tutti storti , c'è una bella signora col cappellino che sembra tanto una sua zia, e lì al centro della tenda appare il volto di suo padre con un cappello in testa che la guarda con un sorriso, lei si sente rabbrividire e si mette a sorridere istintivamente, e le viene un ricordo con suo padre, lei aveva voluto un palloncino e lui glielo aveva comprato ma poi lei se l'era perso ed era volato in cielo e lei si era messa a piangere disperata perché il palloncino se n'era andato in cielo e il papà la consolava e diceva che portava a spasso tra le nuvole la sua manina e lei si era messa a ridere, perché lei ce l'aveva attaccata la manina e che c'entrava il fatto che tra le nuvole si portava la sua manina che era rimasta con lei insomma era uno scherzo e lui le aveva sorriso ed anche lei aveva riso.
Gaia si alza e si riassetta il viso, si pettina i bei capelli neri che sembrano obbedire alla sua spazzola, si guarda intensamente nello specchio e improvvisamente sente nuovamente la fitta traditrice e sente di non farcela a sopportarla è un dolore viscerale insieme ad una specie di mancanza di equilibrio tanto che comincia a preoccuparsi di avere qualche problema piuttosto serio ma l'intorcinamento le fa sentire la mancanza di ciò che aveva cominciato a gustare quella presenza che se ne è andata via misteriosamente e le ha lasciato un vuoto penoso. Sente anche la solitudine perché Leopoldo tarda a rientrare e questo comincia a darle fastidio, non sa se deve preoccuparsi o no, sente che però comincia ad essere in ritardo rispetto alle sue abitudini, forse si saranno soffermati e avranno avuto qualche altra idea, è buio glielo avrebbe detto, comincia ad agitarsi nervosamente. Sono le sette comincia il telegiornale parla di guerra ci sono le notizie dall'Irak e c'è stato un attentato così lo chiamano contro un convoglio americano, lei non capisce perché quando qualcosa è contro gli americani sono attentati, quando gli americano fanno operazioni sono missioni, il linguaggio della televisione vuole far passare per operazione pacifica una guerra di occupazione ma non riesce assolutamente nell'intento anche perché sono molti mesi che dura la storia di questa guerra che non si doveva cominciare; Gaia ricorda le manifestazioni cui è andata e lo slogan " Questa guerra non si fa senza se e senza ma " che veniva gridato con tante bandiere per la pace e gigantesca una di 150 metri o forse più di lunghezza sotto la quale sfilava tanta parte del corteo.
Poi però dopo l'inizio della guerra e dopo quella che sembrava la conclusione di quella non c'erano stati più cortei con le bandiere anche se le bandiere restavano a sventolare da tante finestre. Ma di pace non si parlava più, si parlava nei telegiornali di un'altra pace, che i militari andavano in missione di pace, che insomma ora bisognava che i militari portassero la pace forse con qualche arma nuova capace di pace. Il telegiornale affronta delle notizie sul traffico, alcuni incidenti sulle strade, lei comincia a diventare nervosa quando sente finalmente la serratura, la chiave nella serratura, è Leopoldo che torna, si sente tranquillizzata e lo accoglie sollevata tanto da abbracciarlo con tenerezza.
Capitolo terzo
Nella curia di Velletri il vescovo ricevette quel pomeriggio una telefonata.
La questione del crocefisso nelle scuole meritava un intervento di tutte le diocesi, una efficace presa di posizione che mettesse in chiaro che non poteva più essere tollerata qualunque esasperazione della laicità.
Monsignore, era un esponente politico in linea, si agitava sulla questione, vedeva un discorso che poteva venir fuori, troppa laicità allontana dalle nostre origini cristiane, ci porta fuori dal discorso di libera pratica del proprio credo, somiglia invece a voler rigettare il credo nella credenza di ognuno a che non lo manifesti ma lo conservi al chiuso, si sta esagerando con queste prese di posizione che non rispecchiano assolutamente quelle della maggioranza.
Il vescovo dette una risposta il più possibile pacata, da una parte aveva istruzioni, e la Conferenza Episcopale si era subito pronunciata, perché i simboli religiosi cristiani non fossero oggetto di destinazioni lontane e non finissero fuori delle aule scolastiche, degli ospedali, dei tribunali e degli uffici dove erano da sempre; dall’altra che, sempre la CEI raccomandava, non bisognava esasperare la questione, occorreva con sapienza riuscire a far abbassare pian piano i toni della polemica, ad altri giovavano toni accesi, qui bisognava smorzarli, e per questo e in questa direzione ci sarebbero stati interventi un po’ in tutte le chiese, così egli aveva dato istruzioni ai parroci, stemperare i toni, rimettere al centro la cristianità senza che ci possa essere dubbio ed evitare che si alzino di nuovo le voci di conflitti di religione, sì, certo, molti islamici ora stanno esagerando ma forse loro vanno cercando proprio questa conflittualità e bisogna togliergli questo brodo in cui gli piace tanto rimestare.
Ci vorrebbe una parola definitiva del papa sulla questione, che porti anche forza alla politica, perché sa, Monsignore, noi politici possiamo cavalcare le parole del papa..
Certo, rispose monsignore il vescovo, le parole del papa si possono cavalcare, però bisognerebbe anche ascoltarle a fondo e non farsene uno strumento solo per le proprie finalità!
Cosa vuol dire , monsignore?
Eh, vorrei dire che il papa cerca di interporsi nelle varie questioni e a volte ha mostrato un coraggio veramente illuminato dalla luce del Signore, certo, il papa ha sempre avuto grandi posizioni… la questione della guerra, ha avuto la sagacia di schierarsi contro questa guerra a differenza dell’altra volta, rimarco, …qui il papa sa che si rischia una grossa guerra di religione, ha voluto evitarla a tutti i costi…..
È sembrato addirittura che il Papa si schierasse con i pacifisti, questo, bisogna dirlo, è stato un atto di coraggio, superiore ad ogni aspettativa…..
Certo, lei, con i pacifisti non è mai stato tenero, dubbiosi, sempre in attesa permanente e favorevoli ad un disarmo che lei non sembra proprio voler credere possibile………le armi della convinzione forse sono più efficaci delle bombe e di tutti quegli armamentari con cui si impongono le proprie ragioni di stato e si mettono tutti nei guai delle guerre………
Ma vede, monsignore, noi stiamo in mezzo a dei capi di stato che si muovono in queste direzioni e d’altra parte ci sono delle dittature insostenibili e poi c’è il terrorismo internazionale che ormai…….
Certo, il terrorismo internazionale ha creato queste necessità nuove di interventi militari, sui quali si dovrebbe discutere un poco di più, non le pare, e invece le armi hanno preso il sopravvento sulle parole della diplomazia e i militari riempiono gli studi televisivi e ci danno ora nuovi scenari in cui dirigerci, lotta senza quartiere agli stati canaglia, nuove grandi sante alleanze; la Chiesa sta cercando il suo posto in questi nuovi scenari, e poi c’è l’Europa che sta per nascere, e da molte parti si invoca l’Europa come superpotenza, noi vorremmo evitarlo, qui pare che trovi un blocco…
Noi politici di centro, insomma un po’ tutti i moderati sono d’accordo che l’Europa non deve essere una potenza militare, su questo punto mi sembra che non ci siano dubbi, l’Europa deve favorire le economie, non può diventare una potenza militare….
Sì, certo, l’economia, ma da un po’ di tempo, da un bel po’ se non mi sbaglio –fece monsignore- l’economia va a braccetto con gli eventi bellici reali o annunciati e adesso che la questione mediatica sembra aver acquisito così grande importanza, gli annunci bellici sembrano influenzare fortemente i mercati finanziari…
Ah, monsignore, questo è chiaro a tutti, il controllo dei media e dell’informazione diventano il vero oggetto della contesa, e qui sta succedendo che si vogliono sempre fare molte dichiarazioni di principio, vede, l’opposizione fa continuamente dichiarazioni di principio eppoi però non è che……..
Ad ognuno la sua parte, noi non possiamo certo schierarci apertamente con una parte o con l’altra nella tenzone politica, non vorrà far scendere la Chiesa dalla sua parte eh, onorevole, con questo non si scherza neanche….
Ma per carità di Dio, Monsignore, nessuno può chiedere questo, però, in questo clima di scontro così acceso, certo una qualche posizione più chiara sui simboli religiosi può servire….
Non credo che serva scaldare gli animi che sono già bollenti per conto loro…Ci sono troppe ingiustizie e riscaldare gli animi potrebbe far venire voglia a qualcuno di prendere la parola e di scaldarla con qualche pasquinata.…. sa come è facile, basta saper parlare un po’ e le folle si incantano, e parole magiche come uguaglianza, libertà, pace, diritti, fanno presto a portare in piazza milioni di persone che poi si possono esaltare della loro forza e crederci… questo bisogna evitarlo…
Sono d’accordo, monsignore, le riunioni oceaniche hanno segnato un momento storico, ora non ci si può ricadere, anche perché danno alle persone quella illusione di potenza che poi per levargliela dalla testa bisogna faticare….
Noi siamo per evitare scontri frontali, anche perché poi la collocazione della Chiesa diventa storicamente più difficile, non possiamo impedire a tanti religiosi di schierarsi, e la gente nelle parrocchie glielo può chiedere, insomma sta a voi politici cercare sempre la mediazione, evitare di esasperare i conflitti sociali e non mettersi a navigare pure sulle guerre di religione che non sono mai scoppiate……
Beh, monsignore, le Crociate ci sono state, non è che ce le stiamo inventando ora…
Se ci sono state nel passato, non mi sembra che siano auspicabili oggi e questo il Santo Padre ha cercato im tutti i modi di evitare e su questo la Conferenza Episcopale è stata più che esplicita….
Ma ora non siamo noi a cercarla, sembra che ci siano questi fondamentalismi islamici che la pretendono…. E d’altra parte il fondamentalismo religioso si schiera con il terrorismo dei kamikaze….
Ah, onorevole, con questo quadro orribile lei mi vuole portare con sé chissà dove, in un nuovo ordine mondiale o forse in un nuovo ordine cavalleresco, il suo è un discorso contro i Saraceni e qui noi non possiamo tornare indietro di secoli e secoli; è vero, c’è questa realtà del terrorismo, c’è questa grande novità dei terroristi che sacrificano la propria vita e diventano bombe umane per la loro causa; ma noi non possiamo fare di ogni erba un fascio e fare dell’Islam un bel fagotto su cui appiccicare l’etichetta terrorismo. Ho tantissimi amici islamici, non posso dare una spiegazione così semplice al fenomeno del terrorismo, comunque io sto cercando posizioni di moderazione su tutte le questioni e la invito, onorevole, a seguire e a promuovere posizioni più moderate, perché noi stiamo cercando in ogni modo di evitare scontri epici che qualcuno invece sta cercando di provocare……… Comunque, tornando al crocefisso, noi siamo fermi nella nostra posizione e chiediamo alla politica maggior fermezza per il rispetto dei simboli religiosi cristiani…
Stia tranquillo, Monsignore, da parte mia cercherò di tenere questa fermezza…….
Onorevole, è una questione di civiltà, non possiamo credere che un’intera nazione voglia disfarsi da per tutto di quella croce che l’ha portata a tante vittorie, a un così grande cammino nei secoli………….
Il segretario del Vescovo entrò trafelato ed interruppe la telefonata ricordando un impegno di lì a mezzora per le cresime in una parrocchia. Monsignore il vescovo si congedò allora rapidamente dall’onorevole interlocutore telefonico e si andò a preparare. Ma continuava nella riflessione che aveva cercato di trasmettere per telefono, sulla necessità di una chiesa moderata, con un cercare di evitare dei conflitti che si facevano sempre più avanti, e insieme di quante difficoltà incontrasse quella ricerca, perché in un modo o nell’altro c’erano tante spinte verso posizioni conflittuali. E il vecchio adagio “ in medio stat virtus ” non riusciva a trovare facilmente quella via che il vescovo voleva indicare, ma che sapeva che era difficile trovare. Come su questo e su tanti argomenti per lui era difficile trovare vie di comunicazione semplici.
Una volta la parola religiosa trovava strade già percorse, vie di comunicazione estremamente rapide, forse la fede degli uomini era diversa, o era diverso il loro modo di comunicare.
Ora anche la parola religiosa aveva percorsi difficili, occorreva mediare molto, bisognava evitare di andare contro a troppi interessi, occorreva saper percorrere una strada accessibile da più parti, e le parole diventavano difficili, avevano bisogno di appoggiarsi da tutte le parti, quanto era difficile trovare questa benedetta virtus, quanto improbabile restare in medio senza bagnarsi nel mare della mediocrità.
Capitolo quarto
Alla stazione ferroviaria Ostiense quella sera c’era un gruppo che via via s’ingrossava.
Erano i tifosi al seguito di una squadra di pallacanestro che aveva giocato a Roma nel pomeriggio e rientravano dalla capitale.
Erano perlopiù uomini, ma c’erano molte donne e ragazze.
Erano una cinquantina di persona, avevano fatto un tifo accanito; era la loro squadra, quella per la quale si spostavano e ci perdevano la domenica, quando era di domenica, come in quel caso, l’incontro.
Il tifo che li accomunava aveva una forza di coesione tale che faceva sì che formassero automaticamente un gruppo, che avessero un capo riconosciuto, rispetto al quale gli altri dovevano obbedienza, e una serie di personaggi intermedi che facevano da tramite tra la gerarchia e gli altri.
Il gruppo di tifosi, anche senza che ciò fosse stato organizzato in qualche modo volontariamente, somigliava ad una organizzazione militare o paramilitare, aveva una organizzazione gerarchica, aveva un capo riconosciuto e una serie di ufficiali e sottufficiali, così per dire; e forse non avrebbe avuto la sua vitalità senza questa organizzazione.
L’altoparlante annunciò che il treno che loro aspettavano viaggiava con circa mezzora di ritardo. I tifosi cominciarono a brontolare e via via la protesta cresceva e montava, ma non c’era da preoccuparsi, erano un gruppo disciplinato ed anche stanco, avevano strillato a più non posso per oltre due ore, non è che avessero chissà quali energie segrete, quella protesta sembrava destinata ad esaurirsi, quando l’annuncio del ritardo venne ripetuto e aumentò di qualche minuto, allora si organizzarono, e una delegazione di cinque persone entrò negli uffici del capostazione.
Non è che questi potesse fare qualche cosa per loro, li ricevette con estrema cortesia, ma non era possibile fare nulla per loro.
Nel frattempo però altri 5 o 6 tifosi entrarono nell’ufficio.
Il capostazione protestò vivacemente e disse che a quel punto dovevano uscire tutti subito dal suo ufficio, ricordando che lui era anche ufficiale di polizia ferroviaria e che altrimenti si sarebbe regolato di conseguenza.
Alla minaccia i tifosi sembrarono non dare alcun peso.
Il capostazione chiamò il nucleo mobile di pubblica sicurezza che stava nei pressi della stazione. Erano tre poliziotti che si precipitarono di corsa negli uffici del capostazione.
Al vedere i poliziotti che correvano molti dei tifosi pensarono che fosse successo qualcosa di grave e si precipitarono anch’essi negli uffici del capostazione, che risultarono affollati oltre misura.
I poliziotti sentivano che la situazione si stava facendo calda, si capiva che avevano paura di disordini che potevano nascere dal niente, anche uno sguardo poteva diventare pericoloso, si trovavano impelagati in mezzo ad un gruppo che stava cominciando a diventare una minaccia.
Alla stazione c’era un vagabondo che ci passava regolarmente la notte e che nella serata si stava preparando a passarcela. Aveva osservato l’andirivieni, aveva visto il primo gruppo di tifosi dirigersi verso l’ufficio del capostazione che lui conosceva bene, e poi l’altro gruppo, e poi la polizia, e aveva capito che c’era nell’aria qualcosa che si stava facendo sempre più pesante, che insomma quella storia poteva andare a finire chissà come e forse tutto nasceva da un equivoco senso di gruppo spinto all’eccesso dai tifosi o da un equivoca sensazione di pericolo ingenerata nel capostazione. Comunque c’era l’equivoco di una quantità esagerata di persone che in un modo o nell’altro erano riuscite ad entrare nell’ufficio del capostazione e non si capiva adesso come ne sarebbero uscite e chi avrebbe avuto la peggio. C’era comunque un’aria irrespirabile in tutta la stazione ferroviaria, in attesa di un evento drammatico preannunciato.
Il vagabondo cominciò a strillare, che una signora aveva lasciato la borsa, e a gridare che la signora stava dentro insieme al gruppo di tifosi.
Uscì un poliziotto sentendo le grida e il vagabondo gli disse che doveva chiamare quella signora che stava dentro.
Il poliziotto rientrò negli uffici del capostazione e cominciò a gridare che fuori c’era uno che strillava che una signora aveva perso una borsa verde al bar.
C’erano due signore dentro, si guardarono con aria interrogativa l’un l'altra, l’un l’altra si chiesero di chi poteva essere e decisero di uscire a verificare. E gli altri appresso, lasciando lì tutta la protesta, tutta l’aria torva con cui erano entrati, tutta l’aria minacciosa che via via avevano preso rispetto sia all’amministrazione ferroviaria che alla pubblica sicurezza. Che immediatamente approfittò della buona parata che avevano preso le cose per uscire in maniera decorosa dall’ufficio in cui erano entrati forse con troppa tranquillità. Che d’altra parte ci fosse in giro un equivoco troppo grande era apparso subito evidente. Tuttavia a volte l’equivoco porta a delle conseguenze imprevedibili. E ormai si era vicinissimi ad uno sbocco del tutto indesiderato per tutti, se non ci fosse stato quell’inaspettato gridare del vagabondo della stazione.
Le due donne gli chiesero della borsa, lui strillò di una borsa verde che una signora aveva lasciato al bar e allora tutto il gruppo di precipitò al bar della stazione, dove effettivamente, in un angolo, c’era una borsa verde, poteva essere la borsa di una signora o di una signorina, nessuno del gruppo però la riconobbe come propria, e il barista che l’aveva indicata disse che l’avrebbe trattenuta lì finché la proprietaria non si fosse fatta viva.
Nel frattempo la situazione si era calmata, i poliziotti parlavano del più e del meno con i componenti del gruppo, che raccontavano della loro squadra e di come era andata la partita nel pomeriggio. Il vagabondo era tornato a dormicchiare nella sala d’aspetto quando arrivò il treno e si portò via il gruppo. La borsa verde rimase al bar della stazione.
Il capostazione uscì dal suo ufficio, andò nella sala d’aspetto, chiamò il vagabondo e gli offrì un latte caldo.
Coloro che avevano assistito al fatto commentavano e c’era chi alzava la voce perché era rimasto scandalizzato dal comportamento troppo remissivo della polizia, ma poi le voci si abbassavano di colpo all’apparire dei poliziotti che ancora stazionavano, verbo significativo, stazionare vuol dire rimanere vicino a qualcosa, per l’appunto il qualcosa coincide qui con la stazione, e il verbo appare quasi fatto apposta per descrivere l’azione dei poliziotti, comunque al loro apparire i toni si abbassavano perché chi invocava una loro maggiore severità si rendeva subito conto che l’invocazione poteva essere ascoltata ed interpretata senza equivoci sic et simpliciter.
La storia dei tifosi minacciosi arriva subito via cellulare a casa di Gaia, un amico di Leopoldo appena si è conclusa la vicenda la racconta nei dettagli, riesce anche a risalire al nome della squadra di pallacanestro, sul vagabondo è preciso nella descrizione fisica, non sa nulla sul nome e cognome, dev’essere di casa se il capostazione poi gli ha offerto il latte caldo, chissà come ha tirato fuori quella storia della borsa, certo strillando cose insensate si è usciti da una situazione che si stava facendo pericolosa, Leopoldo sorride e commenta che quello potrebbe essere un buon sistema, distrarre tutti quando sono troppo tesi, poi afferma che in fondo accade spesso, che ti tirano delle notizie fasulle che comunque ti distraggono tutti e così l’attenzione va via da dove si era concentrata.
Al termine della telefonata Leopoldo racconta a Gaia la storia dei tifosi, lei commenta sugli equivoci, lui le dice il commento dell’amico sul sistema di distrarre le attenzioni, lei sorride, sta andando a letto, lui si ferma a vedere le notizie sportive alla televisione.
Capitolo quinto
Gaia si alza presto, alle sei meno un quarto suona la radiosveglia, lei è già sveglia da qualche minuto, tocca l’interruttore e il suono si spegne, Leopoldo può dormire un altro po’, si alza e si prepara.
Il caffè in cucina, qui accende la radiolina, sente distratta un notiziario mattutino, è una giornata che si preannuncia fredda, accende il riscaldamento per dare un po’ di calore alle mura, tra un po’ lei e Leopoldo lasceranno la casa per quasi tutta la giornata, il riscaldamento è programmato per due brevi periodi, così stasera la casa sarà un pochino scaldata.
Si infila sotto la doccia, mentre sente che anche Leopoldo si sta alzando.
Alle sette meno un quarto esce di casa, con Leopoldo c’è stato un saluto veloce, due parole, sembra che non ci si possa concedere di più la mattina, ogni minuto è prezioso, il ritmo della giornata lavorativa in città ha le sue esigenze, Gaia insegna in una scuola media, prende i mezzi pubblici, deve uscire prima delle sette per arrivare intorno alle otto, dovrà prendere tre mezzi, a quell’ora non sono ancora troppo affollati, si può trovare anche un posto seduta.
Trova posto e tira fuori dalla borsa la Ciociara, il libro che sta leggendo. Ha imparato a leggere sui mezzi pubblici, le permette di sfruttare bene quei tempi e insieme le dà un appoggio sicuro per il suo sguardo, che non deve rintanarsi da nessuna parte, va sul libro e non c’è quel fastidioso incrociarsi di sguardi furtivi, curiosi, almeno da parte sua lo sguardo si incanala sul libro e non si confonderà in altre direzioni, non si incrocerà con gli sguardi di uomini e donne che ti cercano negli occhi il mestero della tua vita, ognuno si difende come può da questa invasione di sguardi, di occhiate curiose, c’è chi si trincera dietro profondi occhiali scuri, c’è chi si rintana a guardare i piedi, chi è in compagnia si rifugia in una conversazione serrata che va al ritmo veloce del mezzo e cerca gli spazi tra le sue fermate, questo degli sguardi non è un problema di Gaia, è una necessità di tutti tutelare in qualche modo il proprio spazio dal contatto dell’altro necessario e cercare di proteggere la propria intimità dagli occhi dell’altro che cercano in te conferme per la propria vitalità e spesso indugiano impietosi sul tuo corpo o peggio cercano di incrociare la tua vita, di frugarvi dentro subito, cercano un primo giudizio sommario, cercano un veloce incontro, magari una storia un’avventura di qualche minuto o chissà che cosa.
Tante solitudini messe insieme frettolosamente su un piccolo autobus non possono trasformarsi in una piccola comunità, anche per il continuo variare dei componenti, che salgono e scendono continuamente ognuno verso la sua meta, tante solitudini si incrociano necessariamente con i corpi che si toccano e si invadono reciprocamente.
Gaia ha imparato a leggere senza troppa concentrazione, bisogna mantenere l’attenzione alle fermate, dopo quasi un’ora e aver preso tre mezzi Gaia è a scuola.
Insegna lettere alle scuole medie, insegna da tre anni con una certa regolarità, l’insegnamento è un terno a lotto, ci sono continue variazioni di regole, e poi c’è un popolo di insegnanti che preme da tutte le parti, e c’è in ogni istituto il corpo dei docenti, è questo un fatto religioso o un’entità mistica, il corpo dei docenti prende su di sé tutti gli impegni che l’istituto assumerà, come un corpo unico si sforzerà per raggiungere gli obiettivi, è un corpo misterioso in cui si infilano figure giovani ed insegnanti anziani, ognuno cerca nel corpo collettivo la sua espressione, e questo chissà se alla fine riesce a fare qualche passo.
Prima che inizino le lezioni, gli insegnanti si incontrano fugacemente in sala professori, lì ognuno firma il registro e ci si aggiorna l’un altro, alcuni commentano la domenica calcistica, sono abitudini maschili del lunedì, proseguiranno fino al mercoledì poi cominceranno i pronostici per la domenica, tra donne c’è altra musica, si affrontano temi di cucina e c’è qualcuno che ha ricette nuove che ha scoperto da poco, l’argomento è vasto e ricco di promesse per la settimana.
L’inizio delle lezioni fa ripiombare ognuno nel suo personale dibattito con la scuola, con se stesso, con la società, nei suoi problemi con gli alunni o comunque lo tira lontano di colpo da quell’insieme di professori e lo rimette da solo con la sua realtà. Ora non è che un professore sia solo. Ha la compagnia spesso chiassosa, a volte troppo, a volte meno, della classe o delle classi in cui insegna. Tuttavia egli deve rimanere in una specie di torre di protezione, è la torre dell’autorità che egli deve mantenere, e che non può sacrificare tutta al rapporto con gli alunni, rispetto a loro egli o ella resta o almeno dovrebbe restare in una posizione di autorità, che gli dovrà consentire di dare degli ordini, di assegnare dei compiti e insieme manterrà per lui o lei una posizione di rispetto. Su questi concetti, autorità, rispetto, non c’è una omogeneità di vedute, anzi ci sono e ci saranno sempre molte correnti di pensiero.
Gaia ha scelto un suo modo di interpretare questo tema. Autorità per lei è diventato tranquillamente un modo attraverso il quale si mette in rapporto con i suoi alunni e sente di avere verso di loro delle responsabilità e sente il bisogno di entrare in rapporto con loro ma resta sempre un rapporto tra docente e alunno, questo le è venuto naturalmente, forse lei ha qualche dote in più, ci sono le sue colleghe che sono sempre sull’orlo di una crisi di nervi, e ormai stanno per tuffarcisi dentro, lei invece trova il rispetto degli alunni automaticamente, è un po’ un mistero di quelli più difficili da capire, qualcuno strilla urla strepita ma non riesce mai ad ottenere nulla, si può dire che ha perso la parola, i suoi alunni non lo ascoltano comunque, Gaia invece trova ascolto pieno, e per lei autorità è qualche cosa di naturale, lei ha tutte le parole, le sue colleghe ed i suoi colleghi non sanno più dove cercarle.
Eppure quella mattina Gaia sente che qualcosa sta per capitare, avverte un pericolo misterioso, e quando incomincia a spiegare la lezione , è sulle strade, sulle strade romane, sente come se stia per perdere il controllo della situazione. Non è niente, si ripete, vai avanti tranquilla, ma la sensazione misteriosa di pericolo si fa più forte, comincia a riempire tutte le direzioni, Gaia non sa bene da dove arriverà e si rende conto di essere in preda ad una crisi di ansia, continua a ripetersi che non è niente, ma guarda di continuo l’orologio e la lezione sta perdendo sempre più le sue caratteristiche, gli alunni la stanno scrutando, certo si sono accorti che sta succedendo qualcosa, guardano in silenzio, sembra che siano in attesa di una caduta o di qualcosa del genere.
Gaia si sente improvvisamente come se fosse sola in una stanza buia. Sta continuando penosamente sulle strade romane, sta ripetendo lo stesso concetto meccanicamente, gli alunni sembra che stiano aspettando al varco.
Gaia si ferma, silenzio assoluto nella classe. Si rifugia sul registro.
Torna un po’ di chiarore, finisce l’ansia, gli alunni avvertono, hanno la precisa sensazione che sta meglio, un brusio fitto fitto percorre la classe.
Capitolo sesto
Alla quarta ora Gaia esce dalla scuola , il lunedì se ne è andato, lei ha avuto quel momento di crisi, ogni tanto le viene, ora era un po’ che non le succedeva, il medico ha parlato di crisi d’ansia, il fatto è che non si capisce quale sia la sua origine, sta di fatto che lei ha sempre pensato di dominarla bene, in fondo non ci vuole molto, basta aspettare con un poco di pazienza e se ne va via come è venuta. Però stavolta è durata di più, non vedeva più niente, non capiva più niente, e poi gli alunni sembra che abbiano capito, restano tutti in un silenzio assordante.
Gaia telefona alla sorella, gli risponde subito, è a casa, si è presa un giorno di ferie, lavora in un supermercato a Milano.
Fulvia sente che la sorella è un po’ in difficoltà, le chiede se va tutto bene, Gaia la tranquillizza voleva un consiglio, vuole fare un dolce, un pan di spagna, vuole le dosi esatte, Fulvia sorride e le chiede se va tutto bene con Leopoldo, Gaia scoppia a piangere per telefono, Fulvia non capisce, Gaia aveva bisogno di piangere tutto lì, aveva bisogno di parlare con qualcuno e piangere, sente che ora va meglio, rassicura la sorella che le dice che è il caso di parlare un po’ di più col medico, l’ansia può farsi pericolosa. Gaia ora è tranquilla e continua a rassicurare che è passato, che va meglio.
Gaia si infila nella chiesa.
Si siede alla terza panca e guarda il crocefisso . Che l’accoglie con il suo sguardo.
Sono tornata, fa Gaia, ho bisogno di sfogarmi, qui mi sento bene, e inizia il suo colloquio con la statua di legno, che la ascolta in silenzio. Di fatto è come se le rispondesse, perché ogni tanto lei gli rivolge delle domande e aspetta in silenzio la risposta.
Avevo bisogno di scambiare due parole sincere, la chiesa è quasi vuota, c’è una vecchietta che recita il rosario a mezza voce e il sagrestano che sistema le candele e ritira le offerte.
Entra un sacerdote che si inginocchia e si avvia verso la sagrestia.
Chissà se è il parroco.
Gaia esce dalla chiesa. Sta più tranquilla. Andrà dal dottore. Bisogna che questi episodi siano più controllabili. Ci sarà qualche medicinale.
Si ferma sulla pensilina. E’ affollata, il mezzo è in ritardo.
Sull’autobus trova posto e riapre la Ciociara.
C’è la descrizione della vita sulle macere di Fondi, e c’è un signore che fa un discorso sull’umanità che lui divide in furbi e fessi.
Gaia riflette su questo discorso, i furbi e i fessi, e la discussione del libro entra nel suo stato d’animo, è vero, da una parte è vero che ci sono quelli che si credono di essere più furbi degli altri tutta la vita e che hanno anche il coraggio di proclamarlo ad alta voce ma poi di fronte alle difficoltà i signori furbi si tirano spesso indietro e allora non si capisce più facilmente quanto sia stata importante questa furbizia proclamata e poi ci sarebbero i fessi che invece al momento giusto tirano fuori il coraggio delle loro azioni e non si nascondono e vogliono usare le parole con il loro vero significato.
Le parole e il loro significato vero.
E’ questo il problema vero, pensa Gaia. Tante volte le parole si perdono, almeno le parole giuste. Se ne vanno, si nascondono, e quasi tutti usano poco le parole. C’è poco da dirsi.
E guardandosi intorno Gaia vede il pullman, con il suo carico di persone sole, a stretto contatto ma che hanno quasi perso l’uso della parola.
Nel libro invece le persone parlano molto di più.
Letteratura forse, oppure sarà stata la guerra a tirare fuori le persone dal proprio guscio.. Oppure il contatto più diretto e immediato con la terra.
Gaia guarda intorno a sé e certo che la vita metropolitana è alienante, ti porta inevitabilmente in una realtà tutta particolare,tra strade palazzi automobili mezzi pubblici gente che corre e che scappa da tutte le parti, tutti hanno fretta, nessuno si può fermare un momento a riflettere, bisogna stare attenti perché non si può lasciare la grande corsa, chi si ferma è perduto, qualcuno l’ ha detto e ci hanno creduto tutti, e tutti corrono freneticamente, cioè senza freni, in greco fren frenos è l’intelletto, come a dire senza usare l’intelletto, o come dice Dante “che hanno perso il ben dell’intelletto”, è una corsa folle che tutti praticano in una specie di delirio collettivo, questa frenesia è la cosa che accomuna tutti, è la cosa comune, è come se essa fosse il bene di tutti da tutelare. E invece è una specie di malattia che colpisce come un’epidemia e non ti dà tregua, che ti prende e ti porta con sé tutta una città e insieme poi tutta una regione, è il ritmo della vita moderna, chissà cos’è che ha colpito tutti, tutti soli e non si parla.
Gaia pensa che siano le parole che si sono perdute.
Andrà dal dottore, forse troverà qualche parola. Intanto, quando si è rifugiata nella chiesa le sembra di aver trovato qualche parola giusta. Quei colloqui col crocefisso le danno un poco di calma.
Sull’ultimo mezzo assiste ad una discussione animata sulla partita del giorno prima, tre uomini si accaniscono sulla Juventus e sul Milan, discutono animatamente, questo li fa sentire meglio, il calcio è lo sport nazionale, a parte il fatto che tutti ne parlano a proposito e a sproposito, comunque sembra che questo parlarne faccia sentire meglio il sesso maschile, anche molte donne spesso parlano di calcio ma più che altro di calciatori e da un punto di vista fisico, Maldini piace molto, Totti piace a molte, Baggio ha un suo fascino sul pubblico femminile.
Ma come si fa a rimanere completamente estranei a questo calcio argomento nazionale ? Quando te lo ritrovi in tutti i telegiornali, i giornali radio, i giornali quotidiani e i settimanali, e se ne parla e se ne discute nei bar, sui mezzi pubblici, nei supermercati non se ne parla molto in verità, è l’unico posto immune dalla valanga calcistica.
Gaia è un poco infastidita da quelle voci che si alzano per niente, quelli che discutono si vede lontano un miglio che non hanno quasi nessun interesse a quella discussione, i toni si alzano da soli, però dà fastidio, sembrano accaniti e non si capisce quanto facciano sul serio e quanto recitino una parte imparata a memoria.
Capitolo settimo
Dal medico, nell’ambulatorio, c’è il solito affollamento della sala d’attesa.
La signorina raccoglie le ricette, le prepara stampate, le porterà dal dottore appena finirà la visita.
Gaia si mette in paziente attesa e riapre il libro.
Si sta delineando la figura di Michele, il giovane che fa amicizia con Cesira e con Rosetta e che diventa un po’ la loro guida spirituale nella vita difficile della piccola comunità della macera descritta da Moravia. Michele è un eroe particolare, un giovane pieno di coraggio, che vuol dire sempre la sua ed entra in aperto conflitto con il padre, Filippo, che è quel signore della riflessione sui furbi e sui fessi.
Gaia riflette su quanto doveva essere difficile esprimersi con coraggio in quei momenti delicati, la guerra, una comunità di persone che scappavano nella campagna e che si erano trovate nel bel mezzo dei combattimenti. Eppure a questo Michele le parole non mancavano; e neppure a Rosetta, la bella figlia di Cesira, che è altrettanto coraggiosa.
Le parole che invece oggi sembra che si siano andate a nascondere. Le parole di un colloquio che spesso viene a mancare del tutto.
E’ arrivato il suo turno, Gaia entra dal dottore, si salutano con cortesia. Il medico vuole misurare subito la pressione, la minima è regolare, la massima un po’ alta, ma non c’è da preoccuparsi dice lui, una telefonata interrompe la visita, Gaia se ne sta seduta in silenzio e ascolta non volendo la conversazione, è una signora dall’altra parte e il dottore la rassicura e le dice che la andrà a visitare a casa finito l’ambulatorio. Abbassa il ricevitore e torna da Gaia.
Chiede come va, lei dice che ha provato una forte crisi d’ansia, il medico le fa qualche domanda precisa,se aveva o meno una grande paura, lei risponde che non era una grande paura, era come se si fosse spenta la luce, ha avvertito di colpo una grande solitudine, non è stata una crisi di panico fa il dottore, no no non era panico, lei non sa però capisce che non era una specie di terrore misterioso, era la paura di perdere il controllo completamente ma non era una crisi di panico così risponde al dottore, d’altra parte la distinzione è sottile e difficile, essere terrorizzati di stare per perdere il controllo è panico oppure ansia, e dove sta la differenza, forse panico è più grave, così ragiona Gaia che risponde istintivamente al dottore che però forse ha le idee più chiare, chissà quante ne vede di situazioni come la sua, il dottore sembra avere le idee chiare, o almeno ci prova, lui ci sta dentro dalla mattina alla sera e spesso l’unico vero conforto che riesce a dare è quel breve discorsetto rassicurante, il dottore conosce a fondo i tentacoli in cui ti spinge la tua mente in solitudine, sa quante persone ne sono avviluppate e vorrebbero liberarsi ma più si sforzano più i tentacoli le avvinghiano, e allora che bisogna fare, bisogna avere pazienza fa il dottore, questi attacchi così come vengono se ne vanno all’improvviso e ti lasciano libero, il tempo è l’unica vera medicina, certo se la situazione lo richiede bisogna prendere qualche farmaco, io sarei contraria alle medicine fa Gaia, le do un blando ansiolitico fa il medico che sa il fatto suo e le prescrive un medicinale, una compressa al giorno, meglio la mattina.
Gaia esce sollevata dallo studio, prenderà quel medicinale, il dottore sembrava che conoscesse a menadito quello che le era successo, non deve essere poi così grave se tanti ne soffrono, comunque il medico deve affrontare queste situazioni e si vede che lo fa con competenza; meno male.
Va in farmacia, il farmacista si apre in un bel sorriso accattivante, prende la scatolina, l’incarta e le fa un altro bel sorriso, a Gaia fa piacere. Un sorriso non costa molto ma dà tanto. Gaia pensa la sorriso accattivante d’un suo alunno, un ciuffo ribelle, un piccoletto che ha un sorriso semplice, forse un po’ triste, nel sorriso si apre un pochino la bocca e appaiono chiari i denti, il sorriso è una parola semplice, è una parola che non è fatta di lettere e di concetti, è una parola che tutti possono usare. Il sorriso è un gesto, non è una parola, anzi più che un gesto è un saluto, un atteggiamento verso l’altro, è un incontro. E’ un insieme di tante parole dette con un sorriso.
Gaia sta immersa nel suo dibattito sulle parole e sul sorriso quando una giovane donna straniera con un cartello le chiede l’elemosina e lei scuote istintivamente il capo, questo è un assalto che ti arriva da tutte le parti, in ogni posto, per strada, sui mezzi, in auto, quando stai in fila, non sai più come fare, eppure, quanti sono questi poveri, sono tanti, invadono in silenzio la città, sono insistenti ma non superano un certo limite, ormai fanno parte piena del paesaggio metropolitano, sono tra le poche persone che ti rivolgono la parola,ritorna il dibattito sulla parola, Gaia si affretta, insegue la giovane mendicante e le dà degli spiccioli, si sente un pochino più tranquilla.
Sul marciapiede c’è un cane che la guarda, sta legato ad una saracinesca abbassata, il padrone si vede che aveva da fare e l’ ha lasciato fuori di un negozio in cui è severamente vietato portare i cani, lui ha uno sguardo incuriosito e comincia ad ululare, il padrone esce dal negozio vicino subito e tranquillizza Gaia, dice che quello è un cane che canta, improvvisamente gli prende la voglia di cantare, chissà da dove gli viene, lo fa in genere se sente delle musiche o dei suoni ma a volte l'ispirazione gli viene da una persona, lei deve avere una musica speciale signora, Gaia dice che non sa che musica può suonare, lei non è capace e non capisce molto la musica, solo qualche canzonetta, signora si vede che lei la musica se la porta dentro e non lo sa ma gli animali l’avvertono, questo è un cane particolare che sente le musiche dappertutto, si figuri che l’altro giorno l’ ho portato al cimitero non cattolico quello che sta al Testaccio, dove stanno i grandi poeti inglesi, ah quello dove c’è la tomba di Gramsci fa Gaia, sì quello lì, bene dopo un po’ si è messo a cantare e io l’ ho lasciato fare, non dà fastidio a nessuno se canta, a me fa piacere fa Gaia e mi sembra che sia bene impostato, il signore dice che molti gli hanno detto la stessa cosa, lo porterà a qualche trasmissione televisiva, magari qualcuno lo accompagnerà con il pianoforte, Gaia gli suggerisce di fondare una scuola di musica per cani chissà che cori ne verrebbero fuori, il signore si sente lusingato si scusa di nuovo e si infila nel negozio che è poi un centro scommesse e Gaia se ne accorge e si allontana preoccupata che non la stiano usando per qualche scommessa o qualche nuovo gioco.
Squilla il cellulare, è Leopoldo, chiede come va, ha sentito il bisogno di chiamarla, lei sorride e si sente rasserenata.
Capitolo ottavo
Sta scendendo la sera quando Gaia si infila nello studio dell’architetto. Ha preso un appuntamento telefonicamente per quella sera, ora gli esporrà i suoi desideri, vuole vedere come si può progettare qualche cambiamento per la casa, lei ha in mente qualcosa, ma vuole sentire il parere di un professionista, la casa deve essere più vivibile, ci sono tante riviste di arredamento che suggeriscono tante idee, però lei si è resa conto di una cosa, che tante belle idee le hanno creato una certa confusione, non è più molto sicura di quello che vorrebbe, e poi bisogna avere qualche discorso più preciso su come sarebbe possibile realizzare questa o quell’idea, tutto è cominciato quando ha pensato di creare uno spazio aperto unico tra salone e cucina, Leopoldo non è entusiasta, lui non è che riesce a vedere gli spazi, si ferma a quello che c’è, non ha molte capacità progettuali, lei sente il peso dei muri, ne sente la freddezza, sente come a volte i muri chiudano una stanza che invece ha bisogno di essere allargata, anche le porte le danno questa sensazione, ci sono degli ambienti in cui i muri e le porte dovrebbero essere spostati per cambiare tutto, una porta si può chiudere e invece molti le vorrebbero più aperte, bisogna evitare che le stanze ci chiudano dentro la nostra solitudine, in fondo l’architettura è uno sguardo su come vivere meglio la nostra vita, l’architetto deve cercare di dare una risposta agli interrogativi sulla qualità della vita, come migliorare la qualità, muri porte, finestre, mobili, sono parti essenziali per la nostra vita nell’ambiente in cui ci troviamo a viverla, la casa non è più la caverna dell’uomo primitivo e neppure il rifugio del contadino dopo una giornata di duro lavoro, essa deve essere concepita come l’ambiente in cui noi possiamo trovare meglio le nostre espressioni, l’uomo e la donna devono trovare nella casa gli spazi giusti per i loro desideri. Chi meglio di un professionista, di un architetto, può dare la risposta giusta?
Chi può riuscire a trovare un equilibrio tra i bisogni, la ricerca della bellezza e insieme l’esigenza di solidità che cercano tutte insieme di realizzarsi?
Gaia prende l’ascensore e sale al quinto piano, dove sta lo studio dell’architetto, suona il campanello e viene fatta accomodare in un salottino che deve essere una specie di sala d’attesa.
Dopo pochi minuti appare l’architetto, un uomo alto, stempiato, con gli occhiali, la scruta con aria professionale la invita nel suo studio, dove c’è un grande tavolo, poi un tavolo da disegno e una quantità di progetti tutti arrotolati.
Lei comincia a parlare di quella che era la sua idea originale, delle discussioni con il marito, del suo bisogno di confrontarsi con un professionista.
Lui la ascolta in silenzio, come se annotasse qualcosa mentalmente, poi ad un certo punto si mette a parlare del mestiere difficile dell’architetto, oggi fare l’architetto non è facile per come sono state costruite le case bisogna fare più che altro gli arredatori, in fondo non si può pensare di cambiare da un giorno all’altro la struttura di queste metropoli che si sono formate così misteriosamente e insieme rapidamente, le grandi città attirano gli uomini come il miele e allora tutto diventa difficile, difficile parlare di qualità della vita quando siamo costretti a spartire l’aria che respiriamo con milioni di persone e tutti corriamo la nostra vita senza guardarci l’un l’altro e abbiamo perso non solo il senso del bello ma anche ogni idea di quali sono i nostri bisogni rispetto agli spazi e ai tempi.
Gaia l’ascolta affascinata, sente che usa delle parole appropriate e capisce che ha fatto bene a rivolgersi a un professionista, lui è entrato nel vivo del problema, l’arredo di una casa è in fondo una piccola parte dell’arredo di una città, e capisce che il suo bisogno di spazi più funzionali non è una sua fissazione, sarebbe una bella idea, bisognerà vedere come realizzarla, però sente che quel bel discorrere è un po’ una rincorsa di qualche cosa di misterioso.
E’ un po’ come la sua ostinazione nella ricerca della parola.
L’architetto prosegue sulla necessaria armonia da realizzarsi tra bisogni individuali e bisogni della collettività e quanto questo sia il più grande problema e come nelle metropoli questo in parte si realizzi in parte metta in evidenza tutte le stonature possibili ed immaginabili, Gaia l’interrompe divertita e gli racconta di aver conosciuto un cane che canta, l’architetto le fa subito mille domande e le chiede se secondo lei era intonato, Gaia dice che lei non ne capisce molto di musica però le sembrava che andasse a tempo e a tono giusto, sì i tempi ed i toni, l’architetto riprende sull’esigenza di accordarsi anche con i tempi e con i toni, Gaia si inserisce e chiede se ha sbagliato ad interromperlo con quella storia del cane, l’architetto a questo punto si scusa, dice che lui parla troppo, quando trova qualcuno che lo ascolta parte in quarta con tutti i suoi discorsi e che non le ha dato il tempo di fiatare, nossignora lei ha fatto benissimo ad interrompermi e poi lo ha fatto con tanta grazia e con un discorso interessantissimo, un cane che canta è un argomento veramente piacevole, è una nota musicale ed animale che interrompe le riflessioni spesso troppo teoriche.
Per me cantava bene, fa Gaia, ululava melodie antiche, chissà come sarebbe un coro di animali; l’architetto dice che i gatti sono più disposti al coro, Gaia replica sugli uccelli e sui cinguettii armonici, l’architetto la guarda con stupore e dice di essere un appassionato del canto degli uccelli, gli uccelli hanno un linguaggio molto raffinato e lui ne è rimasto sempre affascinato, a volte ha provato a rispondere al cinguettio ma non sa fischiare così bene e gli uccelli da sempre sono animali che si avvicinano all’uomo e alle sue città, si sono proprio buttati ora sulle città e alla scoperta dei misteri delle città.
Gaia dice che il dialogo con gli uccelli è un po’ un grande sogno, e da sempre c’è qualcuno, San Francesco ne parla nella sua vita e nella sua poesia, oh come è bello il Cantico delle creature, le parole prendono forza e insieme gentilezza, sono parole piene di valore, sono un cantico in cui le parole suonano in armonia come note musicali, ti senti parte del creato, ti senti viva.
L’architetto le chiede se lei pensa se oggi si stia perdendo il gusto del bello.
Lei rimane perplessa, il bello è un aggettivo che diventa un nome per intendere la bellezza, per lei la bellezza è relativa, è difficile stabilire un canone per la bellezza, comunque è vero che oggi siamo travolti da immagini che ci creano delle assuefazioni a cose anche brutte da vedersi, non è bello vedere scene violente in continuazione ed essere assorbiti da esse e ad un certo punto è come se stessimo tutti in guerra al fronte e lo spettacolo della morte tra gli orrori non ci faccia più impressione, perché ci siamo abituati, questo penso che sia la perdita del bello, sia l’abitudine al brutto, alla scena violenta, brutale. Gaia è entrata in una sua riflessione, è stata come un’illuminazione quel breve accenno sui canoni della bellezza e sulle brutture delle immagini violente, e dice che la bellezza è il traguardo che abbiamo tutti nella mente, però pochi riescono a vederlo e a viverlo in qualche modo, perché la maggioranza rimane invischiata nella problematiche della vita, che è una lotta continua per la maggior parte, e poi le sembra che questo discorso sia un po’ quello della guerra e della pace.
L’architetto l’ascolta con sempre maggiore interesse e Gaia allora ricorda quella bandiera della pace lunghissima e tutti sotto a sfilare per la lunga strada, era bellissimo e ti sentivi protetto da quella bandiera, era il simbolo di un mondo non violento, non prepotente, un mondo gioioso, però poi la guerra è venuta, i militari ne hanno imposto le ragioni, la televisione se ne è impadronita con le sue immagini, sotto la bandiera della pace c’era la ricerca del bello della vita, poi la guerra con le sue brutture ha come con un gran colpo di vento fatto volare la bandiera.
E comincia fitto fitto un colloquio tra Gaia e l’architetto sul bello e Gaia sente come una rete che la sta prendendo, sente il fascino della conversazione profonda, forse sente qualcosa che vola nell’aria ma non oppone alcuna resistenza e all’improvviso Gaia e l’architetto si abbracciano e si stringono frementi e Gaia capisce che è finita nel vortice dell’amore ma non fa in tempo a rendersene conto che le sensazioni la travolgono, il piacere che si fa grande e forte e violento, la fa sussultare, sente dentro il suo corpo come aprirsi un corso impetuoso che vuole uscire e sente le mani di lui che hanno cominciato a toccarla freneticamente. Ad un certo punto spunta Leopoldo nella sua mente, la guarda, sembra incuriosito, Gaia per un attimo si irrigidisce ma poi è quasi divertita, la presenza di Leopoldo non la infastidisce, e si lascia andare definitivamente e gode insieme con l’architetto che è arrivato anche lui al culmine del piacere.
Lo hanno fatto sul tavolo ed il freddo del mobile si fa sentire quando il calore si attenua. Gaia ha come una vaga sensazione di essere nuda , gli appare per un po’ anche l’architetto nudo e non si rende conto di quando si sono spogliati degli abiti.
Deve essere accaduto tutto così in fretta che non si è accorta dei tempi e dei particolari. Ora che ci ripensa ha una sensazione intima di una certa freddezza.
Capitolo nono
Gaia è presa da un forte dubbio, se ciò che le sembra sia successo sia effettivamente accaduto. Il comportamento dell’architetto che assume un’aria distaccata le conferma che quello che le sembra di aver sentito, quel grande fiume impetuoso che correva e dilagava e i contatti e tutto il resto possono essere stati un frutto della sua immaginazione e comincia a chiedersi se stia veramente male e dubita fortemente delle sue capacità, d’altra parte il discorso si tronca come se ci fossero cose molto più importanti per l’architetto che rientra dopo essersi assentato per rispondere al cellulare in un’altra stanza e lei lo vede che la guarda con una forte indifferenza e allora tutto si fa chiaro , si è immaginata tutto, non può essere diversamente, d’altra parte sesso senza amore come sarebbe stato possibile, la sua immaginazione ha lavorato e lei ha come in trance vissuto una fantasia erotica, meno male che non è la realtà, sennò si sarebbe sprofondata nei sensi di colpa non è successo niente e tutto sommato non le interessa nemmeno tutta quella questione, il colloquio con il professionista ha termine, debbo rivedere un poco tutta la vicenda, non sono poi tanto convinta fa lei, l’architetto annuisce e non dice molte cose, era così loquace, sembra aver perso la parola, le chiede se si potranno rivedere, lei chiede perché no, quando avrà di nuovo bisogno di consultare un professionista e avrà delle idee che la spingeranno a farlo.
Gaia torna a casa e trova Leopoldo che sta spaparanzato in poltrona davanti al televisore. Si mette a preparare la cena e non ci sono molte parole. Leopoldo le chiede distrattamente se poi c’è andata dall’architetto. Lei si irrigidisce e risponde di sì ma che si dovranno rivedere e Leopoldo le chiede più dettagli e lei non ricorda dice che l’architetto si è messo a chiacchierare e lei non ricorda bene che cosa ha detto, Leopoldo le chiede insomma di che cosa avete parlato e lei risponde di animali e Leopoldo la comincia a guardare stranito, sembra che lo stia prendendo in giro e poi perché è così poco loquace, sembra che le sue domande la infastidiscano, e le chiede se l’architetto è un bell’uomo al che Gaia gli risponde che è stufa delle sue domande, chissà che cosa vuole con tutte quelle domande , quali domande fa lui, una valanga , non dai il tempo di pensare, lui balbetta qualcosa ma il clima si è fatto nuvoloso e sta per scatenarsi un grande temporale e infatti lei reagisce come infuriata a qualunque parola le si rivolga, Leopoldo capisce che non è aria e cerca di smetterla con il silenzio assoluto, ma ormai la tempesta è scoppiata e lei comincia a rinfacciargli qualcosa un po’ di tutto un po’ di niente di preciso ma lui capisce che sarebbe meglio se lui quella sera non fosse davanti a lei, qualcosa di strano deve essere girato, però ad un certo punto salta su pure lui e litigano litigano ferocemente e lei scappa in bagno.
Un turbine di violenza inaudita si scatena. Lei da dentro il bagno gli intima di scomparire, di non farsi più vedere, lui si agita come un forsennato e si infuria, non sa reggere più con calma, ogni parola taglia l’aria come un missile e rimbomba assordante, nessuno dei due ora si astiene dalla violenza verbale, e quella porta del bagno chiusa evita che si passi dalle parole ai fatti.
Lui si fa impertinente e chiede di quali animali hanno parlato, serpenti, topi o di che, lei scoppia in una risata e dice che erano cani, cani rognosi fa lui, no cani cantanti, lui si infuria perché questa gli sembra una provocazione e ad un certo punto le chiede se si sta inventando tutto, se non gli stia raccontando delle frottole, insomma perché lo deve turlupinare con la storia di un colloquio su cani che cantano, e lei gli risponde acida che chissà che cosa avrebbe detto lui, forse avrebbe parlato di gatti, Leopoldo non ne può più ed esce sbattendo la porta.
Dopo un po’, sentendo che non c’è nessun rumore, Gaia esce dal bagno con molta cautela, Leopoldo non ha nemmeno mangiato, chissà perché si è infuriato così, faceva tutte quelle domande ed hanno litigato, si sarà annoiato troppo ad aspettare la cena, però poteva prepararla lui, invece di starsene spaparanzato davanti al televisore, lui e le partite di calcio, ogni sera ce n’è una e lui si stordisce con quelle partite, forse in giro con i suoi clienti si metterà a discutere di calcio come facevano quelli sul pullman.
Gaia si tranquillizza, ma poi si ricorda del litigio e le dispiace, le fa male, però è ancora arrabbiata, non sa perché, non capisce su che cosa hanno litigato, ha l’impressione di essere stata trattata male, comunque non sopportava Leopoldo e le sue domande che poi erano insinuazioni. Sente che lui metteva in dubbio qualunque cosa lei dicesse, era sospettoso, cosa voleva insomma, le voleva fare il terzo grado e lei si è rivoltata, lei sin da bambina non sopportava i sospetti , lei gli ha detto la verità e lui che diritto aveva, non aveva il diritto di sospettare, lui non aveva il diritto di pensare che lei mentisse, l’ ha detto, che pensava che lei gli stesse dicendo tante frottole, ma perché, ma chi gli dava quel diritto, Gaia si tormenta con queste domande, ma non servono a calmarla, anzi aumentano l’astio e il livore, il litigio è appena cominciato perché si sta preparando un muro più granitico di incomprensioni, con tutte quelle domande e quei pensieri astiosi almeno da parte di Gaia si stanno chiudendo tutte le porte, lei si è messa sulla difensiva e sta serrando tutti i catenacci, non sappiamo cosa stia succedendo a Leopoldo.
Dopo mezzora Leopoldo telefona ma appena sente la sua voce le sbatte il ricevitore dopo aver bofonchiato qualcosa.
Verso mezzanotte Leopoldo torna a casa, non parla e se ne va a dormire sul divano in salotto, preannunciando che domani fa le valigie e se ne sta fuori una settimana, ha bisogno di calmarsi, Gaia non dice nulla.
La mattina dopo Gaia si alza molto presto, si prepara e va a scuola.
Quando arriva a scuola telefona a casa ma Leopoldo già è andato via, chissà dove andrà a finire, chissà perché hanno litigato, lei è stupita della velocità con cui tutto è accaduto, le parole a volte sono incomprensibili, a volte creano disordine e discordia senza motivo, saranno le parole, saranno le difficoltà di comunicazione che a volte si mettono in mezzo tra gli uomini e li rinserrano dentro i loro circoletti, ognuno con le sue parole, con i suoi dubbi, con le orecchie tese ad ascoltare le proprie parole e a non rivolgere attenzione alle parole dell’altro.
Gaia è ancora piena di risentimento. Sente di essere stata offesa nel suo intimo, non capisce bene ma sente un forte risentimento, Leopoldo diventa una presenza difficile, ha fatto bene ad allontanarsi, si vede che ha capito di averla offesa profondamente.
Capitolo decimo
Leopoldo ha deciso di andarsene per qualche giorno. Andrà a Ladispoli, non lontano, in una casetta che un amico gli mette a disposizione per pochi giorni, è una casa vicino al mare che l’amico usa solo d’estate, è completamente ammobiliata.
E così lui pensa di informarsi anche sugli orari dei treni per e da Ladispoli e va alla stazione Ostiense.
Si ferma a guardare il mosaico che sta nella stazione. È un mosaico che c’è dall’inaugurazione della stazione, che voleva celebrare i fasti dell’impero e del fascismo, e Leopoldo si ferma a guardare con una certa curiosità. C’è una raffigurazione dell’Africa e Leopoldo vede nel pavimento il tentativo di imitazione dei mosaici che appaiono nelle antiche ville romane.
Si accorge di essere osservato e guarda di sfuggita quel signore che lo scruta con attenzione, si rende conto che è un barbone, a ripensarci pochi giorni prima gli avevano parlato di un barbone alla stazione Ostiense, deve essere lui pensa tra sé Leopoldo, che rimane indifferente e non è affatto preoccupato di essere osservato, anzi è incuriosito, gli verrebbe voglia di chiedere che cos’è che fa di lui un personaggio interessante, ma è l’altro che incomincia a parlare.
“ Era da tanto che non vedevo nessuno fermarsi a guardare questi mosaici, lei ....li trova interessanti? ”
“ Beh, non li avevo mai visti, me ne avevano parlato, sono comunque ........una testimonianza storica…”
“ Certo, sono dei reperti, sono un inno a Roma e alla sua grandezza, un tema caro al fascismo…”
“ Roma, certo...... fu molto grande…”
“L’impero romano, secondo me, si fondava su una organizzazione amministrativa e militare che poi non fu più ripetuta. Oggi gli americani e i russi hanno tentato qualcosa del genere, ma i russi hanno fallito del tutto, gli americani fanno dei discorsi quasi sempre prevalentemente militari, non si impegnano nel discorso amministrativo…”
“ Per me gli americani credono solo nella forza militare, però non possono tenere soldati in tutto il mondo, così, sono organizzati molto fortemente con i servizi segreti e si infilano dappertutto, lei che ne pensa?” fa Leopoldo, che trova piacevole la conversazione.
“ Io non sono un grande esperto,” fa l’altro, che intanto si è seduto vicino a Leopoldo su una grande panchina marrone scuro, “ però penso che credere di risolvere ogni problema con la forza sia il punto debole , un impero non si può reggere sulla forza, ci deve essere la sottomissione volontaria di coloro che vi sono assoggettati, ci deve essere una forma di collaborazionismo, tra dominanti e dominati, altrimenti non vi è impero, c'è solo dominio temporaneo, ma il tempo del dominio può essere breve, non dura..."
“ Lei crede, …. insomma non sono organizzati secondo lei, eppure si infilano dappertutto, mi pare che si infilino dentro le nostre anime, si prendono le televisioni, i telegiornali, i film, gli spettacoli, si infilano nella pubblicità, stanno nelle nostre industrie con i loro soldi, nelle banche, insomma non mi pare che manchino….”
“ Eppure, nonostante la loro invadenza in tutti i campi, non si infilano decorosamente nelle amministrazioni. È questa la loro pretesa, di governare senza amministrare, è un poco forzare l’ordine delle cose, secondo me “
“ Io non sono un esperto di amministrazione” fa Leopoldo, che sente un po’ la difficoltà di una conversazione che se ne va un po’ nel vago.
“ Ah, neanche io” fa l’altro “ ma non bisogna essere degli esperti per parlare, si possono pure scambiare due parole, o no?!”
Leopoldo lo guarda meravigliato.
È la prima volta, da tanto tempo, che qualcuno lo invita ad un dialogo, anche se su un argomento di cui lui non è che ne capisca o ne voglia capire molto, è da tanto che qualcuno non gli chiede la sua opinione su qualcosa, certo con Gaia c’è dialogo, sarà che hanno litigato e si sta scordando i loro dialoghi, però il dialogo con uno sconosciuto è una rarità, bisognerebbe almeno presentarsi, così vuole l’educazione e Leopoldo si presenta:
“ Ah, scusi, non ci siamo presentati, io sono Leopoldo Incocciati, faccio il rappresentante, volevo informarmi sui treni per Ladispoli”
“ Non credo che i treni che fermano qui fermino tutti a Ladispoli, quelli utili sono i treni della Roma-Viterbo, per quelli bisogna andare alla Stazione Trastevere o a quella di San Pietro, a quella di San Pietro mi sembra sia meglio, io conosco poco, forse se andiamo da capostazione…”
In un secondo lo porta nell’ufficio del capostazione, con cui deve essere in amicizia, perché si danno del tu, e quello conferma che i treni che fermano a Ladispoli partono dalla stazione di San Pietro.
Il barbone è un uomo sulla cinquantina, piuttosto piazzato, con dei capelli bianchi allungati che gli arrivano sulle spalle, comunque ben curati, indossa un impermeabile grigio ed ha due scarponi militari.
Forse è un professore che ha avuto qualche problema, dal modo come si esprime.
Leopoldo si fa impertinente e gli chiede: “Io mi sono presentato, lei no, però io voglio saperne di più di lei!”
“ Dammi del tu, io mi chiamo Franco, ho dei problemi economici, vivo in questa stazione, riesco a sopravvivere e ogni tanto, se trovo qualcuno disposto ad ascoltarmi, mi piace scambiare due chiacchiere.”
“ La parola se non si usa ce la scordiamo come è fatta, dice mia moglie.”
“ Sei sposato?”
“ Sì, sì, però….”
“ Sei separato?”
“ No..no…però…”
“ Ho capito, hai litigato!”
“ Sì…, ma niente di particolare..”
“ Hai litigato di brutto?”
“ Mah, non saprei…”
“ Vi siete picchiati?”
“No…no… però…”
“ Ci stavate proprio vicino a darvele di santa ragione, e non l’avete fatto per educazione…”
“ Sì, sarà stata l’educazione, c’eravamo arrivati, non capisco perché e come, sai la vita è strana, ad un certo punto litighi a morte e cinque minuti dopo non sai perché è successo e niente ti può aiutare a scoprirlo…”
“ Il litigio è come un uragano, arriva e scassa tutto, però poi finisce…”
“ Eh sì, quando tutto è scassato…”
“ Non è detto comunque che non ci siano più vie…”
“ Al momento non ne vedo di vie…”
“ Perché sei sotto l’effetto dell’uragano, aspetta un poco e le vie saranno tutte a tua completa disposizione..”
Leopoldo decide di invitare Franco a vivere qualche giorno con lui e Franco gli suggerisce di andarci in macchina a Ladispoli e Leopoldo è subito d’accordo, in fondo quella del treno era un’idea per fare avanti e indietro tutti i giorni col treno per ritornare a casa al più presto ma ora che ci ripensa Leopoldo conviene che è proprio un’idea stupida, senza alcun vantaggio pratico, che stava seguendo chissà per quale motivo misterioso .
E così il barbone raduna le sue cose e si infila nella macchina di Leopoldo e prendono la via per Ladispoli.
Capitolo undicesimo
Gaia ha finito la scuola, ha telefonato più volte a casa ma non sa che fine ha fatto Leopoldo; se ne va nel primo pomeriggio a Piazza Navona.
E’ una bella giornata calda e Gaia si infila nella piazza che si offre con la fontana al centro e con una serie di bancarelle all’andirivieni dei turisti che le trovano molto affascinanti.
C’è poi quell’atmosfera particolare di cui si carica Piazza Navona in preparazione del Natale. Ci sono bancarelle piene di statuine e di capanne e di paesaggi e di sfondi per i presepi, ci sono gli alberi di Natale, quelli finti e qualcuno vero, ci sono già gli zampognari che sono arrivati dall’Abruzzo.
Sono perlopiù straniere comunque le persone in giro per Piazza Navona.
Ci sono europei, giapponesi, americani, indiani.
Perlopiù vanno in gruppi, ci sono anche molte famiglie, donne con i bambini piccoli.
All’imbocco della piazza Gaia trova un gazebo dove raccolgono firme contro una legge sul condono edilizio che è in corso di approvazione. L’uomo e la donna che stanno nel gazebo non fanno molta fatica a convincere Gaia a firmare una petizione.
Gaia si allontana dal gazebo e si avvia verso la fontana.
C’è un crocchio di turisti che guardano una figura umana immobile, vestita come viene raffigurata Cleopatra, che sta come una statua, non muove un muscolo, e la gente si ferma a guardarla, si è infilata nello spettacolo della piazza, la statua finta di Cleopatra.
Dopo qualche minuto il gruppo si allontana ed alcuni lasciano qualche soldo in un contenitore che sta davanti alla statua finta e questa allora fa un inchino come per ringraziare.
Gaia rimane a guardarla e comincia a chiederle qualcosa, la statua ora è immobile e lo sguardo di Cleopatra si posa su Gaia e la scruta, Gaia sente la forza di quello sguardo misterioso e silenzioso, forse la statua riesce a vedere il suo tormento, forse lo sguardo della statua è migliore di tanti altri perché ha scelto l’immobilità e il mutismo ma gli occhi ce l’ha per guardare e vede tanta gente perlopiù stranieri e la sua giornata la passa ad osservarli, lo spirito di osservazione si deve essere affinato, sa guardare le persone.
Gaia sente la profondità dello sguardo e insieme sente l’esame cui viene sottoposta, è come se stesse facendo un’indagine medica complessa, non so una radiografia o meglio una Tac, Gaia capisce d’essere sotto esame e vorrebbe conoscerne i risultati, chiede alla statua che cosa pensa di lei, ma la statua non ha parole, ed ha uno sguardo fisso ed implorante, chiede di non essere ulteriormente disturbata, non può parlare, è una statua, e allora Gaia se ne va un pochino offesa.
Però si è divertita a guardare quella creatura misteriosa che fa il gioco del silenzio e delle belle statuine insieme e così si guadagna da vivere.
Il gioco del silenzio era un giochino che forse voleva essere educativo, ma poi era noioso, si capisce che senza parole non c’è nessuna possibilità, la parola è la nostra vita, il silenzio può essere un affascinante intervallo tra le parole.
Il mutismo è una grande difficoltà, chissà come faranno a vivere i sordomuti, ma loro hanno un loro linguaggio, si aiutano con i gesti e si capiscono molto in fretta, i sordomuti sono capaci di capirsi in silenzio, noi invece ci facciamo assorbire dalle parole, le parole poi se usate a proposito hanno una grande importanza, altrimenti diventano mezzi per convincere, per vincere, sì la parola diventa un mezzo di competizione, di lotta, la parola può diventare anche violenta.
E la parola può diventare cattiva, malevola, c’è la maldicenza, la parola diventa un’arma per colpire un’altra persona.
Gaia ripensa al litigio e capisce che le parole sono sfuggite al controllo e si sono scontrate tra di loro e sono diventate incomprensibili e anzi hanno incominciato a serpeggiare tra di loro e a seminare discordia, eppure lei non aveva alcuna disposizione alla lite, le parole però hanno preso una brutta piega, è stato come se un turbine di vento improvviso si sia infilato tra di loro e le abbia fatte ingrossare, le abbia fatte diventare dei grossi macigni, si sono trasformate in un attimo e per una inaspettata magia o follia o stravaganza o chiamiamolo effetto misterioso, si sono trasformate da mezzi di linguaggio e di dialogo in strumenti di offesa, in vere e proprie armi improprie, le parole non sono coltelli, non sono certo bombe o fucili o cannoni, però possono improvvisamente fare molto male, scatenano un litigio inaspettato.
Gaia compra qualche caramella e si mette a parlare con una signora francese anziana che sorride molto e che sembra una turista solitaria poi la richiamano, devono proseguire il tour, la francese sorride e si allontana con il suo gruppo.
Gaia si siede sui gradini della fontana e apre il libro.
Cesira e Rosetta sono andate via dalla macera insieme con Michele per cercare della roba da mangiare e cammina cammina si infilano in una caverna che è piena di sfollati e ci trovano tanta gente e anche un prete che è impazzito e che è disperato ed una suora che invece lo assiste spiritualmente.
Gaia riflette sulla guerra che trasforma tutto e su questo prete impazzito che fa tenerezza, è una figura poetica, e ripensa alla Chiesa e al crocefisso, sta bene nella piazza in mezzo alla gente, ma sente che è sola e un po’ tutti sono soli, in una grande piazza tante solitudini si incrociano e si fanno compagnia, ci si sente meno soli tra la gente.
Ripensa a Leopoldo e si preoccupa, non è riuscita a capire che cosa vuole fare e che cosa sta succedendo, strano come tutto si sia scatenato come un fulmine a ciel sereno, inaspettatamente.
Ci deve essere sotto qualcosa.
Gaia si accorge di sospettare di Leopoldo.
Se hanno litigato senza un perché, forse c’è di mezzo un’altra donna.
Poi ripensa e fruga nella sua memoria e pensa a quella sua fantasia erotica con l’architetto e sente dentro di nuovo una forza e capisce di essere turbata, forse è eccitata, ma non c’è un uomo, è la fantasia che vola e svolazza, e forse non c’è nemmeno una donna per Leopoldo, forse anche lui ha qualche fantasia di troppo.
Gaia chiude il libro e guarda il cielo e vede due gabbiani che svolazzano sulla piazza. I gabbiani in città si sono piazzati, sarà anche il Tevere che li attira, lei ormai li vede spesso da ogni parte di Roma.
Ci sono due sacerdoti in tonaca vicino a lei, ormai sono una rarità i preti con la tonaca, parlano inglese, lei ascolta un poco incuriosita, non capisce molto ma stanno litigando e uno accusa l’altro di essere un eretico, questo sembra di capire, l’altro si mette a ridere e gli chiede quale pena è prevista per questo genere di eresia. I due si allontanano e Gaia rimane con la curiosità su quel dialogo tra i due sacerdoti inglesi.
Arriva un gruppo di boyscout, sono ragazzi e ragazze e sono molto simpatici, tutti in divisa. Sono un’allegra brigata di ragazzi e ragazze chiassosi eppure molto disciplinati e tutti in divisa, la divisa da una parte prende in considerazione l’uguaglianza, dall’altra le differenze, perché le divise sono diverse a seconda dell’età e del grado, i boyscout sono un poco come i militari, hanno le loro regole alle quali sono molto legati, però le osservano e rispettano senza esserne schiacciati, le regole sono importanti per un gruppo pensa Gaia e riflette su quanto esse siano importanti anche nella piccola società familiare, e si chiede che cosa sia successo che ha scatenato la tempesta e il desiderio incoercibile in tutti e due di non guardare più troppo alle regole, e come sia facile scivolare dalla pace alla guerra in un attimo, certo ci deve essere una causa scatenante, ma adesso a chi tocca fare i passi per ritrovare la pace, una volta che si è scatenata la guerra.
Ripassano i due preti inglesi e Gaia li guarda incuriosita ma anche perché ora le viene in mente che ci vorrebbe un estraneo, un terzo completamente al di fuori delle parti, ecco forse un sacerdote straniero sarebbe l’optimum, perché certamente avrebbe difficoltà anche a capire qualcosa della lite; e comunque si rende conto che anche lei non ha capito il motivo, ma i meccanismi misteriosi si sono messi in moto, e ora Gaia capisce che magari un vecchio rancore può riaffiorare dal nulla e diventare uno scoglio gigantesco nel mare del litigio.
Capitolo dodicesimo
Nella curia di Velletri il vescovo sta preparando una lettera per un giornale.
Il tema é le radici cristiane dell'Europa, che ripercorre o meglio prende lo spunto da un appello del pontefice affinché nella carta costituzionale europea in preparazione venga inserito un richiamo alle radici cristiane dell'Europa e a quanto il cristianesimo abbia da tempo segnato la civiltà europea.
Radici. Il vescovo si sofferma sulla parola e vi trova molte ramificazioni, molte diverse possibilità di indirizzo.
La radice è la fonte di vita, di nutrimento. Insieme però è il punto di attacco, il punto di forza con cui la pianta si infila nella terra. Ed è anche il suo sviluppo nella terra. Ed è il punto fondamentale del suo sviluppo in generale.
Le radici sono una fitta rete con cui la pianta entra in simbiosi con la terra. Le sostanze vengono raccolte dalle radici che portano alla pianta tutti gli elementi necessari che essa può trarre dalla terra.
Le radici sono perciò un organo essenziale per la vita della pianta, ma sono altrettanto importanti per la sua posizione, per la sua stabilità, per il suo corretto porsi nella terra e con la terra. Le radici danno il valore e la forza della pianta.
Le radici cristiane dell'Europa. Il vescovo sta cercando un argomento e soprattutto una similitudine efficace sulla quale possa svolgersi il tema. Come le radici danno nutrimento all'organismo vegetale, così le radici cristiane hanno portato nutrimento e valori alle civiltà che si sono sviluppate in Europa. Questa similitudine rispetto all'apporto nutrizionale potrebbe trovare un significativo svolgimento. Ma altrettanto importante gli sembra il paragone rispetto alla stabilità e alla fissità al suolo, perché anche qui gli sviluppi sono molto ricchi di significato.
La religione cristiana e il suo apporto sostanziale alla civiltà europea.
Il vescovo ripensa ai suoi anni di seminario, al significato che la religione aveva da sempre avuto nelle sue scelte, certo ora ha qualche difficoltà ad esprimere bene questi concetti, ma la religione cristiana è sempre stata il suo punto fermo di attracco, intorno ad essa si é sviluppata la sua vita e la sua navigazione, che aveva preso le strade più diverse ma sempre con la sicurezza della possibilità dell'ancora della religione. E la sua vita si é svolta naturalmente sulla base religiosa.
Il vescovo si rende conto di avvertire però da qualche tempo un momento di forte smarrimento. E la riflessione sulle radici cristiane dell'Europa porta inevitabilmente ad una riflessione sul suo rapporto con la religione; e con la fede.
Sono molti anni che il vescovo sente sempre più forte il problema della fede.
La sua non é una posizione semplice, egli é un ministro di Dio, deve avere fede, tuttavia sente sempre di più la difficoltà, il problema di credere in Dio e di giustificare sempre e comunque tutto nel suo nome, in ossequio alla sua volontà; e tutti i suoi dubbi si affacciano e si ingigantiscono, ed egli non li scaccia più da tempo.
I suoi dubbi non sono le tentazioni di Satana. Sono la riprova che lui rimane un essere umano, anche se ministro di Dio.
La lettura che più lo aveva toccato in gioventù era la "Storia di un curato di campagna" di Bernanos in cui aveva riconosciuto e ritrovato i suoi problemi della fede descritti con estrema semplicità. E insieme tutti i suoi dubbi. Ma altre letture recenti ed insieme gli sviluppi delle guerre e del terrorismo lo hanno colpito profondamente. Ciò che lo lascia ora più perplesso, é il fatto che il mondo intero possa precipitare in una situazione di profonda insensibilità, e sente come vere le parole di un libro che parlava della cecità dei santi come più terribile sciagura dell'umanità. Il vescovo ha percepito questa perdita di sensibilità dei santi, e insieme le perdita del rispetto verso le figure e le statue dei santi da parte dei fedeli. É come se i santi non fossero più in grado di guardarti e che non ci sia più la possibilità, almeno al momento, che essi riacquistino una qualunque forma di sensibilità. Il vescovo ha la sensazione che i santi abbiano perduto al momento interesse per i problemi degli uomini, e che se la sua fede vacilla, non riesce più a trovare conforto nei santi. Da anni ha smarrito la fede semplice che lo aveva accompagnato nella sua giovinezza, e questo era un po' legato alla sua smania di spiegarsi tutto, che aveva portato via con sé la tranquillità con cui prima accettava i misteri.
Civiltà europea. Qual è questa civiltà, dove sta andando, dove é andata, che cosa ha portato nei secoli ?! Certo, l'Europa dei grandi stati, dell'Inghilterra, della Francia, della Germania, della Russia, ma insieme l'Europa delle grandi guerre, delle guerre mondiali, delle guerre interminabili, la guerra in fondo aveva sempre segnato questa civiltà europea che forse proprio intorno alle guerre si era sviluppata.
Il vescovo sente fortemente il dubbio sulle radici cristiane delle civiltà europee. Certo il cristianesimo aveva avuto tutta una serie di sviluppi, però non si potevano nascondere secoli di guerre e di grandi scontri di poteri, e tante guerre avevano avuto la loro componente religiosa, il vescovo sente più forti i suoi dubbi, i punti interrogativi sembrano stamparsi sulle pareti della stanza, in nome di Dio si sono fatte tante guerre e tanto sangue è stato sparso per le strade dell'Europa e poi anche fuori in tutto il mondo, no, non possono essere queste le radici cristiane di cui si voleva parlare, eppure questi problemi c'erano stati, ed avevano toccato in pieno la Chiesa ed il clero.
Il vescovo si chiede se lui sia veramente il grado di scrivere quel documento. Sì, è vero, lui é un ministro di Dio, deve dare le indicazioni sulle strade da percorrere, eppure lui quella strada non la trova più facilmente, quella via di comunicazione con l'invisibile e col divino si é nascosta, non riesce più a trovarla.
La via è diventata invisibile. Egli é un uomo, un semplice essere umano, con tutti i suoi problemi, con tutti i suoi dubbi.
Il fatto è che lui doveva fare da guida per gli altri, e che lui ha perso la strada, o meglio, non riesce più ad intravvederla facilmente.
Il vescovo recita dentro di sé, quasi automaticamente, il Padre Nostro. Sia fatta la Tua volontà, così in cielo, come in terra. Dove va la volontà di Dio? Cosa possiamo fare noi?
Magari fosse vero che io sono una matita nelle mani di Dio, pensa il vescovo. Una matita, una semplice matita, di cui Dio si serve per scrivere le pagine della vita, una matita che non ha altra ambizione che quella di poter scrivere tramite la mano di Dio, di poter riempire di segni delle pagine prima vuote del quaderno della vita.
Magari fosse vero che io sia una matita, che possa scrivere senza macchiare, che possa scrivere guidata dalla volontà superiore.
É questa volontà che riesce a riempire le pagine. Le pagine bianche si sono riempite. Non possiamo pensare solo alle guerre. La storia non è fatta solo di guerre.
Il vescovo sente sempre più forti i suoi dubbi.
Come ha potuto e può permettere Dio che in suo nome si siano spiegate le forze dell'avidità, della cupidigia, i poteri economici pronti a tutto, che le imprese più immorali siano state contrabbandate come la sua volontà.
E i suoi dubbi si rinvigoriscono. E la sua lettera resta desolatamente vuota. Anche perché il richiamo alle radici cristiane non riesce a trovarlo, il primo cristianesimo doveva essere stato una rivoluzione culturale fortissima e profonda, i primi cristiani avevano la fede, avevano la grandezza della speranza in un mondo nuovo, di un mondo in cui non fosse più la spada e la violenza a dominare. Poi il cristianesimo si era mischiato con la spada, con la violenza, con il potere.
Ultimamente, le parole del Papa contro la guerra a Piazza san Pietro piena di bandiere della pace lo avevano riempito di speranze. Il cristianesimo e la pace. Questo sarà il tema. Il vescovo comincia il suo documento.
Capitolo tredicesimo
Leopoldo e Franco sono arrivati alla casetta di Ladispoli.
Leopoldo l' ha trovata subito anche perché se la ricordava per esserci stato anni addietro a trovare l’amico.
La casa è in ordine, pulita, anche se il fatto di essere rimasta inutilizzata da qualche mese ha fatto avvertire loro un odore di chiuso, di abbandonato, quell’odore un po’ strano che hanno le cose quando le lasci al buio. Allora la vita sembra che si fermi, anche la polvere non circola più in libertà, l’aria, sebbene possa cambiare facilmente perché le case sono piene di punti di ricambio anche quando sono chiuse ermeticamente, l’aria stessa sembra evitare il ricambio e l’aria che sta dentro scaccia quella di fuori che non fa il minimo sforzo e la lascia in pace.
Per questo, nell’entrare, i due hanno avvertito quell’odore di stantio ed hanno aperto subito tutte le finestre e le persiane.
Franco si affaccia sul giardino e si accorge che le case vicine sono tutte serrate, chiuse.
“Tutte seconde case” dice e Leopoldo annuisce e dice che la vita forse si svolge nel paese, che si vede in parte adagiato. Vicino c’è Cerveteri che si vede su una collinetta.
“Ci saranno dei negozi?” chiede Franco e Leopoldo dice di sì e che devono andare al paese per comprare qualcosa da mangiare.
Danno un’occhiata sommaria alla casa per vedere se può soddisfare i bisogni primari.
Il bagno è in ordine, dotato di saponi, bagni schiuma, sciampi, carta igienica, asciugamani, spazzole, pettini, un accappatoio.
In cucina c’è farina, sale, zucchero, olio e aceto, pasta e riso.
Ci sono due stanze da letto, una con un letto matrimoniale, l’altra con un lettino. Leopoldo dice che lui dormirà nella stanza con il letto matrimoniale; Franco che lui è talmente abituato a dormire per terra che qualunque posto gli andrà bene.
“Bisognerà che ti lavi” fa Leopoldo a Franco, che risponde dicendo che lo fa subito, così decidono subito per gli asciugamani e Franco il barbone si accomoda nel bagno e comincia le abluzioni. Ne aveva bisogno e ne sentiva anche il desiderio. Erano mesi che si lavava sommariamente, l’ultima volta era andato in un bagno pubblico,un locale che sfidava i tempi ed era ancora gestito, forse la grande quantità di persone senza casa che vivono in una metropoli rilancerebbe questo tipo di locale, il bagno pubblico infatti era pieno di stranieri che cercavano un poco di sollievo in un bagno.
Leopoldo intanto ha preso tra le mani una vecchia rivista e si mette a leggere. È un settimanale dell’estate, tanta pubblicità, e gli articoli sulla politica estiva che se ne andava in vacanza, sui personaggi dello spettacolo e dello sport che stavano in vacanza, è un giornale che parla di vacanze, che descrive un fantastico mondo in cui tutti stanno in vacanza, e Leopoldo pensa che lui si sta prendendo una vacanza dalla vita matrimoniale, non sa, una settimana, forse due, poi tornerà, una volte che le acque si siano calmate, pensa a Gaia e sorride. Gaia in qualche modo si deve essere preoccupata, anche se non lo ha chiamato. Guarda il telefonino cellulare e si accorge invece che lo ha cercato. Pensa di richiamarla, ma qualcosa lo trattiene, è come se una forza misteriosa glielo impedisca, il fatto è che è presto, che le acque sono ancora agitate, pensa.
Intanto Franco è uscito dal bagno, si è fatto anche la barba, Leopoldo lo guarda e dice che si è dato una ripulita, Franco sorride e dice che ne aveva bisogno,e gli chiede se ha telefonato alla moglie, Leopoldo risponde di no un po’ stizzito.
“Non vuoi muovere tu per primo, vero?” fa Franco.
Leopoldo annuisce. Sì, è così, la prima mossa è una manifestazione di debolezza, oppure di torto, in fondo lui ha i messaggi sul cellulare, che provano che Gaia ha già fatto la prima mossa, è certo che la rifarà.
“ È come se noi stiamo giocando ad un gioco dove chi muove per primo rischia qualcosa, a me non va…” fa Leopoldo.
“ È una partita sì, ma bisogna muovere, non si può non giocarla” fa Franco.
Leopoldo capisce che cosa sta cercando di dirgli.
La partita ha ora le sue regole, e in fondo ci sono anche gli arbitri, uno ce l’ha proprio di fronte e se l’è andato a cercare lui. Gli arbitri, si sa, dovrebbero essere imparziali. Perciò Leopoldo ha fiducia. Tuttavia dentro di sé forse pensa che Franco dovrebbe in qualche modo favorirlo, dovrebbe stare dalla sua parte, lui non conosce nemmeno Gaia, per forza dovrebbe stare dalla sua parte.
Franco rientra sulla conversazione.
“E adesso, quanto pensi di stare via?”
“Ma, non so, un po’ di tempo, per riflettere , tutti e due ne abbiamo bisogno..”
“Quanto tempo, senza parlare?”
“Domanda difficile , non lo so, forse poco, troverò il modo……..”
“Non è facile, bisogna trovare le parole giuste per riannodare, per ricominciare a tessere la tela, non è facile ricominciare….”
“Certo, tu ci sarai passato, io al momento ho paura delle parole…”
Su questo Franco annuisce e tace. Comincia tra i due un momento di silenzio. Che è interrotto dai preparativi di Leopoldo che esce per andare al paese. Occorre comperare qualcosa o comunque hanno voglia di uscire di casa.
Trovano una pizzeria al taglio: Si fermano a prendere della pizza , pezzettini di diversi tipi, e due birre. E tornano subito a casa colle vivande e si mettono a mangiare.
“È difficile capire le donne” fa Franco “anche perché noi non riusciamo ad entrare nella loro sfera intima, noi pensiamo che loro abbiano i nostri desideri ed abbiamo costruito un mondo strano, è un gioco dei maschi, il sesso per esempio, noi lo consideriamo….”
“È vero, io non posso capire lei” fa Leopoldo come per assecondarlo.
“Qualcosa puoi capire, ma non puoi pretendere di capire il suo mondo, la sua sessualità, noi giriamo tutta la vita intorno al nostro mondo, che poi stringi stringi diventa ciò che gira intorno al nostro fallo, e pretendiamo che gli altri girino intorno pure loro, la nostra è una gran bella pretesa, e fiumi di parole sono state versate su quest’argomento…”
“A me non sembra che le cose stiano così, è vero che io ho la mia sessualità, che capisco poco al di là del mio centro di interesse, però il mondo non sono io, c’è lei che domina, lei è padrona del mio destino…”
“Sì, dillo tranquillamente che lei è padrona e signora della tua vita, perché è così, io però stavo riflettendo su quanto sia difficile per noi uscire dal nostro piccolo guscio ed entrare nei pensieri di una donna…”
“Non credo che sia giusto quello che tu dicevi sul nostro fallo, non è mai stato così che noi lo abbiamo divinizzato oltremisura, è importante, è il centro della nostra vita sessuale, però noi ci muoviamo in tante direzioni, e quella è una molto importante, ma una..tra le altre…”fa Leopoldo.
“Spesso però per noi diventa la più importante e in molti casi l’unica via, noi vogliamo le parole che gli rendano onore e gloria, cerchiamo in tutti i modi di divinizzarlo, e in tante civiltà succede ed è successo, la parola gira intorno alla nostra singola sessualità e pensiamo che sia degna di adorazione…”
“Non è così, questa è un’apparenza, la donna è signora e padrona…..”
“Ma deve inchinarsi di fronte al divino membro, deve piegarsi…”
“Tu hai un’idea di una lotta continua, di una battaglia tra i sessi…”
“Non, non è una mia idea, è descritto in tanti libri, ed anche le religioni spesso mettono la donna in soggezione, noi non possiamo capire la donna col nostro metro, che poi coincide molto spesso col modo di intendere la sessualità…”
“Metri, centimetri, millimetri, insomma stiamo sempre a misurarlo, secondo te?” fa Leopoldo ironico.
“E secondo te, no ?”
“Io non ho passato la mia vita a misurarlo” risponde Leopoldo.
“Io sì” risponde Franco.
“E quando hai smesso?”
“Non ho detto che ho smesso” fa Franco “per quanto mi atteggi a persona che conosce il mondo, io in fondo rimango chiuso nel mio piccolo guscio e non ne capisco molto di litigi e di sbandamenti….”
“E ancora passi il tuo tempo a misurarlo?”
“Lui rimane il protagonista della mia vita, per quante pagine nuove io sfogli, il mio pensiero principale torna lì, al mio modo infantile di concepire la mia sessualità, o meglio al tormentone della potenza sessuale…”
“E la tua vita continua a scorrere intorno….”
“E certo, io non sto parlando di fantasie, questa è la mia realtà….”
“E come pensi di uscirne, cominci ad avere una certa età, non puoi continuare a trastullarti così, deve esserci qualcosa di sbagliato…”
“Deve esserci qualcosa di sbagliato, hai detto bene” fa Franco”ho cercato di venirne fuori, ma non credo di esserci riuscito, non credo che ci riuscirei se mi facessi frate, o se mi rifugiassi nel deserto o nel digiuno...."
“Nemmeno una vita di eremitaggio potrebbe….”
“Non credo che serva molto isolarsi, anzi mi sa che più ti isoli, più il tuo cerchio si stringe intorno a te……”
“Insomma, secondo te noi non capiamo le donne….”
“E non facciamo molti sforzi per capirle, anzi le riduciamo in una dimensione che noi possiamo comprendere con le nostre unità di misura….”
“Il tuo mi sembra quasi un discorso vetero femminista……”fa Leopoldo.
“Sarà così forse , ma la penso così, tra una storia e l’altra noi su questo malinteso senso di visibilità costruiamo anche tutta una serie di violenze e non è che sia un discorsetto secondario…..”
Leopoldo ripensa al litigio. Non capisce. E non è che tutte quelle parole di Franco gli vengano molto in aiuto. Cosa significa capire la donna e la sua sessualità? Se lui in fondo non ha capito quasi niente della propria.
Capitolo quattordicesimo
Gaia se ne sta appollaiata sulla poltrona a leggere.
Con la mente però è altrove, cerca di riordinare le sue idee, che cosa le è successo, non riesce a capacitarsi, forse dovrebbe ripercorrere le ultime giornate, guardare a fondo, ma che cosa c’è da cercare, lei sente che il suo pugno nel ventre si sta facendo di nuovo avanti, il colpo da k.o. è tornato a farsi vivo, sente come se tutti i suoi liquidi si siano concentrati intorno al suo ombellico e premano e spingano e all’improvviso se ne vadano via, lei rimane con un senso di vuoto e una leggera nausea e un colpo che le fa venire il mal di testa e la vista si offusca e le orecchie le ronzano e i capelli si stirano e la pelle delle mani le dà prurito ed un malessere generale si impadronisce del suo corpo.
Ripensa al benessere che aveva provato quando c’era l’attesa e la sensazione di fisico appagato, di fisico come completato da una presenza viva dentro di sé. La maternità sentita e venuta meno. Lei era come una di quelle raffigurazioni della mater matuta che aveva visto al Museo Nazionale di Capua in una visita scolastica, quella stanza piena di matres che erano un ricordo della civiltà degli Osci, grande popolo gli Osci che tributavano alle matres l’onore loro dovuto e ne facevano una rappresentazione che le avvicinava molto alla natura, la madre e la natura, Gaia riflette su come la donna moderna abbia un poco perso le sue capacità naturali, però le mantenga per la maggior parte, ricorda come sentiva forte il senso naturale della maternità, ricorda anche come sia stato traumatico per lei il suo venir meno, come tutto abbia cominciato a scorrere in modo innaturale dentro di lei e come siano cominciati i suoi disturbi più svariati.
Con la mente ripercorre il litigio, e prima la visita che ha fatto all’architetto, ricorda qualcosa ma sente che le sue idee si confondono, però ricorda un piacere fisico, e allora si pone di nuovo la domanda se sia successo qualcosa nello studio dell’architetto, ed ha un ricordo intenso e piacevole, allora sì, qualcosa ci deve essere stato, perché ora le vengono quasi dei desideri di ricominciare, e ripensa che non deve essere stata una fantasia e basta, perché quella sensazione di piacere le ritorna in mente ed anzi la ripercorre tutta e, a questo punto si domanda perché non accertarsene, rivisitandolo quell’architetto benedetto, perché non risentirlo, ricorda che gli aveva detto che se avrebbe avuto bisogno lei si sarebbe fatta di nuovo sentire, e perché non farlo, che cosa la trattiene in fondo, ma si affaccia il pensiero di Leopoldo e Gaia si sente turbata, per questo forse è scoppiato tutto il litigio, che cosa deve fare, sente fremere la sua fantasia però non sa cosa sia bene e cosa non lo sia. Gaia sente andare la sua mente, capisce che sta vivendo una fantasia e si lascia andare, ma c’è sempre il pensiero di Leopoldo che sta lì, e lei non riesce a liberarsene facilmente. Allora le spunta il pensiero che le era venuto subito dopo il litigio, che Leopoldo abbia un’altra donna, certamente deve essere così, perché altrimenti l’ avrebbe già richiamata, lei lo ha cercato lui invece è scomparso e chissà che cosa sta combinando e con chi se la sta spassando, mentre lei si fa venire gli scrupoli pure per i pensieri. Allora ripensa liberamente come se una fune si sia sciolta all’improvviso e sente che anche lei ha voglia di godere e di godersela la sua giornata, faccia quello che vuole Leopoldo, lei si attacca al suo pensiero e se lo sente languido ma insieme forte, è un pensiero robusto che si affaccia e la fa tornare bambina, ma il ventre le fa sentire di nuovo il colpo da k.o. e tornano i suoi malesseri tutti insieme.
Cosa posso fare, turbamenti e colpi allo stomaco, Gaia è un poco preoccupata dall’andare e venire dei malesseri, forse dovrebbe tornare dal dottore, le viene voglia invece di parlare con qualcuno dei suoi dubbi, bisogna che si sfoghi e cerchi le cause dei suoi turbamenti, forse se si confessasse, forse un sacerdote le saprebbe dare un indirizzo, Gaia decide così di andare alla chiesa del suo crocefisso e di cercare un sacerdote, si confesserà e chiederà consiglio, si prepara in fretta e va alla chiesa.
Appena entrata però le passa tutta la voglia di confessarsi e sente il bisogno di parlare alla statua, è quello che voleva e desiderava, quel colloquio intimo e segreto che le dà sollievo e infatti capisce di essere preda di fantasmi, capisce che la statua le parla con tranquillità, le dà sollievo e garanzia, tutto si ricompone, il suo orizzonte ora si fa più chiaro e Gaia decide che ha bisogno di uscirsene fuori per qualche giorno e allora comincia a fare un piccolo progetto per le vacanze di Natale.
Vuole andare a ripercorrere le strade della Ciociara tra le montagne, era un desiderio che finora si era taciuta, ma che ora le viene forte, nella chiesa e nel colloquio con il crocefisso, andrà nella zona di Lenola alla ricerca delle macere dove è ambientato il periodo centrale e più importante del libro, sì, si prenderà una vacanza diciamo particolare per vedere con i suoi occhi quelle zone dove ora scorre solo la sua fantasia e per capire che cosa deve essere successo veramente nella storia del libro, che in parte è un racconto autobiografico dell’autore.
Tornando verso casa Gaia pensa sempre più risoluta al suo desiderio e sente che è qualcosa di bello, ripercorrere i luoghi di un libro e tornare indietro nel tempo, tornare alla guerra e ai suoi problemi, ma avvicinandosi ai luoghi descritti, tutto può far giocare la fantasia con la realtà, la visita dei luoghi è l’unico modo per realizzare questo incontro, per tornare ad un passato anche se ipotetico, per rivivere una storia raccontata. Gaia sente l’eccitazione della possibilità che lei può avere, di ripercorrere i sentieri della Ciociara, e insieme di rivisitare la storia dei protagonisti. La letteratura certo è profondità di fantasia ma quello che lei cerca è l’incontro con i luoghi che questa fantasia ha percorso in lungo e largo con la speranza di cogliere i segreti abbeveratoi della fantasia stessa. Nel contempo occuperà pienamente qualche giorno delle vacanze di Natale.
Che cosa cerca Gaia? Un diversivo nuovo, un gioco interessante ed avvincente, un suo piacere intimo di sfogliare dal vivo le pagine di un libro, un desiderio di cercare le fonti da cui ha preso ispirazione l’autore del libro. Quest’idea in fondo così semplice le sembra un gioco vivo, carico di sorprese, pieno di significati, un gioco nuovo tra la fantasia e la realtà; un gioco che potrà dare molte risposte ai suoi interrogativi sulla scrittura e a quelli sulla lettura, alle domande che da tanto tempo si pone sia come lettrice che come insegnante.
Nel caso specifico l’autore ha attinto profondamente alla realtà, l’ ha descritta in mille modi, e la sua storia fantastica si è inerpicata sulle colline vicino Fondi, l’autore ha giocato con i luoghi reali in cui egli ha vissuto un periodo della sua vita. E questo affascina Gaia che sente che con quel viaggio lei potrà ripercorrere i luoghi che hanno ispirato la fantasia dell’autore e forse potrà incontrare dei personaggi del libro, potrà vederne i paesaggi, potrà guardare il cielo, il mare, la piana con gli stessi sguardi dei personaggi e dell’autore.
Questo l’affascina. Ma poi sente anche qualcosa di misterioso che la attira, il desiderio di questo viaggio per ripercorrere i luoghi l’ ha presa come se dentro questo viaggio ci siano i significati di tanti suoi dubbi e ci siano le soluzioni dei suoi problemi, qualcosa di nuovo arriverà da questo viaggio che improvvisamente le è venuto il desiderio di fare. E così comincia ad organizzarsi mentalmente.
Capitolo quindicesimo
Gaia si è organizzata e prende il treno per Fondi. Poi andrà a Lenola con il pullman e lì andrà ospite di una signora che ha contattato.
È una bella giornata di sole, il treno è un interregionale che è mezzo vuoto e Gaia si mette a leggere mentre nel suo scompartimento due signori discutono di ciclismo. Uno sostiene che è uno sport troppo duro in cui non si può sfuggire al doping, l'altro rincara la dose e dice che oggi tutti gli sport sono viziati dal drogarsi degli atleti, ma perché lo fanno, è perché il mondo oggi va così, lo sport è inteso come affermazione della propria personalità e nessuno vuole arrivare ultimo; qualcuno dovrà pur esserci, si infila Gaia, certo signora, ma nessuno vuole indossare la maglia nera, perché gli ultimi hanno la maglia nera, chiede lei, ma no, si diceva così per dire, ribatte uno dei due che è più basso dell'altro e se ne sta sdraiato in qualche modo ed ha un accento sul napoletano. Gaia chiede dove sono diretti e loro rispondono che sono di Aversa, lei chiede se sono stati al Museo Nazionale di Capua, loro dicono di non conoscerlo e Gaia si mette a descrivere quel museo che le è rimasto tanto impresso, un museo privato sotto i borbonici, che con l'unificazione divenne subito, nel 1869, museo nazionale, è il museo dove ci sono le stanze della mater matuta, una serie di statue che raffigurano le matres viste dagli Osci e celebrano la maternità e insieme la grandezza della madre, che raffigura in qualche modo anche la natura. Poi Gaia si mette a parlare degli Osci che dovevano essere un grande popolo italico, parla dei loro vasi belli come quelli che hanno reso famosi gli Etruschi in tutto il mondo. I due la ascoltano con attenzione estrema (come si conviene) e il treno intanto ha superato alcune stazioni e loro le chiedono dove è diretta, lei risponde a Fondi. I due riprendono la loro discussione sul ciclismo, Gaia si mette a leggere e il treno dopo Monte San Biagio, si avvia verso Fondi. Quando Gaia si prepara a scendere, uno dei due la aiuta con il bagaglio, è una valigia di quelle che si possono portare, ha le rotelle.
A Fondi Gaia scende dal treno. La stazione è fuori dal centro abitato, lei il paese l’ ha visto da lontano dal treno. Prende un pullman che va a Lenola.
Il pullman si infila dentro Fondi poi prende la strada per Lenola, che oggi è una bella strada che si arrampica sulla collina tra i tornanti, una strada larga. Lungo la strada Gaia vede che non ci sono case e c'è un fitto bosco da una parte della collina.
Il pullman è quasi vuoto, ci sono tre donne vestite di nero e un signore anziano. L'orario, di mezza mattinata, non è quello in cui il pullman è pieno di ragazzi che vanno a scuola. E comunque i ragazzi stanno in vacanza, le scuole sono chiuse per le lunghe vacanze natalizie.
La strada è piuttosto lunga, ci vuole un poco di tempo per arrivare, il pullman arriva alla piazza centrale del paese e poi prosegue per Vallecorsa.
Gaia è incuriosita, Vallecorsa è il paesino dove succede il terribile fatto raccontato nella Ciociara, in cui Cesira e Rosetta vengono stuprate da un gruppo di soldati marocchini. Decide che ci andrà con il pullman e magari cercherà quella chiesetta descritta nel libro. Intanto scende e si accorge di essere attesa da un signore che la fissa e le chiede se lei è la professoressa, dice di sì e allora il signore fa per prendere la sua valigia, ma Gaia dice che per carità lasci è semplicissimo e di nessuna fatica spostarla, al che il signore la lascia e l’ accompagna per il paese, fanno una discesa fatta di larghi gradoni dove ci sono i ragazzini che stanno seduti e giocano tra loro, e dei vecchietti su delle seggiole di vimini che chiacchierano.
Il paese sembra molto bello e piacevole per Gaia che osserva incuriosita questa scalinata e il paese, le sembra di essere lontana mille miglia da Roma con il suo traffico e la fretta indiavolata, qui pare che nessuno ce l'abbia, e dopo circa cento metri il signore si infila in un vicolo e dopo un poco eccola arrivata.
Ad accoglierla la signora Rosa con cui ha avuto un colloquio telefonico, le mostra la camera, è una semplice stanza di una vecchia casa, eppure è ombrosa e riparata dal sole ma non è fredda, perché è isolata dall’esterno da uno spesso muro di pietra. È una stanza larga e comoda, ha un bel lettino, un armadio in cui potrà mettere agevolmente le sue cose.
La signora Rosa la fa sedere nella cucina e insieme fa accomodare il signore che l’ ha accompagnata, si chiama Aldo e cominciano le presentazioni. Aldo è in pensione, faceva l’operaio edile, andava a lavorare a Roma tutti i giorni con il treno, racconta che il lavoro suo è stato questo, una vita da pendolare, adesso coltiva un orticello e si cura di qualche pianta di ulivo.
Rosa veste di nero, è vedova, ha perso il marito da qualche anno, è una donna in nero, il lutto nei paesi si porta a lungo, è piuttosto piccola di statura, ha un fisico robusto e una bella faccia tonda adornata da bei capelli ondulati tenuti corti, sono quasi tutti neri ma mischiati con dei fili bianchi, è una donna vivace, la parola è sciolta e anche lo sguardo è vivo e penetrante, Gaia si sente subito a suo agio con lei, è gentile ma non servile, e trova in lei una certa somiglianza fisica con la figura di sua madre, la mamma è morta da una diecina d’anni e l’immagine ce l’ ha ancora scolpita negli occhi e nel cuore, aveva un bel rapporto con la madre, era la sua confidente, la sua amica e insieme colei che sapeva guardarla a fondo e aiutarla subito con la parola, guarda Rosa e si accorge di essere stata esaminata in un attimo e forse potrà trovare con lei dei discorsi, la figura di sua madre entra sempre di più in questa donna e vuole farsi viva. Come sua madre, Rosa è piccolina di statura, ma è piena di vivacità nel muoversi e nel parlare, ha due grandi occhi neri che ti avvolgono con il loro sguardo e insieme ti pesano, ti esaminano, ti scrutano a fondo, ma non è curiosità o cercare qualcosa, è uno sguardo di due occhi profondi che sono lo specchio di un’anima profonda. Lo sguardo, il taglio del sorriso, il mento, il collo, anche i capelli corti ed ondulati, sembra lo stesso taglio, è impossibile che sia lo stesso parrucchiere, sua madre ne aveva uno di Roma e ci andava ogni tanto, era lui che aveva scelto, insieme a lei, il suo taglio, Gaia resta un po’ in bambola a guardare la figura di Rosa, la somiglianza non è solo fisica, è anche nelle movenze e anche il modo di porgere la parola si somiglia.
L’immagine di sua madre forse si sta muovendo nel suo intimo e si è andata ad infilare nella persona di Rosa, forse è anche la sua impressione che accentua la somiglianza, fatto sta che Gaia sente la vicinanza della madre e mentre parla con Rosa le rivolge le parole che dava a sua madre.
Rosa ascolta con interesse il desiderio di Gaia di ripercorrere le vie del romanzo di Moravia, lei non lo ha letto ma ha visto il film e la storia è una storia vera, Lenola è vicino a Fondi ed anche a Cassino ed è stato teatro di tante vicende dell’ultima guerra, però le macere cui Gaia ha accennato devono essere nella parte bassa della collina, prima che comincino i boschi.
Mentre stanno parlando squilla il cellulare di Gaia, che si scusa e risponde. È Fulvia, la chiama e le chiede che fine ha fatto, la cerca a casa ma non risponde nessuno, Gaia la rassicura, si è presa qualche giorno di vacanza e sta a Lenola, e Leopoldo lavora e sta sempre fuori, Fulvia si tranquillizza, le chiede come va con la salute, se il medico le ha consigliato qualche cosa, Gaia risponde che va meglio, quelle paure pare che se ne stiano andando, ogni tanto le ritorna il pugno nel ventre, per quello bisogna aspettare fa Fulvia, è un mistero delle donne, chissà quando se ne andrà, si salutano in fretta perché Fulvia ha da fare ma le chiede di richiamarla.
Finisce la telefonata e Gaia dice a Rosa: “Era Fulvia, voleva solo sapere come sto…”
“Tua sorella?” fa Rosa.
“Oh, sì, mia sorella, scusa, non l’avevo detto, è mia sorella più grande e…..”
“Ed è preoccupata perché non ti trovava”
“Sì, sì, lei si preoccupa però è lontana, lei ha la sua famiglia, la sua vita, è tanto cara ma non può aiutarmi più di tanto…”
“Tra sorelle a volte c’è tanto, sei fortunata ad avere una sorella che ti vuole bene…”
“Quando ci telefoniamo è come se ci abbracciassimo, io sento il suo abbraccio……..”
“Anche a me capita, ho un fratello che sta in Canada, ci sentiamo due o tre volte l’anno, quando lo sento sono felice, però la lontananza…..adesso dicono che con i cellulari nuovi potremmo vederci, ma io non ce l’ ho i soldi per questo cellulare, e poi la voce mi basta, ed anche per lui penso che sia lo stesso.” E Rosa fa vedere a Gaia una foto del fratello.
Poi Rosa va via, esce per il paese, va a fare degli acquisti, Gaia si sistema con calma le sue cose.
Capitolo sedicesimo
È bella l’ospitalità che Gaia ha ricevuto.
Si sente come a casa e questo è il segreto della vera ospitalità, far capire all’ospite che quella è casa sua. La sensazione è accresciuta dalla familiarità della figura di Rosa che le porta naturalmente delle sensazioni intime molto vicine alla sua vita.
E così Gaia che è la professoressa a pensione sente di essere scesa da quel ruolo o meglio capisce che non ci si vede più in quel ruolo, è come se lei da spettatrice avesse cambiato il suo posto con la protagonista principale, questa riflessione sui ruoli degli attori e degli spettatori l’accompagna e la distrae da quella forte emozione che la presenza in Rosa della figura di sua madre le ha procurato.
Il pranzo è una specie di festa, ci sono le fettuccine fatte in casa condite con un sugo semplice arricchito da olive ed un poco di salsiccia, salsiccia e olive che sono anche il secondo ed il contorno e un buon bicchiere di vino.
C’è la famiglia di Rosa, ci sono due suoi figlioli e insieme le mogli e quattro nipoti, tutti in una tavolata, che in fondo è un tavolo da cucina, in cui c’entrano per uno strano miracolo dieci persone e ognuno sembra stare comodamente al suo posto, ma Gaia si accorge che l’ unica a stare comoda è lei, l’ospite, gli altri si fanno stretti stretti l’uno accanto all’altro ma per uno strano miracolo mangiano tutti insieme e ridono e scherzano tra di loro e lei si accorge di stare in una casa di grandi signori in cui l’educazione è un grande libro che continuamente si sfoglia e scrive la sua pagina su tutti i muri sugli incontri delle parole e degli sguardi, sulle voci e sul silenzio. Sì, anche il silenzio diventa un silenzio signorile, è un silenzio buono, non è indice di nessuna tensione.
Gaia è istintivamente molto contenta e pensa che ci tornerà un giorno, magari con Leopoldo. Pensa a Leopoldo. Che strano litigio!
Ora Gaia aspetta con ansia la sua telefonata, perché vuole la riappacificazione. Leopoldo però non si fa vivo. Gaia ha provato a chiamarlo nuovamente, ma nessuna risposta.
Alla fine del pranzo Gaia si alza soddisfatta e annuncia che farà una passeggiata per il paese. Si accomiata tra i sorrisi ed esce.
Rifà in salita la scalinata a gradoni e arriva alla piazza da dove è arrivato il pullman. La piazza si affaccia su una discesa della collina. È un bel pomeriggio di una giornata di sole e non fa freddo.
C’è un sentiero e Gaia ci si avventura. Qualcuno a cui ha chiesto informazioni le dice che porta in basso e che va verso dei boschi.
Gaia comincia a scendere nel primo pomeriggio e senza nemmeno accorgersene, dopo qualche centinaio di metri, si infila in un bosco.
È un bel bosco di castagni e di betulle con ogni tanto degli abeti che crescono molto bene sulla collina. È un bosco inizialmente pieno di luci e colori ed affascinante, un bosco che a Gaia ricorda i boschi della Toscana, dove lei andava in villeggiatura con la famiglia da ragazza e si avventurava in passeggiate nei boschi col padre e con Fulvia.
Ora però il bosco si fa più fitto e Gaia si accorge di essersi inoltrata nel bosco da sola e senza conoscerlo. Sarà facile uscirne, basta seguire il sentiero, che però ad un certo punto si complica ed è sommerso dal fogliame e dal sottobosco e di sentieri ora ce ne sono tanti. Tra le fila degli alberi in fila che guardano tutti con meraviglia Gaia, nuova ospite sconosciuta di questo mondo misterioso che è il bosco, Gaia è tranquilla, ma comincia a preoccuparsi, vede la luce del sole tra le fronde, ma capisce che il sole si sta infilando dietro la collina e che tra un po’ di tempo non ci sarà la luce del sole, il bosco diventerà buio, bisogna far presto ad uscirne.
Bisogna orizzontarsi e tenere ferma una direzione. Gaia cerca il muschio sulle cortecce degli alberi, il muschio dà il nord, lei decide di andare e seguire il nord, a un certo punto ci ripensa, no, non deve andare verso il nord perché così non troverà mai l’uscita dal bosco, andrà verso est, è da dove sorge il sole, est è la direzione che mettendo le spalle al nord è alla nostra destra, perciò alla sinistra dei muschi sulle cortecce, questo è il suo ragionamento e comincia a spingersi verso sinistra, il sole se ne sta andando, forse c’è anche qualche nuvola, Gaia si trova ora in un punto molto buio, sarà il crinale della montagna, sarà la vegetazione, sarà il sole che non penetra, forse è oscurato dalle nuvole oppure se ne sta andando dietro la collina, fatto sta che il bosco ora sta diventando buio. E comincia a fare freddo.
Le ombre ad un certo punto si impossessano del bosco, sono predominanti sui raggi di sole che filtrano dall'alto, creano figure , si muovono , si incrociano, le ombre nel fitto bosco sembra che si inseguano, fanno i giochi delle ombre. Gaia che ha visto talvolta i giochi di luce si rende conto dei giochi delle ombre, sono dei giochi in cui le ombre penetrano nell'ambiente e lo avvolgono di ombra, oscurano gli spazi e li riempiono di buio, sfumano dietro i tronchi degli alberi e avvolgono gli altri tronchi, impregnano il sottobosco. Gaia ha l'impressione che le ombre si stiano impossessando del bosco e ha l'impressione che siano animate da uno spirito che intende terrorizzarla, Gaia ha paura del buio che prende pian piano il sopravvento sulla luce, il bosco si riempie di oscurità e le ombre sembrano animare la vita del bosco che si riempie di loro, ma intanto le percezioni sensoriali vengono offuscate ed una specie di incapacità percettiva comincia a dominare in Gaia che si sente soggiogata. E le ombre giocano e sembra che ci siano delle figure che si alternano nell'ombra, è un poco come con le nuvole, con le ombre puoi immaginare quello che ti viene in mente, ma il fatto è che l'ombra non dà luce alla nostra immaginazione e invece la offusca e noi siamo impauriti dal buio da bambini, non riusciamo a convivere con il buio, si creano nella nostra mente delle altre visioni e abbiamo paura delle ombre che si allungano, le crediamo animate contro di noi per impaurirci, Gaia si sente oppressa dall'oscurità ed ha paura dei giochi delle ombre non si sente affatto tranquilla e poi ha paura che ci sia qualcuno che la stia osservando e che si stia prendendo gioco di lei , tutte le paure infantili risbucano e si ingigantiscono, lì in fondo le sembra di vedere una figura nera che le viene incontro e si sente smarrire in una paura sempre più profonda.
La paura che è una sensazione all'improvviso si incarna e diventa qualcosa che fisicamente la insegue da tutte le parti e da tutte le direzioni. Gaia ne sente l'alito, il soffio del vento tra le foglie del bosco è l'alitare della paura fattasi creatura che ora sta inseguendo Gaia e le sta sopra.
Gaia sente la profondità della paura. È come se si trovasse a combattere contro un nemico che sembra invisibile ma di cui lei sente la forza e la grandezza e soprattutto l'enormità delle dimensioni. È un mostro gigantesco, che si allunga da tutte le parti, che se ne va in alto e in basso, che si infila tra gli alberi del bosco e che quando lei lo cerca si va a nascondere nel sottobosco sotto le radici degli alberi. La paura si incarna. Gaia cerca di mantenere la sua calma ma si rende conto di essere preda della paura delle ombre e dei fantasmi che ora si aggirano nel bosco sperduto. E sente sempre più freddo.
Pian pianino il panico si impadronisce di lei che non riesce a vedere via di uscita e sente l'oppressione della paura, capisce di non avere facilmente una via di uscita e si sente sola ed incapace a fronteggiarla, la paura la sta prendendo tutta, comincia a tremare come una foglia, si immobilizza e cerca un riparo dietro un tronco ma vede le ombre che si muovono fugaci e allora comincia a correre poi inciampa in una radice e cade e allora scoppia a piangere, un pianto dirotto ma che rompe il silenzio del bosco e allora si accorge di non essere sola sente il canto delle cicale, instancabili cantano fino alla fine, anche a dicembre cantano le cicale, sente anche il cinguettio degli uccelli. Allora Gaia riprende il coraggio di fronte ai giochi delle ombre ed ai fantasmi che si aggiravano nella sua mente.
Si attacca al cellulare e chiama Leopoldo, che finalmente le risponde, come stai, dove stai, che cosa? ti sei persa? E al buio, dentro un bosco, come faccio ad aiutarti, non vedi qualche luce? Non ci sono luci, oddio Gaia ma perché ti sei infilata nel bosco? Gaia scoppia a piangere, cade la linea, Gaia si sente sempre più sola e piange a diluvio, quando vede davanti a sé due occhi che la fissano ed una voce che la chiama: “Professoressa, stia tranquilla, ci sono io”. Gaia chiede chi è, è terrorizzata, sono il nipote della signora Rosa, e Gaia si accorge del ragazzo che sta di fronte a lei che le porge il suo aiuto.
In due minuti sono fuori dal bosco tenebroso e Gaia capisce che il ragazzo l’ ha seguita, forse su indicazione della nonna, e ringrazia il cielo.
Dopo una ventina di minuti sono di nuovo nella piazzetta del paese che è piombata nella sera, essendo il sole scomparso dietro la collina.
Gaia è ora tranquilla e ripercorre i gradoni verso la casa, seguita con discrezione dal ragazzo.
Il bosco l’ ha spaventata.
Però quel ragazzo, che l’aveva seguita, l’ ha rassicurata.
Ha avuto la paura della solitudine più profonda e poi la consolazione e il rallegrarsi di sentirsi seguita, più che seguita accompagnata. Il che le ha dato una grande sicurezza.
Ora richiama Leopoldo e lo rassicura, lui le chiede come va, se è ancora arrabbiata, lei dice di non esserlo mai stata, però sta bene qui a Lenola, qualche giorno di vacanza le farà bene, gli dice della somiglianza della signora Rosa con la madre, Leopoldo ha conosciuto sua madre e le ha anche voluto bene, si meraviglia.
Si lasciano con una certa non dichiarata voglia di riappacificazione, ma lo strano litigio ha tolto loro le parole giuste e si preparano ad un Natale in ostilità.
P A R T E S E C O N D A
Capitolo primo
Ciò che ha spinto Gaia all’avventura nel bosco è stata la sua curiosità che non ha trovato alcun freno negli avvertimenti che le erano stati dati appena poco prima e dai consigli che la sapienza popolare dà da sempre, di non avventurarsi in un bosco se non lo si conosce a menadito e soprattutto quando sta per scendere la sera e le ombre possono togliere completamente ogni possibilità di orientamento.
La curiosità, dice un vecchio proverbio, è femmina. Il detto popolare o meglio l’adagio verrebbe interpretato nel senso che la donne hanno maggiore curiosità dei maschi e vorrebbe dire che a volte la curiosità ci fa infilare in pasticci in cui diventa difficile districarsi. Altri, e sono la maggior parte, vedono invece nella curiosità una grande virtù che porta l’uomo alla scoperta di verità che in un certo momento gli sono nascoste o almeno gli erano sconosciute fino a poco prima. Quindi da una parte un detto popolare che biasima la curiosità e che in fondo invita a ritirarsi quando essa ci spinge a farci delle domande o a percorrere una via nuova, chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia e non sa quel che trova, ecco un altro proverbio che si stringe col primo, un altro invito alla prudenza.
Invece per un’altra parte che dicevamo rimane la più numerosa la curiosità è indice di coraggio e il coraggio non è che ognuno possa darselo a piacimento, ci vuole l’animo pronto e disposto ad affrontare la situazione senza alcun tentennamento, con sicurezza e con serenità. Ora che questo coraggio speciale non faccia difetto alla maggior parte delle donne è vero e allora il proverbio potrebbe trovare forti consensi. Ma c’è chi obietta che il coraggio vero è quello dell’eroe, quello di chi non si tira indietro di fronte alla prospettiva di perdere tutto, anche la vita, e gli eroi che ci trascina la storia non sono certo delle femmine, quindi ecco un bel dibattito sempre pronto a riattizzarsi quando delle donne compiono qualcosa che in genere non viene riconosciuto alle donne, e allora danno fastidio a quella parte che vuole mettere in risalto le capacità degli eroi da sempre e si infastidisce quando delle donne fanno qualcosa di valoroso o meglio non mostrano paura di fronte ai pericoli.
Lasciamo ai lettori questo dibattito e invece riportiamoci alla storia che stiamo raccontando.
Gaia è stata spinta dalla curiosità, ma senza curiosità la vita diventerebbe per lei invivibile, lei vuole sapere che cosa c’è nascosto dietro, questo è uno degli impulsi vitali più importanti per lei, che d’altra parte senza di esso scivolerebbe in una serie di comportamenti noiosi, nel tran tran quotidiano che ti dà la noia e ti avviluppa nella sua insensibilità. Gaia cerca qualcosa di nuovo e misterioso che sta sempre dietro l’angolo, e lo trova, e questo le dà il gusto ed il piacere delle nuove scoperte. Ora sta pensando fortemente a Leopoldo e sta cercando di ricordare il motivo per cui sono arrivati in questa situazione, ma non riesce a capire. E comunque è sicura che non sia nulla di così grave da portarla a difficoltà nel suo rapporto. Le parole hanno preso tutti e due e li hanno trascinati nel vortice del litigio, ma ora il colloquio telefonico, la prova che lui è sempre pieno di attenzioni, la sua immediata ricerca di lui nel momento della difficoltà, tutte queste cose insieme la rassicurano. Gaia capisce che ama ancora Leopoldo, che gli è legata in modo forte e che difficilmente questi nodi si possono sciogliere per un bisticcio qualunque, che il loro matrimonio regge alle prove cui la vita lo sottopone. Sull’amore Gaia ha anche capito che nel matrimonio esso si è rafforzato, è diventato qualcosa che lei forse non riesce a definire, ma è la sua forza e insieme la sua debolezza, e sente che anche Leopoldo ci si appoggia con tutto sé stesso, e sente quanto il litigio deve aver determinato forti scompensi, e Gaia allora si propone di riconciliarsi al più presto e sente che deve parlarne con qualcuno, forse meglio di no con Fulvia, un sacerdote le darà conforto e le troverà la soluzione per riprendersi Leopoldo, sente che potrebbe rompersi quel legame così prezioso.
E non capisce il perché. Gaia è confusa ora, dopo l’avventura e lo smarrimento nel bosco, ma anche dopo la telefonata con Leopoldo, ma è contenta di essere venuta a Lenola perché ha conosciuto delle persone che sono veramente a modo, Rosa e la sua famiglia le hanno dato molto in questo poco tempo, la semplice conoscenza di queste persone le ha spalancato le porte verso nuove fiducie, verso nuove speranze, verso nuovi orizzonti.
Gaia è anche sicura che sta pian piano superando quella sensazione opprimente di pugno allo stomaco e di malessere psico fisico che si trascina dalla perdita della gravidanza. Sente che ha ritrovato gran parte del suo coraggio, per cercare la vita e per amare. Sente però questa confusione, grande confusione che si sta impadronendo ora di lei e cercherà conforto in un sacerdote, ma capisce che forse si tratta di qualche cosa di misterioso, forse di patologico, la confusione nelle idee , nelle parole, nelle certezze anche logiche, forse dovrà cercare un aiuto anche in qualcuno che le schiarisca le idee. Questa situazione di confusione si è fatta avanti da qualche tempo, lei non sa da quanto, forse sono queste continue notizie terribili sulle guerre sul mondo della violenza che la impressionano, che le tolgono le certezze, che la scuotono nell'intimo. E Gaia se ne rende conto della confusione della sua anima, vorrebbe raccogliersi in preghiera ma non sa dove indirizzare le sue preghiere, trova pace quando va nella chiesa a parlare con il crocefisso, questo è certo, trova un grande sollievo, ma è certa che ci sia un colloquio tra lei e la statua di legno, che questa la stia ascoltando con attenzione quando lei gli rivolge la parola, di questo è sicura, la prendano per matta, non le interessa, è una sua certezza.
Ora, rientrata nella casa di Rosa, si mettono a parlare. E Rosa le dice proprio quello che lei si aspettava, le dice che quel bosco è pericoloso però attira la curiosità e certo era sicura che lei avrebbe voluto vederlo, però non era l’orario adatto, anche lei ci si era perduta una volta proprio per l’oscurità e aveva passato lì la notte, comunque Rosa non la rimprovera, parla amabilmente con lei del pericolo, e nel bosco ci vanno i legnaioli, ci vanno i fidanzati, ci vanno le persone in cerca di solitudine, ci si sono rifugiate alcune famiglie durante la guerra ed ecco il racconto che riprende vita, la guerra e le famiglie che scappavano sulle colline, la storia della Ciociara si fa parola viva, certo Gaia pensa che è stato un racconto intrecciato su un’esperienza personale dell’autore, ma il fatto di risentirlo vivere nelle parole di Rosa le fa una certa impressione, un romanzo che prende vita e si fa parola del discorso, si fa storia vera.
Gaia prova una profonda emozione.
La parola che per lei è diventata una ricerca ossessiva, la parola che lei cerca per dare un significato, la parola che lei ha letto stampata sulla carta ora si fa viva, si incarna, le sta davanti, si presenta insieme a colui che l’ ha scritta, sente la presenza dello scrittore, sente l’emozione del viaggio nel tempo, sente il mistero della parola.
E Rosa indugia sui ricordi della guerra, lei non l’ ha vissuta ma le sono stati tramandati, la guerra è durata a lungo, perché dopo lo sbarco degli americani i tedeschi hanno resistito a lungo e il fronte della loro resistenza stava proprio lì vicino a Cassino, e gli americano bombardavano furiosamente per conquistarsi delle posizioni e lì era un bombardamento continuo, da una parte gli americani dall’altra i tedeschi che con i loro potenti cannoni sparavano verso il litorale, Lenola e la zona di Fondi stava in mezzo a questi due fuochi e ogni tanto le bombe impazzite o per errore o per volontà si accanivano anche su di loro e poi c’è stata la liberazione ma c’è stata da parte di avamposti con dei contingenti di marocchini che erano delle furie soprattutto nei confronti delle donne, a loro era stato promesso il bottino e loro se lo prendevano a loro piacimento, giovani e meno giovani furono stuprate, e forse tutta la zona fu oggetto di questi stupri e di queste violenze, e molte donne si salvarono proprio nascondendosi nei boschi e però solo quelle che furono avvertite dal tam tam che si diffondeva perché le voci corsero di paese in paese e alcune si poterono salvare nascondendosi. Ma la cosa fu terribile e al di là di quanto possa essere reso da un romanzo o da un film, la liberazione dai tedeschi e l’incubo delle violenze e degli stupri dei liberatori, l’Italia a scappare da tutto e da tutti, la terribile angoscia in cui precipitò il paese, Rosa lo racconta con il ricordo della madre, e Gaia sente quella violenza che ha letto nel libro farsi viva nella memoria delle donne.Ma sente anche da vicino la barbarie della guerra e il fatto che i soldati avevano bisogno di trofei, di premi, di saccheggi, di stupri, che i soldati nella guerra perdono la loro umanità e difficilmente la ritrovano, ma che anche i civili sono vittime e i soldati se la prendono con i civili, non gli interessa più il nemico dichiarato, vogliono trofei, li vogliono comunque, i soldati debbono per forza perdere la loro umanità e la loro civiltà, debbono diventare esseri primitivi per uccidere senza ragione e poi per saccheggiare depredare violentare anche qui senza ragione. E sente forte la sua protesta contro le iniquità delle guerre, contro tutte le guerre.
E Rosa gli conferma , anche lei sta dicendo che la guerra è qualche cosa di terribile e di inconcepibile eppure da quando l’uomo sta sulla terra ci sono state guerre e non sa darsi ragione di queste guerre vissute con tanti proclami e con tante parole di elogio, la guerra è una cosa insensata e intollerabile, la guerra è la morte e gli uomini vanno a cercarla per mostrare che loro non ne hanno paura ma ci mandano i poveri cristi a morire, non sono certo i governanti e i parlamentari e gli uomini potenti che vanno a combattere, oggi poi lo fanno per denaro, ma quale denaro potrà essere sufficiente per gli orrori che bisogna provare, quale denaro può ricompensare la morte che bisogna subire o bisogna dare, quale denaro può toglierci ogni senso della vita?
Capitolo secondo
La sera , forse perché ancora in preda ad una certa agitazione per l’avventura Gaia cascava dal sonno e se ne andò a letto e fu presa da un sonno profondo e liberatorio.
Si svegliò presto, saranno state neanche le cinque, sentiva un gran silenzio , essendo ospite peraltro aveva timore di far rumore per cui le ci volle molto per convincersi di uscire dalla camera ed andare in cucina a prendersi un bicchiere d’acqua. La luce era accesa nella cucina e ci trovò Rosa che era già sveglia e stava parlando con una signora ed erano talmente abili nel parlare sottovoce che lei non aveva sentito niente. Rosa le sorrise e le presentò la sua amica Concetta che faceva la sarta e la mattina si alzava sempre prestissimo e passava da Rosa che aveva la stessa abitudine e prendevano insieme il caffè . Concetta era vedova, era una donna avanti negli anni, doveva averne più di settanta ma se li portava benissimo e soprattutto aveva una vista ancora buona per cucire ed era capace sia per donna sia per uomo, aveva abilità su gonne e pantaloni, camicie e giacche, cappotti e perfino abiti da sposa. Gaia si inserì nel dialogo fitto a bassa voce.
“È proprio un grande mestiere, quello che lei sa fare!”esclamò Gaia
“Purtroppo è sulla via del tramonto” fece Concetta
“E nessuno sembra che lo voglia riprendere”disse Rosa
“Saperlo fare però.. è come avere una grande ricchezza e poterne disporre a proprio piacimento” fece Gaia
“Eh sì, è una ricchezza che però non ti dà benessere, insomma tante cose pre favore e chi ti deve pagare si fa correre dietro, non è proprio una ricchezza” esclamò Concetta
“E allora vuol dire che è destino che tu non diventerai mai ricca - sorrise Rosa- è il destino dei poverelli”
“Ma io intendevo ricchezza come capacità, sia manuale che intellettuale e soprattutto capacita nel vedere dietro, nel progettare, cose che oggi…”
“Che oggi non interessano a molti e mi pare che non ci sia una disposizione a che queste cose interessino” disse Concetta
“A me piacerebbe tanto imparare, ma purtroppo non sto qui e ……”
“E allora verrà Concetta da te, non ti preoccupare, Concetta va dappertutto” fece Rosa sorridendo.
E tutte e tre si misero a ridere insieme ma sommessamente per non svegliare chi dormiva e continuavano a ciacolare quasi in silenzio ma si divertivano con quel sottovoce. Sembrava che stessero organizzando qualcosa di nascosto e questo era divertente.
Poi Concetta si fece seria e disse che si dovevano preparare per l’indomani, perché avrebbero fatto il pane. Allora Gaia spalancò le orecchie per sentire bene gli accordi che loro prendevano e non disse nulla, ma era sicura che avrebbe partecipato anche lei ed altrettanto era certa che se avesse manifestato la benché minima intenzione glielo avrebbero impedito con tutte le forze. E invece inaspettatamente Rosa le chiese se voleva partecipare, perché per una donna di città come lei sarebbe stata un’occasione unica anche perché ormai il pane in casa non si faceva più nemmeno nei paesi e Gaia disse che non sapeva come chiederlo e che era contentissima che glielo proponessero. E così si accordarono per l’indomani mattina, ma avrebbero partecipato anche altre donne e ragazze e due nipoti maschi di Rosa, erano anni che erano organizzati così, Gaia avrebbe assistito ma le avrebbero fatto fare un qualcosa di tutto, di tutto un po’, così avrebbe avuto il piacere di scoprire le piccole cose e l’arte della panificazione casalinga l’avrebbe assaggiata un pochino da tutte le posizioni.
La giornata di Gaia sarebbe andata secondo i suoi programmi, rincorrere le tracce del racconto di Moravia. Il giorno dopo però avrebbero fatto il pane.
Chiacchierando, s’erano fatte le sette e cominciava ad albeggiare e il paese si era svegliato dalla nottata. Peraltro era già arrivato un pullman che si era fatto sentire. E le voci che si sentivano dicevano che c’era il mercatino nella piazza.
E Gaia va al mercatino, che è un vero mercato settimanale, ci sono dei merciai che vendono un po’ di tutto per la casa, alcuni specializzati nei vestiti, ci sono pantaloni da uomo e da donna, jeans, camicie a maniche corte e a maniche lunghe, biancheria intima, bottoni, cerniere, poi c’è un banco dove c’è tutto per la cucina, posate, stoviglie, bottiglie, tazze e tazzine, i ricambi per le cucine a gas, e ci sono diversi uomini che impagliano sedie , poi c’è un banco dove vendono alimentari, e hanno di tutto, e poi ci sono i verdurai con gli ortaggi, e i fruttivendoli con la frutta di stagione e anche la frutta secca, e c’è un banco per il pesce e Gaia si aggira contenta tra i banchi, ancora non gridano i commercianti che potrebbero cominciare di lì a poco ma ancora si è nella fascia di rispetto mattutina in cui i mercatari hanno appena montato i loro banchi e chiacchierano tra di loro e aspettano la giornata augurandosi che sia propizia ma ancora non si cimentano nelle grida che caratterizzano i mercatini italiani, in cui tutti strillano per attirare ma anche perché è diventata un’abitudine mercatara, lo strillo e la battuta appena appena volgare per attirare l’attenzione, perché poi forse il mercato si ammoscerebbe senza questi piccoli tentativi di ravvivarlo, ma che debbono essere redditizi, pensa Gaia, perché altrimenti chi glielo farebbe fare al mercataro di sgolarsi e spolmonarsi tutti i giorni e di dire anche cose a volte senza senso o alquanto volgari, se non sapesse che da esse egli trae un tornaconto. D’improvviso però incomincia il concerto delle grida, chi da una parte fa uno strillo, e alla sua sinistra subito un altro con una voce un poco in falsetto, poi ecco una voce cavernosa che prova a gridare ma non ce la fa ad uscire dalla caverna della gola e poi squillante un grido che richiama le donne tutte a comprare ognuno sembra che metta a disposizione oro ed argento le donne passano tra i banchi e sembra che non sentano ed invece debbono sentirle quelle grida perché altrimenti che bisogno ci sarebbe o forse è tutta una tradizione che non si vuole estinguere davanti all’economia di mercato c’è quella dei mercatari dei venditori ambulanti che a forza di gridare perdono le corde vocali però debbono farlo per obbedire ad una tradizione, per mantenere vivo il mercato, per vivacizzare l’atmosfera che altrimenti si ammoscerebbe.
Non siamo certo al centro commerciale dove arrivano soffici gli annunci e dove oggi la gente si precipita presa dalla comodità di comprare senza problemi, qui invece gridano perché ti propongono in fondo una trattativa, si sa che al mercato poi puoi chiedere un piccolo sconto e che il commerciante poi alla fine arriva a concedertelo.
E forse proprio questa tradizione , e questo pensiero della possibile trattativa, ma forse c’è qualcosa di più, c’è la voglia di incontrare altri, il richiamo per la donna perché si fermi proprio a quel banco e voglia lì comperare qualche cosa ma per avere un dialogo, per sentirsi dire una battuta sulla propria bellezza e un incoraggiamento per il commerciante e per la donna una ricerca di un dialogo tra le persone è questo che tiene vivi i mercati in ogni parte del mondo e che fa girare i venditori ambulanti, è questa la bellezza del mercato, certo la trattativa, il prezzo, ma anche il dialogo, anche la cortesia del venditore entra in gioco tra le grida che sembrano scomposte ma fanno parte di una messa in scena teatrale che si riporta ad una tradizione secolare. Il mercato è il centro della comunicazione , comunicazione commerciale, ma anche comunicazione culturale, comunicazione tra i sessi , comunicazione alle madri di famiglia, alle fresche spose, alle giovani ed ai giovani che vagano tra le bancarelle.
E tra gli acquirenti poi ci sono anche molti uomini, anche giovani, chi in cerca di un paio di scarpe, chi di una camicia nuova, chi vaga incuriosito, chi fa la spesa per sé e anche per la famiglia. Tra gli acquirenti ci sono prevalentemente donne, ma anche tanti uomini. Tra i commercianti invece la prevalenza è maschile, ma ci sono anche parecchie donne. Gli uomini però sono loro che fanno le grida, che strillano a ritmi cadenzati. Le donne invece fanno l’accoglienza alle bancarelle e svolgono la trattativa.
Gaia gira con attenzione e poi si sofferma ad un banco dove fanno una specie di lotteria, c’è un signore che invita tutti a comprare i biglietti e promette ricchi premi, che sono una borsa valigia il primo premio, una pentola a pressione il secondo e un servizio di bicchieri il terzo, per partecipare basta un euro, e il banco si affolla, poi Gaia pensa che ci sia l’estrazione ed invece c’è una gara tra topolini o meglio cavie quei piccoli topi che vengono usati dalle industrie farmaceutiche per gli esperimenti che sono tanto simili ai porcellini d’India, la gara è una corsa su una piccola pista e allora Gaia capisce che i biglietti erano collegati alle corsie della pista e ai porcellini d’India che sembrano cavalli in un ippodromo, poi tra i dieci biglietti e numeri rimasti c’è l’estrazione dei sei premi , c’è un gran chiasso intorno alla corsa e alla lotteria, Gaia si chiede se il valore dei premi sia o meno superiore al costo dei biglietti, il gioco però ha attirato una grande folla e c’è sia la passione per la scommessa sulla corsa degli animali sia la voglia del grande affare, e tutti sono eccitati anche chi ha perso subito con la corsa è rimasto a vedere come va a finire la lotteria e tutto il gioco.
Il mercato si è infilato nella grande gradinata e lì che stanno la maggior parte della bancarelle e molte nella piazza dove era arrivato il pullman.
Gaia ha girato tutto il mercatino, ha seguito la corsa dei topolini e la lotteria, ora si riavvia verso la casa di Rosa.
Capitolo terzo
Nel tornare verso casa Gaia incontra Rosa che è appena uscita e sta parlando con un signore, che le viene subito presentato, è Armando un impiegato di banca che lavora a Roma e sta trascorrendo un breve periodo di ferie a Lenola. Lui vive a Roma. Viene presentato a Gaia e si interessa a lei, le chiede dove abita, come mai è venuta a Lenola; e lei gli dice che aveva intenzione di ricaricare le batterie con qualche giorno di ferie in un paesino delizioso che non conosceva.
La città ti distrugge fa lei, è vero risponde lui, io appena posso me ne torno al paesello, tra l’altro qui puoi scambiare due parole con tutti, a Roma c’è sempre solo tanto e tanto via vai tanto traffico non si riesce a parlare con gli altri, non è che i romani siano chiusi, è che hanno sempre fretta, non possono fermarsi perché hanno sempre paura di rimanere imbottigliati nel traffico poi alla fine sono così abituati al grande traffico e alla grande confusione che esso ingenera in tutti che sono rassegnati ma diventano incapaci di comunicare. L’unica cosa è girare senza pensieri come i turisti, dice Gaia, loro sono curiosi e non si fanno impressionare né dai problemi del traffico né dai grandi problemi della grande città, cercano con curiosità le tracce storiche i monumenti di cui Roma è piena e i romani non se ne accorgono se non quando vi pongono la loro attenzione e fanno i turisti anche loro. Roma è bellissima, Roma è unica, replica lui, però ti distrugge, e poi ci sono le manifestazioni, ogni giorno qualcuno che manifesta e il traffico impazzisce.
L’uomo è così infervorato che Gaia ad un certo punto sente che lui ha bisogno disperato di parlare che vuole raccontare la sua difficoltà di cittadino che non riesce ad integrarsi e paesano che rientra con rimpianto al suo paese e che non riesce a vivere bene né nella città grande né nel piccolo paese che gli è diventato pian piano estraneo anche se lui vi torna volentieri ma ne sente sempre più la lontananza. Almeno queste sono le sensazioni che lascia andare e comunica a Gaia, ma in qualche modo la travolge e la costringe in un angoletto e lei capisce e non fa niente per ribellarsi finché non interviene Rosa che lo interrompe e gli dice col sorriso che lui si lamenta e si lamenta sempre ma che intanto col suo lavoro si è fatto una posizione che gli altri gli invidiano e lui ha un sorriso di compiacimento, certo sentire che al paese c’è qualcuno che lo invidia lo riempie di soddisfazione, e Rosa è stata molto abile a fargli tornare il sorriso in mezzo a dei discorsi che erano pieni di pessimismo.
E si capisce che Rosa è entrata di prepotenza nel momento in cui il discorso languiva e si faceva noioso, diventava una serie di rammarichi senza uno sbocco ad un discorso piacevole, l’incontro tra due persone che non si conoscevano, Gaia e l’impiegato stava trasformandosi in un monologo di lamenti delle proprie frustrazioni dell’impiegato e Gaia capisce la sapienza profonda di Rosa che ha sentito tutto questo e in un attimo con una mezza parola ha rimesso in equilibrio il dialogo, perché l’impiegato come rinfrancato dalla lode appena ricevuta ora rientra con delle domande curiose su Gaia, e si entusiasma nel sapere che lei è un’insegnante di materie letterarie, e comincia a chiederle dell’insegnamento, Gaia non si lamenta, dice che insegnare forse è il più bel mestiere di questo mondo, che però bisogna tenere viva la propria curiosità e quella altrui, non bisogna lasciarsi andare ed inaridirsi, ogni momento è diverso e poi il colloquio con gli alunni non finisce mai, lei ha avuto occasione di riincontrare un suo alunno dopo qualche anno e si è accorta che lui si ricordava le sue parole e questo l’ ha colpita profondamente, è bellissimo questo che lei sta dicendo fa l’impiegato che le confessa che lui è rimasto attaccatissimo alla sua maestra delle elementari, che ora è molto molto anziana, e quanti anni ha, chiede Gaia, più di cento fa lui, ma se li porta benissimo e per me è sempre la mia maestra.
Si avvicina l’ora del pranzo, Rosa interrompe, saluta e torna a casa e Gaia si intrattiene qualche minuto a parlare ancora col signore che le confessa che a lui sarebbe piaciuto l’insegnamento ma poi ha trovato un posto in banca e lì ha fatto la sua carriera e la sua vita, che in fondo lui è contento anche se ogni tanto si sente un po’ deluso dalla sua vita, Gaia lo rinfranca dicendo che a tutti succede lo stesso, abbiamo momenti di entusiasmo e momenti di cupezza in cui niente ci sembra vada bene, la vita di tutti è questa, certo la grande città ha i suoi problemi però ha anche le sue bellezze e le sue grandi occasioni culturali; e su questo tutti e due sono subito d’accordo e si lasciano, perché Gaia vuole raggiungere Rosa e l’impiegato di banca sta cercando la moglie e l’ha vista vicino ad una bancarella.
Prima di tornare Gaia si ferma a comprare un barattolo di miele all’arancio e insieme trova della marmellata di fichi, la porterà a Roma.
Rosa prepara il pranzo, una minestra di fagioli, Gaia chiede notizie sulla sarta se potrebbe farle un cappotto, è tanto tempo che lei desidera un cappotto nuovo e Rosa le dice perché non glielo hai chiesto stamani, comunque ci vediamo domani, vedi lei te lo sa fare senza dubbio, però bisogna vedere se a te soddisfa il suo modo di lavorare.
Penso proprio di sì, che non ci siano problemi- fa Gaia.
E allora vi metterete d’accordo…
Certo, si vede immediatamente che è una persona capace, e poi a Roma è così difficile oggi trovare o forse scoprire una sarta…..
A Roma io mi perderei, ci sono state tante volte, ma viverci sarebbe diverso, penso proprio che mi perderei…..
No, però non saresti certo a tuo agio, qui tu hai la tua dimensione, a Roma forse tu la potresti smarrire…..
Come Armando che si lamenta sempre?
Lui si lamenta del traffico, della confusione, ma penso che parli anche delle sue difficoltà personali nella grande città, sei circondato da milioni di persone ma ti senti solo ed hai paura….
Solo come ti sentivi sola tu nel bosco?
Beh, sì, la solitudine è la stessa, anzi quella che si prova stando insieme ad una folla mette un’angoscia diversa!
Ma come si fa ad essere soli in mezzo ad una folla?
Succede che ognuno si muove per conto suo, c’è chiasso è vero, ma alla fine non te ne accorgi più, i tuoi pensieri ti vengono a trovare e ti fanno soffrire e allora hai paura, non riesci a parlare con gli altri, corrono tutti, ognuno appresso ai suoi pensieri, sembra un branco di pesciolini che corrono tutti insieme ma ognuno in effetti va per conto suo ogni pesciolino corre appresso ai suoi crucci ……
E tu riesci a trovare ogni tanto una parola giusta?
Ogni tanto mi capita e allora mi rimetto tranquilla, perché la solitudine tra la folla è opprimente e a lungo andare…..
Ma tu non sei mai sola, fa Rosa
Magari fosse vero questo che tu mi stati dicendo……..
Se solo sapessi vedere quanti sguardi si rivolgono verso di te, quanto interesse suscita il tuo passare, in questi due giorni qui per esempio……
Eppure per chissà quale motivo io spesso mi sento sola, non riesco a vedere nessuno di quegli sguardi, non sento nessuna di quelle voci, se non fosse che ho un marito che mi vuole bene…..
Oh, finalmente una parola su tuo marito….
Sì, mi vuole bene, però non lo capisco, a volte si ostina…..
Beh, sai, gli uomini hanno delle responsabilità che a volte si fanno pesanti……
Quanto sarebbe bello se certe volte lui fosse diverso……..
Beh, questo piacerebbe anche a me, sai cambiare sarebbe bello ma poi come si fa? Sarebbe anche tanto difficile, troppo per me!
Il colloquio viene interrotto dall’arrivo del nipote di Gaia, Edmondo, lo stesso che ha seguito Gaia nel bosco, che è tornato da Fondi dove va a scuola. Gaia ne approfitta per andare a risistemarsi un pochino in camera.
La giornata scorre tranquilla e Gaia dentro di sé freme nell’attesa del giorno dopo, dell’indomani all’alba, in cui farà il pane insieme con Rosa.
Dopopranzo squilla il cellulare di Gaia.
È Fulvia da Milano che le chiede dove è andata a finire sono diversi giorni che la cerca a casa ma non la trova mai e Gaia non riesce proprio a dire che sta fuori di casa e addirittura a Lesola, lontano più di cento chilometri da Roma, in un paesino sulle colline del Lazio. Alla fine però non può sfuggire alle domande pressanti di Fulvia che è preoccupata e gli racconta del suo viaggio alla ricerca dei percorsi di Moravia e allora Fulvia si acquieta perché ha capito che ci doveva essere qualche cosa di strano e la ascolta con attenzione lei gli racconta di tutto un po’, poi Fulvia le dice che verrà a trovarla la settimana prossima, perché ha voglia di rivederla e poi ha anche voglia di rivedere Leopoldo e di rivedere Roma, e vuola passarci un paio di giorni delle ferie natalizie prima della befana.
Gaia pensa che con Leopoldo dovrà rimettersi insieme in armonia, perché viene sua sorella, e non gli fa alcun cenno sul litigio, anche perché è sicura che tutto sta per sistemarsi.
Capitolo quarto
Franco si è svegliato tardi perché la notte non riesce a dormire, non è più abituato a dormire in un letto, gli sembra sempre che venga qualcuno e porti via il letto e sta all’erta finché il sonno non prevale. É una bella battaglia tra il sonno e la stanchezza da una parte e la paura del furto del letto dall’altra.
Quando dormiva per strada si addormentava profondamente e niente lo svegliava, se non qualche rumore decisamente al di sopra dei normali rumori, si era abituato agli ambienti e ai rumori che li caratterizzavano nelle varie ore della notte.
Alla stazione Ostiense poi nell’ultimo periodo si era abituato anche agli annunci del capostazione che gli davano un leggero avvertimento del trascorrere del sonno, ma lui quando si addormentava non li sentiva più e si svegliava col primo annuncio del mattino.
Invece adesso c’è una certa inquietudine perché questo benedetto letto è veramente un’altra cosa, troppo comodo, e lui sta sempre in guardia perché ha il timore interno che venga qualcuno e se lo porti via, lui insieme al letto, mentre dorme.
Franco però sa benissimo che dovrebbe controllare le sue condizioni di salute, da un po’ di tempo entra in difficolta respiratorie che se ne vanno alla svelta, però sono il segnale che qualcosa non va proprio bene e più volte ha sentito che le sue pulsazioni impazzivano ma lui non può andare da nessun medico, lui rimane comunque un barbone, anche se da qualche giorno è ospite di Leopoldo nella casetta di Ladispoli.
Quella mattina Franco si sveglia con la bocca molto amara, di un amaro eccessivo, non ha fumato, lui ogni tanto quando ne ha voglia fuma, ma sarà più di un mese che non fuma. E nemmeno ha mangiato troppo, però quell’amarezza è una specie particolare, che lui conosce da anni, pensava di essersene liberato, l’amarezza del sapore della vita che ti viene a noia, quel cerchio di sapori oscuri che ti attanagliano quando non sei soddisfatto di quello che ti circonda. Quando quello che vedi, quello che senti, le cose che ti stanno intorno ti danno una sensazione amara, le persone con cui stai non ti vanno a genio e sei diventato troppo critico, alcuni dicono che sei permaloso, che senti troppo il male nelle espressioni e nelle parole altrui e questo ti rende la giornata amara, ti fa la vita amara, e allora anche la bocca, che è il centro del tuo assaporare la vita, si fa amara, i sapori diventano difficilmente gustabili.
Franco ricorda la sua vita in un flash e ricorda la sua difficile attività, era impiegato presso una clinica privata e si occupava di molte cose, era un po’ il factotum che teneva i rapporti con la farmacia e i medicinali e insieme però si occupava degli strumenti e di tutto l’occorrente per le camere operatorie e per le sale cliniche. Ricorda come stesse discretamente dal punto di vista economico, aveva una moglie, un figlio grande che si era sposato, era rimasto solo con la moglie ed aveva cominciato a non sopportare più quella vita, poi lo avevano costretto a qualcosa che lui aveva fatto altre volte, a chiudere tutti e due gli occhi su delle cartelle cliniche, e la cosa gli era stata insopportabile, aveva cominciato a soffrire di insonnia, poi pian piano un’angoscia insopprimibile si era impossessata di lui, non riusciva più a parlare con la moglie e nemmeno con il figlio, era come svuotato di ogni fiducia, sentiva forte farsi strada una sensazione di amarezza, la bocca amara, il fiele, rimuginava giorno dopo giorno e non si raccapezzava, aveva provato a bere, ma l’amarezza era peggiorata, tanto che un giorno aveva preso un treno, senza pensare a soldi, alla sua vita alla pensione, e aveva messo circa settecento chilometri di distanza. Poi non si era fatto più trovare. E si era trovato per strada, un barbone, come veniva definito. Ma la bocca amara gli era passata. Era finito quel senso di vuoto, quella specie di nausea rispetto alla propria esistenza, sentiva di nuovo la curiosità per quello che gli accadeva, aveva di nuovo il piacere di ascoltare, il piacere di parlare, il piacere di mangiare.
Aveva avuto anche peraltro un riavvicinamento alla religione cattolica, perché erano ormai tre anni che viveva in quel modo e a Roma c’era la Comunità di S.Egidio che lo aveva preso sotto le sue cure e anche il vescovo di Velletri lo aveva preso in simpatia tanto che lo aveva cercato diverse volte alla stazione Ostiense. Ed è proprio quel vescovo della nostra storia.
Quella mattina però Franco di risvegliò con quella sensazione che non provava ormai da anni. E si allarmò. Che cosa lo aveva indotto di nuovo all’amarezza? Che cos’era questa sensazione, era un ritorno della stessa già provata per tanto tempo e che lo aveva spinto ad andarsene di casa e a lasciarsi tutto alle spalle senza rimpianti e senza volere riagganciare i suoi legami oppure era una nuova amarezza, chè anche questa vita diversa gli stava forse procurando?
Franco allora pensò che avrebbe voluto contattare quel vescovo, cercarlo lui stavolta, perché ricordò bene il loro ultimo incontro e le parole di stima che il prelato gli aveva dato e l’incoraggiamento senza voler conoscere nulla di lui. Franco teneva stretti dentro di sé i suoi ricordi, non li faceva uscire, non voleva che i suoi lo rintracciassero se non quando avesse voluto lui, cercava sempre di porre tra la sua vita passata e quella attuale un muro difficilmente valicabile. Però ora voleva contattare quel vescovo. Voleva una nuova occasione e che la vita non gli desse mai più la sensazione di amarezza.
Sapeva peraltro, e lo aveva saputo dall’amico capostazione, che il vescovo lo aveva cercato recentemente, che aveva chiesto sue notizie anche sulle sue abitudini e sui suoi orari perché aveva intenzione di fargli presto una visita. Ora la sua permanenza a Ladispoli con Leopoldo non era di aiuto. Franco si ripromise di chiedere a Leopoldo di metterlo in contatto con il vescovo.
Leopoldo torna verso le due del pomeriggio, ha cercato di riprendere i suoi giri normali, ma di fatto non riesce ad essere efficace nel lavoro, la giornata del rappresentante esige tranquillità, e Leopoldo l’ha un pochino persa per strada in questi ultimi giorni, ha visitato nella mattinata due clienti ma non è riuscito a vendere nulla, se non si vende non si incassa una lira, Leopoldo sa che non si può stare senza vendere, è il suo fatturato che deve girare e poi la ditta non aspetta altro che gli ordinativi, alla ditta non interessa un bel niente delle difficoltà personali del rappresentante, oddio non è che lo abbiano mai trattato men che bene, però lui ha sempre portato un fatturato più che onorevole e loro gli hanno sempre dato piena fiducia, ora Leopoldo però sa che presto lo cercheranno, gli cominceranno a porre delle domande e senz’altro lo affiancheranno per un po’ di giorni per vedere bene quali sono i problemi, queste altre difficoltà gli mettono un pochino di ansia in più, e poi Lui è stato a pensare a Gaia e alle sue ultime disavventure, chissà perché se ne è andata a Lenola, forse è andata appresso a qualcuno, quel viaggio letterario di cui gli ha parlato gli pare proprio poco convincente, eppoi si è andata a cacciare in un bosco di sera al tramonto, chissà che cosa sta attraversando la vita di Gaia, ci deve essere qualcosa che lui non riesce a capire e comunque Leopoldo sta diventando pieno di timori e di sospetti, la sua tranquillità coniugale se ne è andata in un attimo ed è veramente difficile pensare di recuperarla. Comunque il cambiamento di vita è stato repentino e per lui troppo carico di problemi nuovi, anche se deve ammettere che questa nuova amicizia con Franco è arrivata proprio come al momento giusto, quando lui ne aveva bisogno, è stato qualcosa veramente di provvidenziale e lui ha superato con facilità quello smarrimento iniziale che sembrava pieno di ombre nere, i colloqui con Franco sono serviti a rimettere nella norma le sue inquietudini, certo che la sua è una situazione dalla quale spera di uscire al più presto e poi lui cercherà in ogni modo di riprendere la sua normale vita coniugale, ci sono tutti i segnali per un ritorno alla quiete dopo la tempesta, come Gaia l’ha cercato gli sembra un buon segno e anche lui desiderava cercarla, meno male che è arrivato questo segno, deve soltanto ritrovare un poco di tranquillità, e ce ne sta mettendo di impegno per rimettere in ordine la sua vita.
Franco gli chiede come è andata, lui risponde che se non altro ha ricominciato a lavorare, ha visitato due clienti, ha ripreso in mano la situazione, deve ricominciare il suo lavoro con buona lena, dice che sembrava un po’ svuotato e che i suoi clienti se ne sono accorti e gli hanno tagliato il discorso, Franco dice che sono difficoltà comunque presenti nel suo lavoro, lui non sa molto dei rappresentanti se non per il ricordo di una commedia di Arthur Miller e per aver visto un poco i rappresentanti di medicinali che si aggiravano per la clinica, ma lui non si incuriosiva del loro lavoro, Leopoldo dice che quello dei medicinali è un altro tipo di attività che è ben diverso, la vera rappresentanza commerciale è la sua, nei medicinali il discorso è differente ed è una forma di promozione che nemmeno lui sa come avviene, lui invece deve vendere ai dettaglianti ed ai grossisti ed ai centri commerciali, deve vendere i suoi prodotti e non lasciare spazi alla concorrenza.
E’ come la lotta per un posto al caldo, fa Franco, e Leopoldo sorride e dice che lui ora però deve fare attenzione perché cominciano ad essere troppi i giorni in cui non ha lavorato e comincia a sentire delle difficoltà e senza vendere lui non guadagna, comunque si corre si corre e poi sembra che non serva a niente, quella commedia era proprio vera fa Franco, ma di quale commedia parli, Morte di un commesso viaggiatore, è la storia di un vecchio commesso viaggiatore che non si vuole arrendere al tempo che passa inesorabile e che cambia tutto, i prodotti, i clienti, i rapporti, gli stili di vita, oddio com’è vero, non si fa in tempo a correre appresso al tempo che cambia.
“Io ho bisogno di ritrovarmi, ho paura di perdermi …” fa Franco cambiando discorso.
“Perché, sei uscito, e non riuscivi a tornare, che vuoi dire?…..”
“È che io mi ero abituato alla strada o meglio alla stazione, lì avevo i miei orari, i miei treni, i miei rumori, i miei silenzi…….. ora sono confuso, e ho paura di qualcosa, e oggi ho la bocca amara……….”
“Ah, certo, i tuoi treni, anch’io mi sento perso senza il mio letto e soprattutto mi manca il divano di casa mia, dove mi lasciavo andare la sera , mi addormentavo tranquillo davanti al televisore, e poi mia moglie, le sue parole, la sua presenza…..”
“Valla a cercare e sbrigati” gli fa Franco che sente quanto fortemente sia abbattuto Leopoldo “ forse se fai presto riesci a rimettere tutto in ordine come tu cerchi, io per me avrei bisogno di un favore da te ora, però……”
Di che si tratta?” chiede Leopoldo incuriosito.
“Avrei bisogno di parlare con Monsignore………….mi sfugge il nome ma è un vescovo, mi pare che sia il vescovo di Velletri, siamo in amicizia e lui mi ha detto diverse volte delle parole di conforto che mi hanno dato molto, ora ne sento il bisogno e vorrei che tu facessi qualcosa per contattarlo……..”
“Tu sei in amicizia con un vescovo?” gli chiede Leopoldo meravigliato
“Beh, non lo so se lui mi considera un amico, so che quando mi ha parlato ha trovato parole di conforto, ma forse il termine è troppo semplice, le sue parole erano come cibo per me affamato, o come l’acqua quando si ha sete, ho provato la sensazione della forza della parola, in fondo io ero uno sconosciuto per lui, eppure mi ha trattato come se fossi suo figlio, o suo padre, o forse sua moglie, io gli avevo chiesto vagamente e lui mi ha dato senza remore, le sue parole sono state una ricchezza improvvisa che mi ha riempito l’animo ed adesso io mi sento di nuovo tormentato ed ho bisogno di quelle parole ………”
Più che di un vescovo, a Leopoldo sembra che Franco parli di un mago o di qualcuno che abbia dei poteri superiori. Franco non gli sembra che sia molto religioso, e questa sua venerazione per un uomo della Chiesa gli sembra un po’ strana, però si rende conto che se lui glielo chiede deve averne bisogno e gli chiede che cosa potrebbe fare, e Franco gli dice che lui in fondo non deve fare altro che una telefonata e dire al vescovo che Franco il barbone della stazione ha bisogno di conforto.
“Non ti senti bene, Franco?”
“Ho proprio questa impressione”
Capitolo quinto
Gaia si sveglia più presto del giorno prima, sono le tre e mezzo e già è in piedi fremente di curiosità, scende nella cucina e sente Rosa che si sta preparando e anche lei scende dopo pochi minuti . Concetta sta già in strada insieme a due giovani che aspettano. Saranno le quattro del mattino e si incamminano nel paese male illuminato e scendono su quella strada che Gaia ha percorso e si avviano , hanno anche delle torce elettriche ed arrivano presto ad una specie di casotto che sta nella campagna quasi mimetizzato in mezzo agli alberi, dentro c’è un forno a legna, e allora le donne si mettono subito a preparare la legna ed accendono il forno, la pasta esce fuori quasi per miracolo, è già pronta , da qualche parte è uscita , Rosa e Concetta la prendono e fanno delle forme che lavorano con le mani, sono come delle grosse palle di pasta, le sbattono su un marmo di un tavolino, le infarinano, e le mettono in forma e poi le mettono dentro al forno a cuocere.
Gaia ne ha preparata una e si sente orgogliosa , oggi poter fare del pane è un’esclusiva, nessuno più fa il pane in casa, essere capitata in un posto ed avere l’occasione di farlo è un’avventura rara. E vedrà come si fa ma soprattutto avrà le sensazioni della sveglia all’alba e del lavoro per il pane e della soddisfazione che si trae dal pane, Gaia si rende conto di partecipare ad un rito che va scomparendo ma che ha qualcosa di misterioso che va ben al di là dell’ elemento materiale del cibo per saziarsi ma diventa cibo per la vita di una e di più famiglie e il cibo più prezioso, e Gaia sente che questo rito ha qualcosa in sé di grande valore, che purtroppo questo rito sta scomparendo, come sta scomparendo dalle botteghe il pane buono e casereccio. E si sente nell’aria il profumo della crosta che si indora, e anche il profumo dei dolci che messi in diverse teglie cuociono insieme al pane e spargono nell’aria i loro aromi.
Si sente anche il profumo della terra bagnata, dell’acqua, della rugiada, della resina degli alberi; insieme a quello della legna che arde, del forno che si è scaldato molto, dei rami che friggono nel fuoco.
Le donne ora intonano un canto, è un canto popolano delle donne che quando fanno il pane scherzano tra loro e cantano, e a Gaia sembra che sia un canto religioso, uno di quelli che si sentono nella chiesa durante la messa, Gaia attribuisce a tutta questa cerimonia un valore mistico, sente la presenza del mistero, sente la gioia della vita delle donne che fanno il pane, la gioia nasce dal lavoro duro e dalla consapevolezza di preparare il cibo più importante e sacro per le loro famiglie per una settimana ed oltre, il pane si conserverà fragrante infatti per un periodo ben diverso da quello che è il pane dei forni di città, che dopo un giorno o al massimo due diventa immangiabile perché o duro come la pietra o mollo senza fragranza.
Dopo un paio di ore il pane sembra pronto, le pagnotte sono messe l’una a fianco all’altra però nella parte del forno più vicina e il fuoco comincia a scemare ma il forno è ancora caldo e la cottura prosegue a temperatura più bassa. Poi le pagnotte sono avvolte in canovacci e vengono messe dentro un sacco tutte ancora calde e sono tenute ancora per un poco a fianco del forno ancora caldo e il calore se lo trasmettono l’una all’altra
Ed ogni pane sembra avere assorbito tutti gli odori che si sono sentiti e il canto delle donne e i pensieri di Gaia sul rito magico e sulla religiosità della panificazione casereccia.
Insieme al pane ci sono diverse teglie di dolci e biscotti , quelle donne sono anche capaci di dolci molto buoni, Gaia sa benissimo quanto sono gustose le crostatine e i taralli e gli straccadenti e gli anicini e quanto sono saporite quelle torte semplici che sono state cotte.
Il ritorno nelle case avviene quando il sole già si è levato da un bel pezzo e il paese si è profondamente immerso nella giornata, sono quasi le nove quando le donne si separano ognuna per la propria casa.
Ora Rosa dice a Gaia che ha provato anche questa del pane fatto in casa e Gaia sorride certo è un’esperienza che le lascerà un segno perché per lei questa è stata come una cerimonia, Rosa sorride e dice che è vero , loro la vivono sempre come se stessero celebrando un rito di una solennità sempre nuova, è una cerimonia semplice ma non priva di grandiosità, è il rito del nuovo cibo che diventa realtà per la famiglia, è un momento in cui le donne sentono la loro grande importanza nel conservare questa tradizione e insieme nel loro contributo essenziale per la vita di tutti, e un po’ tutto il paese ne risente di questa specie di funzione sacra, molte famiglie avranno il pane e poi ci sono le pagnotte che vanno alla dispensa degli alimentari dove saranno vendute, poi ci sono i dolci, alcuni dei quali prenderanno la strada della città, perché loro hanno l’abitudine di rifornire di questi dolci un negozietto di Roma, sì alcuni di quei dolci andranno in vendita a Roma , Gaia viene a sapere che il negozio sta vicino casa sua, dice che la vita è strana, lei era venuta per ripercorrere le vie che aveva trovato in un romanzo ed ora sente di un negozio vicino alla sua casa che venderà i dolci che loro hanno fatto, questo è un altro romanzo, il pane è un grande romanzo fa Rosa, e Gaia capisce e annuisce.
Ora tornerà a casa, anche perché Fulvia la verrà a trovare. Quella del pane è stata una giornata importante. Queste giornate sono state tutte particolari. Sente di essersi abbeverata ad una sorgente nuova, di avere ripreso delle forze che prima sentiva di aver perso.
Il pane, certo è stata l’avventura più intensa.
Ma la vita nella casa di Rosa, la conoscenza delle persone, l’aver mangiato insieme alla sua famiglia, l’aver sentito la forza della vita famigliare, l’aver scoperto il paese, anche se lei aveva già una qualche idea della vita di paese, le ha dato una nuova carica.
Tornerà alla vita cittadina con maggiori energie. Sente dentro di sé qualcosa di nuovo , una nuova energia, una nuova speranza.
Capitolo sesto
Fulvia arriva con un treno intercity alle 4 del pomeriggio.
Scende incerta dal centro del treno guardandosi un pochino spaesata intorno e cercando Gaia tra la piccola folla di persone che stanno in attesa dei viaggiatori. La stazione è sempre un pochino caotica, ci sono gli annunci degli altoparlanti, c’è il via vai dei passeggeri che scendono e che salgono sui vagoni, ci sono le grida delle persone che si salutano, ci sono i mezzi per il trasporto bagagli e il personale della stazione che viaggiano sulle pensiline, Fulvia guarda bene e scorge Gaia che si sbraccia e sorride contenta di vederla e che le viene incontro. Si abbracciano e baciano, sono contente, Fulvia è felice di trovarla questa pecorella smarrita che se ne era andata a nascondersi in mezzo alle montagne, Gaia ritrova la sorella che le dà tanto conforto nella sua vita quotidiana. Le chiede del viaggio e Fulvia sorride e dice di aver conversato con un paio di signori napoletani e di aver dormicchiato per una mezz’oretta, il viaggio non è stato noioso, e racconta della signora e delle sue battute sul marito che abbozzava e sorrideva.
Fulvia è una bella figura alta slanciata che sta sempre diritta e con lo sguardo sicuro e curioso dietro due begli occhi grandi scuri. Il volto dall’ovale arrotondato viene ornato da una bella acconciatura dei capelli sul rossastro che sono raccolti sapientemente in alto e finiscono con due codini che danno un tocco giovanile, anzi un poco da adolescente, che alleggerisce di molto la figura. La bocca carnosa fa intravedere un sorriso sempre pronto ad emergere con dei bei denti bianchi curati.
Veste accuratamente , un giaccone aperto lascia scoprire un bel maglione scozzese e un foulard color verde e marrone da cui fuoriesce il colletto di una camicia bianca e dei pantaloni grigio scuri sopra due scarpe a punta, come vanno di moda.
Gaia comincia a raccontare a Fulvia della sua esperienza a Lenola, dice di aver respirato profondamente per qualche giornata, è come se le avessero dato una boccata di ossigeno, la corsa continua della città per lei ha avuto una breve interruzione ed ha trovato degli incontri interessanti, Fulvia la interrompe sorridendo e dice che purtroppo quella corsa non si riesce e non si può cambiarla facilmente, siamo inghiottiti da un sistema di vita che ormai ci sta portando tutti verso nuovi modi, nuove forme, nuovi malesseri, Gaia la ascolta con attenzione, sua sorella riesce a dirle sempre qualcosa, passano davanti ad un cartellone che presenta uno spettacolo teatrale al teatro Adriano, c’è un adattamento teatrale dell’Idiota di Dostojevskj, Fulvia e Gaia si fermano e sono molto interessate, decidono di informarsi telefonicamente, telefonano dalla stazione col cellulare, ci sono posti quella sera stessa, possono prenotarsi telefonicamente, si prenotano, andranno a vedere lo spettacolo. Durante il percorso verso casa intrecciano un discorso sull’opera, Gaia dice che l’Idiota è molto interessante ed è curiosa di vedere come hanno fatto ad adattarlo a rappresentazione teatrale, ci sono molte ambientazioni differenti e ci sono personaggi adatti per ogni momento del romanzo, Fulvia dice che oggi gli scenografi sono molto avvantaggiati, possono rappresentare degli ambienti avvalendosi di scene di sottofondo sapientemente preparate , si mettono a discutere di come sarà la scena della conversazione che si svolge a lungo sul treno che introduce il romanzo, non è mai stato difficile portare il treno a teatro osserva Fulvia, che ricorda anche adattamenti televisivi in cui le scene si svolgevano sul treno, in fondo portare un immaginario vagone sul palcoscenico non è difficile, quelli del romanzo poi non erano certo dei treni con scompartimenti lunghi ed infiniti come i treni moderni e soprattutto gli Eurostar o anche alcuni Intercity, certo oggi con queste carrozze il dialogo con gli altri in treno diventa difficile se non impossibile, benedetti i treni con i vagoni e gli scompartimenti, dove il dialogo diventa facile e dove si conoscono i viaggiatori, conoscenze occasionali che però possono a volte arricchire profondamente, e così continuando sui treni e sulle conoscenze arrivano a casa. Fulvia non chiede nulla di Leopoldo, ha capito bene che la situazione deve aver avuto o deve attraversare un momento di grave difficoltà, d’altra parte quel viaggio improvviso della sorella e poi il Natale che se lo sono passato separati senza troppi problemi, e poi lo aveva capito dal tono delle conversazioni telefoniche che si erano diradate, è venuta per capirci qualcosa, ma si astiene sapientemente dal fare delle domande inopportune e non al momento giusto. Deve essere la sorella a confidarsi, pensa Fulvia, entro stasera senza meno lo dovrà fare per mettersi anche a suo agio e in chiaro, se hanno litigato e i motivi glielo spiegherà senza dubbio, ne sentirà lei l’esigenza, lei non deve assolutamente metterle premura, anche perché le confidenze hanno bisogno della necessità di confidarsi, di aprire il proprio cuore, e Fulvia capisce che per ora Gaia è presa dal fervore del loro incontro e dalla voglia di sentirla vicina e non ha l’esigenza di parlare dei suoi problemi per ora, lei dovrà aspettare il momento giusto, ma non ha alcuna fretta né tanto meno ha voglia di mettere fretta alla sorella, la fretta è sempre una cattiva consigliera, soprattutto per il momento del dialogo sincero.
Si mettono in cucina e Fulvia racconta dei suoi figlioli, Alessandro e Marco, della scuola media del primo e delle elementari del secondo, le loro prodezze, sui due ometti ci sono sempre delle novità. Si infervora nel raccontare dei suoi figlioli e Gaia la sta a sentire e ogni tanto la interrompe con un’osservazione o con una domanda incuriosita. Ora Fulvia sta facendo la chioccia e ciacola con sapienza sui suoi pargoli, che ha lasciato alle cura del marito ma che sente sempre sotto le sua ali protettrici. Gaia un pochino la invidia ora, questo atteggiamento da mamma della sorella lei lo sente spesso per telefono ma ascoltarlo dalla bocca in diretta le fa sentire un pochino che a lei è venuto a mancare quello che stava aspettando, ma in fondo questa piccola invidia è per quel fare la chioccia che gli piacerebbe tanto e che non le è stato ancora concesso, però ascolta con attenzione e sente la vivacità dei racconti della sorella, e la forza con cui sta attaccata ai suoi figlioli, e ripensa alla bella figura di Rosa e al suo tranquillo dominare, è proprio quello che si dice signora e padrona, capisce che Fulvia deve ancora percorrere tanta strada per arrivare a quella padronanza della situazione cui Rosa è approdata, ma Rosa ha diversi anni di più, Fulvia poi lavora, lavora in un supermercato, e la sua vita scorre frenetica tra il lavoro e i rientri a casa e l’educazione dei figli e i colloqui col marito che fa il dentista e anche lui, anche se è un libero professionista , ha degli orari di lavoro difficili, a Milano si corre, forse a Roma si va un pochino meno di fretta, ma poi questo è un modo di dire, perché si corre da tutte le parti, a Roma perché si corre sempre il rischio di rimanere imbottigliati in mezzo al traffico per delle ore, cosa che del resto succede anche a Milano, è la caratteristica delle grandi città, che sono diventate schiave delle automobili.
Gaia si mette a preparare una zuppa di verdure, con il sedano, il cavolo cappuccio, la cicoria, un po’ di carota, di prezzemolo e pezzetti di pomodoro, ha già il pane tostato a tocchetti preparato, la sorella le suggerisce di metterci anche un pochino di cipolla soffritta, lei inizialmente non è d’accordo ma poi cede subito e prepara la cipolla da aggiungere poi alla zuppa nei piatti. Cenano presto, la zuppa che è arricchita con un goccio di olio che Gaia ha riportato dalla sua gita a Lenola, olio saporito, e poi c’è il pane casareccio, quello fatto ieri mattina, Gaia racconta tutta l’avventura del pane e dei dolci e Fulvia la ascolta incantata come i bambini ascoltano le favole, in effetti il pane casareccio è una bella favola che riporta indietro Gaia e trasporta Fulvia con la fantasia lontano lontano e il sapore aggiunge chilometri al viaggio della fantasia, Fulvia chiede se per caso c’è della senape e mette del burro e della senape sul pane e Gaia la imita subito, fettine di pane che si insaporiscono un pochino alla milanese, e insieme mangiano dei cetriolini sott’olio, si stanno preparando bene per il teatro, basta che non ci sia l’aglio fa Fulvia che non sopporta l’aglio che invece Gaia tollera discretamente e lo ha strofinato su una sua fetta di pane. La cena è accompagnata da un bicchiere di vino rosso anch’esso casareccio, ma non viene da Lenola, è un acquisto di Leopoldo, lui è un buon intenditore di vini, e sa trovarli di buoni e girando si preoccupa del vino, come sta chiede Fulvia, l’ ho sentito ieri risponde vaga Gaia che intende rimandare a dopo il chiarimento evidentemente richiestole.
Capitolo settimo
Si preparano per andare al teatro, fanno abbastanza in fretta ed escono per prendere un paio di mezzi ed arrivare in tempo, così che alle 21 circa sono davanti al Teatro Adriano e si mettono in fila per i biglietti e dopo 5 minuti sono dentro, la sala teatrale è piena, quanta gente va a teatro, forse sarebbe bene che il teatro fosse riproposto perché è da troppo tempo che è stato dimenticato sia dalla radio che dalla televisione, il teatro è una buona rappresentazione della vita, non si può alleggerire gli spettacoli televisivi e mettere nel dimenticatoio il teatro, succede che la gente comune oggi non sa più che cosa è il teatro. Su questi temi riflettono le due sorelle nella loro conversazione aspettando che inizi la rappresentazione.
Lo spettacolo è piacevole e ben recitato, il dubbio sul treno che si erano poste è sciolto subito con una semplice scenografia che porta gli attori in un immaginario treno, sono molto semplici le scene e poi c’è un narratore che fa passare da scena a scena raccontando e portando per mano gli spettatori lungo l’adattamento teatrale, e Gaia si diverte molto e rivive l’opera che ha letto due volte e che ricorda perfettamente, Fulvia un poco di meno ed ogni tanto fa una domanda alla sorella, il principe Mitzin è interpretato magnificamente da un attore di successo, e la scena poi si sposta nella casa di San Pietroburgo.
E poi c’è la recitazione, la forza della recitazione che trasporta . Quando si interpreta bene la parte il pubblico entra nell’intimità del personaggio, quasi lo segue nei suoi pensieri più nascosti, il personaggio entra in un contatto magico con il pubblico, che si accorge che si sta appassionando alla vita di tutti i giorni od a quella raccontata nello spettacolo che riporta comunque agli uomini e alle donne che gli spettatori hanno incontrato e di cui si innamorano o che detestano o che guardano con indifferenza. L’amore, l’odio, l’indifferenza, le passioni umane entrano nella scena prepotentemente e prendono fortemente lo spettatore. La rappresentazione teatrale ha questa magia di portarsi dentro il palcoscenico non solo gli occhi del pubblico ma anche l’animo, i suoi sentimenti vengono manipolati e se ci si lascia prendere dall’atmosfera magica finalmente i sentimenti diventano vivi, escono allo scoperto e riempiono la sala del teatro per poi andare fuori dal teatro nelle singole case e riempire tutta la città.
E poi. C’è questo adattamento teatrale di un romanzo che impressiona molto Gaia, che quando l’opera finisce non la smette con gli applausi e dichiara il suo entusiasmo a Fulvia. Il teatro è cosa certo diversa da un romanzo, nel romanzo il singolo lettore si agita dietro al testo ed ai protagonisti ed alle loro peripezie, a teatro c’è il pubblico, c’è l’emozione collettiva e condivisa, si ride o ci si commuove insieme agli altri, si sente questa voglia di mescolare insieme i propri con i sentimenti degli altri.
Gaia ripensa alla sua lettura della Ciociara e dice che vedrebbe volentieri la Ciociara adattata a teatro, Fulvia dice che senza dubbio il testo si presta molto e i personaggi sarebbero senz’altro interessanti e poi quel tema degli stenti nella guerra della violenza della guerra insomma tutti i temi trattati nel romanzo possono essere riportati bene in un adattamento teatrale e Gaia si entusiasma e dice che vorrebbe tanto che si realizzasse, a lei la lettura di quel romanzo ha dato moltissime emozioni e si rende conto che sarebbe bello condividerle con altri a teatro, sentire insieme è una altro sentire, è più bello, forse è più forte, sì però non è sempre facile che gli altri sentano quello che senti tu o quello che l’autore di un romanzo vuole raccontare, Fulvia ora comincia ad avere paura di quell’entusiasmo di Gaia e cerca di capire bene come mai si sia così appassionata a quel romanzo, ma poi conclude che Gaia ama la lettura e si infila nelle pagine dei libri e si infila nell’animo dei personaggi dei romanzi, cosa che a lei non è riuscita facilmente quasi mai, la sua lettura è distratta, poi lei ha tante cose insieme a cui pensare e non riesce a staccarsi dal suo mondo quotidiano con la lettura. E lo dice a Gaia, vedi, siamo diverse, tu sei una lettrice accanita, e ti appassioni quando leggi, entri in un altro mondo, io invece sono diversa, altre cose mi appassionano, comunque Fulvia ora è affascinata dal mistero dell’acqua, ciò che l’ ha colpita fortemente sono state le vacanze che hanno fatto in Croazia, e le isole dalmate, e il mare, che Fulvia non aveva finora guardato così, con gli occhi spalancati sul mistero dell’infinita acqua, insomma l’acqua la sta affascinando, l’acqua è il mistero della vita intorno al quale scorre il suo fiume, l’acqua sta da per tutto, dentro e fuori di noi, e ci porta ogni giorno le variazioni del clima e il tempo che cambia e il nostro umore appresso e i nostri cuori e le nostre speranze che seguono il ciclo dell’acqua che va e viene e che si trasforma e ritorna, che scorre nascosta sottoterra per poi sbucare improvvisa in una sorgente che poi diventa un fiume che si porta appresso i nostri pensieri e i nostri tormenti fino a finire nel grande mare. Poi Fulvia ha anche visto una bella mostra a Milano sull’acqua, a Palazzo Reale, con un ricco reportage di fotografie quasi tutte in bianco e nero, con i disastri delle alluvioni, gli acquapark, le terme, i pozzi nel deserto, i giochi d’acqua dei bambini nelle diverse parti del mondo, i sistemi di irrigazione con la loro tecnologia. La mostra ha avuto una forte influenza su Fulvia che da allora ha una forte sensibilità per i problemi legati alla presenza e all’assenza dell’acqua, alla sete che riguarda già oggi gran parte dell’umanità, allo spreco dell’acqua nei paesi ricchi; da quelle immagini è stata impressionata, hanno lasciato un segno profondo in lei, come se il loro sviluppo fotografico sia proseguito nella sua anima.
Presenza ed assenza dell'acqua. Drammaticità e quiete delle situazioni. Dolori e gioie collegati all’acqua. Su questi temi, abilmente dosati e miscelati nella scansione delle immagini in quella mostra, Fulvia ora si trova a riflettere istintivamente, ha acquisito gli strumenti interpretativi per riflettere e visitare un po’ tutti gli aspetti del rapporto degli uomini con l’acqua, da quelli ambientali, a quelli sociali e politici; fino agli aspetti profondi del nostro rapporto con l'acqua, la percezione dell'acqua come simbolo di purezza e fonte di spiritualità, l’acqua utilizzata nei battesimi, nelle cerimonie delle diverse religioni ; alla capacità dell’acqua di portare la vita o di negarla ai luoghi; al rapporto fisico di tutti gli esseri viventi con l'acqua. E lo slogan "No water, no future", niente acqua, niente futuro, è ora compreso nel suo profondo significato da Fulvia che cerca di trasmettere questa sua sensibilità alla sorella. Ne nasce un dialogo che si fa presto fitto, perché Fulvia è piena di parole nuove per Gaia, che si sorprende a vedere come la sorella si scaldi e si dedichi con tutta sé stessa alla riflessione . É un tema nuovo per Gaia. E un argomento ricco di misteri, l’acqua per quanto noi possiamo conoscerla studiarla vederla usarla tutti i giorni si infila nei sotterranei del nostro mondo e si va a nascondere ai nostri sguardi per prorompere poi dalle sorgenti e poi scomparire misteriosamente di nuovo, e con lei si dileguano le forme di vita quando l’acqua si nasconde. E il deserto viene avanti.
Anche con la parola succede quello che succede con l’acqua, riflette Gaia. La parola è la fonte del linguaggio, del dialogo, della vita interiore, la parola però ogni tanto viene meno e allora si ha sete di parole, si ha la tremenda necessità del dialogo quando le parole vengono meno, pensa Gaia mentre Fulvia va avanti con le sue riflessioni.
Improvvisamente Fulvia le chiede che cosa le è successo con Leopoldo. Entra nel vivo del problema, ignora il detto popolare di non intromettersi tra moglie e marito, Gaia rimane un momento interdetta in silenzio, poi comincia a spiegare che è un momento di difficoltà, Fulvia le chiede se c’è qualcosa di serio, Gaia dice di non averne idea però pensa che la situazione tornerà presto normale, ci sono tutti i segni e le racconta della telefonata da Lenola e di quanto le sia sembrato conciliante Leopoldo.
Capitolo ottavo
Leopoldo è riuscito a contattare il vescovo. Lo ha cercato telefonicamente e ora gli parla. Gli dice che lo cerca per Franco, lui non sa neppure il cognome e non se ne è preoccupato ma lo descrive fisicamente e lo associa alla stazione Ostiense e allora il vescovo capisce di chi sta parlando, ma certo che lo conosce, gli chiede come sta, Leopoldo dice che sembra che si senta male e ha cercato di lui, il vescovo ottiene l’indirizzo e assicura che al più presto sarà lì. Infatti non sono passate due ore che suona alla casetta di Ladispoli.
Franco tossisce con furore, è rosso in viso ed accaldato e sta sudando, il vescovo si informa se hanno chiamato un medico, Leopoldo confessa di no, che si è preoccupato di chiamare lui perché Franco insisteva per vederlo o almeno sentirlo.
Il vescovo si mette seduto in silenzio vicino al letto, ma dice sottovoce che sarebbe bene chiamare un medico, lui non conosce medici nella zona, e allora Leopoldo esce in cerca di un dottore e si incammina verso il centro, non ha compreso la gravità della situazione, cerca un medico perché glielo ha consigliato il vescovo, però pensa che sia uno scrupolo eccessivo, d’altra parte Franco non gli ha detto che genere di malessere abbia. Comunque dopo un poco riesce a parlare direttamente con un medico, è un dottore che ha la barba e una quarantina di anni, Franco gli spiega quello che riesce, il medico rimane perplesso poi si muove e lascia il suo ambulatorio un poco perplesso, e dopo un poco sono accanto al letto di Franco che sta in compagnia del vescovo: il medico al vedere il vescovo pensa ad una situazione di una certa gravità, se prima di lui è arrivato il religioso che peraltro sta tranquillamente seduto come se possa e voglia trattenersi, deve essere una situazione grave, la visita glielo conferma subito, il polso è quasi inesistente, il paziente ha continui e rabbiosi scatti di tosse, il cuore non si capisce come vada, il medico chiede da quanto tempo è così, Leopoldo gli risponde che è dalla mattina, che si è svegliato con un malessere che non gli ha descritto, diceva di sentire l’amaro in bocca e di avvertire dei dolori al braccio, quale braccio chiede il medico, il sinistro, forse ha un infarto bisogna chiamare un’ambulanza, Franco guarda il medico e gli fa cenno di no, perché no, lui continua a fare cenni col capo e allora capiscono che non vuole spostarsi, il medico insiste e chiama l’ambulanza per il ricovero.
Intanto il vescovo sta parlando con Franco, gli dice che il peggio è passato, ora lui avrà le cure necessarie, ma Franco lo guarda e sorride e con una voce flebile:
“Grazie, Monsignore, voi vi siete preso cura di me ed anche ora siete venuto a trovarmi, grazie, io volevo……..”
“Non ti affaticare a ringraziarmi, Franco, ora tutto si sistemerà ma tu non devi sforzarti , anche parlare è faticoso in certe situazioni”
“Debbo parlare, Lei mi ha sempre aiutato e avere almeno l’occasione di dirle… grazie”
Leopoldo assiste e capisce che la situazione va aggravandosi e a questo punto entra in seria difficoltà, quell’uomo che per lui fino a pochi giorni prima era uno sconosciuto ora diventa la persona più cara, improvvisamente si accorge che ha trovato un grande amico e che ora è molto preoccupato.
”Deve essere stato un infarto” fa il medico, “ora se l’ambulanza arriva presto e lo trasferiamo in ospedale….” E nel frattempo gli somministra un farmaco, perché la situazione di emergenza lo richiede.
L’iniezione sembra avere un grosso effetto benefico. La tosse si calma, il viso si rasserena, Franco riacquista un poco di forze e ora si rivolge a Leopoldo e gli dice: "Non preoccuparti per me, ho la pelle dura io…..” e sorride e alza gli occhi al cielo ma non fa in tempo a guardare bene il soffitto che improvvisamente per lui la stanza si oscura, le figure svaniscono ed di nuovo il malessere grave sopravviene.
Dopo qualche minuto arriva l’autoambulanza che lo trasferisce all’Ospedale di Ostia.
Il vescovo lo accompagna fino all’ospedale dove la situazione clinicamente viene presa sotto controllo.
I sanitari dicono che ha avuto un infarto, come aveva diagnosticato il dottore a casa, che è stato un infarto molto forte, devastante e che la prognosi è riservata.
Il vescovo si accomiata dicendo che tornerà di lì a qualche ora, che ora si informerà se ci sono notizie sui familiari, che occorre avvertire, e questa sarà sua cura, anche perché di Franco aveva avuto tutte le notizie quando se ne era occupato tempo addietro. Ricorda allora che lui gli aveva raccontato un pochino la sua vita, che da qualche parte, forse presso la Comunità di S.Egidio , ci dovevano essere notizie più precise e forse anche sui suoi familiari. Leopoldo rimane in ospedale in attesa di notizie. Si mette a passeggiare avanti e indietro lungo il corridoio fuori del reparto di terapia intensiva dove è ricoverato Franco e pensa, è preoccupato, molto preoccupato ora, tutto si è svolto troppo velocemente e lui non si è accorto della gravità della situazione. Ripensa alla amicizia di Franco con il vescovo, come quest’ultimo sia accorso, questo fatto lo ha meravigliato, un vescovo accorrere ed occuparsi di un barbone come se fosse il suo parente più stretto, questo non se lo aspettava, debbono essere molto amici, speriamo che rintracci la sua famiglia, Leopoldo ora ha bisogno di parlare con sua moglie, la chiama sul cellulare, è notte fonda Gaia risponde preoccupata, Leopoldo le racconta che sta in ospedale perché un suo amico si è sentito male, Gaia chiede chi è, non lo conosci, ah fa lei mi dispiace ma come sta, i medici non si pronunciano come si dice la prognosi è riservata, oddio speriamo bene fa Gaia, non ci resta che quello fa Leopoldo sconsolato e Gaia sente la lontananza e gli chiede di tornare a casa, lui dice che ora deve restare in ospedale ad assistere l’amico e poi vedrà. Si sente sollevato a parlare con Gaia, la saluta con dolcezza, mentre vede che il medico di guardia accorre, lui è fuori e non sa per chi sta correndo, dopo un po’ il medico esce e lo avvicina, gli chiede se è un parente di Franco che lui chiama “l’infartuato ricoverato stanotte” , lui risponde che è un amico, il medico gli dice che sta morendo che può entrare per assisterlo se vuole, Leopoldo entra e vede Franco disteso in un lettino con dietro uno schermo che proietta il suo elettrocardiogramma che a lui sembra regolare, Franco lo guarda e gli sorride e lo chiama per nome con voce flebile ma chiara e che esprime gioia di rivederlo, Leopoldo gli stringe la mano , Franco gli sorride e lo chiama ancora, poi Leopoldo vede il monitor e vede che l’elettrocardiogramma si fa piatto e così in un attimo la morte si porta via Franco , Leopoldo chiama il medico che gli dice di farsi coraggio, ora chi penserà a Franco e alle sue esequie, chissà se i familiari si rintracceranno , chissà se il vescovo ha trovato qualcuno da avvertire, Leopoldo lo guarda e si accorge di avergli voluto bene, per quel poco di tempo che hanno passato assieme, e sente il dolore della perdita di un amico, si ricorda che con Franco lui riusciva a parlare di tutto ed era ascoltato. E rimane lì accanto al letto in silenzio, poi il dottore insieme ad un infermiere staccano gli attacchi dell’elettrocardiogramma, trovano una catenina e fanno cenno a Leopoldo che dice di no, di lasciarla al suo posto.
È quasi l’alba quando arriva il vescovo, ha saputo telefonicamente della morte, il medico di guardia di persona lo ha tenuto informato.
Vede Leopoldo e lo abbraccia. Leopoldo gli chiede se ha notizie sui familiari e il vescovo risponde che ha dato incarico al suo segretario di informarsi presso la Comunità di S.Egidio in mattinata, perché con loro Franco aveva avuto un rapporto e certamente loro avevano informazioni complete. Infatti dopo un poco, saranno le sette e mezza, il vescovo riceve una telefonata e viene informato che la Comunità di S. Egidio si è già messa in contatto con la moglie di Franco che è stata avvertita.
Leopoldo pensa alla forza di queste organizzazioni che si occupano degli altri, di chi ha bisogno, che vanno in soccorso in qualsiasi momento, che sono al servizio del prossimo, sono le vere espressioni di un mondo religioso sommerso e poco conosciuto, in effetti la Comunità di S.Egidio ha avuto anche risonanza internazionale in un certo momento, quando nessuno sforzo riusciva a frenare gli eccidi in Algeria, allora ricorda Leopoldo che la Comunità fu capace di organizzare un incontro e che da quell’incontro cambiò la situazione in Algeria. L’ospedale comincia la vita della giornata, passa una suora e dice le preghiere, si sentono le voci dei portantini che iniziano a muoversi, intanto Leopoldo sta in colloquio con il vescovo che gli parla della necessità di ritrovare il nostro colloquio con Dio, lui è in ascolto devoto, più che altro è affranto e non ha parole e le sue orecchie recepiscono tutto e lui non reagisce, di fronte alla morte si rimane colpiti ed insieme meravigliati, la morte dell’amico lo ha lasciato frastornato, più che altro è stato l’accorgersi che la morte arriva improvvisa e sta dietro l’angolo, un attimo prima Franco gli sorrideva e gli stava dicendo qualcosa, poi è finita, il confine tra la vita e la morte è un grande mistero, e poi e poi chissà che cosa c’è dietro la morte, un’altra vita, una trasformazione, oppure il nulla eterno, chissà, Leopoldo non è religioso però la morte non può chiudere per sempre il discorso della nostra esistenza, ci sarà qualcosa, chissà dove, ci sarà un altro mondo in cui vivere, sarà forse il paradiso, ora che la giornata avanza Leopoldo esce dall’ospedale e si infila in un bar e fa colazione con un cappuccino e una brioche. E pensa che la sua vita deve trovare un nuovo corso, ora che ha conosciuto Franco e quel suo modo semplice e insieme sapiente di vivere, sente che deve dare una svolta, si metterà in contatto con quella comunità che si occupa dei barboni, vuole conoscere meglio il mondo dei senza casa, di questi nuovi personaggi della vita delle città, che sempre più numerosi ora affollano le strade e le piazze, deve essere un segno della vita che per molti diventa difficile, molti sono costretti dalla disperazione a fuggire dalle proprie case, perché le case si fanno pericolose, sono le case che diventano insopportabili, e insieme i legami familiari , deve esserci una grande disperazione a spingere le persone a lasciare tutto, in fondo però è l’espressione di una grande solitudine che si fa più forte e si lascia la società civile o imbarbarita come la si sente e ci si rifugia più a fondo nella solitudine, si fugge lontano lontano.
Leopoldo sente che deve fare qualcosa, che anche lui ha bisogno di orizzonti diversi, che non può nascondersi dietro ad un benessere fittizio quando si accorge di essere circondato da un mondo di sofferenze ed anche che lui è in condizione di portare un aiuto, lui sta bene e può essere la persona giusta per aiutare in queste comunità nuove che si occupano dei problemi di coloro che improvvisamente diventano incapaci di continuare a vivere in società, o che rifiutano la società per come si è fatta dura.
Leopoldo poi sente anche un impulso a mettersi in contatto con la Comunità di Sant’Egidio anche perché crede che operando a stretto contatto con dei religiosi o meglio con una organizzazione religiosa troverà delle risposte ai grandi interrogativi che in quel momento si affacciano con maggiore pressione per lui e la sua vita avrà anche una risposta al discorso della religione, che si fa pressante. Ora per quanto lui possa proclamarsi non credente e non praticante, sente la forza delle domande che la religione gli ha posto. Ha ricevuto un’educazione improntata sulla religione, poi quando aveva appena superato l’adolescenza ha smesso di frequentare la chiesa, da allora c’era tornato per il matrimonio con Gaia, avevano voluto un matrimonio religioso non per convinzione ma per accontentare i parenti, però ora le domande sulla vita più profonde si riaffacciano tutte con la loro forza e chiedono una risposta e Leopoldo sa che non può far finta di ignorarle. Così, in quel bar, in quella mattina, matura la decisione di Leopoldo di entrare in contatto con la comunità di sant’Egidio.
Capitolo nono
Gaia ritorna quella mattina a scuola, dopo la telefonata notturna ricevuta. Si sente più tranquilla, ora che la crisi sembra avere uno sbocco. La mattinata è piacevole, ci sono gli alunni che sembrano tutti di buon umore, sarà la giornata che è una bella giornata di primavera, sembra che non siano molto interessati alla lezione e si divertono a fare delle battute che Gaia ascolta con interesse, questi ragazzi sono più grandi della loro età, in fondo l’adolescenza è un momento di grande maturità se ci si pensa un pochino, bisogna affrontare tutti insieme i problemi della vita e trovare la via giusta da percorrere, la propria identità, scoprire la propria sessualità, cercare la risposta ai grandi interrogativi, mettersi in rapporto con il mondo senza scontrarsi irrimediabilmente che ci si farebbe troppo male. Insomma quello dell’adolescenza è un momento di grande maturità, questo pensa Gaia mentre ascolta divertita il colloquio tra le battute degli studenti.
Alla fine della seconda ora ha un’ora di buco e comincia a parlare con una sua collega che insegna inglese, raramente hanno scambiato due parole, c’è sempre una grande fretta, però quella mattina sembra che siano tutte e due in cerca di compagnia, e cominciano a chiacchierare su questi benedetti alunni, Gaia dice subito che gli sembrano molto più maturi della loro età, facevano delle battute che erano molto semplici ed insieme divertenti, il lato comico senza forzature e volgarità, già questo senso dell’umorismo denota una maturità ed una capacità che la lasciano un poco sorpresa.
L’altra si mostra incuriosita, poi comincia a esporre sull’influenza che l’umorismo inglese inevitabilmente deve avere in tutto il mondo, noi bene o male siamo in balia del dominio nel linguaggio dell’inglese, si infila nell’umorismo inglese, un poco freddo ed appena piccante, che c’entra l’umorismo inglese, pensa Gaia, mentre l’altra dice che l’insegnamento delle lingue è importante perché ti porta a contatto con gli altri e col mondo intero e non è solo l’imparare qualche parola o qualche regola grammaticale, un’altra lingua a noi straniera ci porta fuori dal nostro piccolo angolo di visuale e ci mette su un altro piano, siamo costretti a guardare la vita in un altro modo, la parola straniera ci fa riflettere sulle diversità, Gaia pensa tra sé quanto sia difficile comunicare anche le cose più semplici, e come la sua collega non riesca ad uscire dal suo campo, sul quale sta cercando di portarla, forse perché fuori di quello non riesce a parlare con una collega.
Certo, affrontare temi di un certo rilievo in un momento di buco sarà un’idea infelice, non c’è il tempo per riflettere, le nostre espressioni sono le nostre parole sono il nostro mondo che esce da noi e quando non abbiamo il tempo esprimono quello che è il nostro principale argomento.
Nel rientrare Gaia incontra invece una sua collega con cui ha una qualche amicizia, con cui si intendono facilmente e si rasserena con uno sguardo all’amica che le sorride, ritorna ad avere tranquillità sulla sua vita, lo scambio con l’altra collega l’ha messa un pochino in difficoltà e le sono venuti dei dubbi sulle sue capacità di esprimersi, però si è resa conto che la fretta ed insieme la poca conoscenza l’una dell’altra e insieme il rintanarsi nel proprio guscio, il non voler uscire da sé, sono dei difetti che ci stringono quando ci mettiamo in contatto, abbiamo sempre indosso la nostra corazza e cerchiamo di difenderci, basta un sorriso però per uscire veramente e comunicare, il semplice sguardo della collega amica la ha tranquillizzata e l’ ha rimessa nell’umore giusto.
Alla fine delle sue ore Gaia si incontra con l’amica, Elisabetta, una donna bruna alta come lei ma più robusta, diciamo piena di rotondità, un volto sempre disposto alla risata, sempre pronta con la battuta, Gaia le chiede se può invitarla per uno spuntino, se ne vanno ad un fast-food che fa anche da ristorantino, Gaia prende un primo piatto pronto, Elisabetta no perché deve stare attenta alla linea, ha cominciato una nuova dieta. Ha dei problemi di linea che combatte con energia ma poi dopo aver ottenuto brillanti risultati con una dieta magari prolungata purtroppo cede alle tentazioni e ritorna ad avere nuovamente gli stessi problemi, perdere qualche chilo è facile, altrettanto facile è riprenderselo subito e molto più rapidamente e senza molta fatica, lei è una persona esperta in questo tira e molla con la linea. Infatti rinuncia alla pasta ma non ad un grande panino hot dog con le patatine fritte e poi neppure al dolcetto. Durante il pasto Elisabetta la mette al corrente delle sue ultime novità sentimentali, sta uscendo con un giovanotto che fa l’elettricista, è un po’ troppo timido, ancora non hanno combinato niente di particolare, sono tre volte che escono e lui le racconta tutto della sua vita, poi un bacetto e via ognuno per la sua strada, forse è meglio così, però Elisabetta sente la mancanza della passione quella che ti porta via, troppo freddo, forse ha paura ed è rimasto troppo scottato, Elisabetta si confida sui suoi amori che cambiano frequentemente, non ha paura di raccontarli a Gaia anche perché sa di potersi fidare, Gaia l’ascolta con tranquillità fino al momento in cui Elisabetta le chiede come fa sempre un consiglio grande come una casa, tu che hai esperienza, cosa dovrei fare per freddarlo un pochino, Gaia comincia a ridere , se l’aspettava la domanda ma così formulata no e adesso non sa che cosa dire e ride di gusto, anche Elisabetta scoppia a ridere e dice che ha capito che è una situazione disperata, tutte a me capitano queste situazioni, Gaia ride di più perché l’amica sembra farlo apposta a metterla di buon umore, arriva un cameriere e chiede se vogliono qualcos’altro e poi alla risposta allusiva di Elisabetta scoppia in una risata pure lui, sembra che il riso sia contagioso, tutti gli avventori sembrano essere stati presi da una crisi improvvisa di buonumore, finalmente si ride pensa Gaia.
Elisabetta comunque è una persona che non si scoraggia, soprattutto dal lato sentimentale, e sdrammatizza le situazioni, l’amore è sempre al centro dei suoi discorsi, lei cerca quello pieno, quello appassionato, quello perfetto, però le capitano sempre delle avventure che la lasciano perplessa, esisterà questo amore che lei si sta aspettando, oppure rimarrà sempre nei suoi sogni, questa è la domanda che lei fa sempre, sono io troppo fiduciosa nella vita o è la vita che mi toglie piano piano la fiducia, l’amore sembra che debba arrivare sempre ed è sempre pronto a squagliarsela con il bottino, infatti questi signori uomini che lei ha conosciuto sembrano ripetere lo stesso copione, o forse se lo trasmettono da sempre, non fanno altro che scappare, prima la vogliono e poi la mollano senza pietà, e lei si chiede ogni volta dove ho sbagliato se ho sbagliato io, ma non trova facilmente le risposte ai suoi interrogativi sull’amore, a Gaia sembra che lei stessa metta gli uomini nella condizione di approfittare della sua ingenuità, insomma non sa come dirglielo ma crede che stia correndo troppo, d’altra parte Elisabetta sa di avere fascino, sa di essere una donna affascinante, o meglio pensa di essere un’ammaliatrice, vede che gli uomini le corrono appresso come le mosche vanno al miele, e cosa può farci lei se piace agli uomini, ora però questo nuovo, questo elettricista troppo freddino non se lo aspettava, chissà forse la vuole tirare alle lunghe per farla innamorare di più, chissà quali sono le sue mire.Mentre Elisabetta parla Gaia si mette a pensare , certo se la smettessi e fossi più spensierata proprio come lei sarebbe meglio, ma lei è sposata e non può, sì sposata però è un sacco che Leopoldo chissà perché l’ ha lasciata e lei si illude che ritorna, ora ci voleva pure l’amico che si è sentito male e la telefonata consolatoria, lei questo nuovo amico non lo conosce e non sa niente di quello che sta combinando lui, lei peraltro non combina niente di buono se continua a pensare a lui, ma come si fa ad essere liberi come Elisabetta, le viene in mente che se non le va bene quasi quasi quell’elettricista lo riscalderebbe lei e saprebbe come fare, come fare questa sì che è una bella domanda, come fare ad accendere una corrente che se ne va dove gli pare, sulle dispersioni di corrente lui dovrebbe essere un esperto, sul come accendere una lampadina questo dovrebbe essere il mestiere suo, forse sta giocando con Elisabetta per farla accendere tutta al momento giusto, certo che Elisabetta è fatta apposta per porre problemi d’amore, sembra che l’amore sia il suo argomento la sua parola unica, il suo linguaggio, per carità non è volgare anzi è rispettosa dell’argomento e delle sue delicatezze, solo che sembra ossessionata dal problema, sta sempre lì intorno a cincischiare e non è che ne esca bene ogni volta c’è un problema diverso e ogni volta sembra che ne soffra molto ma poi dopo un pochino eccola tornare alla carica, non si fa sconfiggere dalle delusioni, è insensibile alle scottature prese, ossessionata è la parola giusta. Non si può dire però che Elisabetta si chiuda dentro le sue ossessioni, si confida con semplicità, lo fa con Gaia che pensa però che sia il suo modo naturale di uscire allo scoperto, lo fa naturalmente anche con altri, non se ne sta chiusa a tormentarsi con i suoi pensieri , se è ossessionata d’amore però sta sempre con gli altri ad esprimere le sue ossessioni, esce dalla sua torre e se ne va allo scoperto, sa trovare le vie di uscita, non rimane impelagata nei suoi crucci. Gaia la invidia, è capace di confidare le sue cose più intime con semplicità e questo le permette di sorriderne, e mette anche di buon umore.
È stato piacevole il pranzo, Elisabetta ha da fare e si lasciano alla fermata dell’autobus.
L’incontro con l’amica è stato piacevole, da qualche giorno Gaia si sente anche meglio fisicamente, sarà stata la permanenza a Lenola, la visita di Fulvia, c’è che quei malesseri, da un punto di vista fisico, quella sensazione di pugno nello stomaco ora sembra essersene andata.
Capitolo decimo
Leopoldo va alla stazione a prendere la moglie di Franco.
La signora scende dal treno che viene da Bologna e si mette in attesa davanti all’inizio del binario. Leopoldo ha avuto il suo cellulare e la chiama e si accorgono di stare l’uno di fronte all’altra dopo che hanno parlato per circa due minuti.
La vedova è una bella donna che ha forse (l’età delle donne deve rimanere comunque segreta e questo è uno degli argomenti sul quale siamo tutti d’accordo) superato la cinquantina ma che si riesce a mantenersi giovanile e Leopoldo non riesce ad evitare un bel complimento, dice che Franco non gli aveva detto di avere una moglie così bella, la signora arrossisce e lo guarda con un certo interesse, certo la situazione non è quella adatta per un corteggiamento, lei è venuta per organizzare o almeno occuparsi delle esequie di Franco, tuttavia questo complimento la mette meglio di disposizione, peraltro Leopoldo è della statura giusta, sono alti entrambi, e la signora dice che non immaginava che Franco avesse degli amici così ben educati, lei pensava che si fosse ridotto a chiedere la carità, sapeva che ultimamente si era quasi stabilito presso la stazione Ostiense, non è che la chiamasse o che gliele desse lui le notizie, il fatto è che i figlioli avevano contatti con la Comunità di S. Egidio ed allora sapevano qualcosa, quello che gli potevano dire, perchè Franco aveva fatto le sue scelte, se ne era andato via senza lasciare tracce dietro di sé e lei aveva dovuto accettare tutto questo senza discutere.
Leopoldo la accompagna all’ospedale.
La signora si presenta, si chiama Chiara, è molto tranquilla e dimostra di sapersi muovere con disinvoltura, ha dei bei modi garbati, i medici le si fanno subito tutti intorno con molta gentilezza, sono presi dalla voglia di raccontarle tutto l’andamento del decorso, a lei sembra che interessi tutto, di fatto è venuta a riprendersi il marito dopo la sua morte, non poteva farlo prima perché era contro la sua volontà, ora invece tutti le spalancano le porte. Certo che Franco avrebbe forse voluto onori funebri diversi, forse avrebbe gradito un funerale alla stazione Ostiense, con tanto di treno funebre, però il fatto è che non ha lasciato nessuna volontà in proposito e poi c’è il discorso economico, chi pagherà queste esequie, certo la famiglia ha più titolo di ogni altro e la signora Chiara è venuta subito appena chiamata e si è resa disponibile, chissà se altre al posto suo si sarebbero preoccupate di questo, questo deve essere un problema per i barboni o per coloro che preferiscono vivere fuori di casa senza fissa dimora, chissà se i legami familiari rimangono oppure svaniscono nel nulla, ci devono essere ancora degli affetti e dei legami per far muovere le persone, e la famiglia certo non finisce perché una persona decide di andarsene a vivere per conto suo o sulla strada, la famiglia rimane ed è forte, se non altro in questo caso si occupa del funerale.
Leopoldo pensa e s’immagina che forse Franco era uno di quei ricconi che aveva già la tomba di famiglia preparata, forse si era già sistemato nell’aldilà molto tempo prima. Chissà perché fantastica su Franco come molto ricco, sarà quella bella signora che peraltro lo ha anche un pochino affascinato, però Franco doveva stare bene, molto bene, che cosa lo avrà spinto in fondo a lasciarsi tutto alle spalle e a scegliere la strada, chissà chissà.
Questa idea stravagante gli è venuta forse pensando a come certi personaggi pubblici abbiano eretto in vita dei monumenti funebri nelle loro tenuta infischiandosene di qualunque normativa come normalmente fanno in ogni campo ed esaltando così la loro ricchezza anche in relazione alla loro morte. D’altra parte, le cappelle di famiglia con marmi sontuosi sono una realtà sotto gli occhi di tutti in qualunque cimitero.
Chissà come è successo che Franco è uscito dalla famiglia, la moglie gli sembra una persona così ricca di ogni umana virtù per cui Leopoldo non capisce, si fa presto a rompere questa è la sua conclusione di un rapido sguardo alla situazione umana e familiare, lui d’altra parte ci sta proprio in mezzo al momento delle scelte, un litigio spacca presto tutto, poi per rimettere insieme i cocci ognuno fa una fatica tremenda perché non si tratta solo della propria volontà, c’è quella dell’altro che deve andare insieme nello stesso tempo nella stessa direzione.
Ripensa alle poche parole scambiate con la vedova e si rende conto che per lui è molto facile tutto, forse perché si trova al momento giusto nella posizione giusta, poi però pensa che se ci provasse con la moglie di Franco forse sarebbe respinto e comunque non gli sembra tanto l’occasione propizia, forse sarebbe meglio rimandare di qualche tempo per non avere problemi di coscienza con l’amico, il fantasma di Franco potrebbe spuntare da qualche parte e rimproverarlo aspramente e poi chissà che cosa potrebbe combinargli, così Leopoldo rinuncia subito alle sue avance, e Chiara resta un po’ sorpresa da questa ritirata improvvisa e forse inaspettata, lei prende l’iniziativa per un loro incontro futuro per sapere meglio dell’ultimo periodo di suo marito, Leopoldo accetta di rivedersi tra qualche giorno , è un rinvio strategico.
Quello che comunque colpisce in questo incontro è la semplicità con cui lei affronta tutta la situazione, non mostra di avere alcun risentimento, anzi sembra aver apprezzato le scelte del marito, poi c’è questo misterioso contatto tenuto con lei e con i suoi figlioli dalla Comunità di S. Egidio, forse in segreto rispetto alla volontà di Franco, è stato facile rintracciarla, quello che è strano per Leopoldo è l’assenza dei figli, ma poi capisce che i figli aspettano il rientro della salma per i funerali che si svolgeranno nel paese vicino Bologna.
E Leopoldo conosce un sacerdote che viene a parlare con la signora in Ospedale, è uno dei rappresentanti della Comunità di S. Egidio, e rimane impressionato favorevolmente, sembra essere un personaggio carico di umanità e dal colloquio semplice, Leopoldo comincia a parlare inaspettatamente della sua situazione, lui ha bisogno di chiarezza per la sua vita, si rende conto che essa scorre velocemente senza dargli molte occasioni di contatto con la realtà e soprattutto con gli altri, è vero che lui fa il rappresentante per cui sta sempre in colloquio con i suoi clienti, però questo è il suo lavoro e il colloquio si restringe a veloci considerazioni senza scendere mai in particolare, più che un colloquio lo si potrebbe definire una visita commerciale, in cui c’è la promozione per i prodotti e la vendita cercata con ogni mezzo e insieme dall’altra parte la consapevolezza di cercare di resistere e cercare comunque da ambo i lati il proprio interesse esclusivamente economico, non è che manchi un poco di amicizia nel rapporto con molti clienti, però Franco sa bene che questo è un lato assai marginale, l’amicizia è un’altra cosa e difficilmente si mette a braccetto con un rapporto tra rappresentante e cliente, e così Leopoldo parla della sua solitudine e delle difficoltà di comunicazione, del suo piccolo mondo familiare che gli sta crollando addosso, e il sacerdote lo ascolta senza interromperlo, ora il discorso si fa più interessante perché Leopoldo chiede come farebbe lui ad aiutare la Comunità e il sacerdote dice che quella potrebbe essere per lui l’occasione per trovare facilmente quel rapporto con il prossimo che lui cerca tanto, ecco la parola giusta, è una parola religiosa, il prossimo, ma chi è il prossimo, da amare come se stessi secondo l’insegnamento cristiano, come si fa ad amarlo come se stessi.
E così viene fuori la volontà di Leopoldo di uscire allo scoperto, di entrare in stretto contatto con la Comunità, di prestare la sua opera di volontariato, perché vuole saperne di più di questi barboni, ha conosciuto Franco e ne è rimasto colpito, impressionato ed affascinato, ma si rende conto che c’è solo a Roma tutta una popolazione piena di umanità e bisognosa di contatto umano.
E d’altra parte questo bisogno riguarda tutti, riflette il sacerdote, ognuno di noi oggi perde le parole più semplici e perde le occasioni, siamo imbottigliati in mezzo ad un traffico innaturale, non ci guardiamo, non ci sentiamo, non ci occupiamo degli altri, non abbiamo più nemmeno l’idea del prossimo, è un po’ la crisi della comunità moderna che poggia sull’individuo, saranno le scelte dell’economia mondiale, Leopoldo riflette e pensa a quanto le scelte economiche condizionino le scelte in ogni campo di ognuno di noi, il sacerdote continua dicendo che però oggi l’economia viene scambiata con l’avidità e la cupidigia, e si mettono in luce soprattutto le aspirazioni di guadagni anche poco leciti, e tutto questo viene idealizzato e viene messo su un piedistallo, settimo non rubare è un comandamento che viene invece spesso dimenticato, il furto che lui prende in considerazione non è solo quello consumato dal ladruncolo di appartamenti o dallo scippatore, c’è un furto continuo sotto gli occhi di tutti perpetrato ai danni della comunità da chi per i propri interessi travolge quelli degli altri e questo succede dovunque in ogni campo e in ogni momento nella nostra civiltà che poi è proprio poco civile.
Nell’ospedale arriva il vescovo che si appresta a salutare il suo amico Franco che sta per essere trasportato verso Bologna. Il vescovo si infila nel discorso del sacerdote e dice che tempo addietro era stato spinto ad una riflessione sulle radici cristiane e che aveva trovato che purtroppo queste venivano soffocate da altre parole e che la questione economica, o meglio il rapporto tra l’economia e la morale doveva trovare maggior spazio nelle riflessioni di tutti, perché la vita è breve per tutti e nessuno poi riesce a lasciare un segno tangibile se ci lasciamo trasportare tutti dalla corrente.
Capitolo undicesimo
Gaia sta ripensando all’incontro con l’amica e alle sue confidenze sui suoi amori, Elisabetta si apre facilmente e si confida, lei invece non è stata mai capace di parlare facilmente di sé e dei suoi problemi, avrebbe bisogno di essere più aperta, si tiene dentro i suoi segreti, ora avrebbe bisogno di confidarsi, sente che ci sono adesso dei problemi che sono spuntati come funghi, parlarne con un’amica le farebbe bene ma forse Gaia non si fida troppo delle confidenze, la sua vita gira nella sua mente. Ora le difficoltà coniugali che sono spuntate dal nulla, e che si sono infilate nella sua vita, sembra che si vada verso un rientro della crisi, però lei non si è confidata, anche perché finora non ha dato molta importanza al fatto, è sicura sul suo rapporto con Leopoldo, tuttavia comincia ad avere qualche punto interrogativo che la tortura, i punti interrogativi diventano pericolosi quando diventano chiodi fissi, fissazioni, rispetto alle quali diventa difficile sfuggire, liberare la mente, sarebbe bello avere un’amica con cui confidarsi a pieno ora, ma Gaia è un pochino chiusa rispetto ai suoi timori, non si scopre facilmente, chissà perché le riesce difficile, deve essere una questione di fiducia, i suoi pensieri nascosti rimangono chiusi dentro di lei.
Ognuno ha i suoi segreti, le sue stanze inaccessibili agli altri, Gaia non è particolare su questo rispetto a come noi tutti ci comportiamo, abbiamo una piccola scatola nel nostro cervello o nel nostro cuore in cui nascondiamo i nostri gioielli, e abbiamo paura a farli vedere agli altri perché abbiamo paura che ce li portino via, i nostri segreti, che ci portiamo con noi tutta la vita, il nostro rapporto segreto con il mondo, le piccole gioie della nostra infanzia, che difficilmente vengono fuori, le prime gioie della nostra vita che spesso noi non vogliamo dividere con gli altri.
Però se i nostri gioielli diventano troppo preziosi ci possiamo trovare ad avere troppa paura ad aprirci un poco quando temiamo che qualcuno trovi le chiavi che aprono la stanza.
Gaia pensa a quanto la sua vita diventerebbe più semplice se lei riuscisse ad uscire un pochino da quella stanza segreta in cui si nasconde istintivamente, se avesse facilità nel confidarsi, anche con la sorella lei è molto prudente, si è accorta con quanta prudenza Fulvia ha cercato di entrare nei suoi problemi e di quanto immediatamente lei sia entrata in un atteggiamento difensivo mettendo varie recinzioni intorno alla sua stanza segreta, e invece sarebbe stato molto meglio se avesse aperto ogni porta, se avesse detto a Fulvia i suoi timori e parlato un poco di più della situazione familiare che le sta sfuggendo di mano, lei si è limitata a minimizzare, di fatto la stanza segreta è talmente chiusa che rimane chiusa anche per lei, lei stessa ha delle difficoltà di comunicazione con sé stessa.
La giornata è piovosa, ci sono state precipitazioni in tutta Italia e peraltro l’Italia centrale sembra più colpita, sono diversi giorni che piove in Umbria, in Toscana e nell’alto Lazio, chissà Leopoldo come fa a lavorare, Gaia vorrebbe rivederlo lo chiama sul cellulare ma forse è spento, non riesce a mettersi in contatto, allora chiama la sorella al lavoro, Fulvia le risponde preoccupata le chiede se ci sono novità, in effetti sta lavorando non le dà molto tempo, si scambiano due parole, Gaia sente di avere difficoltà nel parlare con qualcuno, rimpiange le giornate che ha passato a Lenola, la semplicità di Rosa e si propone di tornare lì al più presto.
Ci deve essere un segreto nella vita che sfugge a Gaia.
Gaia accende la radio che trasmette musica leggera.
È una radio privata che trasmette musica poi un notiziario e sempre tanta tanta pubblicità.
Quanto diventa noiosa tutta questa pubblicità!
Sono diversi giorni che Gaia non riesce a leggere. Il libro si è chiuso e diventa molto difficile riaprirlo.
La lettura è un piacere in cui Gaia si è sempre rifugiata volentieri, ci sono degli intervalli in cui non riesce a leggere, in cui le pagine del libro rimangono oscure, per leggere ci vogliono tante cose insieme, tranquillità, tempo, occhi e mente liberi, e il piacere di leggere, leggere non può essere un dovere, deve esserci il piacere della lettura, quello che ti fa gustare le parole, che ti fa entrare nelle stanze segrete dell’autore, quello che ti fa vivere i personaggi davanti, che ti fa entrare nel tempo e nello spazio del libro e del racconto. Sono un insieme di cose che debbono esserci insieme per poter avere il piacere della lettura. Sono un po’ di giorni che Gaia non legge, si crogiola in una specie di indifferenza, cerca di non entrare nei problemi, fa finta di niente, l’indifferenza diventa una grande possibilità di evitare di pensare, essa ci dà la possibilità di metterci in uno stato di apatia, indifferenza per non soffrire, per evitarci dei coinvolgimenti sentimentali.
È una forma di difesa che spesso cerchiamo nei momenti difficili.
Quando si impossessa di noi ci paralizza. E dobbiamo aspettare un evento che ci porti fuori da questo stato naturalmente. Gaia conosce bene questi meccanismi di difesa. La lettura e in genere ogni forma di impegno intellettuale fanno a cazzotti con l’indifferenza.
Che si fa strada in noi quando abbiamo delle difficoltà che si fanno troppo contorte che ci mettono in una via troppo tortuosa e piena di insidie.
La giornata di Gaia si è molto complicata e l’indifferenza sta prendendo il suo spazio.
PARTE TERZA
Capitolo primo
Quel venerdì cominciò a piovere con una certa intensità.
Le previsioni davano un normale passaggio di nuvole con precipitazioni di media intensità.
La pioggia aveva cominciato a cadere sull’Irlanda, con precipitazioni forti che poi si erano spostate sulla Francia e sull’Europa, avevano girato sulla Spagna per poi tornare verso l’Italia, su cui confluivano dalle Alpi e dall’Ovest dalla Spagna e dalla Sardegna.
La precipitazione cominciò a diventare preoccupante sull’Italia Centrale. La protezione civile aveva allertato tutte le unità di crisi e si temeva molto una piena dell’Arno e una inondazione di Firenze simile a quella storica del 1966.
Le nuvole più cariche però si erano come ancorate alle colline e agli Appennini per cui le preoccupazioni maggiori si erano spostate verso l’Umbria, le province toscane e l’alto Lazio.
In queste zone si verificava che le nuvole basse si erano fissate alle falde dei versanti montuosi ed attraversando le strade si aveva la sensazione di viaggiare in mezzo alle nuvole che però erano cariche di pioggia che riversavano a catinelle.
Anche a Roma c’erano forti timori per l’innalzamento del livello del Tevere che aveva preso tutte le zone sotto i ponti che erano abituali ricoveri.
L’acqua scendeva dal cielo come se degli enormi serbatoi si fossero aperti e scendeva in grande quantità senza interruzioni di sorta, i sistemi di scarico delle acque non reggevano, le strade gorgogliavano di acque che arrivavano da tutte le parti.
In poche ore i campi dell’Umbria, dell’alto Lazio e della parte bassa della Toscana si allagarono.
La circolazione stradale di mezza Italia fu messa in una crisi terribile dall’acqua che aveva invaso le carreggiate.
Gli automobilisti in viaggio si trovarono così fermi in mezzo a dei fiumi che pian pianino aumentavano ed arrivavano nell’abitacolo delle automobili.
I soccorsi in campo si rivelarono presto insufficienti per far fronte alla straordinaria emergenza.
Frane di grossi massi precipitavano ad aggravare ulteriormente la situazione.
La pioggia continuava incessante e le comunicazioni si erano interrotte ormai in quasi tutte le regioni dell’Italia centrale.
La forza della natura aveva preso l’Italia di sorpresa, e d’altra parte la scarsa tutela dell’ambiente e del patrimonio idrogeologico insieme alla scarsa cura per gli alberi, al disboscamento generale conseguenza di anni ed anni di incendi dolosi avevano già messo in ginocchio il territorio che ora era solo pronto a subire i colpi più formidabili e terribili senza reagire.
Ogni via di comunicazione entrò in crisi, anche i telefoni saltarono, la televisione fu costretta ad interrompere diverse volte le trasmissioni, che proseguivano nelle radio, ma queste che potevano essere mezzi importanti di comunicazione per tutti erano da anni diventate esclusivamente dei veicoli pubblicitari, degli intermezzi di trasmissioni in mezzo agli spot, per cui non c’era né il personale adatto per le trasmissioni né la possibilità di cambiare dall’oggi al domani tutti i programmi, cosicché anche la radio entrò in grande difficoltà nel cercare di essere di aiuto nella situazione di emergenza e di crisi.
Anche il traffico ferroviario fu paralizzato, come quello aereo.
Quando il temporale cessò, dopo due giorni, ci fu un grande sospiro di sollievo e si cominciò a verificare la situazione ed i danni.
Ma un disastro ancora più forte e maligno aveva colpito l’Italia.
Quasi tutti i grandi fiumi erano stati inquinati dalle falde acquifere ormai sature di prodotti altamente nocivi e trasportavano veleni dai monti al mare.
Queste sostanze poi si disperdevano anche in minuscole particelle nell’atmosfera ed erano altamente nocive tanto che il ministero della sanità si trovò a dover fronteggiare una nuova epidemia di sindrome respiratoria di origine sconosciuta che però portava i paziente a crisi molto difficili da risolvere, era come se l’apparato respiratorio fosse paralizzato, le sostanze nocive che si erano accumulate nelle falde acquifere ora si disperdevano nell’atmosfera ed arrivavano a paralizzare la respirazione, gli ospedali furono presto riempiti di persone di tutte le età colpite dalla nuova sindrome respiratoria acuta, c’erano vecchi e bambini, uomini e donne, la situazione era difficile perché non c’erano molte possibilità se non le risposte dei singoli pazienti che molto spesso con dei piccoli aiuti riuscivano ad uscire dalla grave crisi e a riprendere a respirare normalmente, ma in molti casi la situazione non era facilmente affrontabile, i pazienti si presentavano in preda a tossi acute e irrefrenabili, i farmaci erano impotenti, e la situazione fu per diversi giorni molto preoccupante, diverse persone morirono senza che ci fosse alcuna possibilità di recar loro alcun soccorso.
Alla fine del nubifragio le zone che erano maggiormente colpite erano proprio quelle dell’alto Lazio, in particolare le zone di Tarquinia, di Civitavecchia, di Ladispoli e Cerveteri erano invase dalle acque. Le città non riuscivano a far defluire le acque, i sistemi di scarico erano pieni, non c’era la possibilità che le acque andassero nei campi nei corsi d’acqua e così al mare.
Gli abitanti furono costretti ad abbandonare le case e molti di essi furono ospitati in alberghi e centri turistici della provincia romana interna e del basso Lazio.
La meteorologia diventò improvvisamente molto importante per tutti. Gli esperti del campo erano intervistati in continuazione per radio e per televisione, alcuni di loro erano divenuti delle celebrità subito perché avevano un modo di esporre accattivante e cercavano di riportare i gravi problemi verso la tranquillità, davano un po’ di serenità nella generale situazione di grave allarme e preoccupazione in cui tutta la comunità era precipitata
Le regioni colpite avevano subito proclamato lo stato di calamità naturale anche per poter usufruire delle provvidenze di cui lo stato in simili casi si faceva carico.
Quello che comunque preoccupava maggiormente tutti era la situazione in cui di era venuto a trovare il territorio di fronte ad una precipitazione eccezionale, certo non succede tutti i giorni che quantità d’acqua che normalmente precipitano in un anno vengono giù in pochi giorni, però non si poteva fare a meno di pensare agli allarmi lanciati negli anni dalle associazioni ambientaliste, al problema delle montagne devastate, della mancanza della riforestazione a seguito degli innumerevoli incendi che avevano creato dei vuoti nei boschi sui crinali dei monti, spesso oggetto di incendi , rispetto ai quali il danno ambientale aveva bisogno di diversi anni per poter essere in grado di fronteggiare i problemi che la mancanza di alberi porta con sé.
Leopoldo riuscì a salvare qualcosa del poco che aveva con sé e se ne andò ospite della Comunità di S. Egidio, a Roma, in piazza S.Egidio, dove subito gli fu trovato un posto.Egli peraltro non sentiva ancora che fosse venuto il momento di un suo rientro a casa con Gaia e poi era maturato in lui un profondo desiderio di vivere di persona l’esperienza della comunità.
Capitolo secondo
Gaia ha un certo ritardo. Non se ne preoccupa molto nelle prime settimane, non ci pensa molto, poi comincia a preoccuparsene perché sono tre settimane di ritardo, non ne vuole parlare troppo presto con nessuno però comincia a sentire che questo ritardo del ciclo comincia ad essere troppo lungo, non è che lei sia stata mai troppo regolare, però tre settimane cominciano ad essere troppe anche per lei, peraltro la perdita della gravidanza recente l’ ha scombussolata un po’ tutta, comincia però a diventare un chiodo fisso, occorre fare le analisi, per togliere e spazzare via tutte le preoccupazioni, e poi quali sarebbero queste preoccupazioni, in fondo per Gaia la gravidanza precedente era stata vissuta molto bene, con un piacere quasi fisico, oltre che mentale, con il desiderio e l’aspettativa che l’avevano presa tutta.
Ora però quello stato di grazia se ne è andato, c’è questa mezza crisi del matrimonio con Leopoldo che se ne sta fuori di casa per un litigio di cui non si è capito molto il motivo, c’è questo stato di indifferenza che sembra averla catturata.
L’indifferenza è una strana abitudine, ci mette in una posizione di una specie di sonno artificiale delle emozioni, non vogliamo essere coinvolti da nulla, è una scelta e insieme un atteggiamento che la persona prende anche automaticamente e quasi inconsapevolmente, perché si lascia andare , perché non vuole soffrire, perché ha esaurito le sue pazienze, perché vuole restare immune da ulteriori sofferenze, anche se sono le proprie sofferenze, quelle di ogni essere umano, la voglia di indifferenza ci prende per non soffrire, per non amare, per toglierci i problemi che ogni nostro sentire inevitabilmente porta con sé e allora diventiamo esseri senza parola, senza pensiero, cerchiamo solo una vita vegetativa, sfuggiamo alla “vertute e conoscenza” che dovrebbero essere i nostri obiettivi e che dovremmo seguire e invece diventano cose da evitare, idee da sfuggire con tutte le nostre forze, realtà e beni da dimenticare.
Alla fine però l’indifferenza viene scalfita da questo ritardo, Gaia non può continuare a fare finta di niente, è quasi un mese il ritardo e bisogna che si decida a verificare se è nuovamente incinta o meno. E così Gaia compra un test di gravidanza e in una specie di rituale religioso fa l’esame. Il test è positivo, Gaia entra in crisi, non si trova nella situazione psicologica migliore per affrontare la gravidanza, Leopoldo se ne sta chissà dove e poi quanto tempo che non fanno l’amore, Gaia ripensa che è tanto il tempo e che è strano che lei sia incinta, e le viene in mente quella visita allo studio dell’architetto, quelle che lei ha pensato che fossero fantasticherie, e se invece fosse successo e che questo sia all’origine della sua nuova gravidanza, Gaia cerca di non pensarci però diventa un pensiero fisso subito, come mai lei aveva pensato che non fosse successo niente, ed invece deve essere successo e lei non ne ha parlato con nessuno, però come fa a verificare se sia veramente successo o meno, nessuno certo può andare da un uomo e chiedergli se c’è stato o meno un rapporto sessuale tra loro, Gaia si rende conto di sfiorare il ridicolo solo con il pensiero, però sarà necessario accertarsi di questo, come si può fare, Gaia proprio non riesce ad immaginarlo.
Comunque Gaia prende subito una decisione, di fare delle analisi serie, di quelle che spazzano via ogni dubbio, il test di gravidanza lascia un ampio margine di incertezza, Gaia si prenota presso un laboratorio di analisi per una analisi sicura, anche perché tutti quei pensieri potrebbero essere fonte di un errore diagnostico.
Le analisi fatte con una certa rapidità confermano il test. Gaia è incinta. I pensieri che aveva appena affrontato si fanno più insistenti. Gaia ripensa a quella serata presso lo studio dell’architetto sempre con maggiore apprensione, si era convinta che fosse tutto il frutto della sua immaginazione, ora non sa più che cosa pensare, perché a questo punto non ricorda bene, se si passa del tempo a pensare che una cosa sia stata una fantasticheria propria come si fa poi a farla diventare una realtà, e se fosse invece vero che era tutto frutto della sua immaginazione, Gaia deve saperlo anche se la situazione non è del tutto normale, perché c’è ora questo problema, Gaia in fondo è sposata con Leopoldo e bene o male in costanza di matrimonio un figlio è del marito, però lei ora è attanagliata da questo dubbio e nello stesso tempo non sa assolutamente come fare per levarselo dalla mente.
Il dubbio è un momento di perplessità e insieme però ci dà la strada obbligata della risposta. Il punto interrogativo, quando si presenta nella nostra mente, chiede incessantemente e non ci da tregua, è una domanda che si ripete di continuo, è un colpo che ci scuote ogni istante, il dubbio è il primo momento della conoscenza, chi non ha mai provato il dubbio non sa che cosa vuole dire sapere qualcosa, Gaia è presa nel vortice del dubbio e inutilmente cerca di dare delle risposte, sente che dovrà avere un colloquio con quel benedetto architetto. Ma come?
Gaia non si può presentare dopo tanto tempo e chiedere: (Scusi, per caso lei si ricorda se un paio di mesi fa circa, quando io sono venuta nel suo studio, ci sono stati o meno tra di noi dei contatti, diciamo così, ………intimi?” la domanda sarebbe indice di una sua insicurezza che a questo punto non le sembra molto giustificabile, una donna dovrebbe saperlo bene, eppure lei non ne ha la più pallida idea, convinta come era fino a poco fa che tutto fosse il frutto della sua fantasia.
D’altra parte, senza una risposta dell’architetto su questo dubbio Gaia rimarrebbe nell’incertezza assoluta.
Su questo non può certo chiedere aiuto a Leopoldo, che peraltro non ha alcun sospetto e perché allora andare a stuzzicare il cane che dorme, questo è senza dubbio da escludere a priori.
Nemmeno Fulvia le sembra la persona a cui possa rivolgersi per cercare un aiuto, Fulvia non può capire a fondo l’entità del dubbio, è una donna troppo pratica, figuriamoci come risponderebbe di fronte a dei punti interrogativi così strani, sua sorella è una donna che si basa su solide certezze e il solo pensiero di qualcosa di così profondamente insolito la sconvolgerebbe tutta fin dalle viscere, potrebbe poi essere un motivo di sfiducia assoluta nei suoi confronti, Fulvia potrebbe avere dei gravi rimproveri morali, è assolutamente da escludere come confidente ora.
Forse un sacerdote le darebbe un aiuto e un consiglio e Gaia allora riprende speranzosa il cammino verso la chiesa ma sa benissimo che va a confidarsi con il suo crocefisso ed infatti entra in chiesa e comincia un colloquio intensissimo con il crocefisso che la guarda impietosito e le risponde di stare tranquilla, il mondo non le sta cadendo addosso e comunque lei troverà delle soluzioni ai suoi problemi poi una gravidanza forse era quello di cui lei aveva bisogno, una nuova gravidanza può ridarle quell’equilibrio che lei ha perduto così bruscamente, il dubbio poi se ne andrà tranquillamente, deve rasserenarsi, e Gaia comincia pian pianino a piangere, sono lagrime consolatorie, si sciolgono nei suoi occhi i suoi dubbi e i suoi timori, sente di avere finalmente un momento di pace.
Sono briciole quelle che Gaia sta mangiando ora, sono piccoli momenti di tranquillità in un oceano di irrequietezza, però quelle briciole danno un nutrimento profondo, sono come le parole buone nel discorso che riescono a penetrare nell’animo; sono frammenti minuscoli di cibo per la sua anima irrequieta che però le danno sollievo; sono schegge di chiarore nel panorama buio che lei intravede.
E una luce tenue si fa strada nella mente di Gaia, un puntino luminoso rischiara le profonda oscurità in cui l’indifferenza ha lasciato il suo animo.
Gaia esce dalla chiesa con tranquillità, sente che i suoi problemi sono meno pesanti ed opprimenti di come li sentiva prima.
E sull’autobus che la riporta a casa guarda la folla accalcata con occhi diversi, sente come una specie di misterioso legame che accomuna tutti i passeggeri accalcati, è che lei ha ripreso un pochino di fiducia e di voglia di lottare, ha messo da parte l’indifferenza, ora guarda di nuovo agli altri.
Capitolo terzo
Leopoldo si è inserito in pochi giorni in un'attività di volontariato piena, che gli prende tutto il giorno, per cui è in grosse difficoltà con il suo lavoro, ma non gli sembra interessare molto, lo hanno cercato più volte dalla direzione marketing della sua azienda, gli chiedono notizie, lui al momento si è messo in una specie di aspettativa, ha detto e ha fatto pervenire un certificato medico attestante una nevrosi, ha detto che lui può uscire e vivere la vita all'aperto, però deve stare attento alle sue condizioni di salute mentale, intanto dalla ditta sono preoccupati perché così lui non vende e loro però non possono sostituirlo, si è determinata una situazione di difficile soluzione per il lavoro di Leopoldo. Peraltro egli sta attraversando un momento di indifferenza verso il suo lavoro, quasi che ne possa fare a meno , il che non è assolutamente vero né possibile né lontanamente ipotizzabile, solo che c'è qualcosa che si sta svolgendo nel suo animo e lo porta a vedere possibile addirittura uscire dal mondo lavorativo. Si è buttato a capo fitto nelle attività della comunità, che sono tante e diversificate, perché si occupa dell'assistenza dei c.d. barboni, ma anche dei minori in difficoltà, dei carcerati,
di adozioni a distanza, per citare solo alcune delle attività in cui è impegnata la Comunità di Sant'Egidio. Leopoldo viene a contattare direttamente un mondo in cui la solidarietà diventa parola di vita vissuta da tante persone. Per le quali essere solidali significa portare cibo, vestiario, parole di conforto, insomma rivive in pieno tramite loro la novella del buon samaritano, di quell'uomo umile che portò soccorso a chi era stato vittima per strada di ladroni ; il buon samaritano è l'icona che è presente nel progetto di aiuto per la strada e un po' in tutti i progetti della comunità.
Leopoldo, che non è poi tanto un cristiano fervente e praticante, sa però che evangelo significa letteralmente buona novella e si rende conto che con la comunità la buona novella del cristianesimo diventa parola di vita da seguire ed approfondire, da riempire con le opere, così che un buon annunzio possa pervenire a chi viene in contatto con esso e possa essere trasmesso anche al di fuori. E questo lo rimette in una direzione migliore con la religione.
Leopoldo incontra diversi barboni o homeless come vengono chiamati perché hanno dovuto lasciare la propria casa e vivono per la strada, i motivi per cui sono stati costretti a questa scelta estremamente difficile sono i più svariati, chi perché aveva proprio il problema della casa, perché inseguito da lungo tempo dagli sfratti e non ha potuto alla fine resistere in alcun modo e ha dovuto uscire dalla casa e abbandonarla; chi per problemi legati al denaro, inseguito invece da torme di creditori inferociti, ha dovuto lasciar loro tutto, anche la casa ; chi perché finito in oscuri discorsi di solitudine, isolato dagli altri perché non più capace di vivere normalmente in una società che crea sempre nuovi bisogni inconsistenti e non dà spazio alle necessità vere degli uomini, determinando oscure sensazioni di disperazione e estreme difficoltà di dialogo, per cui la chiusura al mondo esterno diventa la regola da seguire nel teorema esasperato dell’individualismo e della società dei consumi. In tutti questi casi che appaiono diversi tra di loro c’è una costante, la perdita di ogni legame familiare, o forse a volte l’abbandono degli stessi perché difficili, pieni di problematiche, troppo stretti.
Leopoldo riflette sulla sua crisi familiare e si trova ad avere in comune questa sua crisi con i senza fissa dimora, la sua però non è una crisi definitiva, sente che ci sono grandi spazi e grandi aperture per riprendere il cammino insieme, però ora è affascinato da questo nuovo mondo, questa comunità in cui il proprio interesse, almeno economico, non viene coltivato e si cerca invece tutti di dare il proprio contributo per aiutare persone in estrema difficoltà a riprendersi un poco di dignità, si cerca di soccorrerle rispetto ai bisogni più elementari, il freddo, il caldo, la fame , la sete, il vestirsi. Sono le opere di misericordia, quelle che si studiano al catechismo, che diventano protagoniste dell’agire quotidiano, dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, rivestire gli ignudi.
E Leopoldo si rende conto che in una città come Roma il problema dei senza fissa dimora sta diventando sempre più grave e consistente, anche perché le grandi città attirano, forse perché offrono qualche risorsa in più. E si rende conto del terribile problema dell’alcoolismo, che tocca la maggior parte dei senza fissa dimora, che accettano di buon grado di scaldarsi con un litro di vino senza stare a pensare troppo alle conseguenze. Il vino riscalda subito ed intontisce, e molte volte le persone si addormentano su di una panchina magari in una notte in cui la temperatura va sotto zero e talvolta alcuni sono morti assiderati. D'altra parte per chi si trova in condizione di dipendenza dall'alcool diventa difficilissimo smettere anche perché il vino diventa il più grande compagno ed amico in grado di alleviare il senso di disperata solitudine che spesso si accompagna alla vita dei senza fissa dimora, il vino ti ridà un poco di corda quando sei senza energie, ti carica un poco di allegria, seppure si tratta di un' allegria di breve passaggio.
Certo che Franco aveva trovato una sua collocazione, alla stazione si era come accasato, ed aveva fatto amicizia con il capostazione, e chissà come aveva fatto la conoscenza del vescovo di Velletri che si era occupato di lui, Franco però aveva qualche capacità che gli permetteva di superare la nemica numero uno, la solitudine che attanaglia e lascia senza forze.
Leopoldo capisce di essere entrato in una organizzazione del tutto particolare, ne aveva sentito parlare, ma non pensava che ci fosse questa grande forza questa grande organizzazione di soccorso e poi ha scoperto che hanno scuole e le loro scuole sono per i più poveri, per i figli dei diseredati, però sono scuole ad alto livello, scuole in grado di dare qualcosa di diverso.
Al momento Leopoldo si impegna nel soccorso ai barboni, è la cosa che pensa di saper fare, ma si trova subito di fronte a difficoltà molto forti, i barboni non si lasciano soccorrere così tranquillamente, alla prima volta Leopoldo diventa un bersaglio di mille improperi e gli viene voglia di reagire, vorrebbe dire “Ma come, io mi sacrifico per te e questa è la tua ricompensa!” ma riesce a non scaldarsi, si fa passare sopra le offese gratuite, le parole oscure e quelle cattive, capisce di trovarsi di fronte a delle persone che vivono in una specie di prigione, però la seconda volta va molto meglio, trova un marocchino che si mette a conversare e gli offre dell’ hascisc, lui non lo ha mai provato e rifiuta , ma il marocchino non si offende, dice “Certo se non sei abituato è meglio di no!” e gli comincia raccontare la sua storia.
Sono 12 anni che vive in Italia di espedienti, adesso, non sa più che cosa tentare, lo hanno espulso quattro volte ma lui è sempre rientrato dal marcamento stretto delle forze dell’ordine, che da un paio di anni solamente lo lasciano in pace, però, il lavoro, un lavoro vero non lo ha mai trovato, si è dato da fare in tutti i campi, è andato a raccogliere i pomodori, i cocomeri, ogni tipo di frutta e verdura, ha fatto il lavavetri agli incroci, ha venduto i giornali, ha chiesto l’elemosina, ora è molto stanco, vorrebbe tornarsene in Marocco, dove ha lasciato la moglie e un figlio adolescente, sa che suo figlio ha studiato ed è diventato dottore, è orgoglioso di questo, con i soldi che riusciva a mandare a casa è riuscito a far studiare e a far laureare suo figlio, ora però è molto stanco, si sta ammalando di disperazione, Leopoldo cerca di trovare qualche parola, ma lui lo precede e gli chiede se sa che cosa significa ammalarsi di disperazione. Leopoldo non sa cosa rispondere e quello di fronte al suo silenzio gli chiede se ha bisogno di una bella donna, che lui gliela fa avere per pochi soldi, Leopoldo inaspettatamente risponde subito di sì e quello gli chiede come la vuole, ha un catalogo , bianche o nere, bionde o brune, alte o basse, Leopoldo gli dice scegli tu per me sono tutte troppo belle, e allora ci penso io fa Hasani , questo è il nome del marocchino. Tira fuori il cellulare e chiama subito, e di lì a cinque minuti spunta dietro l'angolo una bellissima donna nera alta con un'andatura dinoccolata che la fa somigliare ad una famosissima indossatrice o modella, sembra proprio Naomi Kampbell, fatto sta che Leopoldo la guarda stupito e lei gli sorride accattivante, Leopoldo sente la forza magica di quel sorriso, lei gli chiede come va, lui dice subito bene e si sente euforico, ha capito che la desidera e che tutto sarà semplice, lei lo porta in un piccolo appartamento lontano due minuti, lui si fa portare senza opporre nessuna resistenza e ci mancherebbe osserverà qualche lettore malizioso pensando ai problemi che Leopoldo ha da qualche tempo, qualcun altro però potrebbe dire che si tratta non certo di un' avventura o di una conquista, che Leopoldo si sta comportando non troppo bene ad andare in cerca di una donna che chiaramente gli offrirà il piacere per denaro, ma lasciamo il commento ai diversi lettori augurandoci che siano diversi e vediamo come va a finire.
Appena nella stanza lei gli si butta addosso e comincia a toccarlo e lui allora comincia a spogliarla , poi si fa spogliare mentre le palpa il seno con voluttà e lei lo tocca appena e Leopoldo gode e viene beatamente, allora lei sorride e gli chiede se era tanto che non vedeva l'ora, e lui sorride e le chiede come si chiama, Aneke è il suo nome, lui le dice il suo e lei dice che è un nome originale, che non ne aveva conosciuti prima, gli chiede se è sposato e lui ripensa a Gaia e si ricorda solo allora di averla appena tradita, ma non si sente molto in colpa, questa Aneke è proprio irresistibile e Hasani deve averglielo letto nel cuore che lui aveva bisogno di Aneke, lei gli fa un sorriso grande grande e ricomincia ad amoreggiare e lui non si fa certo pregare e continuano per un bel pezzo. Quando Leopoldo e Aneke si separano Leopoldo si rende conto che ha avuto un momento di piacere e insieme che gli si sono aperte delle vie di comunicazione che fino a prima erano chiuse, per quanto avesse la volontà non aveva facilità ed ecco questo marocchino che gli fa conoscere Aneke bellisima nigeriana e lui improvvisamente si mette a nudo in ogni senso e riesce a comunicare, non è stato solamente un discorso di piacere sessuale, in effetti da troppo tempo la solitudine aveva preso il sopravvento in ogni campo e sente il bisogno sempre più pressante di ritrovarsi con Gaia.
Capitolo quarto
Gaia è ora sicura al cento per cento di essere in attesa, se ne è andata del tutto quella oscura sensazione di pugno al ventre, le analisi sono tutte positive, però Gaia non riesce a capire, Leopoldo ormai comincia ad essere da troppo tempo lontano e lei non ricorda molto bene quando hanno fatto all'amore l'ultima volta, prima di quella benedetta lite senza motivo, si ricorda di quella lite ma non riesce a capire perché hanno litigato, non le da molta sicurezza non ricordare il momento del concepimento, in fondo in fondo Gaia sente un forte dubbio sulla paternità di Leopoldo, eppure non le riesce facile accettare questo dubbio, che poi diventa un tormentone, i conti dei giorni ed il ricordo degli amori, nei conti lei non ha mai brillato molto, è più portata per la letteratura e per le materie umanistiche, la matematica con i suoi risvolti misteriosi e i suoi teoremi non è che l'abbia mai molto affascinata, eppoi questo dover ricollegare ad un momento amoroso che bisogna ricordare, il fatto che lei non se lo ricorda e non le riesce di ricordare e poi perché c'è questo obbligo di ricordare che forse è arrivato un dottore e lo ha prescritto o forse un sacerdote lo ha chiesto nel confessionale, figuriamoci se i preti si mettessero a chiedere quando, il preciso giorno l'ora e forse anche il minuto esatto, sarebbero troppo curiosi sorride tra sé Gaia, che comunque non si riesce ad uscire dal tormentone.
Di sicuro, c'è il fatto che hanno litigato. Quella sera che lei era tornata e che lui gli aveva fatto mille domande, si , su che cosa si erano detti lei e l'architetto, oddio, l'architetto, bisognava richiamarlo e lei non lo ha fatto, chissà perché si è dimenticata di richiamarlo, gli doveva dare qualche risposta , oddio, l'architetto e le fantasie erotiche, e se le fantasie fossero troppo vicine alla realtà, ma no, è impossibile, lei ricorda benissimo che c'è stata una grande confusione mentale ma che lei aveva escluso categoricamente che fosse successo qualcosa tra lei e l'architetto, però adesso comincia a non essere sicura più di niente, e come può fare a saperlo con certezza, certo solo lui potrebbe dirle qualcosa di più, ma come si fa a chiedere ad un uomo: “Scusi, Lei si ricorda se noi quel tal giorno abbiamo fatto qualcosa insieme? ”, insomma non è proprio possibile fare una domanda del genere ad un uomo e metti caso che lui faccia finta di ricordare per approfittarsene e farlo poi veramente l'amore sull'onda dei suoi ricordi, sarebbero dei ricordi artefatti comunque, l'uomo si sa non è di legno, una domanda del genere sarebbe troppo eccitante, e come si fa ad uscire da questo dubbio però, qui ci vorrebbe un'amica che desse qualche buon consiglio, Gaia capisce che rivolgere la domanda è impossibile direttamente, però chissà, un'amica potrebbe far uscire l'architetto dal suo guscio e fargli ricordare, se non altro potrebbe sapere quale ricordo ha di lei, di Gaia l'architetto e potrebbe avere o un discorso eloquente o quanto meno una sensazione che possa dare qualche risposta ai suoi dubbi.
Un'amica. Gaia capisce che non è che si possono confidare certe cose anche tra amiche e allora cade in un momento di delusione profonda. E comincia a disperare di venirne fuori.
Cerca Leopoldo sul cellulare. Gli risponde subito, ha un'aria allegra, lei gli chiede se ha fatto qualche scoperta interessante e lui le risponde di si.
"Sul lavoro?" chiede lei incuriosita
"In parte ...sì,sì, sul lavoro" risponde convinto lui.
"E che cosa hai scoperto di così interessante, che sei così contento?"
"Ho scoperto, ho scoperto che ci sono delle clienti veramente brave, che ti capiscono subito, brave, proprio brave!" fa Leopoldo.
"Delle clienti?" fa lei incuriosita.
"E sì, te lo debbo confessare, i miei migliori clienti sono le donne che poi sanno fare meglio il lavoro degli uomini, questo io lo debbo proprio riconoscere!" fa Leopoldo
"Vedo che tu ogni tanto ammetti che noi donne sul lavoro, quando vogliamo.....siamo ......superiori, questo lo devi ammettere"
"Senza dubbio, superiori, è tutta un'altra cosa" fa lui.
"Senti,Leopoldo, quando ci vediamo che io ho proprio voglia di vederti" Gaia rompe gli indugi
"Se mi inviti per un caffè, me lo vengo a prendere volentieri"
"Certo che ti invito, per un caffè, per un pranzo , per una cena, per dopocena. Leopoldo io..."
"Anch'io Gaia, dimmi quando vuoi che ci vediamo"
Gaia a questo punto viene ripresa dal dubbio forte, e comincia a titubare, Leopoldo la sente in difficoltà e le chiede di vedersi fuori e si danno un appuntamento di lì a un'ora alla Mela Stregata, un grande bar che sta sul lungotevere.
Gaia si prepara in fretta esce, prende un mezzo, ma si sente improvvisamente indecisa, sente che non può dire niente a Leopoldo fino a che non sarà sicura in qualche modo che lui è il padre, perché questo problema del padre la sta angosciando, e dentro di sé se la prende con Leopoldo, insomma invece di farle il terzo grado e di mettersi a litigare poteva lasciarla in pace e oggi tutto sarebbe stato semplice, nessun dubbio le si sarebbe attorcigliato nelle profondità dei suoi ragionamenti, ma quali ragionamenti, il fatto è che Gaia sta sragionando, non riesce a seguire una via, si confonde e torna sempre indietro e un'insieme di sensazioni poco chiare le vengono in evidenza e la mettono in difficoltà.
Insomma c'è questo dubbio, siamo ad un bivio e la strada si divide, una se ne va di là, un'altra dalla parte opposta, Gaia incomincia una strada e poi torna al bivio, per intraprendere l'altra, ma fatti pochi metri torna indietro, questo è il dubbio, trovarsi ad un bivio e non riuscire a prendere una strada, tornare sempre indietro sui propri passi, che il dubbio sia una grande prova, che sia la necessità per arrivare alla verità, questo è indubbio, però a Gaia non gliene importa niente sulle necessità dei dubbi, il fatto è che lei è entrata in una specie di girotondo senza fine e vorrebbe che arrivasse finalmente il momento in cui qualcuno grida "tutti giù per terra" e tutti si mettono a sedere e finisce il girotondo, perché così le gira la testa e le casca il mondo.
Gaia spera tanto che l'incontro con Leopoldo ponga fine a questa specie di incubo, poi quando arriva vicino alla Mela Stregata la prende una specie di panico improvviso, non scende dall'autobus che prosegue sul lungotevere, poi supera il Tevere e va a finire a Piazzale Clodio, che è il capolinea. Gaia rimane in attesa che il mezzo riparta , sì ci andrà, Leopoldo certo non avrà problemi ad aspettare qualche minuto, squilla il cellulare, è Leopoldo che le chiede se ci ha ripensato, "no,no è che mi sono ricordata che deve venire una mia amica" fa lei.
"Va bene, allora chiamami quando se ne va, che vengo a casa"fa Leopoldo" sempre se tu lo desideri".
E Gaia non sa più che cosa desiderare e gli dice:"Fai tu, Leopoldo, se vuoi tornare a casa torna, torna pure subito"
Leopoldo non ci capisce molto, Gaia meno di lui, comincia a ridere all'impazzata e dice" Però aspetta che torno a casa."
"Perché, dove sei?"
"A piazzale Clodio, aspetto che il mezzo riparta!"
"E che ci sei andata a fare?"
"Non lo so. non sono riuscita a scendere..."
"Io non ci sto capendo niente!"
"Neanche io ci ho capito molto!"
"Allora, che si fa?" chiede Leopoldo un poco sconcertato.
"Fai quello che vuoi, Leopoldo, se vuoi, ma comunque tu ce le hai le chiavi ........non devi aspettarmi... io torno a casa"
"Anch'io" fa Leopoldo deciso.
Quando Gaia rientra trova Leopoldo: si abbracciano ma sembrano tutti e due guardinghi, Leopoldo non esagera e non va oltre un tenero bacio, lei non lo incoraggia ad andare oltre e come se non fosse successo niente, come se non siano quasi passati due mesi senza incontrarsi, ognuno si riprende il suo cantuccio di fierezza.
Capitolo quinto
Ora che è rientrato Leopoldo, Gaia si sente un pochino più tranquilla, ma resta in preda a quella grande incertezza che la ossessiona e non riesce a liberarsene. Quella sensazione di piacere fisico che l'aveva accompagnata nella prima gravidanza sembra ora essere offuscata da questo disagio interiore per cui lei non riesce a stare tranquilla. Leopoldo peraltro non sa nulla ed è rientrato al lavoro, anche se dedica la metà della sua giornata alla comunità di S.Egidio. Delle sue scelte peraltro non ha accennato nulla alla moglie, e ognuno vive nel suo angolo, nascondendosi all'altro, si gioca ad un gioco difficile, Gaia capisce che la situazione sta prendendo delle pieghe strane e è sempre più tormentata dal suo cruccio, capisce che ne deve uscire e pensa che deve farsi aiutare, forse un sacerdote le darà il consiglio giusto, Gaia se ne va alla chiesa del suo crocefisso in cerca di un sacerdote, ma quando arriva nelle navate, se ne va davanti alla statua e cerca nel crocefisso il colloquio e gli chiede il consiglio. Ma la statua non sembra dargli quel sollievo che altre volte aveva provato. È come se stavolta rimanga muta, mentre le altre volte sembrava parlarle. Gaia fissa la statua profondamente negli occhi, quegli occhi sofferenti, ma non trova lo sguardo pietoso che cercava. La statua ora le sembra un blocco di legno. Chi la potrà aiutare? Decide di confessarsi, di chiedere l'aiuto nel confessionale, ma non c'è il sacerdote, la chiesa è vuota, Gaia ritorna con lo sguardo al suo crocefisso ma resta delusa dalla sua sensazione di vuoto, si sente anche in grande difficoltà, il crocefisso le aveva dato molto ora non ha parole, Gaia esce sconsolata dalla chiesa, forse dovrei parlarne con Fulvia, si attacca al cellulare e chiama la sorella a Milano. La rintraccia sul lavoro, Fulvia non ha molto tempo, le chiede subito notizie sulle condizioni meteorologiche, è finita la tempesta sul Lazio, ma Gaia è decisa, vuole confidarsi, taglia corto e dice che viene a Milano che ha bisogno di vederla, Fulvia resta interdetta, chiede come va, Gaia dice che Leopoldo è tornato.
“Oh, finalmente ” fa Fulvia che crede sia questo il motivo della telefonata e si congratula con la sorella che però gli conferma che sta per partire. E Fulvia non gli fa domande, le raccomanda di avvisarla quando sarà a Reggio Emilia così lei potrà regolarsi.
Gaia va a casa, prepara rapida la valigia, lascia un bigliettino per Leopoldo e si imbarca sul primo treno per Milano.
É un Eurostar, ferma solo a Firenze e a Bologna, per cui Reggio Emilia la supera al volo e Gaia se ne accorge quando è nei pressi di Milano e avverte la sorella, il treno è volato,in poco più di quattro ore è a Milano e dopo una mezzoretta Gaia entra nel supermercato dove lavora Fulvia.
Le sorelle si abbracciano e Fulvia ottiene un permesso straordinario di due ore per parlare con la sorella. Sono felici e Fulvia parla molto subito del maltempo e che lei vuole venire a Roma per vedere le condizioni in cui l'alluvione ha ridotto l'alto Lazio. Questa ricerca sull'acqua sta diventando un'ossessione per Fulvia, che parla di come l'uomo stia snaturando il normale ciclo dell'acqua, e Gaia che era venuta di corsa perché aveva bisogno di parlare e di confidare i suoi crucci alla sorella rimane in ascolto sperando che si liberi un momento di silenzio in cui entrare. Ma quando arriva quel momento non le viene il coraggio di confidarsi con la sorella, non le dice nemmeno di essere incinta, dice di essere contentissima del ritorno di Leopoldo e che per questo è voluta venire a Milano a dirlo di persona e Fulvia la guarda stranita e poi le chiede:“ Perché, al telefono non me l'avevi già detto!” e Gaia scoppia a piangere e Fulvia la consola e le chiede se le sono tornate le crisi di panico, e Gaia annuisce soffiandosi il naso, e Fulvia le raccomanda di farsi seguire dal medico, che con le crisi di panico c'è poco da scherzare, bisogna riferire tutto al medico e mettersi fiduciose nelle sue mani, speriamo che lui mi possa aiutare fa Gaia, ma certo, è un buon medico ed un buon uomo, la rassicura Fulvia. Entrano in un caffè, ordinano due te e dei pasticcini, e si mettono a parlare dei loro ricordi di infanzia. Fulvia ricorda quando la sera i genitori uscivano per andare al cinema e loro avevano paura e lei le raccontava le favole: E poi di come a letto al buio si divertivano a guardare gli effetti che le luci delle macchine che passavano nel vialone sotto casa facevano sul soffitto. E Fulvia ride ricordando che la maggior parte delle favole se le inventava lei, perché le favole non le sapeva e poi perché era piena di inventiva.
“Certo, sei sempre stata piena di inventiva, le tue favole non le ho scordate, tante volte mi sono chiesta da dove le tiravi fuori” fa Gaia e cominciano a ciacolare sulla fantasia, e ricordano i genitori, la mamma dolce figura la sua tenerezza e insieme la malinconia del padre che era dipendente di una farmacia ma suonava il violino per hobby e la musica era la sua vita e quasi tutte le sere andava a suonare insieme ad altri in una specie di piccola orchestrina. Era un suono tzigano, suonava melodie ungheresi, aveva una passione per il violino ma sapeva suonare anche il piano. Il ricordo dei genitori le prende e Fulvia accompagna la sorella al metro per tornare al lavoro. Si salutano con affetto e Fulvia promette che verrà presto a Roma, sempre per quella sua idea di guardare da vicino gli effetti del maltempo nelle campagne dell'alto Lazio. Gaia sale sul treno e si accorge di non essere riuscita a confidarsi con la sorella. Che comunque il problema le rimane insoluto. Quel dubbio si sta ingigantendo nella sua mente e la sorella crede che siano gli attacchi di ansia, ma la sua ansia ora è diversa, vuole cercare di capire, non sa come dovrà fare, ma durante il viaggio di ritorno , anche questo in Eurostar, Gaia pensa alla sua amica Elisabetta, si confiderà con lei e lei troverà il modo di avvicinare l'architetto. Anzi prima di arrivare a Firenze la cerca al cellulare, la trova e le chiede di aspettarla all'arrivo a Roma, perché le vuole parlare.
Alla stazione Termini Elisabetta aspetta Gaia all'inizio del binario. Gaia la vede da lontano, si sbracciano, poi Elisabetta presa da un momento di affetto la abbraccia teneramente, Gaia è contenta e le dice subito di essere incinta, di non capire come possa essere successo, di voler capire se è successo qualcosa con una certa persona e che vorrebbe che fosse lei, Elisabetta, ad accertarsene con le dovute accortezze.
“ Insomma, per quel che posso aver capito” fa Elisabetta “ tu non sei molto sicura di esserci andata a letto con questa persona ed io dovrei accertarmene..... sì... va bene... ma come faccio?”
“Elisabetta, non glielo devi chiedere direttamente, ma indirettamente, facendo allusioni... certo ... potresti portarlo sul discorso...”
“ Ma come faccio a portarlo sul discorso e poi... gli uomini.....ne sanno una più del diavolo...... quando vogliono evitare i discorsi”
“ Ma no, Elisabetta, tu dovresti, secondo me, questo almeno mi sembra che sia il percorso, tu dovresti dicevo, pian pianino riportarlo nelle condizioni in cui si deve essere trovato con me, almeno così la vedo io...... e poi... magari una domanda.........al momento giusto........”
“Ma, Gaia, scusami tanto, ma se è così facile...... perché non ci parli tu direttamente.... con quest'uomo misterioso..........ma poi tu lo saprai bene dove siete arrivati... oppure non lo sai?.....”
“Eh, io non lo so...ti sembrerà strano quanto vuoi.... ma il fatto è che io non lo so proprio e questo fatto mi tortura e non ne riesco a venire fuori... io non lo so perché forse me lo nascondo oppure perché proprio è un mistero che io non debbo sapere...oppure perché qualcuno vuole che io non lo sappia... insomma...”
“Non lo sai... adesso è chiaro... non lo sai e difficilmente lo potrai sapere mai...”
“Ed invece penso che se tu mi aiuti io potrò uscire da queste sabbie mobili....... da questi dubbi che mi attanagliano......insomma io sto soffrendo come non mi sarei mai aspettata e non riesco a capire dove posso trovare.........”
“Ho capito che stai cercando il mio aiuto..... io questo ho capito....non so quanto ti potrò aiutare....tu dimmi che cosa debbo fare...e vediamo...”
Si fermano ad un caffè, Gaia prende un te, Elisabetta una cioccolata.
“Insomma, te la senti di aiutarmi?” chiede Gaia
“Ma , dimmi, come si fa ad entrare nella sfera intima di un uomo,…. Così … per caso.. ma dimmi, Gaia, ma veramente tu credi che si possa giocare.. così..."
“No, non credo che sia un gioco, per me.. è.. vitale .. è una questione di riprendere un poco di salute… io sto uscendo pazza, mi capisci Elisabetta, io mi trovo in una specie di labirinto…”
“Ma, insomma, ma che cosa stai cercando veramente, vorresti forse rivivere qualcosa..??....Io.....non ti capisco…”
“C’è poco da capire” fa Gaia alzando la voce e scoppiando improvvisamente a piangere e comincia a dibattersi sulla sedia e Elisabetta si allarma e cerca di calmarla, piano piano ci riesce, Gaia smette di piangere.
“Insomma, oggi per me sapere qualcosa è la cosa più importante, io non me la sento di mettermi il cuore in pace, sapere chi sarebbe il padre mi metterebbe più tranquilla, io non posso restare così in questo dilemma che mi distrugge e non riesco più a trovare un briciolo di tranquillità….”
“Non posso rifiutare, se tu la vivi così, per te è un dramma, anzi direi sembra una tragedia, io debbo per forza ….a questo punto….”
“Troverai le parole giuste?”
“Ah, questo proprio non lo so, e poi chissà dove stanno le parole giuste………”
Elisabetta, promettimi di cercarle e di trovarle, le parole giuste….”
“Che ti posso dire, te lo prometto , se questo ti è sufficiente…”
“Capisci, che questo è un interrogativo che non posso lasciare così…. sospeso… debbo cercare una risposta.. per me diventa una questione di …. vita…..è importante….”
“Insomma, a questo punto, dimmi chi è quest'uomo, col quale bisognerà stare molto attenti.......” chiede sorridendo Elisabetta.
“É un architetto, adesso lo sai che non mi ricordo il cognome, so dove sta lo studio, ti dico tutto più tardi quando...... ah sì, l'architetto Emiliano Favario, ha lo studio in via Taranto 55”
“ Va bene, vuol dire che prenderò un appuntamento, ma guarda che se lo faccio lo faccio per te, perché ti vedo in questo stato e non so nemmeno io che cosa bisogna fare per aiutarti... vuol dire che farò come dici tu... cercherò le parole giuste per vedere un po' che cosa deve essere successo...io... l'investigatrice non l' ho mai fatta... però .. ci posso provare”
“E speriamo bene... che tu trovi il modo....”
“Farò quanto.......mi sarà possibile.....non posso prometterti nulla però.... se non ... il mio impegno …..al massimo”
“E questo mi basta e... mi solleva molto... grazie Elisabetta, grazie, grazie....”
E Gaia si sprofondava in ringraziamenti, felice più che altro di essere riuscita a confidarsi, perché era come se un pesante mattone che le stava piazzato sullo stomaco fosse scivolato via e lei si sentiva leggera come da tanto tempo non aveva provato.
E tornata a casa rivide Leopoldo e lo baciò con grande trasporto e tenerezza e Leopoldo sentì la passione e si riaccese la fiamma dell'amore.
Capitolo sesto
Elisabetta suona al citofono dell’architetto.
Ha preso un appuntamento, sono le 18,30 di un pomeriggio di febbraio, fa freddo, si annuncia, prende l’ascensore e sale allo studio.
In sala d’attesa pensa a quale potrebbe essere la domanda giusta, lei comincerà con il chiedergli un progetto nuovo per dividere meglio ed arredare l’appartamento di Gaia facendo finta che l’appartamento stia per esserle venduto e vedrà come reagisce l’architetto. Se ricorderà qualcosa, allora dovrà lasciarlo parlare poi, chiederà distrattamente se per caso si era già interessato a quell’appartamento e dalla sua risposta cercherà di proseguire, qual’era la soluzione che aveva prospettato, come era rimasto d’accordo, se la signora era rimasta contenta, e così, domande da lontano, insomma dovrà cercare di entrare in qualche modo nell’argomento delicato, insomma benedetta Gaia, l' ha ficcata in un bel pasticcio, ma lei tutto sommato è incuriosita, vuole sapere anche lei questo misterioso architetto come avrebbe fatto a entrare subito nell’argomento scottante se mai ci sia entrato, questo rimane il dubbio da risolvere al più presto, per il bene di Gaia. E lei però si deve sacrificare, andare come un agnello sacrificale dritta dritta in bocca al lupo, se poi ci sarà il lupo questo si dovrà verificare.
Mentre è immersa profondamente in questi intrecci di possibili combinazioni di domande e risposte e possibili sviluppi della situazione, ecco entra l’architetto e Elisabetta si smarrisce per un attimo ma poi riprende saldamente in mano il filo che aveva cominciato a intrecciare con la fantasia, lo tiene a memoria, e incomincia un colloquio in cui lei chiede un progetto per risistemare un appartamento che sta per acquistare da una sua amica, ah, bene, fa l’architetto, sì, però io ho intenzioni serie per ristrutturarlo al più presto, fa lei.
“E quando pensa di stipulare il contratto?”domanda l’architetto che le fa presente che se non è ancora proprietaria gli sembra prematuro comunque questo discorso. E lei pronta replica di voler essere pronta da subito, che vuole avere le idee chiare su come e quando intervenire, e soprattutto vorrebe avere chiarezza sulla possibilità di realizzare un suo progetto, perché l’appartamento così non le piace, lei vorrebbe allargare gli spazi e vorrebbe un ingresso che dia su un salone molto grande allargato alla cucina, l’architetto comincia a guardarla con curiosità, a me piacciono gli spazi grandi subito, appena si entra, la mia idea sarebbe di buttare giù le pareti divisorie e realizzare un grande salone collegato alla cucina, separato dagli ambienti delle stanze da letto, l’architetto è sempre più silenzioso, poi la guarda e le chiede se è sposata.
“Sono separata, prossima al divorzio” risponde Elisabetta inanellando un’altra bugia al castello che ha cominciato a tirare su.. Si accorge che l’architetto comincia a fissarla con maggiore curiosità e ci tiene allora a raccontare qualcosa del suo matrimonio, della difficoltà di rapporto col suo ex marito, si inventa un Gabriele, e mentre ne parla pensa all’arcangelo Gabriele divertita , certo ci vorrebbe qualche misteriosa annunciazione e chissà che la sua bugia non sia propizia, l’architetto si ricorda di aver già trattato di quell’appartamento, si ricorda tranquillamente di un colloquio avuto probabilmente con la sua amica che glielo sta vendendo, lei risponde che tutto è possibile, l’architetto la guarda profondamente negli occhi e le dice che i suoi occhi le sembrano due fari abbaglianti, Elisabetta si confonde si impappina e sente qualcosa nelle gambe, comincia ad avere un piccolo disturbo alla gamba sinistra, si comincia a massaggiare involontariamente ed inavvertitamente la coscia sinistra, l’architetto le guarda le gambe e dice che ha delle belle gambe, e qui Elisabetta sente forte l’attacco, ma dentro di sé si dichiara pronta a tutto ma che non deve cedere in alcun modo alle sue lusinghe.
E allora con fare indifferente fa.:“ Se lo dice lei, che è un architetto, ci posso credere!” e scoppia in una risata e anche l’architetto ride e risponde pronto: “Sostengo l’affermazione anche da un punto di vista professionale, debbo dire che si tratta di una struttura estremamente gradevole, diciamo da un punto di vista paesaggistico!.”
“Speriamo che ora non ci aggiunga anche archeologico!” pensa Elisabetta che comincia a rendersi conto che la situazione sta sfuggendole di mano. Ora anche la gamba destra ha bisogno di un massaggio, e comunque lei dovrebbe fare qualche domanda, ma è invece l’architetto che le chiede inaspettatamente:“ E allora è stata la sua amica ad indirizzarla da me?”
“Certo,mi ha detto che anche lei gli aveva esposto questo progetto ma che poi avete avuto solo un colloquio e che….”
“Si, ora ricordo, però debbo dire con tutta franchezza che il colloquio con lei si prospetta molto più interessante, dal momento che lei mi sembra ben intenzionata…”
“Ah, certamente , architetto, io voglio realizzare questo progetto al più presto!”
“E allora dovrebbe procurarmi la piantina, in modo che…”
“Ecco la piantina” Elisabetta tira fuori dalla borsa la piantina, l’aveva previsto ed è pronta.
L’architetto stende la piantina sul tavolo, gli dà un’occhiata furtiva, poi le attacca gli occhi addosso e le chiede se gradisce un aperitivo o se vuole il the. Lei gradisce un aperitivo e dopo pochi minuti ecco un cameriere che porta un vassoio con salatini di ogni tipo e due aperitivi.
“Non c’è che dire, è proprio un bel tipo, questo mi salta subito addosso, e che devo fare, io provo a resistergli, ma non so quanto reggo” pensa Elisabetta mentre sorseggia l’aperitivo e l’architetto sfacciatamente le chiede se gradisce un’oliva e lei ingenua dice di sì e l’architetto allora prende un’oliva con lo stuzzicadenti e gliela appoggia sulle labbra, e lei la gradisce, perché no, in fondo un’oliva rimane un’oliva, ma poi l’architetto ci ha preso gusto ad imboccarla, le chiede se vuole anche un salatino e la stessa storia, e poi una fetta di salame e andiamo avanti, Elisabetta è sempre più sensibile allo sfacciato corteggiamento o meglio al preludio amoroso, anche perché questo sembra essere un buon risultato per la sua indagine, comunque non deve cedere, l’architetto allunga una mano sulla sua spalla e comincia a carezzarle i capelli, Elisabetta lascia fare sempre con l’intenzione di resistere e quando l’architetto si avvicina per baciarla si ritrae di scatto ma poi ci ripensa e passa alla controffensiva amorosa, ma perché deve resistere, ormai è chiaro tutto, ora può lasciarsi andare tranquillamente e il bacio suggella l’incontro, il progetto di Elisabetta ora si concretizza, comincia a mugugnare soddisfatta, l’architetto dice qualche parola ma va al sodo, Elisabetta cede tranquilla, ha fatto il massimo del suo dovere, non si poteva pretendere di più da lei, quell’architetto è proprio un bel lupo dal quale farsi mangiare, lo comincia a chiamare per nome e anche lui ricambia soddisfatto. Da un tentativo di sommarie informazioni sembra che stia sbocciando un amore. L’indagine sembra peraltro conclusa efficacemente, ma Elisabetta ora comincia a pensare ad altro e non gli interessa assolutamente nulla di quello che dovrebbe riferire, bisognerà vedere se e quando e come riferirà, ora l’incontro è suo e nessuno glielo leva quell’architetto che comincia a gustarselo di santa ragione, e bisognerà vedere chi ci si proverà, non gli interessa più niente dell’amica, delle ragioni per cui era venuta, adesso si rende conto di avere un uomo tra le sue braccia e che non intende in nessun modo lasciarselo portare via, lei lo ha catturato con le sue armi della seduzione, lei lo ha sedotto, altrochè indagini o sommarie informazioni che non gliene importa niente a nessuno, ora a lei l’architetto piace e lei piace a lui, e questo è ciò che sta nel suo cuore.
E comincia a pensare come tenerselo stretto, e comincia a sentire forte il desiderio di rivederlo presto, e allora comincia a fargli sfacciatamente dei complimenti, sulla sua bellezza, e l’architetto resta colpito anche perché è attaccato sul suo terreno, lei afferma che lo ha colpito immediatamente e lui frastornato sembra proprio affondare piacevolmente in questa nuova avventura, le parole giuste, sono quelle le parole giuste che Elisabetta ora ha trovato, sei bello, mi piaci, quanto mi piaci, ecco le parole giuste, vengono su tranquille e pensare che prima di entrare era tanto preoccupata ed ora invece si sente così bene come dopo un bel pranzo arriva un dolce saporito e lei capisce che se lo è meritato, lei si era sacrificata per l’amica, ma ora il dolce se lo prende lei. E sta già pensando al prossimo incontro ma lui la precede e le chiede se vuole passare nel suo appartamento, perché no, fa lei, e si infilano in un appartamento che sta al piano di sotto, e il seguito si lascia al lettore, che deve essersi reso conto che da una volontà ferrea originaria è scaturito qualcosa di completamente diverso che però ora Elisabetta vuole con una volontà superiore.
Capitolo settimo
Gaia non ha avuto risposte da Elisabetta, che sembra sia svanita nel nulla, si è messa in malattia e però sembra che sia scomparsa da tutte le linee, non risponde al telefono e c’è sempre la segreteria, e il cellulare è sempre staccato, comunque Gaia è più tranquilla, anche perché viene la sorella a trovarla come le aveva preannunciato qualche giorno prima, vuole vedere gli effetti della grande pioggia nell’alto Lazio, Gaia la va a prendere alla stazione, è allegra, Fulvia scende dal treno sorridente e le sorelle si abbracciano teneramente e si baciano sulle guance.
Gaia ha sempre sentito l’affetto profondo per la sorella e il piacere di ritrovarsi insieme e si mettono subito in viaggio, Gaia ha portato la macchina e l’ ha lasciata in un parcheggio custodito a qualche centinaio di metri dalla stazione Termini, si infilano in macchina e se ne vanno nella Tuscia, prendono l’autostrada per Civitavecchia, escono all'uscita per Ladispoli.
La campagna appare subito nel suo aspetto di un territorio devastato da un’inondazione. Ancora c’è acqua nei campi, perché il terreno non è in grado di assorbirla, anche se ci sono state molte belle giornate che ne hanno prosciugata una grande quantità.
Fulvia chiede a Gaia se ha informazioni sulle patologie respiratorie di cui i giornali avevano cominciato a riferire, sembra che l’inondazione abbia sconvolto talmente il territorio da arrivare ad alterare in qualche modo le falde acquifere per cui c’era stato un grave allarme per l’inquinamento dell’acqua, perché il territorio era pieno di rifiuti anche tossici , e di seguito un allarme per il conseguente inquinamento dell’atmosfera da particelle inquinanti sciolte nel vapore acqueo.
“Sembra che dopo una diecina di casi, la patologia respiratoria si sia fermata” fa Gaia, che ha seguito le cronache regionali che erano molto allarmate i primi giorni da questa nuova sindrome respiratoria acuta, anche perché non si aveva ben chiara la natura degli agenti inquinanti, si sospettava, che ci fossero molte discariche abusive che avessero contaminato la falda acquifera, però l’allarme grave sembra stia rientrando, l’assenza di nuovi casi è tranquillizzante.
“Oh, finalmente una bella notizia, fa Fulvia, in questo mare di chiacchiere che ci circonda e nel quale restiamo prigionieri, prima le notizie che gettano nel panico più totale, poi il silenzio assoluto, almeno da noi a Milano, prima ci hanno fatto credere che ci fosse una grande e pericolosissima epidemia in via di sviluppo e poi più nessuna notizia, tu almeno sai qualcosa dai telegiornali locali…”
“Anche dalla cronaca locale dei giornali” fa Gaia “ sembra che l’allarme iniziale sia rientrato molto”
“I giornalisti oggi però non sembrano dare molto seguito alle notizie, mi chiedo perché abbiano lanciato un allarme così forte a livello nazionale e poi non si siano minimamente preoccupati di sminuirlo, se non a livello locale….”
“Perché anche il giornalismo sembra che oggi segua la ricerca dell’effetto, l’immagine o la notizia che fa maggiormente colpo, e poi non si preoccupa molto dello sfondo delle notizie, più che dare notizie sembra che i giornalisti vogliano colpire la fantasia degli ascoltatori o dei lettori.……”
“Insomma, sempre più spesso, invece che informazioni ci danno chiacchiere” fa Fulvia.
Si infilano all’interno verso il lago di Bracciano. Vicino al lago ci sono forti gli effetti dell’alluvione, tanti pantani vicino alla strada, loro proseguono comunque tranquille e arrivano ad un imbarcadero.
Si fermano e Fulvia si avvicina ad un pescatore e chiede se possono prendere una barca, quello gli dice di sì, le guarda un poco meravigliato, una barca d’inverno la cercano soltanto i cacciatori per andare ad inquattarsi dentro qualche postazione, due donne che vogliono farsi una gita in barca non capita fuori dell’estate, chiede se sono pratiche, Fulvia gli dice di sì e il pescatore le fa salire su una barchetta e si infilano nel lago.
Fulvia ha cominciato a vogare vigorosa, Gaia, guarda le rive del lago allontanarsi e le viene in mente Lucia dei Promessi Sposi e ridendo lo dice alla sorella: “Sembra che stiamo girando la scena dei Promessi Sposi di Lucia che fa: Addio monti sorgenti….”
“Solo che qui di monti non ce ne sono molti” fa Fulvia che si guarda intorno. Proprio in quel momento un pesce saltella dall’acqua, Fulvia si gira di scatto per guardarlo, la barca si inclina e Gaia scivola e finisce in acqua. Fa molto freddo, Fulvia la tira subito sulla barca, Gaia è intirizzita e se ne sta preoccupata, si ricorda di essere incinta ed ha paura , Fulvia la vede tremante e rientra a riva, dove il pescatore che ha assistito alla scena le soccorre, ha degli asciugamani, Gaia si asciuga un poco, intanto il pescatore accende un fuoco e Gaia si riscalda vicino al fuoco e si asciuga i capelli, sente il piacere del calore che torna, il focolare asciuga rapidamente i suoi vestiti.
Se cercavano qualcosa dall’acqua, se Fulvia era incuriosita dal ciclo dell’acqua e dagli effetti delle precipitazioni, ora l’acqua d’inverno Gaia l’ ha sentita a fondo. Meno male che c’era quel pescatore che gli offre anche un bicchiere di vino rosso e del pane casereccio e loro non fanno complimenti, gli è venuta fame, fanno colazione.
Si rimettono in macchina per la via del ritorno e Fulvia chiede come va, meglio risponde Gaia, intendevo con Leopoldo, dice Fulvia, meglio, molto meglio fa Gaia.
Poche parole sono sufficienti, la grande crisi sembra essere passata, Fulvia poi è riservata e di poche parole, sembra applicare alla lettera il detto : Tra moglie e marito non mettere il dito.
Dopo un poco sono di nuovo a Ladispoli e riprendono l’autostrada Roma Civitavecchia e ritornano di gran lena alla stazione Termini. Fulvia ha il treno. Arrivano puntuali una mezzora prima della partenza prevista. Fulvia vorrebbe vedere Leopoldo ma non si fa in tempo, le sorelle si abbracciano e si salutano con calore e Gaia riprende la macchina e torna a casa.
Si fa un bel bagno caldo, si rilassa e ascolta la radio che trasmette della musica. Ha avuto una gran paura, ora dovrà controllarsi, però sente che non dovrebbe aver avuto grossi problemi, in fondo è uscita subito dall'acqua, anche se per asciugarsi bene poi gli ci è voluto un poco. Però quel pescatore sembrava che l'avesse mandato qualcuno lì apposta per soccorrerle, subito aveva degli asciugamani e poi ha acceso un bel fuoco e lei si è asciugata abbastanza bene, anche se l'acqua era molto fredda e lei era zuppa. Ora è finito l'incubo, Gaia non ha paura, le hanno dato tranquillità sia Fulvia che il pescatore anche se nessuno dei due sapeva qual era il problema.
Si sente tranquilla, si sente bene, vorrebbe avere notizie da Elisabetta, ma visto che è difficile, non si preoccupa, prima o poi la vedrà a scuola e le dirà qualcosa e comunque sente che lei sta riprendendo un poco di tranquillità. Va in cucina, accende la televisione, il telegiornale da qualche notizia sulla guerra, poi comincia una soapopera che ha visto qualche volta ma che trova stupida, spegne la tivu e riaccende la radio. Chissà a che ora tornerà Leopoldo, ora che ha ripreso a lavorare e poi sta spesso in Comunità, fa comunque tardi, lei lo vorrebbe aspettare, ma verso le 20,30 Leopoldo le telefona e le dice che ha impegni con la Comunità e che non torna per la cena, le dice anche di non aspettarlo alzata che probabilmente tornerà a notte fonda.
Gaia si mette a leggere, ha iniziato un nuovo libro, si infila a letto con la voglia di leggere almeno un capitolo, ma dopo poche righe gli occhi cominciano a traballare sulle parole, arriva un sonno beato e Gaia lascia la luce del comodino accesa e scende con Morfeo nel regno dei sogni. A notte fonda rientra Leopoldo, le spegne la luce, e lei non si sveglia, è addormentata così beatamente che Leopoldo si può tranquillamente sistemare per la notte , ma comunque se ne va a dormire in un altro letto per non disturbarla.
Capitolo ottavo
La mattina dopo però è Gaia che si sveglia presto e non fa rumore, capisce che Leopoldo è tornato tardi e cerca di non svegliarlo, ma lui si sveglia comunque presto perché ha messo la sveglia prende il caffè e la saluta lei lo guarda e vorrebbe sorridergli, lui la guarda e vorrebbe fermarsi, ma vanno tutti e due di corsa, non c'è tempo per scambiare mezza parola, Gaia non ha ancora capito se hanno davvero fatto pace, però è tranquilla, prima o poi tutto si sistema al meglio, sente che la via va facendosi più piana e scorrevole. E si infila sul pullman e si mette a leggere il nuovo libro, Padri e figli di Turgheniev; che sente che è un romanzo avvincente e coinvolgente, però lei rimane distaccata, legge quasi meccanicamente e la storia non la sente vicina, sarà che la storia si svolge in Russia e in tempi lontani, comunque Gaia legge come se stesse lavorando, meccanicamente, per passare il tempo degli intervalli della giornata.
Leopoldo fa un paio di clienti, riesce ad avere un bell'ordine e allora se ne va in giro dai suoi barboni.
Vicino a piazza Barberini, all’angolo di via XX Settembre, c’è Hasani insieme ad un suo amico anche lui marocchino, di nome Kato, è molto alto, oltre i due metri, e magro, si capisce che c’è un forte squilibrio tra la sua altezza ed il peso corporeo, ha i capelli ricci e corti, un naso allargato all’attaccatura e affilato e un sorriso aperto che mostra una dentatura bianca sgargiante pronta lì apposta per la pubblicità di qualche marca di dentifricio, ma quello che colpisce in lui sono le scarpe, dovrebbero essere un 54 o un 56, sono due scarpe da ginnastica enormi che sembrano pronte ad occupare tutta la piazza vicina e che comunque fanno pensare che ci sono due piedi giganteschi in linea con tutta la struttura, Kato è proprio un gigante anche se la sua magrezza fa pensare al rachitismo, però tutto sommato è abbastanza armonica la sua magrezza ed il pensiero di una patologia viene subito ricacciato via dall’aspetto sano e fiorente in generale.
Leopoldo gli fa qualche domanda, Kato è arrivato da qualche mese e non parla bene l’italiano come Hasani, però lo capisce e risponde con un miscuglio di parole italiane e marocchine e soprattutto di gesti per cui Leopoldo capisce benissimo, è arrivato con una nave di disperati che ha fatto storia, più della metà sono morti nel tragitto, erano partiti dalle coste libiche, ma la barca aveva già in partenza i segni della rovina cui andava incontro, però Kato è salito e si è imbarcato, ci aveva messo nell’avventura già 5000 dollari, sì circa dieci milioni di vecchie lire, per imbarcarsi su un relitto e rischiare la morte in mare, morte che è arrivata per quasi cento degli imbarcati, mancava tutto, l’acqua da bere soprattutto, molti hanno cominciato a bere l’acqua marina e alcuni sono letteralmente impazziti, poi è arrivato il mare mosso che si è mangiato la barca, lui è rimasto in acqua per più di due giorni e alla fine è stato tratto in salvo da un’imbarcazione di pescatori, della sua barca si è parlato per 3 giorni e poi tutti se ne sono dimenticati perché è arrivato un altro naufragio a distogliere l’attenzione. Kato ha perso la moglie e il figlio in quell’avventura, non ne sono stati ritrovati neanche i corpi , e lui lo dice come se il dolore fosse passato completamente, non c’è spazio per un dolore così grande nell’animo umano, ad un certo punto si diventa necessariamente indifferenti al dolore, altrimenti non basterebbero le lacrime dell’oceano e anche un gigante come lui si scioglierebbe in pochissimo tempo, per questo arriva l’inaridimento degli occhi, lo sguardo si incattivisce e insieme si ingentilisce, Kato parla come se la vicenda non sia la sua famiglia che è andata perduta, proprio la parola giusta, perduta, chè non si ritrova nulla, no, lui ne parla come se la cosa riguardi tutti gli altri, insieme, il mare tocca tutti e lambisce tutte le terre, la disgrazia marina non può riguardare solo lui, riguarda tutti quelli che si affacciano su quel mare e anche quelli che si affacciano sull’oceano che quel mare forma.
Leopoldo invece si intristice a ripensare a quella sciagura, egli non riesce a rimanere insensibile di fronte alle scomparse, oddio ricorda che quando dettero la notizia in televisione lui cercò di difendersi con un po’ di cinismo, però adesso che capisce che la moglie ed il figlio di quest’uomo, che glielo ha appena raccontato, sono rimasti sperduti nel mare, e che lui non potrà nemmeno piangerne i corpi, che non sono stati restituiti dai flutti, sente forte il dolore e capisce il discorso di Kato, il dolore lo debbono provare gli altri, lui non ha più lagrime da versare, non ha più lamenti da far sentire, sono gli altri che debbono restare colpiti e piangere semmai. Leopoldo non piange però sente forte la voglia, capisce di essere un uomo fortunato perché a lui nessun mare è venuto a prendere la moglie e figli da perdere al momento non ne ha, si commuove comunque al pensiero della sua fortuna e della sventura di Kato, gli chiede se può fare qualche cosa per aiutarlo, se si sente ben assistito dalla Comunità, al che un grande, enorme sorriso si affaccia sul volto dell’altro, che gli dice tanto tanto bene della Comunità, loro sì che lo hanno aiutato, gli hanno dato da mangiare quando lui lo ha chiesto, da bere ogni volta che ne aveva bisogno, lo hanno rivestito, anche quelle belle scarpe grandi gli hanno dato, e poi gli hanno trovato anche un piccolo impegno artigianale presso un’impresa edile che si occupa di ristrutturazioni di appartamenti dove Kato lavora da diversi giorni come pittore edile.
Poi Kato cambia discorso e ritorna ai suoi famigliari, ai suoi morti, lui sorridendo dice che di notte ogni tanto parla con la moglie e con il figlio, che lo vengono a trovare lì dove lui si è trovato un buco un po’ riparato per dormire, con la moglie scambia parole affettuose, il figlio lo cerca perché vuole sempre sapere qualcosa, quale sarà il suo futuro, e qui Kato si commuove, in fondo il futuro ci aspetta sempre da qualche parte, io ora non so cosa dirgli, non so se sarà un animale o la foglia di una pianta od un fiore, qualcosa ci sarà per lui e lui me lo dirà presto.
Briciole, pensa Leopoldo, noi siamo sempre in cerca di briciole buone in un universo che ci circonda tante volte con dei cibi amari e che marciscono e diventano cattivi, Kato colpito così duramente trova il coraggio di cercare le briciole nelle sue piccole certezze, e scopre così un dialogo vivo con i suoi morti, e si consola e mangia questo cibo di parole misteriose di conforto che gli infondono un coraggio da leone.
Leopoldo ha portato dei panini e tutti e tre si mettono di buona lena a mangiare, è ora di pranzo, ci sono dei panini con il prosciutto cotto ed altri con pomodoro e mozzarella, Kato e Hasani preferiscono questi ultimi, la mozzarella ha sempre un fascino perché rimane una gloria italica o meglio del basso Lazio e dell’alta Campania, il prosciutto cotto se lo sorbisce Leopoldo, innaffiano con del vino bianco che fa parte anch’esso del pacchetto cibo. Poi Hasani tira fuori una sigaretta e comincia a fumarsela e poi la passa a Kato che aspira voluttuosamente e allora anche Leopoldo fa qualche tiro e si sente sballare un pochino, ma non troppo, ormai sono diversi giorni che fa qualche tiro e diciamo che si è abituato e non gli fa poi molto effetto.
Dagli uffici sparsi un po da tutte le parti intorno a Piazza Barberini escono a frotte gli impiegati che si infilano negli snack, qualcuno va al ristorantino che fa menù a prezzo fisso, altri, vanno al bar, sciamano e ronzano e ciarlano è una specie di alveare umano che si forma improvviso e che si disperde altrettanto improvvisamente nei diversi locali.
Leopoldo si infila nel metrò e se ne torna a casa.
Capitolo nono
L’arrivo della primavera anticipò un poco rispetto al calendario, si può dire che arrivò in anticipo di qualche giorno, già nella prima decade di marzo le gemme si cominciarono a schiudere e gli alberi presentarono al mondo la loro fioritura e gli uccelli cominciarono a disegnare magnifiche figure nel cielo prima che l’ora solare e l’ora legale effettivamente fossero cambiate in tutti gli orologi, anticiparono quel calendario ufficiale che per consuetudine da tanti anni fa coincidere il cambio dell’orario con il cambio della stagione alla fine di marzo. Anche gli alberi più antichi, quelli che avevano visto passare tante generazioni, sembravano rigogliosi e fiorenti e mostravano orgogliosi il loro fusto e la loro chioma come giovani in cerca d’amore.
E gli uomini e le donne delle città e delle campagne, se si poteva ancora cercare una distinzione tra la città e la campagna, e da qualche parte c’era, nelle abitudini degli uomini forse accentuata, anche gli uomini e le donne sentirono il canto della primavera e ne rimasero affascinati e cercarono anche loro, sebbene tra i viventi fossero i più restii ad assecondare madre natura, il piacere della nuova stagione. E si misero in attesa dei frutti copiosi, come se vivessero ancora un’età dell’oro, in cui la Terra feconda elargiva spontaneamente frutti in grande abbondanza e senza ostacolo alcuno, come raccontano gli antichi poeti.
E una voglia di pace e di prosperità sembrava diffondersi insieme ai primi calori, e c’era un ritorno dello sventolio delle bandiere della pace, e insieme alle manifestazioni arrivò anche la prima voglia di vacanze, legittima aspettativa per chi lavora e insieme desiderio di tutti, voglia di mare, cominciò dai primi di marzo quell’anno coi primi tepori che si trasformarono presto in prime giornate di calura, il mare si era scaldato dicevano in molti e cominciò a muoversi verso il mare la città della domenica.
Per Gaia cominciò ad esserci qualche piccolo problema, iniziò a pensare che presto si sarebbe dovuta scoprire, andare al mare significava esporsi al sole ma anche agli sguardi curiosi degli altri, avrebbe potuto dire i primi tempi che era un pochino ingrassata, ma qualcuno avrebbe guardato incuriosito il suo ventre che oramai senza pudore segnalava la presenza cara di una dolce attesa, e lei prese a chiedersi come doveva fare, ora non poteva portare avanti il segreto, prima o poi si sarebbe svelato da solo e lei avrebbe dovuto spiegare il perché lo aveva tenuto nascosto fino ad allora, ora siamo al quarto mese che se ne va verso il quinto, i vestiti invernali hanno coperto tranquillamente tutto, ora però i primi caldi portano a scoprirsi e si scoprono anche i piccoli e i grandi segreti sotto i vestiti, la difficoltà di Gaia è che non ha mai finora affrontato seriamente il problema, non ne ha parlato con nessuno se non con Elisabetta, che peraltro non gli ha ancora detto nulla se ha affrontato la questione o meno con l’architetto, Gaia comincia a sentire che non è questo il problema, il vero nocciolo della questione sta nella accettazione della realtà, lei vuole che gli altri non le pongano problemi di nessuna natura e per questo si è tenuta il suo segreto, ora però capisce che gli altri, o almeno Leopoldo devono essere messi a conoscenza al più presto della sua gravidanza, se ne accorgeranno comunque, e allora scoppierà qualche serio problema, questo segreto è una vera e propria tortura, finora Gaia non se ne era accorta, non ci aveva proprio pensato, ora si rende conto che la situazione va avanti da sola e che le è sfuggita completamente di mano.
Finora nascosto a tutti, c’è un clandestino a bordo di Gaia, lei sorride al pensiero, si sente una nave che riesce a trasportare un piccolo clandestino, ma come farà a sfuggire ai controlli che d’ora in avanti saranno sempre più serrati, ci saranno posti di blocco in ogni momento della sua giornata e da tutte le parti, occhi pronti a spiare e ad ispezionare ogni centimetro, figuriamoci i centimetri cubici se passeranno inosservati, bisogna resistere pensa lei, ma si sente avvilita e già si sente esaminata da una polizia sempre più in agguato, sempre pronta a scoprirla, lei e il clandestino.
Non posso resistere tanto a lungo, si dice Gaia, che tuttavia non è entrata nel pieno della preoccupazione, l’orgoglio di questa grande lotta che ora si è prefigurata l’ ha messa con l’animo predisposto a lottare ancora, pensa di poter resistere, però all’improvviso le arriva una voce da dentro che le sussurra “ velato nascosto il tuo segreto sarà…. scoperto svelato rivelato ” e allora Gaia capisce che non può andare oltre, che il segreto è finito, che la voce è la sua voce che le dice la verità, insomma bisogna che venga al più presto allo scoperto e che trovi il modo di venirci.
Il modo, questo è il problema. Come si fa a parlare con Leopoldo e dirgli, vedi Leopoldo caro, aspettiamo un bimbo, sono al quinto mese, e chissà che succede questa volta, è capace che si arrabbia sul serio, stavolta il rischio di una rottura è grosso.
Ma perché non glielo ha detto prima? E gira che ti rigira, Gaia si ricorda il litigio, i mesi trascorsi, il giro a Lenola, il dubbio sull’architetto, e insomma come faceva a dirglielo se voleva risolvere tutti i problemi, anche le sue atroci questioni letterarie, voleva trovare una soluzione a tutto e a tutto insieme ed eccola ora, non ha risolto gran che, si è posta tanti problemi ma non si è preoccupata di dire a Leopoldo che era incinta.
E ricorda le sue crisi, tutte le difficoltà che ha avuto, le parole di Fulvia, il dottore, le crisi di panico, le paure, e ricorda come è finita nell’acqua del lago. Il suo segreto è rimasto sempre riparato da tutto.
Ora non si può più aspettare oltre, bisogna trovare il coraggio delle parole giuste, glielo deve dire in ogni caso a Leopoldo, succeda quel che deve succedere, se si sentirà offeso farà quel che crede, lei non può aspettare oltre.
E si mette in cucina ad aspettare il suo rientro per parlare.
Capitolo decimo
Le previsioni davano un normale passaggio di nuvole con precipitazioni di media intensità.
La pioggia aveva cominciato a cadere sull’Irlanda, con precipitazioni forti che poi si erano spostate sulla Francia e sull’Europa, avevano girato sulla Spagna per poi tornare verso l’Italia, su cui confluivano dalle Alpi e dall’Ovest dalla Spagna e dalla Sardegna.
La precipitazione cominciò a diventare preoccupante sull’Italia Centrale. La protezione civile aveva allertato tutte le unità di crisi e si temeva molto una piena dell’Arno e una inondazione di Firenze simile a quella storica del 1966.
Le nuvole più cariche però si erano come ancorate alle colline e agli Appennini per cui le preoccupazioni maggiori si erano spostate verso l’Umbria, le province toscane e l’alto Lazio.
In queste zone si verificava che le nuvole basse si erano fissate alle falde dei versanti montuosi ed attraversando le strade si aveva la sensazione di viaggiare in mezzo alle nuvole che però erano cariche di pioggia che riversavano a catinelle.
Anche a Roma c’erano forti timori per l’innalzamento del livello del Tevere che aveva preso tutte le zone sotto i ponti che erano abituali ricoveri.
L’acqua scendeva dal cielo come se degli enormi serbatoi si fossero aperti e scendeva in grande quantità senza interruzioni di sorta, i sistemi di scarico delle acque non reggevano, le strade gorgogliavano di acque che arrivavano da tutte le parti.
In poche ore i campi dell’Umbria, dell’alto Lazio e della parte bassa della Toscana si allagarono.
La circolazione stradale di mezza Italia fu messa in una crisi terribile dall’acqua che aveva invaso le carreggiate.
Gli automobilisti in viaggio si trovarono così fermi in mezzo a dei fiumi che pian pianino aumentavano ed arrivavano nell’abitacolo delle automobili.
I soccorsi in campo si rivelarono presto insufficienti per far fronte alla straordinaria emergenza.
Frane di grossi massi precipitavano ad aggravare ulteriormente la situazione.
La pioggia continuava incessante e le comunicazioni si erano interrotte ormai in quasi tutte le regioni dell’Italia centrale.
La forza della natura aveva preso l’Italia di sorpresa, e d’altra parte la scarsa tutela dell’ambiente e del patrimonio idrogeologico insieme alla scarsa cura per gli alberi, al disboscamento generale conseguenza di anni ed anni di incendi dolosi avevano già messo in ginocchio il territorio che ora era solo pronto a subire i colpi più formidabili e terribili senza reagire.
Ogni via di comunicazione entrò in crisi, anche i telefoni saltarono, la televisione fu costretta ad interrompere diverse volte le trasmissioni, che proseguivano nelle radio, ma queste che potevano essere mezzi importanti di comunicazione per tutti erano da anni diventate esclusivamente dei veicoli pubblicitari, degli intermezzi di trasmissioni in mezzo agli spot, per cui non c’era né il personale adatto per le trasmissioni né la possibilità di cambiare dall’oggi al domani tutti i programmi, cosicché anche la radio entrò in grande difficoltà nel cercare di essere di aiuto nella situazione di emergenza e di crisi.
Anche il traffico ferroviario fu paralizzato, come quello aereo.
Quando il temporale cessò, dopo due giorni, ci fu un grande sospiro di sollievo e si cominciò a verificare la situazione ed i danni.
Ma un disastro ancora più forte e maligno aveva colpito l’Italia.
Quasi tutti i grandi fiumi erano stati inquinati dalle falde acquifere ormai sature di prodotti altamente nocivi e trasportavano veleni dai monti al mare.
Queste sostanze poi si disperdevano anche in minuscole particelle nell’atmosfera ed erano altamente nocive tanto che il ministero della sanità si trovò a dover fronteggiare una nuova epidemia di sindrome respiratoria di origine sconosciuta che però portava i paziente a crisi molto difficili da risolvere, era come se l’apparato respiratorio fosse paralizzato, le sostanze nocive che si erano accumulate nelle falde acquifere ora si disperdevano nell’atmosfera ed arrivavano a paralizzare la respirazione, gli ospedali furono presto riempiti di persone di tutte le età colpite dalla nuova sindrome respiratoria acuta, c’erano vecchi e bambini, uomini e donne, la situazione era difficile perché non c’erano molte possibilità se non le risposte dei singoli pazienti che molto spesso con dei piccoli aiuti riuscivano ad uscire dalla grave crisi e a riprendere a respirare normalmente, ma in molti casi la situazione non era facilmente affrontabile, i pazienti si presentavano in preda a tossi acute e irrefrenabili, i farmaci erano impotenti, e la situazione fu per diversi giorni molto preoccupante, diverse persone morirono senza che ci fosse alcuna possibilità di recar loro alcun soccorso.
Alla fine del nubifragio le zone che erano maggiormente colpite erano proprio quelle dell’alto Lazio, in particolare le zone di Tarquinia, di Civitavecchia, di Ladispoli e Cerveteri erano invase dalle acque. Le città non riuscivano a far defluire le acque, i sistemi di scarico erano pieni, non c’era la possibilità che le acque andassero nei campi nei corsi d’acqua e così al mare.
Gli abitanti furono costretti ad abbandonare le case e molti di essi furono ospitati in alberghi e centri turistici della provincia romana interna e del basso Lazio.
La meteorologia diventò improvvisamente molto importante per tutti. Gli esperti del campo erano intervistati in continuazione per radio e per televisione, alcuni di loro erano divenuti delle celebrità subito perché avevano un modo di esporre accattivante e cercavano di riportare i gravi problemi verso la tranquillità, davano un po’ di serenità nella generale situazione di grave allarme e preoccupazione in cui tutta la comunità era precipitata
Le regioni colpite avevano subito proclamato lo stato di calamità naturale anche per poter usufruire delle provvidenze di cui lo stato in simili casi si faceva carico.
Quello che comunque preoccupava maggiormente tutti era la situazione in cui di era venuto a trovare il territorio di fronte ad una precipitazione eccezionale, certo non succede tutti i giorni che quantità d’acqua che normalmente precipitano in un anno vengono giù in pochi giorni, però non si poteva fare a meno di pensare agli allarmi lanciati negli anni dalle associazioni ambientaliste, al problema delle montagne devastate, della mancanza della riforestazione a seguito degli innumerevoli incendi che avevano creato dei vuoti nei boschi sui crinali dei monti, spesso oggetto di incendi , rispetto ai quali il danno ambientale aveva bisogno di diversi anni per poter essere in grado di fronteggiare i problemi che la mancanza di alberi porta con sé.
Leopoldo riuscì a salvare qualcosa del poco che aveva con sé e se ne andò ospite della Comunità di S. Egidio, a Roma, in piazza S.Egidio, dove subito gli fu trovato un posto.Egli peraltro non sentiva ancora che fosse venuto il momento di un suo rientro a casa con Gaia e poi era maturato in lui un profondo desiderio di vivere di persona l’esperienza della comunità.
Capitolo secondo
Gaia ha un certo ritardo. Non se ne preoccupa molto nelle prime settimane, non ci pensa molto, poi comincia a preoccuparsene perché sono tre settimane di ritardo, non ne vuole parlare troppo presto con nessuno però comincia a sentire che questo ritardo del ciclo comincia ad essere troppo lungo, non è che lei sia stata mai troppo regolare, però tre settimane cominciano ad essere troppe anche per lei, peraltro la perdita della gravidanza recente l’ ha scombussolata un po’ tutta, comincia però a diventare un chiodo fisso, occorre fare le analisi, per togliere e spazzare via tutte le preoccupazioni, e poi quali sarebbero queste preoccupazioni, in fondo per Gaia la gravidanza precedente era stata vissuta molto bene, con un piacere quasi fisico, oltre che mentale, con il desiderio e l’aspettativa che l’avevano presa tutta.
Ora però quello stato di grazia se ne è andato, c’è questa mezza crisi del matrimonio con Leopoldo che se ne sta fuori di casa per un litigio di cui non si è capito molto il motivo, c’è questo stato di indifferenza che sembra averla catturata.
L’indifferenza è una strana abitudine, ci mette in una posizione di una specie di sonno artificiale delle emozioni, non vogliamo essere coinvolti da nulla, è una scelta e insieme un atteggiamento che la persona prende anche automaticamente e quasi inconsapevolmente, perché si lascia andare , perché non vuole soffrire, perché ha esaurito le sue pazienze, perché vuole restare immune da ulteriori sofferenze, anche se sono le proprie sofferenze, quelle di ogni essere umano, la voglia di indifferenza ci prende per non soffrire, per non amare, per toglierci i problemi che ogni nostro sentire inevitabilmente porta con sé e allora diventiamo esseri senza parola, senza pensiero, cerchiamo solo una vita vegetativa, sfuggiamo alla “vertute e conoscenza” che dovrebbero essere i nostri obiettivi e che dovremmo seguire e invece diventano cose da evitare, idee da sfuggire con tutte le nostre forze, realtà e beni da dimenticare.
Alla fine però l’indifferenza viene scalfita da questo ritardo, Gaia non può continuare a fare finta di niente, è quasi un mese il ritardo e bisogna che si decida a verificare se è nuovamente incinta o meno. E così Gaia compra un test di gravidanza e in una specie di rituale religioso fa l’esame. Il test è positivo, Gaia entra in crisi, non si trova nella situazione psicologica migliore per affrontare la gravidanza, Leopoldo se ne sta chissà dove e poi quanto tempo che non fanno l’amore, Gaia ripensa che è tanto il tempo e che è strano che lei sia incinta, e le viene in mente quella visita allo studio dell’architetto, quelle che lei ha pensato che fossero fantasticherie, e se invece fosse successo e che questo sia all’origine della sua nuova gravidanza, Gaia cerca di non pensarci però diventa un pensiero fisso subito, come mai lei aveva pensato che non fosse successo niente, ed invece deve essere successo e lei non ne ha parlato con nessuno, però come fa a verificare se sia veramente successo o meno, nessuno certo può andare da un uomo e chiedergli se c’è stato o meno un rapporto sessuale tra loro, Gaia si rende conto di sfiorare il ridicolo solo con il pensiero, però sarà necessario accertarsi di questo, come si può fare, Gaia proprio non riesce ad immaginarlo.
Comunque Gaia prende subito una decisione, di fare delle analisi serie, di quelle che spazzano via ogni dubbio, il test di gravidanza lascia un ampio margine di incertezza, Gaia si prenota presso un laboratorio di analisi per una analisi sicura, anche perché tutti quei pensieri potrebbero essere fonte di un errore diagnostico.
Le analisi fatte con una certa rapidità confermano il test. Gaia è incinta. I pensieri che aveva appena affrontato si fanno più insistenti. Gaia ripensa a quella serata presso lo studio dell’architetto sempre con maggiore apprensione, si era convinta che fosse tutto il frutto della sua immaginazione, ora non sa più che cosa pensare, perché a questo punto non ricorda bene, se si passa del tempo a pensare che una cosa sia stata una fantasticheria propria come si fa poi a farla diventare una realtà, e se fosse invece vero che era tutto frutto della sua immaginazione, Gaia deve saperlo anche se la situazione non è del tutto normale, perché c’è ora questo problema, Gaia in fondo è sposata con Leopoldo e bene o male in costanza di matrimonio un figlio è del marito, però lei ora è attanagliata da questo dubbio e nello stesso tempo non sa assolutamente come fare per levarselo dalla mente.
Il dubbio è un momento di perplessità e insieme però ci dà la strada obbligata della risposta. Il punto interrogativo, quando si presenta nella nostra mente, chiede incessantemente e non ci da tregua, è una domanda che si ripete di continuo, è un colpo che ci scuote ogni istante, il dubbio è il primo momento della conoscenza, chi non ha mai provato il dubbio non sa che cosa vuole dire sapere qualcosa, Gaia è presa nel vortice del dubbio e inutilmente cerca di dare delle risposte, sente che dovrà avere un colloquio con quel benedetto architetto. Ma come?
Gaia non si può presentare dopo tanto tempo e chiedere: (Scusi, per caso lei si ricorda se un paio di mesi fa circa, quando io sono venuta nel suo studio, ci sono stati o meno tra di noi dei contatti, diciamo così, ………intimi?” la domanda sarebbe indice di una sua insicurezza che a questo punto non le sembra molto giustificabile, una donna dovrebbe saperlo bene, eppure lei non ne ha la più pallida idea, convinta come era fino a poco fa che tutto fosse il frutto della sua fantasia.
D’altra parte, senza una risposta dell’architetto su questo dubbio Gaia rimarrebbe nell’incertezza assoluta.
Su questo non può certo chiedere aiuto a Leopoldo, che peraltro non ha alcun sospetto e perché allora andare a stuzzicare il cane che dorme, questo è senza dubbio da escludere a priori.
Nemmeno Fulvia le sembra la persona a cui possa rivolgersi per cercare un aiuto, Fulvia non può capire a fondo l’entità del dubbio, è una donna troppo pratica, figuriamoci come risponderebbe di fronte a dei punti interrogativi così strani, sua sorella è una donna che si basa su solide certezze e il solo pensiero di qualcosa di così profondamente insolito la sconvolgerebbe tutta fin dalle viscere, potrebbe poi essere un motivo di sfiducia assoluta nei suoi confronti, Fulvia potrebbe avere dei gravi rimproveri morali, è assolutamente da escludere come confidente ora.
Forse un sacerdote le darebbe un aiuto e un consiglio e Gaia allora riprende speranzosa il cammino verso la chiesa ma sa benissimo che va a confidarsi con il suo crocefisso ed infatti entra in chiesa e comincia un colloquio intensissimo con il crocefisso che la guarda impietosito e le risponde di stare tranquilla, il mondo non le sta cadendo addosso e comunque lei troverà delle soluzioni ai suoi problemi poi una gravidanza forse era quello di cui lei aveva bisogno, una nuova gravidanza può ridarle quell’equilibrio che lei ha perduto così bruscamente, il dubbio poi se ne andrà tranquillamente, deve rasserenarsi, e Gaia comincia pian pianino a piangere, sono lagrime consolatorie, si sciolgono nei suoi occhi i suoi dubbi e i suoi timori, sente di avere finalmente un momento di pace.
Sono briciole quelle che Gaia sta mangiando ora, sono piccoli momenti di tranquillità in un oceano di irrequietezza, però quelle briciole danno un nutrimento profondo, sono come le parole buone nel discorso che riescono a penetrare nell’animo; sono frammenti minuscoli di cibo per la sua anima irrequieta che però le danno sollievo; sono schegge di chiarore nel panorama buio che lei intravede.
E una luce tenue si fa strada nella mente di Gaia, un puntino luminoso rischiara le profonda oscurità in cui l’indifferenza ha lasciato il suo animo.
Gaia esce dalla chiesa con tranquillità, sente che i suoi problemi sono meno pesanti ed opprimenti di come li sentiva prima.
E sull’autobus che la riporta a casa guarda la folla accalcata con occhi diversi, sente come una specie di misterioso legame che accomuna tutti i passeggeri accalcati, è che lei ha ripreso un pochino di fiducia e di voglia di lottare, ha messo da parte l’indifferenza, ora guarda di nuovo agli altri.
Capitolo terzo
Leopoldo si è inserito in pochi giorni in un'attività di volontariato piena, che gli prende tutto il giorno, per cui è in grosse difficoltà con il suo lavoro, ma non gli sembra interessare molto, lo hanno cercato più volte dalla direzione marketing della sua azienda, gli chiedono notizie, lui al momento si è messo in una specie di aspettativa, ha detto e ha fatto pervenire un certificato medico attestante una nevrosi, ha detto che lui può uscire e vivere la vita all'aperto, però deve stare attento alle sue condizioni di salute mentale, intanto dalla ditta sono preoccupati perché così lui non vende e loro però non possono sostituirlo, si è determinata una situazione di difficile soluzione per il lavoro di Leopoldo. Peraltro egli sta attraversando un momento di indifferenza verso il suo lavoro, quasi che ne possa fare a meno , il che non è assolutamente vero né possibile né lontanamente ipotizzabile, solo che c'è qualcosa che si sta svolgendo nel suo animo e lo porta a vedere possibile addirittura uscire dal mondo lavorativo. Si è buttato a capo fitto nelle attività della comunità, che sono tante e diversificate, perché si occupa dell'assistenza dei c.d. barboni, ma anche dei minori in difficoltà, dei carcerati,
di adozioni a distanza, per citare solo alcune delle attività in cui è impegnata la Comunità di Sant'Egidio. Leopoldo viene a contattare direttamente un mondo in cui la solidarietà diventa parola di vita vissuta da tante persone. Per le quali essere solidali significa portare cibo, vestiario, parole di conforto, insomma rivive in pieno tramite loro la novella del buon samaritano, di quell'uomo umile che portò soccorso a chi era stato vittima per strada di ladroni ; il buon samaritano è l'icona che è presente nel progetto di aiuto per la strada e un po' in tutti i progetti della comunità.
Leopoldo, che non è poi tanto un cristiano fervente e praticante, sa però che evangelo significa letteralmente buona novella e si rende conto che con la comunità la buona novella del cristianesimo diventa parola di vita da seguire ed approfondire, da riempire con le opere, così che un buon annunzio possa pervenire a chi viene in contatto con esso e possa essere trasmesso anche al di fuori. E questo lo rimette in una direzione migliore con la religione.
Leopoldo incontra diversi barboni o homeless come vengono chiamati perché hanno dovuto lasciare la propria casa e vivono per la strada, i motivi per cui sono stati costretti a questa scelta estremamente difficile sono i più svariati, chi perché aveva proprio il problema della casa, perché inseguito da lungo tempo dagli sfratti e non ha potuto alla fine resistere in alcun modo e ha dovuto uscire dalla casa e abbandonarla; chi per problemi legati al denaro, inseguito invece da torme di creditori inferociti, ha dovuto lasciar loro tutto, anche la casa ; chi perché finito in oscuri discorsi di solitudine, isolato dagli altri perché non più capace di vivere normalmente in una società che crea sempre nuovi bisogni inconsistenti e non dà spazio alle necessità vere degli uomini, determinando oscure sensazioni di disperazione e estreme difficoltà di dialogo, per cui la chiusura al mondo esterno diventa la regola da seguire nel teorema esasperato dell’individualismo e della società dei consumi. In tutti questi casi che appaiono diversi tra di loro c’è una costante, la perdita di ogni legame familiare, o forse a volte l’abbandono degli stessi perché difficili, pieni di problematiche, troppo stretti.
Leopoldo riflette sulla sua crisi familiare e si trova ad avere in comune questa sua crisi con i senza fissa dimora, la sua però non è una crisi definitiva, sente che ci sono grandi spazi e grandi aperture per riprendere il cammino insieme, però ora è affascinato da questo nuovo mondo, questa comunità in cui il proprio interesse, almeno economico, non viene coltivato e si cerca invece tutti di dare il proprio contributo per aiutare persone in estrema difficoltà a riprendersi un poco di dignità, si cerca di soccorrerle rispetto ai bisogni più elementari, il freddo, il caldo, la fame , la sete, il vestirsi. Sono le opere di misericordia, quelle che si studiano al catechismo, che diventano protagoniste dell’agire quotidiano, dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, rivestire gli ignudi.
E Leopoldo si rende conto che in una città come Roma il problema dei senza fissa dimora sta diventando sempre più grave e consistente, anche perché le grandi città attirano, forse perché offrono qualche risorsa in più. E si rende conto del terribile problema dell’alcoolismo, che tocca la maggior parte dei senza fissa dimora, che accettano di buon grado di scaldarsi con un litro di vino senza stare a pensare troppo alle conseguenze. Il vino riscalda subito ed intontisce, e molte volte le persone si addormentano su di una panchina magari in una notte in cui la temperatura va sotto zero e talvolta alcuni sono morti assiderati. D'altra parte per chi si trova in condizione di dipendenza dall'alcool diventa difficilissimo smettere anche perché il vino diventa il più grande compagno ed amico in grado di alleviare il senso di disperata solitudine che spesso si accompagna alla vita dei senza fissa dimora, il vino ti ridà un poco di corda quando sei senza energie, ti carica un poco di allegria, seppure si tratta di un' allegria di breve passaggio.
Certo che Franco aveva trovato una sua collocazione, alla stazione si era come accasato, ed aveva fatto amicizia con il capostazione, e chissà come aveva fatto la conoscenza del vescovo di Velletri che si era occupato di lui, Franco però aveva qualche capacità che gli permetteva di superare la nemica numero uno, la solitudine che attanaglia e lascia senza forze.
Leopoldo capisce di essere entrato in una organizzazione del tutto particolare, ne aveva sentito parlare, ma non pensava che ci fosse questa grande forza questa grande organizzazione di soccorso e poi ha scoperto che hanno scuole e le loro scuole sono per i più poveri, per i figli dei diseredati, però sono scuole ad alto livello, scuole in grado di dare qualcosa di diverso.
Al momento Leopoldo si impegna nel soccorso ai barboni, è la cosa che pensa di saper fare, ma si trova subito di fronte a difficoltà molto forti, i barboni non si lasciano soccorrere così tranquillamente, alla prima volta Leopoldo diventa un bersaglio di mille improperi e gli viene voglia di reagire, vorrebbe dire “Ma come, io mi sacrifico per te e questa è la tua ricompensa!” ma riesce a non scaldarsi, si fa passare sopra le offese gratuite, le parole oscure e quelle cattive, capisce di trovarsi di fronte a delle persone che vivono in una specie di prigione, però la seconda volta va molto meglio, trova un marocchino che si mette a conversare e gli offre dell’ hascisc, lui non lo ha mai provato e rifiuta , ma il marocchino non si offende, dice “Certo se non sei abituato è meglio di no!” e gli comincia raccontare la sua storia.
Sono 12 anni che vive in Italia di espedienti, adesso, non sa più che cosa tentare, lo hanno espulso quattro volte ma lui è sempre rientrato dal marcamento stretto delle forze dell’ordine, che da un paio di anni solamente lo lasciano in pace, però, il lavoro, un lavoro vero non lo ha mai trovato, si è dato da fare in tutti i campi, è andato a raccogliere i pomodori, i cocomeri, ogni tipo di frutta e verdura, ha fatto il lavavetri agli incroci, ha venduto i giornali, ha chiesto l’elemosina, ora è molto stanco, vorrebbe tornarsene in Marocco, dove ha lasciato la moglie e un figlio adolescente, sa che suo figlio ha studiato ed è diventato dottore, è orgoglioso di questo, con i soldi che riusciva a mandare a casa è riuscito a far studiare e a far laureare suo figlio, ora però è molto stanco, si sta ammalando di disperazione, Leopoldo cerca di trovare qualche parola, ma lui lo precede e gli chiede se sa che cosa significa ammalarsi di disperazione. Leopoldo non sa cosa rispondere e quello di fronte al suo silenzio gli chiede se ha bisogno di una bella donna, che lui gliela fa avere per pochi soldi, Leopoldo inaspettatamente risponde subito di sì e quello gli chiede come la vuole, ha un catalogo , bianche o nere, bionde o brune, alte o basse, Leopoldo gli dice scegli tu per me sono tutte troppo belle, e allora ci penso io fa Hasani , questo è il nome del marocchino. Tira fuori il cellulare e chiama subito, e di lì a cinque minuti spunta dietro l'angolo una bellissima donna nera alta con un'andatura dinoccolata che la fa somigliare ad una famosissima indossatrice o modella, sembra proprio Naomi Kampbell, fatto sta che Leopoldo la guarda stupito e lei gli sorride accattivante, Leopoldo sente la forza magica di quel sorriso, lei gli chiede come va, lui dice subito bene e si sente euforico, ha capito che la desidera e che tutto sarà semplice, lei lo porta in un piccolo appartamento lontano due minuti, lui si fa portare senza opporre nessuna resistenza e ci mancherebbe osserverà qualche lettore malizioso pensando ai problemi che Leopoldo ha da qualche tempo, qualcun altro però potrebbe dire che si tratta non certo di un' avventura o di una conquista, che Leopoldo si sta comportando non troppo bene ad andare in cerca di una donna che chiaramente gli offrirà il piacere per denaro, ma lasciamo il commento ai diversi lettori augurandoci che siano diversi e vediamo come va a finire.
Appena nella stanza lei gli si butta addosso e comincia a toccarlo e lui allora comincia a spogliarla , poi si fa spogliare mentre le palpa il seno con voluttà e lei lo tocca appena e Leopoldo gode e viene beatamente, allora lei sorride e gli chiede se era tanto che non vedeva l'ora, e lui sorride e le chiede come si chiama, Aneke è il suo nome, lui le dice il suo e lei dice che è un nome originale, che non ne aveva conosciuti prima, gli chiede se è sposato e lui ripensa a Gaia e si ricorda solo allora di averla appena tradita, ma non si sente molto in colpa, questa Aneke è proprio irresistibile e Hasani deve averglielo letto nel cuore che lui aveva bisogno di Aneke, lei gli fa un sorriso grande grande e ricomincia ad amoreggiare e lui non si fa certo pregare e continuano per un bel pezzo. Quando Leopoldo e Aneke si separano Leopoldo si rende conto che ha avuto un momento di piacere e insieme che gli si sono aperte delle vie di comunicazione che fino a prima erano chiuse, per quanto avesse la volontà non aveva facilità ed ecco questo marocchino che gli fa conoscere Aneke bellisima nigeriana e lui improvvisamente si mette a nudo in ogni senso e riesce a comunicare, non è stato solamente un discorso di piacere sessuale, in effetti da troppo tempo la solitudine aveva preso il sopravvento in ogni campo e sente il bisogno sempre più pressante di ritrovarsi con Gaia.
Capitolo quarto
Gaia è ora sicura al cento per cento di essere in attesa, se ne è andata del tutto quella oscura sensazione di pugno al ventre, le analisi sono tutte positive, però Gaia non riesce a capire, Leopoldo ormai comincia ad essere da troppo tempo lontano e lei non ricorda molto bene quando hanno fatto all'amore l'ultima volta, prima di quella benedetta lite senza motivo, si ricorda di quella lite ma non riesce a capire perché hanno litigato, non le da molta sicurezza non ricordare il momento del concepimento, in fondo in fondo Gaia sente un forte dubbio sulla paternità di Leopoldo, eppure non le riesce facile accettare questo dubbio, che poi diventa un tormentone, i conti dei giorni ed il ricordo degli amori, nei conti lei non ha mai brillato molto, è più portata per la letteratura e per le materie umanistiche, la matematica con i suoi risvolti misteriosi e i suoi teoremi non è che l'abbia mai molto affascinata, eppoi questo dover ricollegare ad un momento amoroso che bisogna ricordare, il fatto che lei non se lo ricorda e non le riesce di ricordare e poi perché c'è questo obbligo di ricordare che forse è arrivato un dottore e lo ha prescritto o forse un sacerdote lo ha chiesto nel confessionale, figuriamoci se i preti si mettessero a chiedere quando, il preciso giorno l'ora e forse anche il minuto esatto, sarebbero troppo curiosi sorride tra sé Gaia, che comunque non si riesce ad uscire dal tormentone.
Di sicuro, c'è il fatto che hanno litigato. Quella sera che lei era tornata e che lui gli aveva fatto mille domande, si , su che cosa si erano detti lei e l'architetto, oddio, l'architetto, bisognava richiamarlo e lei non lo ha fatto, chissà perché si è dimenticata di richiamarlo, gli doveva dare qualche risposta , oddio, l'architetto e le fantasie erotiche, e se le fantasie fossero troppo vicine alla realtà, ma no, è impossibile, lei ricorda benissimo che c'è stata una grande confusione mentale ma che lei aveva escluso categoricamente che fosse successo qualcosa tra lei e l'architetto, però adesso comincia a non essere sicura più di niente, e come può fare a saperlo con certezza, certo solo lui potrebbe dirle qualcosa di più, ma come si fa a chiedere ad un uomo: “Scusi, Lei si ricorda se noi quel tal giorno abbiamo fatto qualcosa insieme? ”, insomma non è proprio possibile fare una domanda del genere ad un uomo e metti caso che lui faccia finta di ricordare per approfittarsene e farlo poi veramente l'amore sull'onda dei suoi ricordi, sarebbero dei ricordi artefatti comunque, l'uomo si sa non è di legno, una domanda del genere sarebbe troppo eccitante, e come si fa ad uscire da questo dubbio però, qui ci vorrebbe un'amica che desse qualche buon consiglio, Gaia capisce che rivolgere la domanda è impossibile direttamente, però chissà, un'amica potrebbe far uscire l'architetto dal suo guscio e fargli ricordare, se non altro potrebbe sapere quale ricordo ha di lei, di Gaia l'architetto e potrebbe avere o un discorso eloquente o quanto meno una sensazione che possa dare qualche risposta ai suoi dubbi.
Un'amica. Gaia capisce che non è che si possono confidare certe cose anche tra amiche e allora cade in un momento di delusione profonda. E comincia a disperare di venirne fuori.
Cerca Leopoldo sul cellulare. Gli risponde subito, ha un'aria allegra, lei gli chiede se ha fatto qualche scoperta interessante e lui le risponde di si.
"Sul lavoro?" chiede lei incuriosita
"In parte ...sì,sì, sul lavoro" risponde convinto lui.
"E che cosa hai scoperto di così interessante, che sei così contento?"
"Ho scoperto, ho scoperto che ci sono delle clienti veramente brave, che ti capiscono subito, brave, proprio brave!" fa Leopoldo.
"Delle clienti?" fa lei incuriosita.
"E sì, te lo debbo confessare, i miei migliori clienti sono le donne che poi sanno fare meglio il lavoro degli uomini, questo io lo debbo proprio riconoscere!" fa Leopoldo
"Vedo che tu ogni tanto ammetti che noi donne sul lavoro, quando vogliamo.....siamo ......superiori, questo lo devi ammettere"
"Senza dubbio, superiori, è tutta un'altra cosa" fa lui.
"Senti,Leopoldo, quando ci vediamo che io ho proprio voglia di vederti" Gaia rompe gli indugi
"Se mi inviti per un caffè, me lo vengo a prendere volentieri"
"Certo che ti invito, per un caffè, per un pranzo , per una cena, per dopocena. Leopoldo io..."
"Anch'io Gaia, dimmi quando vuoi che ci vediamo"
Gaia a questo punto viene ripresa dal dubbio forte, e comincia a titubare, Leopoldo la sente in difficoltà e le chiede di vedersi fuori e si danno un appuntamento di lì a un'ora alla Mela Stregata, un grande bar che sta sul lungotevere.
Gaia si prepara in fretta esce, prende un mezzo, ma si sente improvvisamente indecisa, sente che non può dire niente a Leopoldo fino a che non sarà sicura in qualche modo che lui è il padre, perché questo problema del padre la sta angosciando, e dentro di sé se la prende con Leopoldo, insomma invece di farle il terzo grado e di mettersi a litigare poteva lasciarla in pace e oggi tutto sarebbe stato semplice, nessun dubbio le si sarebbe attorcigliato nelle profondità dei suoi ragionamenti, ma quali ragionamenti, il fatto è che Gaia sta sragionando, non riesce a seguire una via, si confonde e torna sempre indietro e un'insieme di sensazioni poco chiare le vengono in evidenza e la mettono in difficoltà.
Insomma c'è questo dubbio, siamo ad un bivio e la strada si divide, una se ne va di là, un'altra dalla parte opposta, Gaia incomincia una strada e poi torna al bivio, per intraprendere l'altra, ma fatti pochi metri torna indietro, questo è il dubbio, trovarsi ad un bivio e non riuscire a prendere una strada, tornare sempre indietro sui propri passi, che il dubbio sia una grande prova, che sia la necessità per arrivare alla verità, questo è indubbio, però a Gaia non gliene importa niente sulle necessità dei dubbi, il fatto è che lei è entrata in una specie di girotondo senza fine e vorrebbe che arrivasse finalmente il momento in cui qualcuno grida "tutti giù per terra" e tutti si mettono a sedere e finisce il girotondo, perché così le gira la testa e le casca il mondo.
Gaia spera tanto che l'incontro con Leopoldo ponga fine a questa specie di incubo, poi quando arriva vicino alla Mela Stregata la prende una specie di panico improvviso, non scende dall'autobus che prosegue sul lungotevere, poi supera il Tevere e va a finire a Piazzale Clodio, che è il capolinea. Gaia rimane in attesa che il mezzo riparta , sì ci andrà, Leopoldo certo non avrà problemi ad aspettare qualche minuto, squilla il cellulare, è Leopoldo che le chiede se ci ha ripensato, "no,no è che mi sono ricordata che deve venire una mia amica" fa lei.
"Va bene, allora chiamami quando se ne va, che vengo a casa"fa Leopoldo" sempre se tu lo desideri".
E Gaia non sa più che cosa desiderare e gli dice:"Fai tu, Leopoldo, se vuoi tornare a casa torna, torna pure subito"
Leopoldo non ci capisce molto, Gaia meno di lui, comincia a ridere all'impazzata e dice" Però aspetta che torno a casa."
"Perché, dove sei?"
"A piazzale Clodio, aspetto che il mezzo riparta!"
"E che ci sei andata a fare?"
"Non lo so. non sono riuscita a scendere..."
"Io non ci sto capendo niente!"
"Neanche io ci ho capito molto!"
"Allora, che si fa?" chiede Leopoldo un poco sconcertato.
"Fai quello che vuoi, Leopoldo, se vuoi, ma comunque tu ce le hai le chiavi ........non devi aspettarmi... io torno a casa"
"Anch'io" fa Leopoldo deciso.
Quando Gaia rientra trova Leopoldo: si abbracciano ma sembrano tutti e due guardinghi, Leopoldo non esagera e non va oltre un tenero bacio, lei non lo incoraggia ad andare oltre e come se non fosse successo niente, come se non siano quasi passati due mesi senza incontrarsi, ognuno si riprende il suo cantuccio di fierezza.
Capitolo quinto
Ora che è rientrato Leopoldo, Gaia si sente un pochino più tranquilla, ma resta in preda a quella grande incertezza che la ossessiona e non riesce a liberarsene. Quella sensazione di piacere fisico che l'aveva accompagnata nella prima gravidanza sembra ora essere offuscata da questo disagio interiore per cui lei non riesce a stare tranquilla. Leopoldo peraltro non sa nulla ed è rientrato al lavoro, anche se dedica la metà della sua giornata alla comunità di S.Egidio. Delle sue scelte peraltro non ha accennato nulla alla moglie, e ognuno vive nel suo angolo, nascondendosi all'altro, si gioca ad un gioco difficile, Gaia capisce che la situazione sta prendendo delle pieghe strane e è sempre più tormentata dal suo cruccio, capisce che ne deve uscire e pensa che deve farsi aiutare, forse un sacerdote le darà il consiglio giusto, Gaia se ne va alla chiesa del suo crocefisso in cerca di un sacerdote, ma quando arriva nelle navate, se ne va davanti alla statua e cerca nel crocefisso il colloquio e gli chiede il consiglio. Ma la statua non sembra dargli quel sollievo che altre volte aveva provato. È come se stavolta rimanga muta, mentre le altre volte sembrava parlarle. Gaia fissa la statua profondamente negli occhi, quegli occhi sofferenti, ma non trova lo sguardo pietoso che cercava. La statua ora le sembra un blocco di legno. Chi la potrà aiutare? Decide di confessarsi, di chiedere l'aiuto nel confessionale, ma non c'è il sacerdote, la chiesa è vuota, Gaia ritorna con lo sguardo al suo crocefisso ma resta delusa dalla sua sensazione di vuoto, si sente anche in grande difficoltà, il crocefisso le aveva dato molto ora non ha parole, Gaia esce sconsolata dalla chiesa, forse dovrei parlarne con Fulvia, si attacca al cellulare e chiama la sorella a Milano. La rintraccia sul lavoro, Fulvia non ha molto tempo, le chiede subito notizie sulle condizioni meteorologiche, è finita la tempesta sul Lazio, ma Gaia è decisa, vuole confidarsi, taglia corto e dice che viene a Milano che ha bisogno di vederla, Fulvia resta interdetta, chiede come va, Gaia dice che Leopoldo è tornato.
“Oh, finalmente ” fa Fulvia che crede sia questo il motivo della telefonata e si congratula con la sorella che però gli conferma che sta per partire. E Fulvia non gli fa domande, le raccomanda di avvisarla quando sarà a Reggio Emilia così lei potrà regolarsi.
Gaia va a casa, prepara rapida la valigia, lascia un bigliettino per Leopoldo e si imbarca sul primo treno per Milano.
É un Eurostar, ferma solo a Firenze e a Bologna, per cui Reggio Emilia la supera al volo e Gaia se ne accorge quando è nei pressi di Milano e avverte la sorella, il treno è volato,in poco più di quattro ore è a Milano e dopo una mezzoretta Gaia entra nel supermercato dove lavora Fulvia.
Le sorelle si abbracciano e Fulvia ottiene un permesso straordinario di due ore per parlare con la sorella. Sono felici e Fulvia parla molto subito del maltempo e che lei vuole venire a Roma per vedere le condizioni in cui l'alluvione ha ridotto l'alto Lazio. Questa ricerca sull'acqua sta diventando un'ossessione per Fulvia, che parla di come l'uomo stia snaturando il normale ciclo dell'acqua, e Gaia che era venuta di corsa perché aveva bisogno di parlare e di confidare i suoi crucci alla sorella rimane in ascolto sperando che si liberi un momento di silenzio in cui entrare. Ma quando arriva quel momento non le viene il coraggio di confidarsi con la sorella, non le dice nemmeno di essere incinta, dice di essere contentissima del ritorno di Leopoldo e che per questo è voluta venire a Milano a dirlo di persona e Fulvia la guarda stranita e poi le chiede:“ Perché, al telefono non me l'avevi già detto!” e Gaia scoppia a piangere e Fulvia la consola e le chiede se le sono tornate le crisi di panico, e Gaia annuisce soffiandosi il naso, e Fulvia le raccomanda di farsi seguire dal medico, che con le crisi di panico c'è poco da scherzare, bisogna riferire tutto al medico e mettersi fiduciose nelle sue mani, speriamo che lui mi possa aiutare fa Gaia, ma certo, è un buon medico ed un buon uomo, la rassicura Fulvia. Entrano in un caffè, ordinano due te e dei pasticcini, e si mettono a parlare dei loro ricordi di infanzia. Fulvia ricorda quando la sera i genitori uscivano per andare al cinema e loro avevano paura e lei le raccontava le favole: E poi di come a letto al buio si divertivano a guardare gli effetti che le luci delle macchine che passavano nel vialone sotto casa facevano sul soffitto. E Fulvia ride ricordando che la maggior parte delle favole se le inventava lei, perché le favole non le sapeva e poi perché era piena di inventiva.
“Certo, sei sempre stata piena di inventiva, le tue favole non le ho scordate, tante volte mi sono chiesta da dove le tiravi fuori” fa Gaia e cominciano a ciacolare sulla fantasia, e ricordano i genitori, la mamma dolce figura la sua tenerezza e insieme la malinconia del padre che era dipendente di una farmacia ma suonava il violino per hobby e la musica era la sua vita e quasi tutte le sere andava a suonare insieme ad altri in una specie di piccola orchestrina. Era un suono tzigano, suonava melodie ungheresi, aveva una passione per il violino ma sapeva suonare anche il piano. Il ricordo dei genitori le prende e Fulvia accompagna la sorella al metro per tornare al lavoro. Si salutano con affetto e Fulvia promette che verrà presto a Roma, sempre per quella sua idea di guardare da vicino gli effetti del maltempo nelle campagne dell'alto Lazio. Gaia sale sul treno e si accorge di non essere riuscita a confidarsi con la sorella. Che comunque il problema le rimane insoluto. Quel dubbio si sta ingigantendo nella sua mente e la sorella crede che siano gli attacchi di ansia, ma la sua ansia ora è diversa, vuole cercare di capire, non sa come dovrà fare, ma durante il viaggio di ritorno , anche questo in Eurostar, Gaia pensa alla sua amica Elisabetta, si confiderà con lei e lei troverà il modo di avvicinare l'architetto. Anzi prima di arrivare a Firenze la cerca al cellulare, la trova e le chiede di aspettarla all'arrivo a Roma, perché le vuole parlare.
Alla stazione Termini Elisabetta aspetta Gaia all'inizio del binario. Gaia la vede da lontano, si sbracciano, poi Elisabetta presa da un momento di affetto la abbraccia teneramente, Gaia è contenta e le dice subito di essere incinta, di non capire come possa essere successo, di voler capire se è successo qualcosa con una certa persona e che vorrebbe che fosse lei, Elisabetta, ad accertarsene con le dovute accortezze.
“ Insomma, per quel che posso aver capito” fa Elisabetta “ tu non sei molto sicura di esserci andata a letto con questa persona ed io dovrei accertarmene..... sì... va bene... ma come faccio?”
“Elisabetta, non glielo devi chiedere direttamente, ma indirettamente, facendo allusioni... certo ... potresti portarlo sul discorso...”
“ Ma come faccio a portarlo sul discorso e poi... gli uomini.....ne sanno una più del diavolo...... quando vogliono evitare i discorsi”
“ Ma no, Elisabetta, tu dovresti, secondo me, questo almeno mi sembra che sia il percorso, tu dovresti dicevo, pian pianino riportarlo nelle condizioni in cui si deve essere trovato con me, almeno così la vedo io...... e poi... magari una domanda.........al momento giusto........”
“Ma, Gaia, scusami tanto, ma se è così facile...... perché non ci parli tu direttamente.... con quest'uomo misterioso..........ma poi tu lo saprai bene dove siete arrivati... oppure non lo sai?.....”
“Eh, io non lo so...ti sembrerà strano quanto vuoi.... ma il fatto è che io non lo so proprio e questo fatto mi tortura e non ne riesco a venire fuori... io non lo so perché forse me lo nascondo oppure perché proprio è un mistero che io non debbo sapere...oppure perché qualcuno vuole che io non lo sappia... insomma...”
“Non lo sai... adesso è chiaro... non lo sai e difficilmente lo potrai sapere mai...”
“Ed invece penso che se tu mi aiuti io potrò uscire da queste sabbie mobili....... da questi dubbi che mi attanagliano......insomma io sto soffrendo come non mi sarei mai aspettata e non riesco a capire dove posso trovare.........”
“Ho capito che stai cercando il mio aiuto..... io questo ho capito....non so quanto ti potrò aiutare....tu dimmi che cosa debbo fare...e vediamo...”
Si fermano ad un caffè, Gaia prende un te, Elisabetta una cioccolata.
“Insomma, te la senti di aiutarmi?” chiede Gaia
“Ma , dimmi, come si fa ad entrare nella sfera intima di un uomo,…. Così … per caso.. ma dimmi, Gaia, ma veramente tu credi che si possa giocare.. così..."
“No, non credo che sia un gioco, per me.. è.. vitale .. è una questione di riprendere un poco di salute… io sto uscendo pazza, mi capisci Elisabetta, io mi trovo in una specie di labirinto…”
“Ma, insomma, ma che cosa stai cercando veramente, vorresti forse rivivere qualcosa..??....Io.....non ti capisco…”
“C’è poco da capire” fa Gaia alzando la voce e scoppiando improvvisamente a piangere e comincia a dibattersi sulla sedia e Elisabetta si allarma e cerca di calmarla, piano piano ci riesce, Gaia smette di piangere.
“Insomma, oggi per me sapere qualcosa è la cosa più importante, io non me la sento di mettermi il cuore in pace, sapere chi sarebbe il padre mi metterebbe più tranquilla, io non posso restare così in questo dilemma che mi distrugge e non riesco più a trovare un briciolo di tranquillità….”
“Non posso rifiutare, se tu la vivi così, per te è un dramma, anzi direi sembra una tragedia, io debbo per forza ….a questo punto….”
“Troverai le parole giuste?”
“Ah, questo proprio non lo so, e poi chissà dove stanno le parole giuste………”
Elisabetta, promettimi di cercarle e di trovarle, le parole giuste….”
“Che ti posso dire, te lo prometto , se questo ti è sufficiente…”
“Capisci, che questo è un interrogativo che non posso lasciare così…. sospeso… debbo cercare una risposta.. per me diventa una questione di …. vita…..è importante….”
“Insomma, a questo punto, dimmi chi è quest'uomo, col quale bisognerà stare molto attenti.......” chiede sorridendo Elisabetta.
“É un architetto, adesso lo sai che non mi ricordo il cognome, so dove sta lo studio, ti dico tutto più tardi quando...... ah sì, l'architetto Emiliano Favario, ha lo studio in via Taranto 55”
“ Va bene, vuol dire che prenderò un appuntamento, ma guarda che se lo faccio lo faccio per te, perché ti vedo in questo stato e non so nemmeno io che cosa bisogna fare per aiutarti... vuol dire che farò come dici tu... cercherò le parole giuste per vedere un po' che cosa deve essere successo...io... l'investigatrice non l' ho mai fatta... però .. ci posso provare”
“E speriamo bene... che tu trovi il modo....”
“Farò quanto.......mi sarà possibile.....non posso prometterti nulla però.... se non ... il mio impegno …..al massimo”
“E questo mi basta e... mi solleva molto... grazie Elisabetta, grazie, grazie....”
E Gaia si sprofondava in ringraziamenti, felice più che altro di essere riuscita a confidarsi, perché era come se un pesante mattone che le stava piazzato sullo stomaco fosse scivolato via e lei si sentiva leggera come da tanto tempo non aveva provato.
E tornata a casa rivide Leopoldo e lo baciò con grande trasporto e tenerezza e Leopoldo sentì la passione e si riaccese la fiamma dell'amore.
Capitolo sesto
Elisabetta suona al citofono dell’architetto.
Ha preso un appuntamento, sono le 18,30 di un pomeriggio di febbraio, fa freddo, si annuncia, prende l’ascensore e sale allo studio.
In sala d’attesa pensa a quale potrebbe essere la domanda giusta, lei comincerà con il chiedergli un progetto nuovo per dividere meglio ed arredare l’appartamento di Gaia facendo finta che l’appartamento stia per esserle venduto e vedrà come reagisce l’architetto. Se ricorderà qualcosa, allora dovrà lasciarlo parlare poi, chiederà distrattamente se per caso si era già interessato a quell’appartamento e dalla sua risposta cercherà di proseguire, qual’era la soluzione che aveva prospettato, come era rimasto d’accordo, se la signora era rimasta contenta, e così, domande da lontano, insomma dovrà cercare di entrare in qualche modo nell’argomento delicato, insomma benedetta Gaia, l' ha ficcata in un bel pasticcio, ma lei tutto sommato è incuriosita, vuole sapere anche lei questo misterioso architetto come avrebbe fatto a entrare subito nell’argomento scottante se mai ci sia entrato, questo rimane il dubbio da risolvere al più presto, per il bene di Gaia. E lei però si deve sacrificare, andare come un agnello sacrificale dritta dritta in bocca al lupo, se poi ci sarà il lupo questo si dovrà verificare.
Mentre è immersa profondamente in questi intrecci di possibili combinazioni di domande e risposte e possibili sviluppi della situazione, ecco entra l’architetto e Elisabetta si smarrisce per un attimo ma poi riprende saldamente in mano il filo che aveva cominciato a intrecciare con la fantasia, lo tiene a memoria, e incomincia un colloquio in cui lei chiede un progetto per risistemare un appartamento che sta per acquistare da una sua amica, ah, bene, fa l’architetto, sì, però io ho intenzioni serie per ristrutturarlo al più presto, fa lei.
“E quando pensa di stipulare il contratto?”domanda l’architetto che le fa presente che se non è ancora proprietaria gli sembra prematuro comunque questo discorso. E lei pronta replica di voler essere pronta da subito, che vuole avere le idee chiare su come e quando intervenire, e soprattutto vorrebe avere chiarezza sulla possibilità di realizzare un suo progetto, perché l’appartamento così non le piace, lei vorrebbe allargare gli spazi e vorrebbe un ingresso che dia su un salone molto grande allargato alla cucina, l’architetto comincia a guardarla con curiosità, a me piacciono gli spazi grandi subito, appena si entra, la mia idea sarebbe di buttare giù le pareti divisorie e realizzare un grande salone collegato alla cucina, separato dagli ambienti delle stanze da letto, l’architetto è sempre più silenzioso, poi la guarda e le chiede se è sposata.
“Sono separata, prossima al divorzio” risponde Elisabetta inanellando un’altra bugia al castello che ha cominciato a tirare su.. Si accorge che l’architetto comincia a fissarla con maggiore curiosità e ci tiene allora a raccontare qualcosa del suo matrimonio, della difficoltà di rapporto col suo ex marito, si inventa un Gabriele, e mentre ne parla pensa all’arcangelo Gabriele divertita , certo ci vorrebbe qualche misteriosa annunciazione e chissà che la sua bugia non sia propizia, l’architetto si ricorda di aver già trattato di quell’appartamento, si ricorda tranquillamente di un colloquio avuto probabilmente con la sua amica che glielo sta vendendo, lei risponde che tutto è possibile, l’architetto la guarda profondamente negli occhi e le dice che i suoi occhi le sembrano due fari abbaglianti, Elisabetta si confonde si impappina e sente qualcosa nelle gambe, comincia ad avere un piccolo disturbo alla gamba sinistra, si comincia a massaggiare involontariamente ed inavvertitamente la coscia sinistra, l’architetto le guarda le gambe e dice che ha delle belle gambe, e qui Elisabetta sente forte l’attacco, ma dentro di sé si dichiara pronta a tutto ma che non deve cedere in alcun modo alle sue lusinghe.
E allora con fare indifferente fa.:“ Se lo dice lei, che è un architetto, ci posso credere!” e scoppia in una risata e anche l’architetto ride e risponde pronto: “Sostengo l’affermazione anche da un punto di vista professionale, debbo dire che si tratta di una struttura estremamente gradevole, diciamo da un punto di vista paesaggistico!.”
“Speriamo che ora non ci aggiunga anche archeologico!” pensa Elisabetta che comincia a rendersi conto che la situazione sta sfuggendole di mano. Ora anche la gamba destra ha bisogno di un massaggio, e comunque lei dovrebbe fare qualche domanda, ma è invece l’architetto che le chiede inaspettatamente:“ E allora è stata la sua amica ad indirizzarla da me?”
“Certo,mi ha detto che anche lei gli aveva esposto questo progetto ma che poi avete avuto solo un colloquio e che….”
“Si, ora ricordo, però debbo dire con tutta franchezza che il colloquio con lei si prospetta molto più interessante, dal momento che lei mi sembra ben intenzionata…”
“Ah, certamente , architetto, io voglio realizzare questo progetto al più presto!”
“E allora dovrebbe procurarmi la piantina, in modo che…”
“Ecco la piantina” Elisabetta tira fuori dalla borsa la piantina, l’aveva previsto ed è pronta.
L’architetto stende la piantina sul tavolo, gli dà un’occhiata furtiva, poi le attacca gli occhi addosso e le chiede se gradisce un aperitivo o se vuole il the. Lei gradisce un aperitivo e dopo pochi minuti ecco un cameriere che porta un vassoio con salatini di ogni tipo e due aperitivi.
“Non c’è che dire, è proprio un bel tipo, questo mi salta subito addosso, e che devo fare, io provo a resistergli, ma non so quanto reggo” pensa Elisabetta mentre sorseggia l’aperitivo e l’architetto sfacciatamente le chiede se gradisce un’oliva e lei ingenua dice di sì e l’architetto allora prende un’oliva con lo stuzzicadenti e gliela appoggia sulle labbra, e lei la gradisce, perché no, in fondo un’oliva rimane un’oliva, ma poi l’architetto ci ha preso gusto ad imboccarla, le chiede se vuole anche un salatino e la stessa storia, e poi una fetta di salame e andiamo avanti, Elisabetta è sempre più sensibile allo sfacciato corteggiamento o meglio al preludio amoroso, anche perché questo sembra essere un buon risultato per la sua indagine, comunque non deve cedere, l’architetto allunga una mano sulla sua spalla e comincia a carezzarle i capelli, Elisabetta lascia fare sempre con l’intenzione di resistere e quando l’architetto si avvicina per baciarla si ritrae di scatto ma poi ci ripensa e passa alla controffensiva amorosa, ma perché deve resistere, ormai è chiaro tutto, ora può lasciarsi andare tranquillamente e il bacio suggella l’incontro, il progetto di Elisabetta ora si concretizza, comincia a mugugnare soddisfatta, l’architetto dice qualche parola ma va al sodo, Elisabetta cede tranquilla, ha fatto il massimo del suo dovere, non si poteva pretendere di più da lei, quell’architetto è proprio un bel lupo dal quale farsi mangiare, lo comincia a chiamare per nome e anche lui ricambia soddisfatto. Da un tentativo di sommarie informazioni sembra che stia sbocciando un amore. L’indagine sembra peraltro conclusa efficacemente, ma Elisabetta ora comincia a pensare ad altro e non gli interessa assolutamente nulla di quello che dovrebbe riferire, bisognerà vedere se e quando e come riferirà, ora l’incontro è suo e nessuno glielo leva quell’architetto che comincia a gustarselo di santa ragione, e bisognerà vedere chi ci si proverà, non gli interessa più niente dell’amica, delle ragioni per cui era venuta, adesso si rende conto di avere un uomo tra le sue braccia e che non intende in nessun modo lasciarselo portare via, lei lo ha catturato con le sue armi della seduzione, lei lo ha sedotto, altrochè indagini o sommarie informazioni che non gliene importa niente a nessuno, ora a lei l’architetto piace e lei piace a lui, e questo è ciò che sta nel suo cuore.
E comincia a pensare come tenerselo stretto, e comincia a sentire forte il desiderio di rivederlo presto, e allora comincia a fargli sfacciatamente dei complimenti, sulla sua bellezza, e l’architetto resta colpito anche perché è attaccato sul suo terreno, lei afferma che lo ha colpito immediatamente e lui frastornato sembra proprio affondare piacevolmente in questa nuova avventura, le parole giuste, sono quelle le parole giuste che Elisabetta ora ha trovato, sei bello, mi piaci, quanto mi piaci, ecco le parole giuste, vengono su tranquille e pensare che prima di entrare era tanto preoccupata ed ora invece si sente così bene come dopo un bel pranzo arriva un dolce saporito e lei capisce che se lo è meritato, lei si era sacrificata per l’amica, ma ora il dolce se lo prende lei. E sta già pensando al prossimo incontro ma lui la precede e le chiede se vuole passare nel suo appartamento, perché no, fa lei, e si infilano in un appartamento che sta al piano di sotto, e il seguito si lascia al lettore, che deve essersi reso conto che da una volontà ferrea originaria è scaturito qualcosa di completamente diverso che però ora Elisabetta vuole con una volontà superiore.
Capitolo settimo
Gaia non ha avuto risposte da Elisabetta, che sembra sia svanita nel nulla, si è messa in malattia e però sembra che sia scomparsa da tutte le linee, non risponde al telefono e c’è sempre la segreteria, e il cellulare è sempre staccato, comunque Gaia è più tranquilla, anche perché viene la sorella a trovarla come le aveva preannunciato qualche giorno prima, vuole vedere gli effetti della grande pioggia nell’alto Lazio, Gaia la va a prendere alla stazione, è allegra, Fulvia scende dal treno sorridente e le sorelle si abbracciano teneramente e si baciano sulle guance.
Gaia ha sempre sentito l’affetto profondo per la sorella e il piacere di ritrovarsi insieme e si mettono subito in viaggio, Gaia ha portato la macchina e l’ ha lasciata in un parcheggio custodito a qualche centinaio di metri dalla stazione Termini, si infilano in macchina e se ne vanno nella Tuscia, prendono l’autostrada per Civitavecchia, escono all'uscita per Ladispoli.
La campagna appare subito nel suo aspetto di un territorio devastato da un’inondazione. Ancora c’è acqua nei campi, perché il terreno non è in grado di assorbirla, anche se ci sono state molte belle giornate che ne hanno prosciugata una grande quantità.
Fulvia chiede a Gaia se ha informazioni sulle patologie respiratorie di cui i giornali avevano cominciato a riferire, sembra che l’inondazione abbia sconvolto talmente il territorio da arrivare ad alterare in qualche modo le falde acquifere per cui c’era stato un grave allarme per l’inquinamento dell’acqua, perché il territorio era pieno di rifiuti anche tossici , e di seguito un allarme per il conseguente inquinamento dell’atmosfera da particelle inquinanti sciolte nel vapore acqueo.
“Sembra che dopo una diecina di casi, la patologia respiratoria si sia fermata” fa Gaia, che ha seguito le cronache regionali che erano molto allarmate i primi giorni da questa nuova sindrome respiratoria acuta, anche perché non si aveva ben chiara la natura degli agenti inquinanti, si sospettava, che ci fossero molte discariche abusive che avessero contaminato la falda acquifera, però l’allarme grave sembra stia rientrando, l’assenza di nuovi casi è tranquillizzante.
“Oh, finalmente una bella notizia, fa Fulvia, in questo mare di chiacchiere che ci circonda e nel quale restiamo prigionieri, prima le notizie che gettano nel panico più totale, poi il silenzio assoluto, almeno da noi a Milano, prima ci hanno fatto credere che ci fosse una grande e pericolosissima epidemia in via di sviluppo e poi più nessuna notizia, tu almeno sai qualcosa dai telegiornali locali…”
“Anche dalla cronaca locale dei giornali” fa Gaia “ sembra che l’allarme iniziale sia rientrato molto”
“I giornalisti oggi però non sembrano dare molto seguito alle notizie, mi chiedo perché abbiano lanciato un allarme così forte a livello nazionale e poi non si siano minimamente preoccupati di sminuirlo, se non a livello locale….”
“Perché anche il giornalismo sembra che oggi segua la ricerca dell’effetto, l’immagine o la notizia che fa maggiormente colpo, e poi non si preoccupa molto dello sfondo delle notizie, più che dare notizie sembra che i giornalisti vogliano colpire la fantasia degli ascoltatori o dei lettori.……”
“Insomma, sempre più spesso, invece che informazioni ci danno chiacchiere” fa Fulvia.
Si infilano all’interno verso il lago di Bracciano. Vicino al lago ci sono forti gli effetti dell’alluvione, tanti pantani vicino alla strada, loro proseguono comunque tranquille e arrivano ad un imbarcadero.
Si fermano e Fulvia si avvicina ad un pescatore e chiede se possono prendere una barca, quello gli dice di sì, le guarda un poco meravigliato, una barca d’inverno la cercano soltanto i cacciatori per andare ad inquattarsi dentro qualche postazione, due donne che vogliono farsi una gita in barca non capita fuori dell’estate, chiede se sono pratiche, Fulvia gli dice di sì e il pescatore le fa salire su una barchetta e si infilano nel lago.
Fulvia ha cominciato a vogare vigorosa, Gaia, guarda le rive del lago allontanarsi e le viene in mente Lucia dei Promessi Sposi e ridendo lo dice alla sorella: “Sembra che stiamo girando la scena dei Promessi Sposi di Lucia che fa: Addio monti sorgenti….”
“Solo che qui di monti non ce ne sono molti” fa Fulvia che si guarda intorno. Proprio in quel momento un pesce saltella dall’acqua, Fulvia si gira di scatto per guardarlo, la barca si inclina e Gaia scivola e finisce in acqua. Fa molto freddo, Fulvia la tira subito sulla barca, Gaia è intirizzita e se ne sta preoccupata, si ricorda di essere incinta ed ha paura , Fulvia la vede tremante e rientra a riva, dove il pescatore che ha assistito alla scena le soccorre, ha degli asciugamani, Gaia si asciuga un poco, intanto il pescatore accende un fuoco e Gaia si riscalda vicino al fuoco e si asciuga i capelli, sente il piacere del calore che torna, il focolare asciuga rapidamente i suoi vestiti.
Se cercavano qualcosa dall’acqua, se Fulvia era incuriosita dal ciclo dell’acqua e dagli effetti delle precipitazioni, ora l’acqua d’inverno Gaia l’ ha sentita a fondo. Meno male che c’era quel pescatore che gli offre anche un bicchiere di vino rosso e del pane casereccio e loro non fanno complimenti, gli è venuta fame, fanno colazione.
Si rimettono in macchina per la via del ritorno e Fulvia chiede come va, meglio risponde Gaia, intendevo con Leopoldo, dice Fulvia, meglio, molto meglio fa Gaia.
Poche parole sono sufficienti, la grande crisi sembra essere passata, Fulvia poi è riservata e di poche parole, sembra applicare alla lettera il detto : Tra moglie e marito non mettere il dito.
Dopo un poco sono di nuovo a Ladispoli e riprendono l’autostrada Roma Civitavecchia e ritornano di gran lena alla stazione Termini. Fulvia ha il treno. Arrivano puntuali una mezzora prima della partenza prevista. Fulvia vorrebbe vedere Leopoldo ma non si fa in tempo, le sorelle si abbracciano e si salutano con calore e Gaia riprende la macchina e torna a casa.
Si fa un bel bagno caldo, si rilassa e ascolta la radio che trasmette della musica. Ha avuto una gran paura, ora dovrà controllarsi, però sente che non dovrebbe aver avuto grossi problemi, in fondo è uscita subito dall'acqua, anche se per asciugarsi bene poi gli ci è voluto un poco. Però quel pescatore sembrava che l'avesse mandato qualcuno lì apposta per soccorrerle, subito aveva degli asciugamani e poi ha acceso un bel fuoco e lei si è asciugata abbastanza bene, anche se l'acqua era molto fredda e lei era zuppa. Ora è finito l'incubo, Gaia non ha paura, le hanno dato tranquillità sia Fulvia che il pescatore anche se nessuno dei due sapeva qual era il problema.
Si sente tranquilla, si sente bene, vorrebbe avere notizie da Elisabetta, ma visto che è difficile, non si preoccupa, prima o poi la vedrà a scuola e le dirà qualcosa e comunque sente che lei sta riprendendo un poco di tranquillità. Va in cucina, accende la televisione, il telegiornale da qualche notizia sulla guerra, poi comincia una soapopera che ha visto qualche volta ma che trova stupida, spegne la tivu e riaccende la radio. Chissà a che ora tornerà Leopoldo, ora che ha ripreso a lavorare e poi sta spesso in Comunità, fa comunque tardi, lei lo vorrebbe aspettare, ma verso le 20,30 Leopoldo le telefona e le dice che ha impegni con la Comunità e che non torna per la cena, le dice anche di non aspettarlo alzata che probabilmente tornerà a notte fonda.
Gaia si mette a leggere, ha iniziato un nuovo libro, si infila a letto con la voglia di leggere almeno un capitolo, ma dopo poche righe gli occhi cominciano a traballare sulle parole, arriva un sonno beato e Gaia lascia la luce del comodino accesa e scende con Morfeo nel regno dei sogni. A notte fonda rientra Leopoldo, le spegne la luce, e lei non si sveglia, è addormentata così beatamente che Leopoldo si può tranquillamente sistemare per la notte , ma comunque se ne va a dormire in un altro letto per non disturbarla.
Capitolo ottavo
La mattina dopo però è Gaia che si sveglia presto e non fa rumore, capisce che Leopoldo è tornato tardi e cerca di non svegliarlo, ma lui si sveglia comunque presto perché ha messo la sveglia prende il caffè e la saluta lei lo guarda e vorrebbe sorridergli, lui la guarda e vorrebbe fermarsi, ma vanno tutti e due di corsa, non c'è tempo per scambiare mezza parola, Gaia non ha ancora capito se hanno davvero fatto pace, però è tranquilla, prima o poi tutto si sistema al meglio, sente che la via va facendosi più piana e scorrevole. E si infila sul pullman e si mette a leggere il nuovo libro, Padri e figli di Turgheniev; che sente che è un romanzo avvincente e coinvolgente, però lei rimane distaccata, legge quasi meccanicamente e la storia non la sente vicina, sarà che la storia si svolge in Russia e in tempi lontani, comunque Gaia legge come se stesse lavorando, meccanicamente, per passare il tempo degli intervalli della giornata.
Leopoldo fa un paio di clienti, riesce ad avere un bell'ordine e allora se ne va in giro dai suoi barboni.
Vicino a piazza Barberini, all’angolo di via XX Settembre, c’è Hasani insieme ad un suo amico anche lui marocchino, di nome Kato, è molto alto, oltre i due metri, e magro, si capisce che c’è un forte squilibrio tra la sua altezza ed il peso corporeo, ha i capelli ricci e corti, un naso allargato all’attaccatura e affilato e un sorriso aperto che mostra una dentatura bianca sgargiante pronta lì apposta per la pubblicità di qualche marca di dentifricio, ma quello che colpisce in lui sono le scarpe, dovrebbero essere un 54 o un 56, sono due scarpe da ginnastica enormi che sembrano pronte ad occupare tutta la piazza vicina e che comunque fanno pensare che ci sono due piedi giganteschi in linea con tutta la struttura, Kato è proprio un gigante anche se la sua magrezza fa pensare al rachitismo, però tutto sommato è abbastanza armonica la sua magrezza ed il pensiero di una patologia viene subito ricacciato via dall’aspetto sano e fiorente in generale.
Leopoldo gli fa qualche domanda, Kato è arrivato da qualche mese e non parla bene l’italiano come Hasani, però lo capisce e risponde con un miscuglio di parole italiane e marocchine e soprattutto di gesti per cui Leopoldo capisce benissimo, è arrivato con una nave di disperati che ha fatto storia, più della metà sono morti nel tragitto, erano partiti dalle coste libiche, ma la barca aveva già in partenza i segni della rovina cui andava incontro, però Kato è salito e si è imbarcato, ci aveva messo nell’avventura già 5000 dollari, sì circa dieci milioni di vecchie lire, per imbarcarsi su un relitto e rischiare la morte in mare, morte che è arrivata per quasi cento degli imbarcati, mancava tutto, l’acqua da bere soprattutto, molti hanno cominciato a bere l’acqua marina e alcuni sono letteralmente impazziti, poi è arrivato il mare mosso che si è mangiato la barca, lui è rimasto in acqua per più di due giorni e alla fine è stato tratto in salvo da un’imbarcazione di pescatori, della sua barca si è parlato per 3 giorni e poi tutti se ne sono dimenticati perché è arrivato un altro naufragio a distogliere l’attenzione. Kato ha perso la moglie e il figlio in quell’avventura, non ne sono stati ritrovati neanche i corpi , e lui lo dice come se il dolore fosse passato completamente, non c’è spazio per un dolore così grande nell’animo umano, ad un certo punto si diventa necessariamente indifferenti al dolore, altrimenti non basterebbero le lacrime dell’oceano e anche un gigante come lui si scioglierebbe in pochissimo tempo, per questo arriva l’inaridimento degli occhi, lo sguardo si incattivisce e insieme si ingentilisce, Kato parla come se la vicenda non sia la sua famiglia che è andata perduta, proprio la parola giusta, perduta, chè non si ritrova nulla, no, lui ne parla come se la cosa riguardi tutti gli altri, insieme, il mare tocca tutti e lambisce tutte le terre, la disgrazia marina non può riguardare solo lui, riguarda tutti quelli che si affacciano su quel mare e anche quelli che si affacciano sull’oceano che quel mare forma.
Leopoldo invece si intristice a ripensare a quella sciagura, egli non riesce a rimanere insensibile di fronte alle scomparse, oddio ricorda che quando dettero la notizia in televisione lui cercò di difendersi con un po’ di cinismo, però adesso che capisce che la moglie ed il figlio di quest’uomo, che glielo ha appena raccontato, sono rimasti sperduti nel mare, e che lui non potrà nemmeno piangerne i corpi, che non sono stati restituiti dai flutti, sente forte il dolore e capisce il discorso di Kato, il dolore lo debbono provare gli altri, lui non ha più lagrime da versare, non ha più lamenti da far sentire, sono gli altri che debbono restare colpiti e piangere semmai. Leopoldo non piange però sente forte la voglia, capisce di essere un uomo fortunato perché a lui nessun mare è venuto a prendere la moglie e figli da perdere al momento non ne ha, si commuove comunque al pensiero della sua fortuna e della sventura di Kato, gli chiede se può fare qualche cosa per aiutarlo, se si sente ben assistito dalla Comunità, al che un grande, enorme sorriso si affaccia sul volto dell’altro, che gli dice tanto tanto bene della Comunità, loro sì che lo hanno aiutato, gli hanno dato da mangiare quando lui lo ha chiesto, da bere ogni volta che ne aveva bisogno, lo hanno rivestito, anche quelle belle scarpe grandi gli hanno dato, e poi gli hanno trovato anche un piccolo impegno artigianale presso un’impresa edile che si occupa di ristrutturazioni di appartamenti dove Kato lavora da diversi giorni come pittore edile.
Poi Kato cambia discorso e ritorna ai suoi famigliari, ai suoi morti, lui sorridendo dice che di notte ogni tanto parla con la moglie e con il figlio, che lo vengono a trovare lì dove lui si è trovato un buco un po’ riparato per dormire, con la moglie scambia parole affettuose, il figlio lo cerca perché vuole sempre sapere qualcosa, quale sarà il suo futuro, e qui Kato si commuove, in fondo il futuro ci aspetta sempre da qualche parte, io ora non so cosa dirgli, non so se sarà un animale o la foglia di una pianta od un fiore, qualcosa ci sarà per lui e lui me lo dirà presto.
Briciole, pensa Leopoldo, noi siamo sempre in cerca di briciole buone in un universo che ci circonda tante volte con dei cibi amari e che marciscono e diventano cattivi, Kato colpito così duramente trova il coraggio di cercare le briciole nelle sue piccole certezze, e scopre così un dialogo vivo con i suoi morti, e si consola e mangia questo cibo di parole misteriose di conforto che gli infondono un coraggio da leone.
Leopoldo ha portato dei panini e tutti e tre si mettono di buona lena a mangiare, è ora di pranzo, ci sono dei panini con il prosciutto cotto ed altri con pomodoro e mozzarella, Kato e Hasani preferiscono questi ultimi, la mozzarella ha sempre un fascino perché rimane una gloria italica o meglio del basso Lazio e dell’alta Campania, il prosciutto cotto se lo sorbisce Leopoldo, innaffiano con del vino bianco che fa parte anch’esso del pacchetto cibo. Poi Hasani tira fuori una sigaretta e comincia a fumarsela e poi la passa a Kato che aspira voluttuosamente e allora anche Leopoldo fa qualche tiro e si sente sballare un pochino, ma non troppo, ormai sono diversi giorni che fa qualche tiro e diciamo che si è abituato e non gli fa poi molto effetto.
Dagli uffici sparsi un po da tutte le parti intorno a Piazza Barberini escono a frotte gli impiegati che si infilano negli snack, qualcuno va al ristorantino che fa menù a prezzo fisso, altri, vanno al bar, sciamano e ronzano e ciarlano è una specie di alveare umano che si forma improvviso e che si disperde altrettanto improvvisamente nei diversi locali.
Leopoldo si infila nel metrò e se ne torna a casa.
Capitolo nono
L’arrivo della primavera anticipò un poco rispetto al calendario, si può dire che arrivò in anticipo di qualche giorno, già nella prima decade di marzo le gemme si cominciarono a schiudere e gli alberi presentarono al mondo la loro fioritura e gli uccelli cominciarono a disegnare magnifiche figure nel cielo prima che l’ora solare e l’ora legale effettivamente fossero cambiate in tutti gli orologi, anticiparono quel calendario ufficiale che per consuetudine da tanti anni fa coincidere il cambio dell’orario con il cambio della stagione alla fine di marzo. Anche gli alberi più antichi, quelli che avevano visto passare tante generazioni, sembravano rigogliosi e fiorenti e mostravano orgogliosi il loro fusto e la loro chioma come giovani in cerca d’amore.
E gli uomini e le donne delle città e delle campagne, se si poteva ancora cercare una distinzione tra la città e la campagna, e da qualche parte c’era, nelle abitudini degli uomini forse accentuata, anche gli uomini e le donne sentirono il canto della primavera e ne rimasero affascinati e cercarono anche loro, sebbene tra i viventi fossero i più restii ad assecondare madre natura, il piacere della nuova stagione. E si misero in attesa dei frutti copiosi, come se vivessero ancora un’età dell’oro, in cui la Terra feconda elargiva spontaneamente frutti in grande abbondanza e senza ostacolo alcuno, come raccontano gli antichi poeti.
E una voglia di pace e di prosperità sembrava diffondersi insieme ai primi calori, e c’era un ritorno dello sventolio delle bandiere della pace, e insieme alle manifestazioni arrivò anche la prima voglia di vacanze, legittima aspettativa per chi lavora e insieme desiderio di tutti, voglia di mare, cominciò dai primi di marzo quell’anno coi primi tepori che si trasformarono presto in prime giornate di calura, il mare si era scaldato dicevano in molti e cominciò a muoversi verso il mare la città della domenica.
Per Gaia cominciò ad esserci qualche piccolo problema, iniziò a pensare che presto si sarebbe dovuta scoprire, andare al mare significava esporsi al sole ma anche agli sguardi curiosi degli altri, avrebbe potuto dire i primi tempi che era un pochino ingrassata, ma qualcuno avrebbe guardato incuriosito il suo ventre che oramai senza pudore segnalava la presenza cara di una dolce attesa, e lei prese a chiedersi come doveva fare, ora non poteva portare avanti il segreto, prima o poi si sarebbe svelato da solo e lei avrebbe dovuto spiegare il perché lo aveva tenuto nascosto fino ad allora, ora siamo al quarto mese che se ne va verso il quinto, i vestiti invernali hanno coperto tranquillamente tutto, ora però i primi caldi portano a scoprirsi e si scoprono anche i piccoli e i grandi segreti sotto i vestiti, la difficoltà di Gaia è che non ha mai finora affrontato seriamente il problema, non ne ha parlato con nessuno se non con Elisabetta, che peraltro non gli ha ancora detto nulla se ha affrontato la questione o meno con l’architetto, Gaia comincia a sentire che non è questo il problema, il vero nocciolo della questione sta nella accettazione della realtà, lei vuole che gli altri non le pongano problemi di nessuna natura e per questo si è tenuta il suo segreto, ora però capisce che gli altri, o almeno Leopoldo devono essere messi a conoscenza al più presto della sua gravidanza, se ne accorgeranno comunque, e allora scoppierà qualche serio problema, questo segreto è una vera e propria tortura, finora Gaia non se ne era accorta, non ci aveva proprio pensato, ora si rende conto che la situazione va avanti da sola e che le è sfuggita completamente di mano.
Finora nascosto a tutti, c’è un clandestino a bordo di Gaia, lei sorride al pensiero, si sente una nave che riesce a trasportare un piccolo clandestino, ma come farà a sfuggire ai controlli che d’ora in avanti saranno sempre più serrati, ci saranno posti di blocco in ogni momento della sua giornata e da tutte le parti, occhi pronti a spiare e ad ispezionare ogni centimetro, figuriamoci i centimetri cubici se passeranno inosservati, bisogna resistere pensa lei, ma si sente avvilita e già si sente esaminata da una polizia sempre più in agguato, sempre pronta a scoprirla, lei e il clandestino.
Non posso resistere tanto a lungo, si dice Gaia, che tuttavia non è entrata nel pieno della preoccupazione, l’orgoglio di questa grande lotta che ora si è prefigurata l’ ha messa con l’animo predisposto a lottare ancora, pensa di poter resistere, però all’improvviso le arriva una voce da dentro che le sussurra “ velato nascosto il tuo segreto sarà…. scoperto svelato rivelato ” e allora Gaia capisce che non può andare oltre, che il segreto è finito, che la voce è la sua voce che le dice la verità, insomma bisogna che venga al più presto allo scoperto e che trovi il modo di venirci.
Il modo, questo è il problema. Come si fa a parlare con Leopoldo e dirgli, vedi Leopoldo caro, aspettiamo un bimbo, sono al quinto mese, e chissà che succede questa volta, è capace che si arrabbia sul serio, stavolta il rischio di una rottura è grosso.
Ma perché non glielo ha detto prima? E gira che ti rigira, Gaia si ricorda il litigio, i mesi trascorsi, il giro a Lenola, il dubbio sull’architetto, e insomma come faceva a dirglielo se voleva risolvere tutti i problemi, anche le sue atroci questioni letterarie, voleva trovare una soluzione a tutto e a tutto insieme ed eccola ora, non ha risolto gran che, si è posta tanti problemi ma non si è preoccupata di dire a Leopoldo che era incinta.
E ricorda le sue crisi, tutte le difficoltà che ha avuto, le parole di Fulvia, il dottore, le crisi di panico, le paure, e ricorda come è finita nell’acqua del lago. Il suo segreto è rimasto sempre riparato da tutto.
Ora non si può più aspettare oltre, bisogna trovare il coraggio delle parole giuste, glielo deve dire in ogni caso a Leopoldo, succeda quel che deve succedere, se si sentirà offeso farà quel che crede, lei non può aspettare oltre.
E si mette in cucina ad aspettare il suo rientro per parlare.
Capitolo decimo
Leopoldo torna a casa di buon umore, si mette a chiacchierare con vivacità della sua giornata, lei lo ascolta tranquillizzata, però lui continua a raccontare, non lo si può interrompere , sembra un fiume in piena e si accende una sigaretta con noncuranza, lei lo guarda un pochino meravigliata, sente un aroma forte della sigaretta, e dire che Leopoldo non fumava, guarda un poco che ha preso il vizio, Leopoldo però si è acceso una sigaretta di quelle che gli ha dato Hasani, una di quelle che si passano per fare le tirate e darsi un po’ di sbornia, lei pensa che sia una sigaretta normale, lui sa benissimo che è una canna, però fa finta di niente . Gli prende subito uno slancio , uno slancio amoroso e la prende e l’abbraccia, ma c’è qualcosa di strano, Leopoldo comincia ad avere strane emozioni, anche allucinazioni, e pensa di trovarsi insieme ad Aneke e scambia la moglie per Aneke e la chiama Aneke e lei dapprima non capisce, poi sente questa parola strana e dice fra sé:“ Chissà che cosa vorrà dire? Mah, sarà una parola magica, certo che lui la dice con trasporto, deve essere un rituale…..”
E glielo chiede incuriosita e sorridendo:“ Ma che vuol dire Aneke?”
E lui insiste “ Aneke, Aneke…” e sospira come di piacere ogni volta che lo dice, e lei sempre più perplessa, però contenta, alla fine dell’amplesso prende il coraggio a quattro mani e glielo dice, aspettiamo un figlio, sono incinta.
Leopoldo sbianca in volto, comincia a sudare freddo e comincia a ripetere meccanicamente tra sé e sé: “ E adesso, chi glielo racconta, chi glielo dice a mia moglie, che ho messa incinta Aneke”, il tutto brontolato in una lamentela incomprensibile, però lei lo vede sbiancare e si preoccupa, ora che faccio, pare che si sente male mah forse la cosa migliore è preparargli un caffè, lei prepara il caffè, lui piano piano esce dalla bambola della sigaretta, lei gli chiede come si sente, lui dice che ha fumato troppo, la macchinetta napoletana gorgoglia, lei si alza e spegne il gas e mette il caffè nella tazzina con un cucchiaino di zucchero, e glielo porta e lui esce del tutto dalla bambola e riconosce la moglie e allora prima rimane come sorpreso, poi comincia ad esultare per lo scampato pericolo, non era Aneke che era rimasta incinta , evviva, gioisce per la lieta novella, e allora chiede alla moglie di ripetergli quello che gli ha detto.
“Perché adesso sono più lucido e posso capire meglio…..la nebbia del fumo si è diradata….”
Lei glielo ripete tranquillizzata e lui esulta e improvvisa una danza marocchina, e lei gli chiede:“Ma che vuol dire Aneke?”.
Lui di nuovo sbianca, si ferma perplesso e poi con un’intuizione geniale riprende a saltare gridando:
(Aneke! Aneke!” e spiega che è un grido di esultanza nigeriano che fa parte di un rito propiziatorio delle antiche tribù nigeriane, e continua a danzare sempre più sfrenato, come liberato da un grande peso.
Al che lei gli dice: “Si, vabbè, però magari è meglio se smetti di fumare, che mi pare che non ti faccia troppo bene ”
“Sì, certo, sarei di cattivo esempio per mio figlio è meglio smettere…” fa lui pienamente d’accordo, tranquillo ora del tutto.
E così, da una parte e dall’altra finiscono gli incubi, i tormentoni, Gaia che si era preoccupata tanto di tutto ora deve preoccuparsi solo di portare avanti bene la gravidanza e scelgono insieme il ginecologo, Leopoldo è contento come una Pasqua e si preoccupa molto per le condizioni della moglie, l’accompagna dal dottore e si lascia facilmente convincere a seguire insieme alla moglie un corso per la preparazione al parto, e fanno insieme la ginnastica e le giornate scorrono tranquille, Gaia ha dimenticato tutte le sue ansie e racconta sorridendo a Fulvia tutti i progressi che sta facendo insieme con Leopoldo.
Finisce l’anno scolastico e si prendono una vacanza e se ne vanno quindici giorni in un piccolo bungalow in un agriturismo in provincia di Lecce sui laghi costieri di Alimini. Leopoldo era un pochino preoccupato della lunghezza del viaggio, ma Gaia lo ha tranquillizzato, e poi ha dormito beatamente per tutto il viaggio.
Arrivano così tranquillamente e il posto piace molto a Gaia, questi laghi costieri creano un panorama singolare, stai sul lago e ti sembra di essere sul mare, sono laghi praticamente marini, l’acqua che li alimenta arriva perlopiù dal mare, ci sono delle chiuse che vengono aperte per far rifluire poi l’acqua dal lago al mare, ma la bellezza del paesaggio che li circonda li fa sentire subito a loro agio. Il mare poi è quasi sempre molto calmo, e vicine ci sono sia Lecce che Brindisi, due città stupende che loro hanno intenzione di visitare. Però li prende subito una particolare pigrizia, stanno qualche ora al mare, fermi a guardare l’orizzonte e le ancora poche persone in giro sulla spiaggia, e poi trascorrono molto tempo nel bungalow, e fuori del bungalow a chiacchierare con un’altra coppia che viene da Bologna, è una coppia che ha un figlio di dodici anni che se ne sta sempre al mare e che cerca di fare la pesca subacquea, il fatto è che non ci sono posti scogliosi nelle immediate vicinanze, per cui ogni tanto torna con qualche paguro e con qualche conchiglia, ma non trova molto.
Il piacere più grande di Leopoldo è quello di poggiare il capo sul ventre di Gaia e di ascoltare i rumoretti che il nascituro ha cominciato a fare, si fa sentire, e Leopoldo appoggia l’orecchio e ascolta beato, Gaia sta tranquilla in posizione di matrona e ogni tanto dice che gli sembra di essere una mater matuta, al che ridono tutti e due di gusto. Diciamo che la maggior parte della vacanza Leopoldo la passa in posizione di ascolto, e Gaia spaparanzata per permettere gli auscultamenti.
Il sole quando vanno al mare lo prendono la mattina fino alle 11, poi si ritirano. Quasi tutti i giorni si infilano nel ristorantino dell’agriturismo, dove Leopoldo non manca mai di assaggiare le specialità locali, lei sta molto attenta a non esagerare, ma assaggia anche lei, sono circondati dalle attenzioni del gestore dell’agriturismo che sa di poter scherzare un poco con Leopoldo ma che tratta Gaia come un’antica divinità della Magna Grecia. Il vino è particolarmente forte e Leopoldo lo conosce e gli piace molto, ma non esagera, sembra aver imparato la lezione che non bisogna esagerare. Subito dopo mangiato se ne vanno a riposare nel bungalow che è accogliente e fresco. La sera vanno sugli scogli al mare, a vedere i pescatori che tentano la fortuna serale.
E così passano le giornate, senza particolari impegni, beatamente a riposarsi, non esagerano con il sole, ma in pochi giorni sono abbronzati, perché il sole da quelle parti è più forte, forse è più ricco, fatto sta che anche nelle ore mattutine abbronza e parecchio. È piacevole anche la compagnia della coppia vicina, sono simpatici e gentili e pieni di attenzioni per Gaia ma anche per Leopoldo, loro tra l’altro non pretendono di insegnare nulla e confessano che il figlio non gli darebbe poi nessun problema, se non se ne inventassero loro qualcuno di tanto in tanto, va bene a scuola, è un piccolo campione nello sport, sa nuotare, conosce l’inglese, però non sa fare attenzione e non sa guardare bene i paesaggi dice il padre e la madre lo rincalza e dice che spesso è distratto, Leopoldo dice che è normale per la sua età, l’adolescenza lui la ricorda come momento in cui stava spesso con la testa tra le nuvole, ma loro dicono che i tempi cambiano in fretta, adesso un ragazzo di dodici anni potrebbe essere paragonato ad un diciottenne di 30 anni prima, Leopoldo insiste nel dire che a dodici anni si è ancora nel pieno dell’adolescenza, loro dicono che oggi con i computer ed i telefonini i ragazzi maturano più in fretta. Alla fine della vacanza discutono ancora sul punto, Gaia che in fondo sarebbe la più esperta non si è pronunciata, troppo immersa spesso nel dolce far niente, quando le chiedono il suo parere dice che per lei hanno ragione sia loro che Leopoldo e così fa contenti tutti salomonicamente. Peraltro il giovanotto di cui si discuteva, ogni tanto compariva e diceva che i suoi vecchi non capivano molte cose e che Leopoldo e Gaia li dovevano scusare perché erano un po’ troppo all’antica e lui li chiamava i trogloditi e loro lo chiamavano il giovane marziano perché dicevano che lui voleva fare a tutti i costi l’extraterrestre e loro ogni tanto cercavano di ricordargli che stava sulla terra, ma lui si sentiva un extraterrestre e ignorava i loro consigli. Così giocavano tra loro, i trogloditi da una parte e il marziano dall’altra, e facevano un poco di spettacolo per Gaia e Leopoldo, che ogni tanto concedevano qualche piccolo ma significativo applauso.
Al ritorno a Roma arriva Fulvia di passaggio, sta andando in vacanza in Calabria e passa a trovare la sorella , con tutta la famiglia hanno in programma di fermarsi solo a pranzo poi stanno tutto il pomeriggio a chiacchierare, le due sorelle si mettono insieme da una parte, i mariti e i figlioli di Fulvia in un’altra, Fulvia fa le sue raccomandazioni Gaia l’ascolta sorniona, non ha molte preoccupazioni ora il momento del parto si sta avvicinando e lei sta benone, e si vede, tutti glielo dicono, sembra quasi che questa gravidanza sia arrivata al momento migliore, perché lei l’ ha portata avanti con grande serenità e il volto e gli occhi si sono illuminati. Gaia svela alla sorella che sarà una femmina, alla fine si è decisa dietro le insistenze di Leopoldo a fare un’ecografia approfondita, oh che meraviglia le fa la sorella, adesso sì che potrai dire di stare in maggioranza, non come me che bene o male rimango sempre in minoranza, ma dai che tu stai meglio, sei l’unica donna e tutti intorno a te fa Gaia, eh sì sembra facile ma poi ti ritrovi nel partito dei maschietti e manco te ne accorgi, ragioni per forza come loro, ti coinvolgono in tutto, anche nei loro discorsi sulla sessualità bisogna fare il maschiaccio per forza altroché venerazione per l’unica donna, ma dai fa Gaia, lo sanno tutti che ti adorano come una dea dell’Olimpo, ehi addirittura fa la sorella, e quale divinità ti hanno detto, ma questo ancora non me l’ hanno detto, peccato perché ero curiosa fa Fulvia.
Capitolo undicesimo
Il giorno in cui venne al mondo la piccola Lucia faceva molto caldo, ma Leopoldo aveva sentito freddo mentre aspettava fuori della sala parto, non era voluto entrare nella partecipazione al parto del marito , cosa che gli avevano chiesto e molti gli avevano raccomandato, ma lui rimaneva dell’idea che lui sarebbe stato come un salame e magari sarebbe stato un bell’impiccio per qualunque situazione. Per cui preferì rimanere fuori in attesa. Il fatto che avesse smesso definitivamente ogni attività fumatoria dopo che i fumi gli avevano dato alla testa come i lettori attenti avranno avuto modo di sapere si rivelò un piccolo problema, perché lui aveva imparato a fare tante cose per distrarsi quando era in qualche modo impegnato in un’attesa, contava fino a mille senza problemi, però quella volta l’attesa si prolungava, aveva contato troppo in fretta e allora ricominciò con maggior misura e lentezza, diceva i numeri tutti quanti e arrivato ad ottocentonovantasette, uscì di fretta un’infermiera dalla sala parto, e lui le chiese come andava, e quella di rimando disse che quello ce l’aveva storta quella mattina, chi quello, fece preoccupato Leopoldo, il primario, fece lei sorpresa, poi lo guardò e gli chiese che cosa stava aspettando e lui gli disse che la moglie stava partorendo, e l’infermiera gli chiese allora con molto garbo chi era la moglie perché ce ne erano due dentro e lui descrisse Gaia accennando alla vestaglia che portava, al che l'infermiera gli disse che la vestaglia l'avevano levata a tutte e due, e poi gli chiese scusa ma doveva andare di corsa, e Leopoldo cominciò ad avere freddo e a preoccuparsi.
Però dopo pochi minuti uscì una dottoressa e gli chiese se lui era il marito della signora e lui precisò che sua moglie si chiamava Gaia, appunto, lei è diventato papà, e dopo qualche minuto gli fecero vedere la piccola Lucia.
Cominciò allora il gioco della somiglianza: È lo stesso gioco che si fa da secoli quando nasce un bambino. Tutti si impegnano al massimo e si sforzano di trovare in che cosa il piccolo somiglia ai genitori, e se proprio non ci riescono allora ai nonni, e se anche questo è difficile allora agli zii, ma in genere il gioco migliore è quello di esprimere se somiglia di più al padre o alla madre.
Dopo la prima tornata, cioè praticamente alla fine del primo giorno di vita della piccola Lucia, la situazione era abbastanza in parità, sebbene sembrasse inizialmente volgere decisamente a favore di Leopoldo. La prima giornata però era troppo poco indicativa perché influenzata dalle emozioni, vedere per la prima volta un bambino piccolo dà sempre un’emozione per cui i giudizi sarebbero stati più completi e giustificati nei giorni successivi.
In cui si confermò però la sostanziale parità tra i genitori. C’era poi una piccola parte che trovava le rassomiglianze con i genitori di Gaia e portava le loro fotografie per far vedere l’attaccatura del naso, o la fronte spaziosa o la conformazione del collo o quella della nuca o la boccuccia o gli occhietti. Questa però rimase una minoranza anche perché la somiglianza era con le fotografie e si sa che le fotografie colgono l’attimo di luce di una persona ma non possono essere pienamente attendibili rispetto a tutti i particolari.
Cominciò così come per tutti i bambini la vita della piccola Lucia, che comunque era circondata e protetta dall’affetto dei genitori.
E glielo chiede incuriosita e sorridendo:“ Ma che vuol dire Aneke?”
E lui insiste “ Aneke, Aneke…” e sospira come di piacere ogni volta che lo dice, e lei sempre più perplessa, però contenta, alla fine dell’amplesso prende il coraggio a quattro mani e glielo dice, aspettiamo un figlio, sono incinta.
Leopoldo sbianca in volto, comincia a sudare freddo e comincia a ripetere meccanicamente tra sé e sé: “ E adesso, chi glielo racconta, chi glielo dice a mia moglie, che ho messa incinta Aneke”, il tutto brontolato in una lamentela incomprensibile, però lei lo vede sbiancare e si preoccupa, ora che faccio, pare che si sente male mah forse la cosa migliore è preparargli un caffè, lei prepara il caffè, lui piano piano esce dalla bambola della sigaretta, lei gli chiede come si sente, lui dice che ha fumato troppo, la macchinetta napoletana gorgoglia, lei si alza e spegne il gas e mette il caffè nella tazzina con un cucchiaino di zucchero, e glielo porta e lui esce del tutto dalla bambola e riconosce la moglie e allora prima rimane come sorpreso, poi comincia ad esultare per lo scampato pericolo, non era Aneke che era rimasta incinta , evviva, gioisce per la lieta novella, e allora chiede alla moglie di ripetergli quello che gli ha detto.
“Perché adesso sono più lucido e posso capire meglio…..la nebbia del fumo si è diradata….”
Lei glielo ripete tranquillizzata e lui esulta e improvvisa una danza marocchina, e lei gli chiede:“Ma che vuol dire Aneke?”.
Lui di nuovo sbianca, si ferma perplesso e poi con un’intuizione geniale riprende a saltare gridando:
(Aneke! Aneke!” e spiega che è un grido di esultanza nigeriano che fa parte di un rito propiziatorio delle antiche tribù nigeriane, e continua a danzare sempre più sfrenato, come liberato da un grande peso.
Al che lei gli dice: “Si, vabbè, però magari è meglio se smetti di fumare, che mi pare che non ti faccia troppo bene ”
“Sì, certo, sarei di cattivo esempio per mio figlio è meglio smettere…” fa lui pienamente d’accordo, tranquillo ora del tutto.
E così, da una parte e dall’altra finiscono gli incubi, i tormentoni, Gaia che si era preoccupata tanto di tutto ora deve preoccuparsi solo di portare avanti bene la gravidanza e scelgono insieme il ginecologo, Leopoldo è contento come una Pasqua e si preoccupa molto per le condizioni della moglie, l’accompagna dal dottore e si lascia facilmente convincere a seguire insieme alla moglie un corso per la preparazione al parto, e fanno insieme la ginnastica e le giornate scorrono tranquille, Gaia ha dimenticato tutte le sue ansie e racconta sorridendo a Fulvia tutti i progressi che sta facendo insieme con Leopoldo.
Finisce l’anno scolastico e si prendono una vacanza e se ne vanno quindici giorni in un piccolo bungalow in un agriturismo in provincia di Lecce sui laghi costieri di Alimini. Leopoldo era un pochino preoccupato della lunghezza del viaggio, ma Gaia lo ha tranquillizzato, e poi ha dormito beatamente per tutto il viaggio.
Arrivano così tranquillamente e il posto piace molto a Gaia, questi laghi costieri creano un panorama singolare, stai sul lago e ti sembra di essere sul mare, sono laghi praticamente marini, l’acqua che li alimenta arriva perlopiù dal mare, ci sono delle chiuse che vengono aperte per far rifluire poi l’acqua dal lago al mare, ma la bellezza del paesaggio che li circonda li fa sentire subito a loro agio. Il mare poi è quasi sempre molto calmo, e vicine ci sono sia Lecce che Brindisi, due città stupende che loro hanno intenzione di visitare. Però li prende subito una particolare pigrizia, stanno qualche ora al mare, fermi a guardare l’orizzonte e le ancora poche persone in giro sulla spiaggia, e poi trascorrono molto tempo nel bungalow, e fuori del bungalow a chiacchierare con un’altra coppia che viene da Bologna, è una coppia che ha un figlio di dodici anni che se ne sta sempre al mare e che cerca di fare la pesca subacquea, il fatto è che non ci sono posti scogliosi nelle immediate vicinanze, per cui ogni tanto torna con qualche paguro e con qualche conchiglia, ma non trova molto.
Il piacere più grande di Leopoldo è quello di poggiare il capo sul ventre di Gaia e di ascoltare i rumoretti che il nascituro ha cominciato a fare, si fa sentire, e Leopoldo appoggia l’orecchio e ascolta beato, Gaia sta tranquilla in posizione di matrona e ogni tanto dice che gli sembra di essere una mater matuta, al che ridono tutti e due di gusto. Diciamo che la maggior parte della vacanza Leopoldo la passa in posizione di ascolto, e Gaia spaparanzata per permettere gli auscultamenti.
Il sole quando vanno al mare lo prendono la mattina fino alle 11, poi si ritirano. Quasi tutti i giorni si infilano nel ristorantino dell’agriturismo, dove Leopoldo non manca mai di assaggiare le specialità locali, lei sta molto attenta a non esagerare, ma assaggia anche lei, sono circondati dalle attenzioni del gestore dell’agriturismo che sa di poter scherzare un poco con Leopoldo ma che tratta Gaia come un’antica divinità della Magna Grecia. Il vino è particolarmente forte e Leopoldo lo conosce e gli piace molto, ma non esagera, sembra aver imparato la lezione che non bisogna esagerare. Subito dopo mangiato se ne vanno a riposare nel bungalow che è accogliente e fresco. La sera vanno sugli scogli al mare, a vedere i pescatori che tentano la fortuna serale.
E così passano le giornate, senza particolari impegni, beatamente a riposarsi, non esagerano con il sole, ma in pochi giorni sono abbronzati, perché il sole da quelle parti è più forte, forse è più ricco, fatto sta che anche nelle ore mattutine abbronza e parecchio. È piacevole anche la compagnia della coppia vicina, sono simpatici e gentili e pieni di attenzioni per Gaia ma anche per Leopoldo, loro tra l’altro non pretendono di insegnare nulla e confessano che il figlio non gli darebbe poi nessun problema, se non se ne inventassero loro qualcuno di tanto in tanto, va bene a scuola, è un piccolo campione nello sport, sa nuotare, conosce l’inglese, però non sa fare attenzione e non sa guardare bene i paesaggi dice il padre e la madre lo rincalza e dice che spesso è distratto, Leopoldo dice che è normale per la sua età, l’adolescenza lui la ricorda come momento in cui stava spesso con la testa tra le nuvole, ma loro dicono che i tempi cambiano in fretta, adesso un ragazzo di dodici anni potrebbe essere paragonato ad un diciottenne di 30 anni prima, Leopoldo insiste nel dire che a dodici anni si è ancora nel pieno dell’adolescenza, loro dicono che oggi con i computer ed i telefonini i ragazzi maturano più in fretta. Alla fine della vacanza discutono ancora sul punto, Gaia che in fondo sarebbe la più esperta non si è pronunciata, troppo immersa spesso nel dolce far niente, quando le chiedono il suo parere dice che per lei hanno ragione sia loro che Leopoldo e così fa contenti tutti salomonicamente. Peraltro il giovanotto di cui si discuteva, ogni tanto compariva e diceva che i suoi vecchi non capivano molte cose e che Leopoldo e Gaia li dovevano scusare perché erano un po’ troppo all’antica e lui li chiamava i trogloditi e loro lo chiamavano il giovane marziano perché dicevano che lui voleva fare a tutti i costi l’extraterrestre e loro ogni tanto cercavano di ricordargli che stava sulla terra, ma lui si sentiva un extraterrestre e ignorava i loro consigli. Così giocavano tra loro, i trogloditi da una parte e il marziano dall’altra, e facevano un poco di spettacolo per Gaia e Leopoldo, che ogni tanto concedevano qualche piccolo ma significativo applauso.
Al ritorno a Roma arriva Fulvia di passaggio, sta andando in vacanza in Calabria e passa a trovare la sorella , con tutta la famiglia hanno in programma di fermarsi solo a pranzo poi stanno tutto il pomeriggio a chiacchierare, le due sorelle si mettono insieme da una parte, i mariti e i figlioli di Fulvia in un’altra, Fulvia fa le sue raccomandazioni Gaia l’ascolta sorniona, non ha molte preoccupazioni ora il momento del parto si sta avvicinando e lei sta benone, e si vede, tutti glielo dicono, sembra quasi che questa gravidanza sia arrivata al momento migliore, perché lei l’ ha portata avanti con grande serenità e il volto e gli occhi si sono illuminati. Gaia svela alla sorella che sarà una femmina, alla fine si è decisa dietro le insistenze di Leopoldo a fare un’ecografia approfondita, oh che meraviglia le fa la sorella, adesso sì che potrai dire di stare in maggioranza, non come me che bene o male rimango sempre in minoranza, ma dai che tu stai meglio, sei l’unica donna e tutti intorno a te fa Gaia, eh sì sembra facile ma poi ti ritrovi nel partito dei maschietti e manco te ne accorgi, ragioni per forza come loro, ti coinvolgono in tutto, anche nei loro discorsi sulla sessualità bisogna fare il maschiaccio per forza altroché venerazione per l’unica donna, ma dai fa Gaia, lo sanno tutti che ti adorano come una dea dell’Olimpo, ehi addirittura fa la sorella, e quale divinità ti hanno detto, ma questo ancora non me l’ hanno detto, peccato perché ero curiosa fa Fulvia.
Capitolo undicesimo
Il giorno in cui venne al mondo la piccola Lucia faceva molto caldo, ma Leopoldo aveva sentito freddo mentre aspettava fuori della sala parto, non era voluto entrare nella partecipazione al parto del marito , cosa che gli avevano chiesto e molti gli avevano raccomandato, ma lui rimaneva dell’idea che lui sarebbe stato come un salame e magari sarebbe stato un bell’impiccio per qualunque situazione. Per cui preferì rimanere fuori in attesa. Il fatto che avesse smesso definitivamente ogni attività fumatoria dopo che i fumi gli avevano dato alla testa come i lettori attenti avranno avuto modo di sapere si rivelò un piccolo problema, perché lui aveva imparato a fare tante cose per distrarsi quando era in qualche modo impegnato in un’attesa, contava fino a mille senza problemi, però quella volta l’attesa si prolungava, aveva contato troppo in fretta e allora ricominciò con maggior misura e lentezza, diceva i numeri tutti quanti e arrivato ad ottocentonovantasette, uscì di fretta un’infermiera dalla sala parto, e lui le chiese come andava, e quella di rimando disse che quello ce l’aveva storta quella mattina, chi quello, fece preoccupato Leopoldo, il primario, fece lei sorpresa, poi lo guardò e gli chiese che cosa stava aspettando e lui gli disse che la moglie stava partorendo, e l’infermiera gli chiese allora con molto garbo chi era la moglie perché ce ne erano due dentro e lui descrisse Gaia accennando alla vestaglia che portava, al che l'infermiera gli disse che la vestaglia l'avevano levata a tutte e due, e poi gli chiese scusa ma doveva andare di corsa, e Leopoldo cominciò ad avere freddo e a preoccuparsi.
Però dopo pochi minuti uscì una dottoressa e gli chiese se lui era il marito della signora e lui precisò che sua moglie si chiamava Gaia, appunto, lei è diventato papà, e dopo qualche minuto gli fecero vedere la piccola Lucia.
Cominciò allora il gioco della somiglianza: È lo stesso gioco che si fa da secoli quando nasce un bambino. Tutti si impegnano al massimo e si sforzano di trovare in che cosa il piccolo somiglia ai genitori, e se proprio non ci riescono allora ai nonni, e se anche questo è difficile allora agli zii, ma in genere il gioco migliore è quello di esprimere se somiglia di più al padre o alla madre.
Dopo la prima tornata, cioè praticamente alla fine del primo giorno di vita della piccola Lucia, la situazione era abbastanza in parità, sebbene sembrasse inizialmente volgere decisamente a favore di Leopoldo. La prima giornata però era troppo poco indicativa perché influenzata dalle emozioni, vedere per la prima volta un bambino piccolo dà sempre un’emozione per cui i giudizi sarebbero stati più completi e giustificati nei giorni successivi.
In cui si confermò però la sostanziale parità tra i genitori. C’era poi una piccola parte che trovava le rassomiglianze con i genitori di Gaia e portava le loro fotografie per far vedere l’attaccatura del naso, o la fronte spaziosa o la conformazione del collo o quella della nuca o la boccuccia o gli occhietti. Questa però rimase una minoranza anche perché la somiglianza era con le fotografie e si sa che le fotografie colgono l’attimo di luce di una persona ma non possono essere pienamente attendibili rispetto a tutti i particolari.
Cominciò così come per tutti i bambini la vita della piccola Lucia, che comunque era circondata e protetta dall’affetto dei genitori.
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